Il fratello di Matilde, che era solito vedere ogni giorno il cugino, e
passare con lui gran parte del suo tempo, si stupì quando vide passata
una settimana senza ch'egli comparisse in casa Danzàno, nè si
lasciasse trovare ai soliti convegni.
I genitori di Matilde, i quali avevano approvato quanto essa aveva
detto ad Emilio, e Matilde medesima avevano pensato meglio di tacere
quell'incidente a Cesare, cervellino un po' leggiero e dominato dalla
volontà più robusta di Lograve, onde, non sapendo a qual causa
attribuire quella scomparsa del cugino, fuorchè a una malattìa,
Cesare, otto giorni dopo, si recò al quartiere d'Emilio.
Trovò il giovane chiuso nella sua camera, terreo in faccia, collo
sguardo spento, cupo, accasciato, rispondendo a mala pena e di cattiva
grazia.
--Tu se' stato ammalato, caro Emilio?
--No.
--Che cos'hai dunque? Perchè non ti lasci più vedere? Perchè sei così
abbattuto? Ti è capitata qualche disgrazia? A me dovresti dirlo.
Emilio piantò negli occhî di Cesare uno sguardo penetrante per
leggergli nell'anima.
--Non ho nulla: rispose bruscamente. Non mi è capitata nessuna
disgrazia. Che cosa mi avrebbe ad essere capitato?
--Mah! disse ingenuamente il cugino: io non saprei; però mi pare che
non per nulla tu dovresti avere quella ciera da mortorio.
Emilio si persuase che a Cesare non era stato detto nulla della scena
avvenuta con Matilde.
--Ebbene, sì, sono malato: riprese, malato di nervi. Ho una melanconìa
che mi consuma; lo _spleen_ degli inglesi che mi fa dare al diavolo.
--Eh! bisogna mandar lui al diavolo; bisogna cacciarlo ad ogni costo.
Scuotiti, esci, vedi della gente, cerca svaghi.
Emilio crollò le spalle.
--Gli è trovarne degli svaghi che mi par difficile... Nulla mi
diverte.
--Eh via! Tu parli come un uomo esaurito, di cinquant'anni... Vieni
stasera in casa X... e vedrai che ne sarai contento. C'è una raccolta
sempre più ricca di belle signorine e di stupende signore, un'allegrìa
di buon gusto, l'insuperabile gentilezza dei padroni di casa, del thè,
dei vini, dei pasticcini e dei _sandwiches_ squisiti. Se tu ci fossi
venuto queste sere addietro, non saresti cascato in sì brutta
melanconìa: ci siamo divertiti un mezzo mondo. S'è fatto un po' di
tutto; mormorazioni, giuochi di società, sciarade in azione, musica,
danza, danza sopratutto. C'è venuto un nuovo ballerino, un bel giovane
di spirito, simpatico, amenissimo, un certo Nori.
Emilio si riscosse vivamente.
--Ah!
--Lo conosci?
Emilio esitò un momento e poi rispose risoluto:
--Sì... E Matilde è stata lei in casa X... queste sere scorse?
--Sicuro.
--E quel Nori le s'è fatto presentare?
--A Matilde?... Sì, certo; ed ha ballato quasi sempre con lei.
--Sì, lo conosco quel Nori, soggiunse Emilio con accento di acrimonia,
troppo bene lo conosco per dolermi ch'egli venga intorno a tua
sorella.
--Come! Non sarebbe un giovane per bene?
--È uno fatto apposta per compromettere la virtù in persona; uno di
coloro che si cacciano intorno a una donna, zitella o maritata, e la
sanno circuire in modo che, anche non riuscendo a conquistarla, danno
al mondo tutte le mostre d'esserci riusciti. È uno sfacciato
millantatore, che, a sentirlo, tutte le donne cascano innamorate morte
di lui: insomma tale che bisogna ben guardarsi dal lasciarlo penetrare
in una famiglia e bazzicare per casa.
--Oh, guarda! esclamò Cesare tutto meravigliato. E dire che m'apparve
tutt'altra cosa: e non soltanto a me, ma anche al babbo e alla mamma;
allegro, vivace, un buon figliuolo.
--Un volpone... Farai bene a stare in guardia per Matilde.
--Diamine! diamine!... È un fatto ch'egli le è sempre intorno... Per
questa sera hanno già insieme impegnato non so quanti ballabili.
--Questa sera? In casa X...?
--Sì.
--C'è ballo?
--In tutta regola... Come fare a levarlo d'attorno a Matilde?...
Avviserò lei che stia in contegno; ma non basta.
--No, non basta.
--Ci verrai tu?
--Non so... Forse!... Se sarò di umore meno rabbioso.
--Vieni, vieni: mi ajuterai a tener lontano il Nori.
--Va bene... Ah, senti! Parlando con tua sorella di colui, non dirle
che le informazioni le hai avute da me.
--No?... Perchè?...
--Perchè Matilde mi ha in uggia talmente, che le basterebbe sapere
ch'io ho detto nero per veder bianco.
Ma questa cauta raccomandazione doveva sortire poco effetto. Quando
Cesare venne ripetendo a Matilde le brutte cose dette da Emilio del
Nori, la fanciulla, ficcando il suo limpido sguardo in quello del
fratello, e con una vivacità che dimostrava quanto tale argomento
l'interessasse, domandò:
--Chi ti ha rivelato tutto codesto?
--Una persona che lo conosce molto bene.
--Il suo nome?...
--Il nome non ci ha che fare.
--Ci ha che far moltissimo; e te lo dico io: è il nome di Emilio
Lograve.
--Che che!... nemmeno per sogno.
--È inutile il negare; già a me stessa Emilio ha tentato di mettere
quel giovane in mala vista: e so che tu da Emilio ti lasci facilmente
imbeccare.
--Mi lascio i fichi secchi! gridò Cesare stizzito. E da qualunque io
abbia ricevuto quelle informazioni, è mio dovere e saprò ben io
levarti quel moscone d'attorno.
--Tu avrai la compiacenza di non far nulla! proseguì con forza
Matilde. Oltre il babbo e la mamma non ho bisogno d'altri vigilatori e
custodi.
Quella sera, entrando nel salone di casa X..., la prima cosa che vide
Emilio fu la cugina e Alberto Nori che ballavano un valzer
animatissimo, con aspetto evidentissimo di reciproca soddisfazione.
Egli s'accostò a Cesare, che era poco lontano.
--Bravo! gli disse con un sogghigno. Hai saputo bene tener lontano il
Nori da Matilde.
--Che vuoi? Matilde era impegnata... io non ho voluto fare scandali.
--Hai ragione, hai ragione! disse Emilio, il cui labbro scolorato si
assottigliava sotto l'impressione dell'ira repressa.
Il valzer era finito. Emilio traendosi seco Cesare venne ad appostarsi
a pochi passi dal Nori che stava discorrendo con Matilde e colla madre
di lei. Si mise a parlare vivamente col cugino, dando a quel suo
satanico sogghigno la più maligna espressione e fissando
instintivamente uno sguardo maligno del pari su Alberto Nori: questi
sentì quello sguardo pesare su di sè; si volse, vide i due e capì che
parlavano di lui; se ne avesse dubitato, ne lo avrebbe chiarito il suo
nome che udì pronunciato da Lograve. Turbato, offeso da quel contegno,
Alberto si congedò dalle signore Danzàno e venne accostandosi ai due
giovani. Emilio lo lasciò venire fino alla distanza di due passi, e
poi, quando già l'altro cominciava un saluto, girò sui tacchi e
s'allontanò guardando in aria.
--Lograve! chiamò vibratamente Alberto che sentì il sangue salirgli
alla faccia; ma Emilio non se ne diede per inteso, e continuò ad
allontanarsi. Non fece un movimento per corrergli dietro, ma si
trattenne e si volse a Cesare.
--Che cos'ha meco Lograve?
--Ma! che ne so io? rispose freddo freddo il fratello di Matilde.
--Sì, che lo deve sapere: ribattè con qualche risentimento Alberto,
perchè dianzi Lograve le parlava di me... Oh! l'ho ben visto... Che
cosa le diceva? Ho pure il diritto di saperlo.
--Io non so se lei abbia questo diritto: ma so bene che io non ho il
dovere di parlarne... e non dirò nulla.
--Ha ragione... Andrò a domandarlo a Lograve medesimo: e spero bene
che non avrà sempre il coraggio di sfuggire, come ha fatto adesso.
Si mise subito in cerca d'Emilio. I due rivali s'incontrarono in un
salottino appartato dove, mentre si danzava nel salone, rimasero soli.
--Tu hai parlato di me testè col signor Danzàno?
--Può darsi.
--E ne hai parlato in modo che quel giovane, il quale m'aveva sempre
trattato con molta cortesìa, ha cambiato meco aspetto e contegno.
--Credi?
La calma beffarda di Emilio accrebbe lo sdegno del Nori.
--Ho diritto di sapere che cosa hai detto di me!
--E io non ho nessun obbligo di dirtelo.
--Ti obbligherò io a parlare, disse fremendo Alberto al quale facevano
bollire il sangue la faccia canzonatoria, lo sguardo provocatore e
l'accento insolente di Emilio.
E questi, con un ghigno ancora più insultante:
--Obbligarmi?... Cospetto!... Vediamo un poco! Eri un prepotentone in
collegio e sei sempre tale e quale; ma allora avevi da fare con
ragazzi.
--E ora ho da fare con un vigliacco.
Emilio s'allontanò d'un passo e disse lentamente, con voce sommessa,
quasi soffocata, sibilante:
--Badate, signor Nori, che questo è un sanguinoso, gratuito oltraggio.
--È quello che vi meritate. Vile chi sparla di una persona dietro le
spalle e si rifiuta di ripeterle in faccia le sue accuse.
--Ho capito! disse Emilio, accrescendo ancora l'insolenza del suo
accento sarcastico. Questa è, come dicono i francesi, una _mauvaise
querelle_ che voi volete avere con me: ma io non mi lascierò
trascinare a vostro talento, e per evitare il pericolo che alla fine
il sangue freddo mi abbandoni, me ne vado.
E si mosse per partire.
Alberto lo trattenne, stringendogli vigorosamente il braccio.
--No, non partirete prima d'avermi dato soddisfazione.
--Signore! gridò vivamente Emilio, liberando con violenza il suo
braccio, osate mettermi le mani addosso!... È troppo!... La
soddisfazione che cercate sono pronto a darvela, ma non qui, non con
parole, se voi avrete il coraggio di domandarmela.
--Sì, ve la domando.
--Badate bene!... Sarete voi che l'avrete voluto. Io sono ancora
disposto a darvi passata, purchè mi lasciate tranquillo e dimostriate,
non fosse che con una parola, rincrescimento di quanto mi avete detto
e fatto...
--O impudente vigliacco!...
--Basta, signore!... Non più insulti. Sarà come volete. Aspetto i
vostri padrini, e di tutte le conseguenze avrete da dire _mea culpa_.
E ratto, senza che l'altro avesse più tempo a trattenerlo, Emilio
s'allontanò e sparì dal ballo.
Alberto, quando tornò in sala, aveva tuttora in viso un poco di
quell'espressione di sdegno che la scena con Lograve gli aveva
eccitato, e Matilde se ne accorse.
--Con chi l'ha, signor Nori? gli disse mezzo scherzosa, mezzo sul
serio, esaminandolo bene con que' suoi occhî lucenti come diamanti
sotto un raggio di sole. Qualcheduno l'ha fatta inquietare?
Il giovane rispianò subito la fronte, e seppe trovare un sorriso
affatto di buon umore.
--Punto, punto, rispose; cioè sì, l'ho con un certo nojoso, che per
discorrermi d'alcune sue bazzecole, m'ha fatto perdere una polka.
--Quel nojoso, se non isbaglio, è stato mio cugino.
--No, signorina.
--Mi è sembrato vederla parlare con lui e con mio fratello.
--Sì, poche parole... È stato un altro a trattenermi.
Matilde sentì rinforzarsi il concepito sospetto, cercò di Emilio, e
l'improvvisa di lui partenza l'inquietò maggiormente. Poco dopo anche
Alberto se n'andò. Matilde interrogò vivamente il fratello. Questi
negò bensì che fra Emilio e il Nori vi fosse stata contesa, ma la sua
negazione parve debole e poco persuasiva alla ragazza.
Il domattina, Cesare, ricevuto un biglietto di Emilio che lo pregava
di venire subito da lui, stava per recarsi alla chiamata, quando
Matilde lo sorprese colla mano sulla serratura dell'uscio di casa.
--Dove vai così di buon'ora e così sollecito?
Cesare, che non era abbastanza accorto per vedere il motivo di tacere
il vero, disse d'essere stato chiamato da Emilio.
Matilde se ne turbò.
--Ah! io l'avevo indovinato fin da jeri sera. Quel tristo d'Emilio
vuoi battersi col signor Nori.
Cesare disse quanto meglio seppe a persuadere la sorella che ciò non
era possibile, ma ogni sua parola rimase inutile.
--Senti, Cesare, disse Matilde con forza. Tu hai da impedire codesto
duello ad ogni costo... ad ogni costo, capisci... Ne faccio te
responsabile... Va, e torna presto a rassicurarmi.
--Cesare, disse Emilio al fratello di Matilde, appena l'ebbe veduto
entrare, quel bellimbusto del Nori mi ha sfidato, e ci battiamo questa
stessa mattina.
--Possibile! esclamò Cesare tutto turbato. Ah! Matilde ha visto
giusto.
--Ah ah! Che cosa t'ha detto tua sorella?
--Che si trattava di questo duello, e ch'io dovevo a ogni costo
impedirlo.
--Sì, proprio? esclamò col suo malvagio sogghigno Emilio. Convien
dunque dire che Matilde s'interessa vivamente, troppo vivamente, per
quel signore... Oh! me ne rincresce, perchè il duello oramai non v'è
modo d'evitarlo.
--Oh sì che ci sarà, disse con calore il buon Cesare; ci dev'essere.
Sento anch'io essere mio dovere d'impedirlo, questo duello... Tu ne
hai già avuti troppi, nessuno più di te può rinunziare ad uno scontro
senza scapitarne... Di questo duello poi non c'è una soda ragione.
Emilio l'interruppe bruscamente.
--La ragione c'è, e la so ben io... Non impacciartene dell'altro tu,
che per quello ch'io ti domando... Vorresti farmi da Mentore? Questo
duello ti dico io che è inevitabile... È stato lui, Alberto, quello
che l'ha voluto... Io ho fatto di tutto per esimermene; sono stato
rimessivo fin troppo; Nori ha persistito; mi ha mandato a sfidare,
stamattina son venuti i suoi padrini e fra un quarto d'ora torneranno
per intendersi definitivamente coi miei, dei quali tu sarai uno e B.
l'altro. Siamo già d'accordo che si finirà tutto di questa mattina
medesima. Posso io dare addietro? Mai più! Lo può egli, provocatore,
sfidatore ostinato, senza coprirsi di vergogna? Nemmen per ombra.
Dunque? E avresti cuore tu di abbandonarmi, di lasciarmi negli
impicci?... Hanno suonato. È certo l'altro mio padrino. Conto su voi
due. Saprete fare le mie parti a dovere.
Cesare, dominato dall'accento e dallo sguardo di Emilio, non osò più
contraddire, non osò più rifiutarsi.
Secondo le istruzioni date dallo sfidato ai suoi padrini, fu convenuto
che il duello avrebbe luogo fra due ore, alla pistola, dietro il campo
santo, i due avversarî alla distanza di venti passi, facendo fuoco
nello stesso tempo.
Quando i due avversarî si trovarono a fronte, Cesare non potè a meno
di essere colpito dalla differenza dei loro aspetti. Alberto Nori, un
po' pallido, ma franco e sorridente, guardava dritto innanzi a sè
cogli occhî levati; Emilio Lograve teneva un po' chino il capo e di
sotto la fronte lo sguardo velenoso guizzava a scatti sull'avversario
mentre sulle labbra gli si disegnava il sogghigno diabolico di un
malvagio che vuole compiere un maleficio e sa di riuscirvi. Il
fratello di Matilde fu assalito da una specie di rimorso; nel
consegnare l'arma ad Emilio, gli disse piano, ma con calda espressione
di preghiera:
--Tu lo risparmierai, non è vero?
L'altro sogghignò a suo modo.
--Vedrai come!... Lo colpirò al terzo bottone del soprabito.
Cesare volle insistere.
--Va, va al tuo posto, e non seccarmi.
Al cenno, i due colpi risuonarono insieme. Emilio stette fermo,
immobile, senza batter ciglio. Alberto portò la mano sinistra al petto
ed esclamò:
--Son ferito!
Si scosse come per fare un passo, vacillò, e perdendo di subito le
forze, lasciò cader l'arma che impugnava colla, destra, si accasciò e
si distese lungo per terra.
I quattro testimonî e il medico si precipitarono presso di lui; il
terzo bottone del soprabito a doppio petto era rotto e lì vicino un
bucherello lasciava uscire una goccia di sangue. Il ferito girò
intorno uno sguardo incerto, volle parlare, una lieve schiuma
sanguigna gli venne agli angoli della bocca, e svenne.
Emilio, senza muoversi dal suo posto, aveva incrociato le braccia e
stava aspettando.
Il medico aprì sollecito i panni del caduto, ne stracciò la camicia,
osservò la piaga, ne tastò coi suoi ferri la profondità, cercò la
palla, non la trovò, e volgendosi ai presenti, disse con malauguroso
scuoter del capo:
--La ferita è gravissima.
Mentre il medico faceva una fasciatura provvisoria, Cesare s'accostò
ad Emilio, e questi senza lasciarlo parlare gli disse subito:
--Hai visto? Al terzo bottone.
Cesare sentì uno sdegno, un orrore indicibile per quel cinico omicida.
--Tu l'hai assassinato, gli rispose con labbro fremente. Ora, che vuoi
tu ancora far qui? Vattene.
Emilio scosse la spalla sogghignando, gettò in terra la pistola che
teneva ancora in mano e si allontanò lentamente.
Cesare rientrò in casa con aspetto così turbato, che i genitori e la
sorella subito s'accorsero che qualche cosa di grave gli era
intravvenuto; e siccome era impossibile nascondere la verità, egli
narrò con ogni particolare l'avvenimento di quella mattina. Amarissimi
rimproveri glie ne fece Matilde, severissimi il padre e la madre.
Il signor Danzàno scrisse al figlioccio tali rampogne che gli levarono
affatto la volontà di presentarsi nella casa del padrino a sentirsele
ripetere in faccia.
Per tutta la città l'interessamento fu vivo pel ferito, rigorosa la
disapprovazione pel feritore.
Il fisco, trattandosi di un duello che fece tanto rumore, e di cui la
conseguenza era la vicina, temuta, pur troppo inevitabile morte di un
uomo, si trovò in debito di procedere con qualche premura.
Emilio, per togliersi alle seccature del processo e alla indignazione
della cittadinanza, di cui in quei primi giorni sentiva gravarsi
addosso il molesto peso, dato sesto ai suoi affari, provvistosi d'una
buona somma, senza dare un saluto a chicchessia, fuggì all'estero,
coll'animo di non rimpatriar più che a cose quiete e protetto
dall'oblìo che nella vita sociale, coll'ajuto del tempo, seppellisce
ogni cosa.