Erano già le tre del mattino, e i giuocatori, sempre più accaniti
intorno al tappeto verde, chiedevano nuovi mazzi di carte ai servitori
sonnacchiosi del _club_.
Uno di questi aprì l'uscio di quel salotto dall'afa soffocante,
s'inoltrò fino al tavolo dei giuocatori, e toccò discretamente sopra
la spalla un uomo di circa quarant'anni, che, anche da seduto,
appariva alto di statura, con un testone tanto fatto, irto di capelli
rossigni tagliati corti che parevano punte di lesina, con ispalle
grosse, rotonde, quasi gibbose.
Quest'uomo si voltò bruscamente e saettò chi l'aveva tocco di uno
sguardo irritato cogli occhî grigi, che, in mezzo a quel faccione,
apparivano piccolissimi, ma luccicavano d'un fuoco maligno.
--Che cosa c'è? domandò egli ruvidamente.
--Son venuti a cercare di lei da casa sua.
Quell'altro corrugò le grosse, fulve sopracciglia.
E senz'altro si voltò di nuovo al tappeto verde.
--Scusi, insistette il servo. Dice che è cosa di premura... Quella
donna vuole assolutamente parlarle.
--Donna!... È una donna?
--Sì, signore.
--Vecchia?
--Non più giovane.
--Piccola, tozza, rossa in viso?
--Appunto...
--E che cosa ha detto?
--Che aveva da parlarle, che premeva molto che la sentisse subito
subito.
Quell'uomo sbuffò contrariato e dispettoso, ma non esitò più; puntò le
manaccie villose sulla tavola e si alzò collo stento che avrebbe avuto
se la tenace pece lo avesse appiccicato alla seggiola.
--Te ne vai, Lograve? gli domandò uno dei giuocatori.
--Un momento. Conservatemi il posto... vengo subito.
Raccolse in fretta le poche monete che aveva innanzi a sè, le cacciò
in tasca, e col passo pesante seguì il servo in una camera attigua.
Là stava aspettando una donna quale era stata descritta dal
giuocatore. C'era in essa qualche cosa di sommesso e di impertinente,
di umile e di presuntuoso; l'aspetto d'una serva che fa da padrona.
Vestiva un abitaccio di cotone da pochi soldi al metro e per
difendersi dal freddo di quella notte invernale s'era avvolta in un
mantello impellicciato da mille lire: con un fazzoletto di lana s'era
coperto il capo, e ora, levatoselo in quel caldo ambiente, mostrava
una capigliatura abbondante, nera come ala di corvo, in cui correvano
già numerosi i fili d'argento. I pochi resti di una bellezza volgare,
contadinesca, sparivano sotto la pinguedine che le faceva enormi le
guancie e sotto una espulsione cutanea che glie le arrossava. Gli
occhî, neri come i capelli, avevano un'espressione audace, curiosa,
investigatrice, spiacente. La voce era forte, maschia; le labbra
sottili della bocca troppo grande scoprivano ad ogni momento i denti
bianchissimi e robusti.
Il collo grosso e corto aveva un giro di granate con un fermaglio
rotondo d'oro, grosso come il dito pollice; e le mani tozze, corte,
dalle unghie schiacciate, erano sovraccariche di anelli.
Appena vide entrare il signor Lograve, quella donna esclamò:
--Presto, presto, sor Lorenzo... Venga a casa... Sua moglie sta
malissimo.
--Peggio di quando sono uscito?
--Assai peggio.
--È lei che ti manda?
--Oh! no... La non può nemmen più parlare. E poi essa non oserebbe...
--È di tuo capo che t'è venuta la bella idea, di venirmi a
rintracciare fin qui?
--No, signore: è stato il medico.
--Il medico!... C'è il medico in casa mia a quest'ora?
--Sicuro. Jeri sera ha trovato che le cose s'incamminavano troppo male
e ha detto che se la malata peggiorava nella notte lo mandassimo a
chiamare. La monaca mi venne a svegliare verso l'una, che le pareva la
signora dovesse passare da un momento all'altro... Abbiamo mandato pel
dottore, il quale è stato sollecito a venire, e si è stupito molto
vedendo che il padrone di casa non c'era.
Lorenzo crollò le grosse spalle per significare che dello stupore del
medico non glie ne importava niente.
--Fra il dottore e la suora me ne hanno dette tante che mi sono decisa
a venire io stessa.
--Perchè voi?
--Perchè nè il servo nè il portinajo conoscendo il bell'umoretto di
vossignoria hanno osato prendersi l'incarico.
Una fiamma salì alle guancie di Lorenzo che serrò i pugni e fece
all'aria un gesto minaccioso.
--Sciocchi! imbecilli! poltroni! esclamò. Sono io il diavolo forse?...
Ebbene, ora che siete venuta, Marianna, riprenderete la vostra strada
e tornerete a casa!
--E voi? domandò la donna guardandolo fissamente negli occhî.
--Io?... io farò come mi piace.
--Ah! Lorenzo! disse la Marianna con una nuova famigliarità. Pensa
bene! Tua moglie muore!
«Che cosa dirà la gente, se tu non sarai al suo capezzale, se ti si
saprà in quel momento a giuocare in una biscazza?
Il passaggio al _voi_ e poi al _tu_ spiacque evidentemente al Lograve,
il quale si guardò ratto d'intorno, pauroso che alcuno potesse aver
udito: ma erano soli. L'uomo dissimulò il suo malcontento, e rispose
facendo correre qua e là lo sguardo de' suoi occhietti inquieti:
--A me importa di quel che dirà la gente!... Ma pure verrò.
--Subito?
--Sì.
--Con me?
--No, sarebbe villanìa partire senza una parola ai compagni.
D'altronde ho qualche impegno... Va, va pure; fra dieci minuti sarò a
casa.
--Sicuro?
--Sicurissimo.
--Non mancate.
--No.
--E presto...
--Ho già detto di sì, interruppe l'uomo con brusca impazienza.
Marianna si ricoprì il capo col fazzoletto, si serrò intorno la
persona il mantello che aveva slacciato e lasciato cascare alquanto
dalle spalle, e partì senz'altro saluto.
Lorenzo rientrò nella stanza del giuoco.
--T'abbiamo conservato il posto; gli dissero i giuocatori additandogli
vuota la seggiola che aveva lasciata poc'anzi.
--Bene!... grazie! rispose Lorenzo sedendosi. Un taglio e me ne
vado... tanto da perdere ancora questi pochi che mi sono rimasti.
E ripose sul tappeto quella manciata di monete che aveva intascate
levandosi di là. Seguitò a perdere; giuocò su parola; erano le sette
del mattino quando il giuoco cessò e Lorenzo Lograve si alzò da quel
tavolo con la perdita delle duemila lire che si era portate in tasca e
di altre cinquemila da pagarsi. Camminò lentamente, quantunque l'aria
frizzante di quel mattino invernale consigliasse ad affrettare il
passo. Aprì l'uscio di casa colla chiave ed entrò. Tutto era bujo e
silenzio. Senza accendere il lume attraversò la stanza d'ingresso,
un'antisala, un salotto e chetamente venne ad affacciarsi all'uscio di
una camera da letto. Le grandi cortine cascavano tutt'intorno al letto
e lo chiudevano alla vista; appiedi era stato posto un tavolino con
elegante tappeto e sopravi un crocifisso fra due candele accese.
Nessuno fiatava, nulla si muoveva; il luogo parve affatto deserto a
Lorenzo che fece alcuni passi innanzi. Allora egli vide alzarsi
dall'inginocchiatojo a destra una donna tutta vestita di nero che
stava pregando. Era la monaca vegliatrice.
--Ebbene? domandò Lorenzo con voce bassa e quasi esitante.
La monaca lo guardò bene in faccia e gli rispose freddamente:
--È morta!