XI.

«_Caro Cesare_,

«Eccomi di ritorno in patria, ma ben diverso da quello d'un tempo. Gli

anni, l'esperienza del mondo, la mia volontà hanno domato il mio

umore, vinto gl'irosi impulsi del mio carattere. Mi sono fatto umile

come un povero e mite come un agnello. E sono solo, senza legami,

senza affetti, mentre un prepotente bisogno mi è nato di voler bene ad

altrui, e che altri mi voglia bene.

«Pensare che questo tesoro d'affetto potrei averlo nella tua famiglia!

Il mio padrino, io lo amerei, sento d'amarlo come un padre: te e

Matilde, come fratello e sorella. Ma non oso neppure presentarmi alla

soglia della vostra casa. Che accoglienza mi farete voi, e quale

Alberto Nori?... Certi momenti m'imagino che io, andando a lui con una

mano tesa e dicendogli: «Dimentica: io nell'avversario d'una volta,

non vo' veder più che un nuovo congiunto,» egli accetterebbe la mia

destra e mi chiamerebbe cugino. Credo di ciò capace il carattere

generoso del Nori; ma poi mi sgomento e non oso espormi al pericolo

che un ostile accoglimento ridesti in me l'antico dèmone dell'ira.

«Ma di te almeno, spero e confido che tutta affatto spenta non sarà

quella benevolenza, che mi dimostrasti un giorno, e ad essa faccio

appello, come un assetato per soccorso d'un bicchier d'acqua.

Vediamoci; poichè io non posso venire da te, vieni tu da questo povero

solitario. Benvenuto tanto più se mi recherai la faccia e il cuore

dell'animo di prima: benedetto se potrai darmi da parte dei tuoi una

parola di pace.

«_Tuo aff_. EMILIO LOGRAVE.»

Il fratello di Matilde si affrettò di comunicare quella lettera al

padre, alla sorella, al cognato. I due uomini credettero scorgervi

sincerità di pentimento, vere intenzioni di accordo e desiderio di

affetto: e Alberto, coll'impeto della sua generosa e subitanea natura,

manifestò il proposito di andar tosto egli stesso a pigliare per mano

il reduce, e trarlo seco, e introdurlo nella famiglia. Ma non fu di

questo parere Matilde, la quale con molta freddezza, anzi con molta

diffidenza, accolse l'atto di resipiscenza del cugino.

--Cambiato? diss'ella, sarà! Ma prima di ammetterlo in casa, vorrei

averne delle prove migliori che le semplici parole. Andare da lui, tu

Alberto, no sicuramente. Cesare gli rechi pure il nostro perdono. Viva

perdonato, ma lontano; è il meglio per tutti.

Emilio fu con Cesare un commediante perfettissimo. Si commosse di

gioja, di tenerezza, di gratitudine; perorò, pianse. Comprese dalle

impacciate parole del poco destro Cesare, che Matilde impediva la

riconciliazione di andare fino all'espansione dell'amicizia, e disse

che essa aveva ragione: che il passato le dava innegabile diritto di

diffidare; ma che egli sperava, col tempo, vincere i dubbî e i

sospetti anche di lei, e giungere allo scopo tanto agognato di essere

pei Nori come pei Danzàno un vero fratello. Intanto non gli si negasse

almeno la consolazione di poter vedere il caro padrino, il protettore

della sua infanzia, cui egli amava più di tutto al mondo.

Il vecchio Danzàno lo accolse molto freddamente, ma Emilio mostrò non

accorgersi di quella freddezza. Cominciò per venire dal padrino una

volta la settimana, poi due, poi quasi tutti i giorni. Non cercava mai

di vedere Matilde; se la incontrava per caso, la salutava e tirava

via. Sapeva svagare il vecchio raccontandogli i suoi viaggi, facendolo

discorrere del passato, leggendogli libri e giornali. Lo accompagnava

anche a passeggio, sostituendosi a Cesare che preferiva esser libero

ed a Matilde e Alberto che consacravano viepiù il loro tempo ai figli.

Il caso venne ancora in suo ajuto. Il padre di Matilde cadde

gravemente ammalato: ed Emilio, richiamatosi alla memoria quanto aveva

studiato di medicina, partecipò alla cura, seppe agli altri medici

persuadere le sue idee in proposito, e l'infermo dovette credere che a

salvarlo aveva giovato più di tutti e quasi unicamente la cura del

figlioccio. In verità egli non risparmiò nè tempo, nè attenzioni, nè

tratti servizievoli intorno al giacente, vegliando il più delle notti

e sapendo così bene interpretare, indovinare i bisogni di lui, i

desiderî, le idee, che nessun altro valeva a soddisfare ugualmente il

malato, anche quando già entrato in convalescenza.

Matilde, da principio s'era adattata assai malvolentieri a trovarsi

sempre in compagnìa di Emilio, ma poi vedendone la buona, zelante e

giovevole opera, si era dipartita a poco a poco dalla primitiva ostile

freddezza, e grazie pure alle umili, insinuanti, affettuosamente

bonarie maniere di lui, aveva lasciato introdursi fra loro una certa

famigliarità che aveva anche le apparenze dell'amicizia. E così non

era trascorso un anno dal suo ritorno, che Emilio vedeva effettuato il

voto da lui espresso nella lettera a Cesare, di essere cioè accolto

nella casa di Alberto e da Alberto stesso come un congiunto. Con

Matilde egli continuava nella sua fredda riserbatezza: non cercava mai

di essere solo con lei, anzi, ne sfuggiva l'occasione; se la cosa

avveniva, egli accresceva ancora la espressione di indifferenza, che

aveva di solito, e più presto che poteva, partivasene. Due sole volte

quell'interno fuoco, ch'egli così abilmente nascondeva, fu sul punto

di manifestarsi.

La prima nella camera del convalescente, quando questi era appunto

ritornato da una passeggiatina fatta in compagnìa e col sostegno di

Emilio. Stanco il vecchio erasi abbandonato sulla poltrona, e Matilde,

che era accorsa sulla soglia del quartiere a riceverlo, e lo aveva

guidato fin là, gli accomodava dietro la testa e le spalle i cuscini.

Era essa così bella in quell'atto, con una sì seducente espressione di

amorevolezza, che Emilio, nel contemplarla, sentì le fiamme salirgli

al capo. Nell'ajutarla ad accomodare un guanciale, Emilio incontrò

colla sua la mano di lei, e involontariamente la prese, la strinse.

Matilde liberò vivamente la destra, e levò in volto al cugino uno

sguardo stupito, quasi offeso, interrogatore. Ma il giovane aveva già

ripreso il possesso della sua volontà, e il dominio della sua

passione; spense con meravigliosa rapidità il lampo degli occhî,

atteggiò le labbra ad un sorriso innocente, e disse colla calma d'una

discreta ammirazione:

--Che brava infermiera, e che buona figliuola sei tu!

Matilde non ci pensò altrimenti.

La seconda volta così avvenne. Emilio sorprese la famigliuola Nori in

uno di quei momenti d'espansione della mutua tenerezza che sono così

cari e soavi. Marito e moglie abbracciati avevano intorno i

figliuoletti che facevano ressa per essere accolti e carezzati in

quell'amplesso anche loro. Quelle testoline bionde, ricciute, quei

visini rosei, paffutelli, quegli occhietti vividi, furbicciuoli,

amorosi, quei labbruzzi porporini, da cui usciva la cara melodìa di

parole nella tenera voce infantile, e in mezzo quelle due belle figure

d'uomo e di donna giovani che avevano intorno l'aureola della felicità

e della tenerezza, formavano uno spettacolo da commuovere e rendere

invidioso qualunque. Emilio impallidì, si scusò di venire a

disturbare. La sua presenza pose fine a quella intima festicciuola.

Dopo un breve discorso, Alberto si alzò e disse dover uscire.

--Conducimi teco, incominciò il maschietto più grande, conducimi a

spasso, babbino mio.

--Sì, sì, conducine, conducine a spasso: gridarono gli altri quattro,

serrandoglisi ai panni.

--Adesso, subito, no, no, non posso: disse il padre. Ma fate vestir la

mamma, e con essa vi attendo tutti fra un'ora sulla piazza grande...

Va bene, così?

--Sì, sì, sì, gridarono i piccini, battendo le mani e saltando.

Andiamo, mamma, vieni a vestirti.

--Eh! ci ho il tempo! rispose Matilde ridendo. Andateci intanto voi

altri che ci impiegate un anno. Tu Alberto, accompagnali di là, e di'

alla cameriera che li acconci.

Alberto prese in braccio il più piccino, gli altri si attaccarono alle

falde dell'abito, ed egli ridendo, gridando, baciando quello che gli

si era appeso al collo, senza nemmen più pensare a salutare il cugino,

se ne uscì dalla stanza. Fu come un piccolo turbine di allegrìa che si

partisse.

Emilio seguì quel padre e sposo avventurato con uno sguardo che si

sarebbe potuto dire feroce.

--Ah! si lasciò sfuggire a mezza voce. Che cosa non avrei dato, che

non darei per la felicità di quell'uomo!

Matilde sollevò vivamente la testa, e fissò su di lui il suo sguardo

limpido e penetrante.

--Che cosa dici?

Emilio fu sollecito a riprendere la sua maschera d'indifferenza.

--Nulla... Che Alberto è un uomo felice, e che se lo merita... e che

tu hai avuto ragione a preferirlo... a tutti gli altri.

E si partì.

Lo spettacolo di simili scene, a cui la sua frequentazione in casa

Nori lo faceva assistere sempre più sovente, a cui anzi egli cercava

di assistere con quella fiera voluttà che altri prova nell'inasprire

un forte dolore che lo tormenta; lo spettacolo di queste scene

accresceva in Emilio l'odio, la rabbia, l'invidia, gli lacerava il

cuore così da mandarlo in furore, quando solo nella sua camera egli

ripensava ad esse. Allora il tristo malediceva, bestemmiava, si

mordeva i pugni, giurava e spergiurava al suo odio che un giorno

l'avrebbe la sua rivincita; l'avrebbe a ogni modo, a costo di

qualsiasi delitto, a costo di qualsiasi infamia.

Meditava intanto il suo disegno colla pazienza d'un odio eterno e

d'una passione maniaca, camminando guardingo per non metter piede in

fallo.

Una mattina, Emilio, entrando colla sua solita famigliarità nella

camera di Cesare, assente da casa, sorprese il domestico che si faceva

un generoso regalo dei sigari del padrone.

--Cesare non c'è? domandò egli, facendo mostra di non aver visto

nulla.

--No, signore, rispose il servo, cacciando destramente in saccoccia i

sigari e richiudendo la scatola con mano franca.

--Bene; ma non tarderà a venire, perchè eravamo intesi che sarei

venuto a quest'ora: lo aspetterò.

E sedette presso la tavola, prendendo un libro e mettendosi a

sfogliarlo.

--Come le piace, disse il domestico; e si mosse per partire.

--Ma voi non avete mica finito di rassettar la camera? notò Emilio.

--No, signore, ma smetto per non disturbare. Là... tornerò più tardi.

--No, no, fate la vostra bisogna; non mi disturbate niente affatto.

Il domestico s'inchinò e riprese il suo lavoro.

Emilio, voltando le pagine del libro, lo guardava di sottecchi. Non

era la prima volta che egli facesse attenzione a quel giovane; tutto

quello che apparteneva alla casa egli l'aveva esaminato e studiato: la

cuoca, una buona donna senza nessuna nota speciale; la cameriera,

abbastanza bellina per essere civetta, e giovandosi della facoltà, ma

contenuta dalla severità della padrona che non avrebbe tollerato

neppure una leggerezza nella sua condotta; fra lei e il domestico,

Emilio aveva creduto di osservare alla sfuggita, molto alla sfuggita,

qualche lieve cenno d'intelligenza, e si era permesso di appurare la

cosa. Il domestico era un giovinotto di venticinque anni, di statura

bassotta, tarchiato, con capelli rossigni, fronte bassa, testa quadra,

labbra grosse, una falsa aria da nesci, il portamento da contadino

rincivilito e negli occhî vivaci, a lampi, la rivelazione d'una intima

furberìa che si voleva nascondere.

Su questo cotale, Emilio aveva fondato alcune speranze.

--È da molto tempo che siete in questa casa? domandò Emilio colla

indifferenza di chi parla tanto per non istare in silenzio.

--Sì, signore; più di sei anni, fin da prima ancora che il signor

Alberto si ammogliasse.

--Vuol dire che siete proprio affezionato al vostro padrone?

--Si figuri!... Sono figliuolo d'un suo contadino. Sono nato, si può

dire, al servizio di questa famiglia. Siccome il lavoro dei campi mi

piaceva poco e il vivere a polenta e acqua mi piaceva niente, mi sono

raccomandato al signor Alberto; ed egli credendo, per sua bontà, di

vedere in me qualche disposizione a diventare un buon servo di casa,

mi prese con sè...

--E vi ci tiene in panciolle, interruppe Emilio ridendo.

--Eh! non ci si sta male certo... Ma ci si stava meglio quando il

signor padrone era scapolo.

--Ah sì?

--Poco da fare... parecchie mancie per commissioni delicate... che ora

non si fanno più.

--Ah! briccone! sclamò Emilio con un sorriso incoraggiatore,

approvatore. E poi, unendosi anche la famiglia della signora, il

lavoro è cresciuto di certo.

--Oh! non mi lamento: i padroni son tutti buoni... Madama è un angelo,

severa in certe cose, anche rigorosa, ma un angelo!... Suo padre,

povero vecchio, che cosa ne può se la sua malattia ci ha dato tanto da

fare? Il signor Cesare è una perla... Oh! eccolo appunto.

Cesare entrava; il servo riprese con zelo la sua finzione di

spolveramento. Scambiate appena alcune parole con Emilio, il fratello

di Matilde, come soleva, offrì dei sigari e aprì la cassetta. Il

domestico raddoppiò di ardore nell'agitare lo strofinaccio.

--Ah, ah! sclamò Cesare che si accorse della sparizione dei migliori

sigari. Qui c'è stato un leva ejus... Battista, sapresti darmene

notizia?

Il domestico voltò verso il padrone una faccia stupidamente franca e

sicura.

--Notizie di che? disse.

--Dei sigari che mancano.

--Oh! ce ne mancano?... Io non so nulla: io non ho manco mai visto che

lì dentro ci fossero dei sigari.

Cesare stava per montare in collera.

--È vero, saltò su Emilio: Battista non ne sa nulla, e non ne può

nulla, perchè quei sigari sono io che te li ho presi.

--Tu!

--Ne sono rimasto senza; me no son fatta una piccola provvista, che ti

restituirò alla prima occasione.

--Va bene, va bene: non parliamone più.

Battista guardò Emilio coll'aria stupita e quasi spaventata, che

avrebbe avuto vedendo qualche mostro meraviglioso e arrossì

leggermente sotto le lentiggini della sua carnagione: poi girò

vivamente sui tacchi e uscì sollecito, forse per andare a meditare

intorno a quell'indovinello, di cui non gli si presentava subito la

soluzione.

Emilio aveva ammirato la franchezza di menzogna in Battista che, come

non aveva scrupoli a rubare i sigari, poteva, per interesse, non

averne nemmeno per altre azioni od omissioni. Da quel giorno ogni qual

volta s'incontravano il signor Lograve e il servo Battista, quegli

aveva un sorriso di compiacenza protettrice, quasi di segreta

intelligenza, e questi abbassava gli occhî e tirava dritto a capo

chino. Vi era quasi una tacita complicità fra quei due, e il servo

sentiva come se l'amico dei suoi padroni gli avesse lanciato nelle

carni un uncino e lo tenesse per esso, e anzi questo uncino penetrasse

ogni giorno più addentro. Emilio trattava quel servo coi modi più

amorevoli e generosi; lo chiamava suo caro, aveva sempre un elogio da

fargli, e prendeva ogni menoma occasione per dargli delle buone

mancie, a lui e a Lisa la cameriera.

Un giorno, venuto a fargli una commissione da parte di Cesare,

Battista trovò il signor Lograve in un lungo corridojo della sua

abitazione, ch'egli aveva ridotto a tiro a segno, dove ogni giorno si

esercitava per delle ore colla pistola da sala.

--Lo disturbo? disse Battista rimanendo sulla soglia.

--Niente affatto: parlate pure, e io intanto continuo il mio tiro.

Mentre Battista espose la sua ambasciata, Emilio cacciò tre pallottole

nel centro del bersaglio, l'una spingendo dentro l'altra.

--Corpo di Bacco! esclamò il servo meravigliato. Che sicurezza

d'occhio e che fermezza di mano!

--Peuh! esclamò con indifferenza Emilio, gettando in là la pistola; e

voltandosi a un tavolino dov'era un servizio da liquori, si mescette

un bicchierino di acquarzente che tracannò d'un fiato. Ne caccierei

nello stesso buco cinquanta, cento delle pallottole, l'una dopo

l'altra.

--Ah! non sarebbe molto propizio alla salute l'andare a soffiare sotto

il naso di vossignorìa.

--Una volta s'aveva poco da scherzare meco; ero un solfino,

m'accendevo subito; ma ora ho messo tanto ghiaccio nel mio sangue, che

a farlo ribollire ce ne vuole!...

Battista, compiuta la sua missione, prendeva commiato.

--Aspettate, gli disse Emilio. Assaggiatemi un po' questo cognac.

E gli mescette un buon bicchierino, atto a sciogliere lo

scilinguagnolo.

--Ditemi un po' se vi gusta.

--Oh! eccellente! esclamò Battista, centellinando quel fuoco

liquefatto e facendo schioccare la lingua contro il palato.

--I vostri padroni non ne hanno di simile.

Battista fece un gesto evasivo.

--Non è punto cattivo quello di casa Nori, ma io ritengo che il mio è

migliore. Che cosa ne dite?

--Mah!... non saprei... Quello di casa non l'ho mai assaggiato.

--Possibile. Avete avuto tanto scrupolo?

--Sissignore... Gli è che lo tengono sotto chiave.

--Ah!...

--Già, in casa tutto è chiuso a chiave: vino, liquori.

--Sigari? soggiunse Emilio sorridendo.

--Bè!... Il signore vuol dire?...

--Voglio dire, s'affrettò a interrompere Emilio, che è un brutto

sistema, quello di non lasciar godere alla servitù quel poco di buono

che c'è in casa. Per me i servi sono parte della famiglia, e quello

che è mio è anche loro.

--Oh bravo! Lei sì ch'è proprio un buon signore!

--La più rigorosa dev'essere madama, mia cugina.

--Proprio!

--C'è quella buona Lisa, la cameriera... bellina, non è vero?

--Peuh! fece ipocritamente Battista, chinando gli occhî.

--Scommetto che vi piace.

--Oh! io faccio i miei affari e lei fa i suoi.

--Ne son persuaso... Ebbene, volevo dire che quella buona ragazza è un

po' vittima dei capricci della padrona.

Battista allargò lo braccia, si strinse nelle spalle colla diplomazìa

d'un ingenuo che non vuoi dir nulla.

--Voi siete affezionato al Nori, e non ne lascierete il servizio, a

nessun patto, non è vero?

--Sono affezionato ai miei padroni... sissignore... Uscire di quella

casa... sicuro... che mi farebbe dispiacere... Ma però... sa bene...

se si può migliorare il proprio stato... onestamente, s'intende... è

da matto il non farlo.

--Quanto vi danno al mese?

--Trenta lire... e non è molto.

--È poco, in verità, per un uomo come voi... Ci sono di quelli che non

vi valgono che guadagnano cinquanta, sessanta lire.

Battista mandò un gran sospiro.

--Eh, bisogna nascere fortunati a questo mondo.

--Ma la fortuna vuol anche essere cercata.

Il domestico fissò i suoi occhietti furbi, penetranti, nel sorriso

compiacente e incoraggiatore del Lograve.

--Se alcuno mi ci ajutasse... se s'interessasse per me... Dove sono

non ci sto male, non mi lamento, ma via, se potessi stare anche

meglio...

--Chi sa! disse con aria misteriosa Emilio, chi sa che un'occasione

non si presenti, in cui io stesso possa far qualche cosa per voi!...

--Ah, signore!... Le sarei tanto riconoscente!...

Emilio mise mano al portabiglietti e fece scivolare nella destra di

Battista un fogliolino da cinque lire.

--Signore! soggiunse Battista con calore. Se mai avesse bisogno di me,

non ha che da comandarmi.

--Va bene, va bene... Chi sa?... Forse più presto di quel che credete.

La testa della vipera · 第 19 / 27 题