Era una bella mattinata. Alberto e Cesare se ne partirono alla volta
di X..., in biroccino, con un giovane cavallo buon corridore, che in
meno d'un'ora si divorava quella strada. Emilio disse che avrebbe
passato tutta la giornata alla villa per far compagnìa al padrino e
alla cugina; e tenne la parola. Fu tutto attenzioni pel vecchio, tutto
cortesìa per la giovane, tutto amorevolezza pei bambini. Soltanto più
frequenti del solito scattavano dagli occhî suoi quegli sguardi accesi
che parevano voler prendere possesso anche violento della bellezza di
Matilde. Battista li colse al volo più volte e ad ogni volta e'
sentiva in sè stesso un rimescolìo che non sapeva bene se era rimorso,
rabbia contro sè stesso e contro colui che l'aveva comprato. Intanto
alla sua amante, senza rivelarle il come e il perchè, egli aveva
assicurato d'avere i mezzi d'un comune avvenire di godimenti e di
libertà e che per lei non c'era altro da fare che partirsene di
nascosto con lui quella domenica a sera. A quell'amo ogni fanciulla di
tal condizione sarebbe stata presa; e ad esso morse più facilmente la
Lisa, innamorata, la quale fu subito pronta al gran passo e anzi
impaziente di vederne arrivar l'ora. Battista invece, più s'avvicinava
quell'ora, e più sentiva accrescere un interno disagio, una tormentosa
inquietudine.
L'avvicinarsi d'un fatale momento, tante volte e per tanto tempo
pensato, voluto con intensità di proposito e per ogni sorta di mezzi,
poneva nel sangue d'Emilio un ardore febbrile, che, malgrado la forza
dell'impostasi dissimulazione, tratto tratto rompeva la corteccia
d'indifferenza per lampeggiare in quei certi cupidi sguardi. Matilde
sentì una volta come una fiamma passarle sugli occhî: era uno di quei
lampi delle pupille d'Emilio, che questi non aveva avuto tempo di
spegnere, di riparare dietro le palpebre, sì improvvisamente ella
s'era volta verso di lui.
Un gran turbamento invase l'anima della giovane donna; di colpo
rinacquero in lei tutti i sospetti d'un tempo: la si fece subito nel
contegno più fredda e più fiera, tenne sempre a' suoi fianchi i
bambini. Emilio non mostrò di accorgersene.
Alla fine del pranzo, al padrino che si lamentava della insistenza di
certi incomodi, Emilio disse:
--Ciò proviene dalle notti insonni che lei passa. Quella pozione
calmante ch'io le ho ordinato non le fa più effetto?
--Poco, rispose il padre di Matilde. Mi dà una buona calma per qualche
ora, ma il sonno non viene, e a mano mano si ridesta l'agitazione.
--Vuol dire che il calmante è troppo blando: ne rinforzerò la dose.
Questa notte voglio che ella dorma saporitamente d'un sonno solo fino
alla mattina: e vedrà domani come se ne sentirà bene.
--Bravo! Ne ho proprio bisogno.
La sera Emilio fece la solita partita a scacchi col padrino. Alle nove
Matilde andò a mettere a letto i bambini, e alle dieci il vecchio
convalescente si ritirò nella sua camera per coricarsi.
Emilio ve lo accompagnò: lo ajutò con amorevole garbo a spogliarsi,
salire nel letto, poi mescette in un bicchiere la pozione calmante e
vi aggiunse parecchie goccie d'una boccettina che aveva in tasca.
--Beva! disse al padrino porgendogli il bicchiere.
Ma il vecchio scosse la testa.
--Non ancora, rispose. Ora mi sento tranquillo, voglio aspettare che
incominci la inquietudine.
--E allora sarà troppo tardi... Creda a me: è meglio non lasciarla
venire codesta inquietudine.
--Mi sento lo stomaco grave... Ho paura di non digerire la cena... Se
mi caccio quel liquido nel ventricolo temo di non sopportarlo.
--No, no, disse con qualche impazienza il figlioccio; più tarda, e
meno ne avrà l'effetto. Su, animo!
E porse di nuovo il bicchiere.
Ma per un capriccio di convalescente il Danzàno resistette.
--Lo piglierò più tardi, ti dico... Lasciamelo lì sul comodino.
Emilio ebbe un movimento di contrarietà che represse a stento: poi
temendo, coll'insistere, di destar sospetti, depose il bicchiere e
disse con mellifluo tono di amorevole rimprovero:
--Ha torto, padrino. Lei si ruba qualche ora di buon sonno... Ma
almeno mi promette che lo prenderà?
--Sì, te lo prometto.
--Sicuro? sicuro?
--Eh diamine! Sai pure che mantengo sempre le mie promesse.
--Ci conto... Mi preme troppo il suo benessere.
--Caro Emilio!... Sta tranquillo; fra mezz'ora avrò bevuto tutto.
Il giovane, accomodato bene le coperte intorno al giacente, e datogli
la buona notte, andò a raggiungere Matilde nel salottino.
--Vuoi tu vegliare ancora un poco? le chiese.
--No, ella rispose, sono stanca; vado subito a letto.
E suonò il campanello.
--E allora, soggiunse Emilio, non mi resta che augurarti la buona
notte e andarmene... Tu andrai certo ancora a dare un bacio a tuo
padre.
--Sì.
--Ebbene, non dimenticare di fargli bere la pozione che gli ho
preparata... È indispensabile.
--Va bene.
Battista comparve sulla porta.
--Mandate Margherita a dormire, gli disse la padrona, dite a Lisa che
venga da me e chiudete tutto.
--La cuoca, rispose il domestico, si è già ritirata lassù nella sua
soffitta, e a quest'ora dorme che non la sveglierebbero i cannoni.
Lisa verrà subito, e io chiudo ben bene, appena uscito il signore.
--Questo è un mettermi alla porta _in modis et formis_, disse Emilio
ridendo. Pazienza! Ci vado; buona notte.
--Buona notte!
--E non mi tocchi nemmeno la mano? soggiunse lui che le aveva porta la
destra.
--Sì, sì... addio!
Matilde toccò leggermente colla punta delle dita la palma ardente del
giovane, e s'alzò per entrare ancor essa nella camera da letto. Emilio
uscì seguito da Battista.
Non si parlarono fino a che furono sulla soglia dell'uscio di strada.
--Fra mezz'ora a casa mia! disse Emilio.
--Sissignore.
--Colla chiave!
--Sissignore.
Emilio si mosse; il servo lo trattenne per la falda dell'abito.
--E la somma? domandò,
--L'avrai nello stesso momento; non dubitare.
Lograve s'allontanò ratto, e il rumore de' suoi passi presto si
perdette nella notte che era oscura e nebbiosa.
Battista rimase sulla soglia a guardargli dietro finchè lo vide, sentì
il rumore dell'uscio del palazzotto che si apriva e si richiudeva, poi
rientrò, crollando il capo e masticando fra sè colla mala voglia di
chi ha un gusto amaro in bocca.
Matilde entrò nella camera dei bambini. Essi dormivano così
saporitamente e in così graziose mosse di abbandono, che un sorriso di
beatitudine si disegnò sulle labbra della giovane madre; essa li baciò
dolcemente uno per uno e tornò nella sua camera. Là trovò Lisa venuta
al suo comando.
--Aspetta un momentino, le disse, vado a salutare mio padre.
Questi sorrise lietamente nel vedere sua figlia.
--Stanotte sei vedova, le disse scherzando. Non avrai mica paura a
dormir sola?
--No, certo: di che cosa dovrei aver paura?
--Di ladri no, chè in questo paese non ve ne sono. E poi, soggiunse
col medesimo tono di scherzo, ci sono io qua: e ci avresti un forte
campione a difenderti. Dormi dunque tranquilla, anche in assenza del
marito.
--Hai bisogno ancora di qualche cosa?
--Sì: dammi la mia solita pozione. Emilio ha insistito tanto perchè la
prendessi.
--E l'ha ripetuto anche a me.
Matilde prese il bicchiere e lo porse al padre. Ci sentì un forte
odore di amandorle che le altre sere non ci aveva sentito mai.
--Questa non è più la solita? disse al padre.
--Sì; ma Emilio vi aggiunse alcune goccie di non so che per renderla
efficace.
E così dicendo cominciò a bere. Una strana, vaga, indefinita idea, ma
un'idea di paura attraversò come un lampo la mente di Matilde; essa
tolse vivamente il bicchiere dalle labbra e dalle mani del padre
quand'egli aveva appena bevuto un terzo del farmaco.
--Basta, gli disse, ho paura che il berlo tutto ti faccia male.
--Perchè?
--Ha un odore così forte!... Emilio potrebbe avere sbagliato nella
dose...
--Eh via!... egli così riflessivo!
--Dammi retta per farmi piacere.
--Veramente stasera ci trovo un gusto diverso... Ma bada che se poi il
sonno mi fugge...
--Senti; se il sonno non verrà, chiamami, e verrò io stessa a porgerti
il rimanente di questo farmaco.
--Va bene... E ora vattene a letto anche tu.
Matilde pose un bacio sulla fronte del padre; accomodò la lampadina
perchè la luce non desse fastidio al giacente, e s'allontanò in punta
di piedi. Lisa era così assorta ne' suoi pensieri che non sentì venire
la padrona, e questa la dovette toccare sulla spalla.
--Sei incantata?
--Oh scusi.
Le mani della cameriera, nello spogliare Matilde, tremavano
siffattamente che la padrona, stupita, osservò meglio la fisionomia
della giovane. Vi scorse un'agitazione, un turbamento, quasi le mostre
d'un affanno.
--Che cos'hai? le dimandò amorevolmente.
--Nulla, nulla, rispose Lisa colle labbra pallide e tremanti.
--Eh via! non mentir meco. Hai qualche dispiacere? T'è capitata
qualche disgrazia?
--Ma no... no, signora... le assicuro.
--Dimmi la verità. E se io posso qualche cosa in tuo ajuto, parla con
fiducia, che ti prometto di far tutto che sta io me.
--La signora è troppo buona! esclamò la cameriera commossa, ma non ho
nulla davvero.
--O forse non istai bene?
Lisa s'affrettò a prendere questa scappatoia.
--Ecco... sì, signora... la è così... Da un po' di tempo non istò
bene.
--Che cosa ti senti?
--Ma... capogiri... languori... affanni... agitazione... un malessere
generale... Ho paura di non poter continuare nel servizio... penso che
dovrò abbandonare la casa... lei.... e questo pensiero mi è così
doloroso, mi dà tanta pena, che....
E scoppiò in pianto.
--Via, via, disse Matilde con sempre maggiore amorevolezza; non
crucciarti così... consulteremo un medico... ti faremo guarire senza
che tu abbia ad abbandonarci... Sono contenta di te, ti voglio bene, e
sarai trattata come una della famiglia.
--Ah! signora! Lei è un angelo! esclamò Lisa sempre più commossa, e,
afferrata una mano della padrona, la coprì di baci e di lagrime; poi
con uno sforzo si tolse di là e uscì ratta dalla camera senza più
aggiungere parola.
Matilde pensò subito richiamarla, ma poi avvisò meglio aspettare il
domattina a interrogarla più particolareggiatamente; e senz'altro si
pose a letto. Una preoccupazione, quasi una mestizia le si aggravò
sull'anima al trovarsi sola (ed era la prima volta dacchè era moglie)
tutta una notte in quella vasta camera, dove aveva passato ore così
felici, e dove ogni sera, in confidente abbandono, si versavano
amorosamente l'una nell'altra l'anima sua e quella dell'innamorato
marito.
Era una vasta camera, in fondo alla quale si apriva un'alcova, dove
stava il letto conjugale. Due sole porte erano in quella stanza; l'una
comunicava col resto della casa per un andito, nel quale a pochi passi
era l'uscio della camera del padre: l'altra porta metteva nelle due
camere in cui dormivano i bambini.
Matilde spense il lume e cercò dormire, ma il sonno fu ribelle. Strane
fantasìe e bizzarre chimere passavano pel capo di lei, come imagini di
sogno, o vaneggiamenti di mente confusa: e in quel turbinoso
succedersi di ombre, di scene, di vedute, tornavano più nette ed
insistenti, e non sapeva perchè, le memorie del duello di Alberto con
Emilio, e la pozione soporifera del padre con quell'odore acuto, e lo
sguardo di fuoco, quasi feroce di Emilio: pensò ad una vendetta di
quest'ultimo, ma quale? Contro il padre? Contro di lei?... Oh quello
sguardo! E a un tratto le vennero alla mente il contegno e le lagrime
inesplicabili di Lisa. Finalmente si era oramai a mezzanotte quando
Matilde cominciò a sentire il riposo scendere sul suo cervello e sui
suoi occhî, e poco stante si addormentò.
Lisa, uscita dalla camera della padrona, andò a raggiungere Battista.
--Ah, mio caro, gli disse, tutta ancora in lagrime, con accento di
vivo dolore, non avrei mai creduto che ad abbandonare la signora
Matilde avrei provato tanta pena. Che buona padrona! Che creatura
angelica, è quella! Si merita davvero che il Signore le dia del bene.
--Pensiamo al nostro bene di noi, e lasciamo stare gli altri, rispose
Battista con impaziente malavoglia. Sei tu pronta?
--Sì.
--Dunque andiamo.
Nella giornata ambedue s'erano fatto un fardelletto delle cose loro
più indispensabili e di più valore. Battista aveva in segreto
noleggiato un biroccino, il quale doveva trovarsi allestito alle
undici a un dato punto della strada di X. I due fuggitivi uscirono
pian pian dalla villa, e Battista chiuse a chiave l'uscio dietro di
sè.
Quando furono a pochi passi, Battista, deponendo il suo fardello a
terra, disse a Lisa:
--Aspettami qui: io vado per una commissione; in cinque minuti mi
sbrigo e poi ti raggiungo.
Lisa s'aggrappò al braccio del suo compagno.
--No, non lasciarmi qui, sola, di notte. Ho una paura maledetta.
--E di che cosa vuoi aver paura?... Qui a quest'ora non ci passa
nessuno... Ti dico che vengo subito.
--No, no; non ti lascio.
--Ma è necessario.
--Perchè? Che cosa hai dunque da fare? Dove vai?
--Qui dal signor Lograve.
--A far che cosa?
--Un certo interesse che ho con lui... A te non importa il saperlo.
--E io ti dico che non rimarrò qui ad aspettarti, che o ti accompagno,
o non ci andrai neppur tu.
--Brava! E allora tutto il nostro disegno va in aria.
--Come?
--Gli è lui che ci deve dare i denari.
--Il signor Lograve?
--Sì.
--E perchè ce li dà?
--Perchè... perchè... questo non ti deve importare.
--Sì che m'importa. Da bravo, non farmi dei misteri... Possiamo già
considerarci come marito e moglie... e non ci devono essere segreti
tra di noi.
--Questo segreto, mia cara, non è mio, e non posso disporne... Ma
mentre noi stiamo qui a discorrere, il tempo passa, ed è tanto di
perduto. Suvvia, coraggio, Lisa, non farmi la femminetta; un minuto
solo e ti raggiungo.
--No, no, insistette Lisa stringendo più forte il braccio di lui: non,
istò qui, neppure per tutti i tesori del mondo... Lasciami
accompagnarti.
--No, devo parlare a quel signore da solo a solo.
--Almeno fino alla porta... Là vicino alla casa, più vicino a te, non
avrò più paura.
--Ebbene, sia, vieni fin là... ma non cercar d'entrare.
--No, starò fuori: ma se mai qualche cosa capitasse, che so io...
potrei chiamarti... e se mai tu sarai lesto ad accorrere, non è vero?
--Sì, certo.
Giunsero al palazzotto. L'uscio era socchiuso. Per la finestra aperta
di una stanza a terreno usciva nella notte un fascio di luce; traverso
quella luce si vedeva andare e venire l'ombra del Lograve che
passeggiava impaziente. Battista fece ancora a voce sommessa una
raccomandazione alla Lisa, ed entrò. La stanza dove Emilio aspettava
era subito lì a destra. Al passo del domestico Emilio si fermò e si
volse verso di lui; era pallido, coi lineamenti contratti; aveva una
profonda riga fra le sopracciglia e teneva le braccia serrate al
petto.
Nel pomeriggio egli aveva detto al suo servitore che preparasse la
valigia per una improvvisa partenza: egli sarebbe forse partito la
notte o la mattina seguente, e avrebbe poi scritto dove il servo
avrebbe dovuto raggiungerlo.
Rientrato in casa alle dieci, aveva domandato al domestico se i suoi
ordini erano stati eseguiti, al che il servo avendo risposto
affermativamente, egli lo mandò a dormire, e rimase solo nella stanza
a terreno.
Sedette a tavolino e scrisse la lettera seguente:
«_Ad Alberto Nori_,
«C'è un uomo sulla terra, al quale io vo debitore delle più fiere
angoscie: e quell'uomo sei tu.
«Mi hai rapito ogni bene: mi hai insultato colla tua felicità. Sono
anni che aspetto la mia vendetta; e ora la stringo in pugno e me ne
appago.
«Alla coppa d'amore di cui ti sei inebriato, ho voluto bere ancor io,
e ti lascio la coppa contaminata.
«Vado in Isvizzera e vi ti attendo, se la rabbia e la vergogna ti
daranno tanto coraggio da venirci.»
«LOGRAVE.»
Ripigliò il foglio, lo suggellò e se lo mise in tasca.
Prima d'abbandonare la villetta Nori, avrebbe lasciato questa lettera
nella camera conjugale, stata teatro del suo infame attentato. Poi
scese nel salotto a terreno ad aspettare con quella nervosa febbrile
impazienza che non lo lasciava quetare.
--Si può? disse Battista, affacciandosi all'uscio.
--Avanti! comandò Emilio con voce rotta, imperiosa. Ti sei fatto molto
aspettare.
--Ho fatto più presto che ho potuto.
Emilio, a cui premeva venire al sodo, lo interruppe piantandogli in
faccia quel suo sguardo maligno.
--E dunque?
--E dunque eccomi qua.
--La chiave?
--L'ho meco.
--Dammela.
--Sì, signore, ma prima.... Ella capisce.... Lei sa...
--Vuoi i denari?... Eccoli.
Gli gettò una busta che Battista afferrò vivamente; accostatosi al
lume, il servo aprì la busta e si mise a contare i biglietti.
Lisa, di fuori, udite le voci dei due uomini, non potè frenare la sua
curiosità: si accostò piano piano alla finestra aperta, e tenendosi
cautamente nell'ombra potè vedere e udire quanto avvenne e si disse
nel salotto.
Dopo avere passato uno per uno i biglietti, Battista levò il capo, e
disse con accento di rimprovero:
--Signore, mi mancano duecento lire.
--Come?
--Sissignore. Lei mi ha promesso ventimila lire; qui ce ne sono
diciannovemila e ottocento. Mancano duecento lire.
--E le duecento che t'ho date jeri?
--Ah! quelle erano per le spese indispensabili per la riuscita del
disegno. Devono essere all'infuori del prezzo convenuto.
--Questa non me l'aspettavo.
E Battista con insolenza:
--E io da lei non m'aspettavo una simile piccineria.
Emilio arrossì di sdegno; ma si contenne; levò di tasca due biglietti
da cento e li gettò al servo senza parlare.
Battista li prese, li mise accuratamente nella busta cogli altri e la
busta in tasca; si abbottonò bene il soprabito, fece un leggiero
inchino e disse laconicamente:
--Va bene!
--La chiave? ridomandò con voce fremente Emilio, colla mano tesa che
tremava.
Il servo gli porse la chiave che Emilio afferrò con avidità ancora
maggiore di quella mostrata da Battista nel prendere i denari.
--La riverisco, disse Battista avviandosi.
Ma l'altro lo trattenne.
--Un momento. Entrato ch'io sia, non troverò più altro uscio chiuso
all'interno?
--No, signore.
--Sono tutti a letto?
--Tutti.
--Sta bene. Vattene e la fortuna ti accompagni.
Battista uscì frettoloso: appena fuori si sentì serrare fra due
braccia frementi; e una voce concitata, benchè sommessa, gli disse
all'orecchio:
--Che hai tu fatto? Che cos'è quella chiave? Perchè il signor Lograve
ti ha dato tutti quei denari?
--Vieni, vieni, susurrò Battista trascinando seco la Lisa, caricatosi
dei due fardelli. Ti spiegherò poi.
--No, gridò la ragazza, voglio saperlo.
Battista pensò di gettar via i fardelli, di prendere alla vita la
giovane e portarla di peso fino al luogo dove si sarebbe trovato il
biroccino, ma preferì pigliarla colle buone.
--Tu ci vuoi rovinare... Ti dirò tutto, ma vieni presto... Una parola
di troppo, e tutto è perduto. Io sarò obbligato a fuggire e piantarti
qui.
Questa minaccia ridusse la Lisa cedevole. Correndo giunsero al
legnetto che aspettava; Battista vi cacciò dentro Lisa, pose una
moneta in mano al garzoncello che teneva il cavallo, balzò presso la
fanciulla, prese le redini, frustò il cavallo e via di galoppo.
Emilio con un sogghigno mefistofelico stringeva in pugno la chiave
ricevuta da Battista, ed esclamava seco stesso:
--La tengo in pugno la mia vendetta, e il ripago di ogni mio tormento.
Guardò l'orologio.
--Appena le undici e un quarto!... Come passa lento il tempo!... A
mezzanotte--fece un ghigno--l'ora dei delitti... e degli spettri... A
mezzanotte varcherò quella soglia!
Quei quarti d'ora gli parvero eterni; eppure quando udì dal lontano
campanile del villaggio battere lentamente dodici rintocchi, si
riscosse come assalito da un subito terrore, guardò il suo orologio,
per accertarsi che quel suono di campana non lo ingannava; prese e
intascò una rivoltella, e uscì con passo guardingo, ma fermo. Giunse
alla porta, della villetta, e con mano sicura pose la chiave nella
toppa. L'uscio si aprì.
Emilio entrò pianamente; era così pratico del luogo, che non ebbe
mestieri di accendere lume per passare l'andito, salire le scale,
percorrere il corridoio e arrivare all'uscio della camera in cui
dormiva Matilde.
Pensava:
--Purchè non la si sia chiusa dentro a chiave! Ma l'avesse anche
fatto, poco importa: con una spalla faccio saltare la serratura: il
rumore non può svegliare che lei... Ed entrato ch'io sia!...
Prima di mettere la mano sulla gruccia di quella serratura, si fermò
un momento: poi piano piano tentò la serratura; questa non era chiusa
che con una mandata della stanghetta a scatto; girando la maniglia
Emilio l'aprì; cacciò dentro la testa; tutta era bujo e silenzio; egli
entrò.