Quindici giorni dopo, infatti, il segretario dell'amministrazione del
Circo dei tori di Siviglia, dovendo mandare a Fermina la chiave del
trentesimo palco _del lado de la sombra_ (della parte dell'ombra),
indirizzava la lettera: — _A doña Fermina Menendez_; — ed essendo
quella la prima lettera ch'essa riceveva col titolo di _doña_ e
col proprio nome legato a quello del suo amante, baciò tre volte
la busta e la mise in serbo come una cosa preziosa. Qualunque altra
Sivigliana, però, avrebbe in quel giorno baciato invece della busta
la chiave, poichè per il felicissimo arrivo di Sua Maestà la Regina
Isabella, la quale per la prima volta si faceva vedere a Siviglia
colla corona, l'Impresario del Circo aveva preparato uno spettacolo
unico nei fasti del _toreo_ andaluso; e basti il dire che la prima
spada si chiamava il _Tato_, e che si sarebbero slanciati nell'arena
otto tori, comprati a peso di dobloni novi, _doblones de Isabel_, nei
pascoli dell'eccellentissimo marchese di Veragua, primo allevatore
della Spagna. Per questo, sebbene lo spettacolo cominciasse alle due
pomeridiane, la _plaza_ era già quasi piena a mezzogiorno, e al tocco
non ci si poteva più entrare. Era una delle più belle giornate che
si possan vedere a Siviglia nel mese di settembre. Il vasto Circo
poligonale presentava sulle sue trenta gradinate una meravigliosa
confusione di visi bruni, di treccie nere, di ventagli agitati e di
mani per aria; vi brillava il fiore della bellezza del sobborgo di
Triana, v'erano le più famose danzatrici delle _escuelas de baile_,
centinaia d'operaie della fabbrica dei tabacchi colle sottane bianche
o rosee, gruppi di gitane con mazzetti nei capelli e sul seno, i più
belli e più terribili schermitori di coltello della provincia, coi loro
cappellotti di velluto nero e loro cinture rosse ed azzurre; tutto il
più ardente sangue andaluso che circolava in quel tempo dal Campo della
fiera alla porta di San Juan e dalla Cartuja alla Trinidad; un'immensa
raccolta d'amori, di gelosie, di capricci, di gioie, di miserie, un
incrociarsi rapidissimo e continuo d'apostrofi clamorose e di occhiate
furtive, di fiori e di risa, di parole galanti e d'aranci: tutto ciò
rallegrato da una musica strepitosa e saettato da un sole ardente. Alle
due precise, gli _alguaciles_ entrarono nell'arena per far sgombrare la
folla, e nello stesso momento, da due lati contigui del Circo, cento
visi si voltarono quasi tutti insieme verso un punto solo e al gridío
generale seguì improvvisamente un profondo silenzio. Fermina, vestita
di bianco, con un gran mazzo di fiori fra le mani, col viso splendido
d'una letizia dignitosa e severa come la sua bellezza, era comparsa nel
suo palco, insieme con Menendez, pallido e sorridente, in mezzo a una
corona d'amici. Al primo silenzio, seguì dopo pochi momenti un lungo
mormorío favorevole, quasi amoroso e altri mille sguardi si fissarono
sui due sposi. Tutta Siviglia sapeva quello ch'era accaduto. A un
tratto, una gitana seduta sul primo gradino sotto il palco, balzò in
piedi, si levò una rosa dai capelli e buttandola a Fermina, gridò: —
_A ti, doña Fermina Menendez, y Dios te dé la buena suerte!_ — Subito
dopo un'altra ragazza buttò un mazzetto a Menendez e gridò: — _A ti,
don Luis Menendez_, cuor valoroso! — L'esempio fu rapidamente imitato:
da tutti i gradini vicini al palco cominciarono a piovere fiori sugli
sposi, accompagnati da un gridío appassionato e festoso: — A te, bella
creatura! — A te, sangue di prode! — A voi, la più bella coppia di
Siviglia! — Amatevi! — Buona fortuna! — Molti giorni come questi! — Dio
vi protegga! — In pochi minuti la notizia e l'entusiasmo si propagarono
per quasi tutto il Circo, e da ogni parte si buttarono fiori, si
agitarono fazzoletti e mantiglie, si mandarono evviva e saluti; tanto
che Fermina, sopraffatta dalla commozione, lasciò cader la testa sulla
spalla di Menendez, e la Regina Isabella, che aveva già preso posto nel
palco reale con tutto il suo corteggio, si voltò a domandare al giovane
generale Serrano chi fossero i due personaggi che mettevano sottosopra
i suoi sudditi. Il _general bonito_, il bel generale, come si chiamava
allora il futuro vincitore d'Alcolea, si fece innanzi rispettosamente,
e disse col tuono più dolce della sua voce: — Sono due sposi, Maestà.
La sposa è la più bella giovane di Siviglia, e lo sposo è un giovane
che ha fatto onore al sangue andaluso. In un accesso di gelosia, avendo
offeso mortalmente la sua fidanzata con un cartello infamante, e non
essendo riuscito in altro modo a farsi perdonare e riamare, ottenne
l'una e l'altra cosa presentandole una cassettina nella quale c'era
la penna fatta in due pezzi, che aveva scritto il cartello; sotto la
penna, un foglio di carta con su scritto col sangue: — _Espiazione_, e
sotto il foglio di carta la sua mano destra....
Mentre la Regina appuntava il cannocchiale verso gli sposi, le trombe
squillarono, la folla gettò un altissimo grido, e il primo toro
dell'eccellentissimo signor marchese di Veragua si slanciò muggendo in
mezzo all'arena.