GLI È BALZATA LA PALLA SUL GUANTO.

TROVARE UNA BELLA VIGNA. — Trovare facile e pronto utile (o piacere)

in alcuna cosa.

SUCCHIELLARE UNA BELLA CARTA. — Essere in procinto di avere una

qualche buona ventura. Ecc., ecc.

*

* *

Per citare un altro esempio, c'è intorno al _parlare_ un gran numero

di vocaboli e di modi efficacissimi, per la più parte lepidi, e molti

comuni ai vari dialetti d'Italia, e per questa ragione, ossia per

paura, non usati da chi vuol parlare e scrivere un italiano castissimo.

Stiantar bombe (il _craquer_ dei francesi). — Stiantar bugie. —

Stiantar spropositi. — Piantar carote. — Sballar favole. — Sfrottolare.

— Dire delle sballonate. — Dire delle papere. — Dire dei farfalloni.

— Fare delle sparate. — Dirne di quelle che non hanno nè babbo nè

mamma (strafalcioni madornali); ciò che scrisse il povero Guerrazzi,

poco prima di morire, parlando della sua ultima opera, _Il secolo che

muore_.

Graziosissima l'espressione: — _Dare una calcatella_, per rifiorire o

esagerare una cosa detta da altri.

DIRE UNA COSA DI RITORNO, DI RIPICCO, DI RINTOPPO, DI RIMBECCO. —

Dire una cosa fuori dei denti. — Dire a uno una fitta d'ingiurie,

una carta di villanie, una sfuriata d'impertinenze. — Fare una

parrucca a uno, fargli una lavata di testa, un lavacapo, una

risciacquata, una ripassata, una sbarbazzata. — Cantargli il

vespro, cantargli la zolfa. — Trinciargli la giubba addosso,

tagliargli le calze, lavarsene la bocca (per dirne male). — Dire,

vomitare ira di Dio.

RIPAPPARSI UNO (per garrirlo acerbamente). Es.: _Nebbia, in presenza

della gente, tratta suo marito coi guanti, ma in casa poi bisogna

vedere come se lo ripappa._

RIMPOLPETTARE. — Lo spiega l'esempio: _Non è padrona di aprir bocca

quella povera donna che bisogna vedere come la rimpolpettano._

RIMBRONTOLARE (efficacissimo). — Rammentare spesso ad altri un

beneficio o un favore fattogli. Es.: _Tizio mi regalò una

volta cinquanta lire, è vero; ma non passa giorno che non me le

rimbrontoli._

RIFISCHIARE. — _Si cacciò in quell'adunanza il P., e poi andò a

rifischiare ogni cosa al prefetto._ Quanto più efficace che il

solito _riferire_ e _riportare_ che si può dire in cento sensi!

SPETTEGOLARE. — Chiaccherar molto e senza proposito. — Es.: _Dopo

essere stata là un'ora a spettegolare se ne andò._ — _Già io ti

dico tutto in segreto, e poi tu vai a spettegolare ogni cosa in

casa delle vicine._

TIRAR SAGRATI, TIRAR MOCCOLI, ATTACCAR MOCCOLI, TIRAR GIÙ TUTTI I

SANTI, ATTACCARLA A DIO E AL SANTI.

PARLARE COLLA BOCCA PICCINA (graziosissimo). — Per parlare

timidamente. Es.: _Cogl'inferiori fa il prepotente; ma coi

superiori parla colla bocca piccina._

STILLARE, PIOMBARE LE PAROLE, — per parlare lentamente, a stento.

SPICCICARE LE PAROLE. — Spiccarle. Si dice: _Non spiccica nulla, non

spiccica parola_, di chi volendo parlare, non gli vien fatto.

DISCORRERE FITTO O FITTO FITTO. — Presto e senza interruzione.

SFILAR LA CORONA. — Dir tutto senza riguardo.

SPIPPOLARE. — _Spappolarla_, per es., _tale e quale_. — Chiaro.

FATICARE, per es., una filza di paternostri, ciò che si esprime

anche al verbo _Spaternostrare_, _Scoronciare_, ecc.

GONFIAR GLI ORECCHI A UNO. — Dirgli cose che non gli piacciono.

DARE SPAGO A UNO. — Fingere di secondarlo per farlo parlare e

svelare l'animo suo.

MENARE A SPASSO UNO. — Aggirarlo con parole.

INFILARE GLI AGHI AL BUIO. — Parlare di ciò che non si conosce.

ALLUNGARE LA TELA. — Per allungare il discorso. Es.: _Per cinque

minuti lo stetti a sentire, ma poi, vedendo che allungava la

tela, gli voltai le spalle._

DARE UN TASTO. — Toccare un motto di qualche cosa. Es.: _Se vedo il

prefetto, così alla larga gli voglio dare un tasto sulla faccenda

degli arresti di domenica._

FARSI DA ALTO. — Per cominciare a parlare d'una cosa dal primissimo

principio o alla lontana.

FARLA CASCAR D'ALTO. — Dare con parole a una cosa un'importanza

maggiore di quella che ha, volerla far parere più bella, più

difficile, ecc., di quello che è.

INTONARLA TROPPO ALTA. — Si dice di chi comincia a parlare con un

tuono che non può e non deve poi mantenere.

TIRARE A TRAVERSO. — Si dice di chi, disputando con noi, vuol

torcere a cattivo senso le nostre parole, o sposta astutamente la

quistione dai suoi veri termini.

PARLARE PER COMPRARE. — (Chiaro).

ABBREVIARE IL TESTO. — Farla corta.

FARE UN DISCORSO CORTO. — Modo usatissimo in Toscana, quando nel

contrattare una cosa si vuol far subito la proposta ultima e

difinitiva. Es.: _S'ha a fare un discorso corto: la m'ha a dar

tanto_, ecc. Si usa anche per venire a una risoluzione contro

qualcuno: _Oh sai? s'ha a fare un discorso corto: tu t'hai a

levar di qui._

MOZZIAMOLA! — Lasciamola lì, tronchiamo questo discorso. Gli

Spagnuoli dicono graziosamente: — _Doblémos la hoja_ — pieghiamo

la pagina.

LEVAR LE REPLICHE. — Lo spiega l'esempio: _Gli fece una di quelle

filippiche che levano le repliche._

RIMANERE IN SECCO. — Si dice di quando a un tratto, a chi parla o

scrive, mancano le parole o i concetti.

RIMANERE COLLA PAROLA IN ARIA. — (È chiaro). In senso affine intesi

dire a un contadino toscano: _Per quanto si sforzasse a parlare,

le parole gli rimanevano attaccate giù per la gola._

AGGIUSTARE LE PAROLE IN BOCCA A UNO. — Insegnargli ciò che deve

dire.

FAR PEDUCCIO A UNO. — Aiutarlo colle parole, dicendo il medesimo che

ha detto lui, facendo buone e fortificando le sue ragioni.

PISSI PISSI, PISPILLORIA. — Strepito di voci che fanno molti

uccelli, anche applicabile a voci umane, specialmente per

indicare chiacchericcio, cicaleccio di donne. — Es.: _Ogni tanto

la Gigia lo piantava per andare a fare un pissi pissi di mezz'ora

colle sue amiche._

PISSIPISSARE. — Bisbigliare, far pissi pissi.

RIBOBOLARE. — V. att. Ribobolare, per es., un bel pensiero, ossia

nasconderlo con riboboli. — _Il P. è un buon prosatore; ma per

quel maledetto suo vezzo di far vedere che sa scrivere, un bel

pensiero te lo ribobola in modo che non si capisce più._

PARLARE COLLE SESTE. — Con cautela. Parlare colle seste in bocca,

disse il Giusti, per parlare con ripicchiata eleganza.

TIRAR SU LE CALZE A UNO. — Cavargli di bocca, con arte, un segreto,

ecc., ecc.

A proposito di questo e d'altri modi dello stesso genere, occorre

fare un'osservazione; ed è che son modi vivi, efficaci, usatissimi

e usabilissimi; ma che sono volgari, e che perciò si debbono usare

parcamente, e solo quando il soggetto del discorso lo concede. Molti

non la intendono così. Per costoro tutto quello che è toscano è

dicibile e scrivibile a qualunque proposito. Moltissimi anzi non

fanno propriamente consistere lo scriver toscano, secondo l'idea

del Manzoni, che in una certa sfacciataggine di lingua, in un certo

sprezzo del galateo filologico, nello scrivere, insomma, una lettera

a una signora tale e quale come una lettera a un fattore; un discorso

accademico tale e quale come un aneddoto carnovalesco. Sono costoro

che, da qualche anno in qua, empiono romanzi, novelle, articoli, ecc.,

di modi come _cascar l'asino_, _levar le gambe_, _tirar su le calze_,

_tagliar le calze_, _essere agli sgoccioli_, _uscir per il rotto della

cuffia_, ecc., ecc., i quali modi se danno efficacia e sapor comico

al linguaggio quando sono adoperati a tempo e luogo, gli tolgono,

adoperati a casaccio, ogni dignità, ogni gentilezza, ogni grazia. Ed

anche a rischio di farmi dare sulle dita voglio dire che lo stesso

Giuseppe Giusti ha qualche volta peccato da questo lato. Poichè, per

esempio, quando scrivendo a una signora dice in un solo periodo che

«scegliere per un congresso una città piccola come Lucca _è un voler

metter l'asino a cavallo_: ma che i Lucchesi ne leveranno le gambe

meglio che non si crede; che il duca se l'è battuta perchè _gli bolle

a mala pena la pentola per sè e per i suoi_, ecc.,» io sento, non

in ciascuna di queste maniere di dire per sè medesima, ma nella loro

frequenza, nel tuono che danno al discorso, qualche cosa che non mi

piace. Il Manzoni stesso, che in fatto di lingua è così delicatamente

guardingo, nell'usare frasi e vocaboli toscani ha qualche volta mancato

a questo riserbo, e io credo che anche i suoi più ardenti ammiratori,

fra i quali mi vergognerei di non essere in prima riga, cancellerebbero

volentieri in qualche sua pagina le parole _porcheria, me ne impipo_,

ecc., scritte da lui in omaggio all'uso toscano. Ora a me par giusto

che si segua il Manzoni nel preferire un idiotismo a una pedanteria; ma

mi par di vedere che molti toscaneggianti dell'Italia settentrionale

vadano troppo in là. Ammetto, per esempio, che in molti casi, e in

specie nel dialogo, si possa o debba dir _cosa_ invece di _che cosa_ o

_che_; ma che un professore di letteratura italiana, come fanno molti,

faccia perpetuamente scrivere dai suoi scolari _cosa_ in vece di _che_

o _che cosa_, non mi va. Capisco che piuttosto di scontorcere una frase

e qualche volta tutto un periodo, si scriva _gli_ invece di _loro_;

ma non m'entra che, per seguire l'uso toscano, invece di _vidi Maria

e le dissi_, si debba scrivere _vidi Maria e gli dissi_. Così pure il

dire eternamente _lui_ per _egli_, _lei_ per _essa_, _loro per essi_,

anche quando nè il suono nè la naturalezza lo richiedono, il che è

anche contrario all'uso della Toscana, dove _egli_, _essa_, _essi_ non

sono punto parole scomparse dal vocabolario parlato. Non bisogna, mi

pare, cadere nell'eccesso nè da una parte nè dall'altra. Che si metta

al bando la prosa aristocratica, la lingua ripicchiata, l'affettazione,

la pedanteria, sta bene. Ma che per non scrivere come un accademico

si parli come un mercatino; che per non star soggetti alla tirannia

grammaticale del _che cosa_ e dell'_egli_, si crei un'altra tirannia

del _lui_ e del _cosa_, che, in una parola, dopo aver smessa la

parrucca, si voglia anche levarsi la camicia, non mi pare nè bello, nè

ragionevole.

*

* *

Veda chi vuol spigolare nel vocabolario, seguendo il modo che ho

indicato, quante parole e modi e paragoni e immagini si possono

raccogliere intorno al soggetto _Ritratti_, solo dal piccolo

vocabolario del Fanfani; e come lo studiare la lingua in questa

maniera, benchè paia seccante a primo aspetto, possa riuscire

dilettevole.

_Un uomo magro assaettato — secco allampanato — secco arrabbiato —

secco arrovellato — secco spento — secco come un uscio — secco come un

osso — trito in canna — ridotto sulle cigne — ridotto in un gomitolo

— ridotto un fuscello — ridotto che pare un filo — che ha fatto un

gran calo — che par fatto di calza sfatta — che pare la morte secca

— che regge l'anima coi denti — che si vede e non si vede — che si

piglierebbe col cucchiaio — verde come un ramarro — giallo come un

rigógolo — una mostra d'uomo — una carcassa — un cerotto — un ragazzo

stentino — una cosa stentata — un coso stento stento — un viso di dolor

di corpo — uno sbiobbo — uno scricciolo — un vecchio scaracchione,

ecc._

_Un giovane di buon nerbo — un uomo di buon osso — uno stiattone —

un trippone — un gonfione — grasso bracato — che non capisce nella

pelle — con una faccia di mascheron di fontana — con un naso che gli

rifiglia il vino bevuto — un vecchio rimprosciuttito, che va via come

un frullino, che ha rimesso un tallo sul vecchio, ecc._

_Una zitella spersonita — ristecchita — vizza — passa rinfichita —

rinfichisecchita — con un viso rinfrignato — cogli occhi cerpellini

— con due gran calamai — con certe piazzate in testa (radure di

capelli) che si può dir quasi pelata — una vecchia squarquoia — un vero

reciticcio — un vero crostino — e perchè non ha dote, un crostino senza

burro — una ricetta da lussuria, come si dice di persona che non solo

non mette, ma scaccia le tentazioni. — ecc._

_Una ragazza tanto fatta — una bambolona — una meggiona — una mastiona

— un bel fusto, un bel tocco, una bell'asta di donna — un bel pezzo

di marcantonia — un bel pezzo da ottanta — fatta colle forme — pulita

come un dado — sana come una lasca — soda come una pina — una donnina

minutina — gentilina — una cosolina — un pepino — una bazzina — un viso

di solletico — che ha un'ideina di buona — che ha un'ideina che piace

— che è l'idea della grazia — che è una gentilezza — a cui ridon prima

gli occhi che la bocca, ecc._

_Un uomo a sghimbescio, a scatti, a folate, — un uomo scontroso,

muffoso — una testa secca — una testa volante — un cervello

svolazzatoio — un vecchio cascatoio — un vecchio cucco, ecc._

_Un uomo grosso di pasta — tondo di pelo — che ha un po' dello scemo

— che ha l'ottavo dono dello Spirito Santo — che non ha di quel che

si frigge — che serve di copertina a un altro — una lanterna senza

moccolo, ecc._

_Una lamaccia, un malanno — un uomo che odora di birba — un'anima

bigia — un uomo di scarpe grosse e di cervello sottile — un uomo

che ha l'arco lungo — un uomo che ha l'osso del poltrone, l'osso del

vile, l'osso del furfante — che ha il miele sulle labbra e il rasoio

a cintola — un uomo di bassa estrazione — un terremoto — bravo come un

lampo — bugiardo come un gallo — ecc._

_Un dabbenaccio — un galantominone — una coppa d'oro — un uomo di

stocco — un uomo a tutta tempera — un uomo rotto al mondo — un uomo

tagliato al dosso di tutti — un uomo attaccaticcio — un uomo di

ricapito — uomo dei suoi piaceri, dei suoi comodi — un uomo tutto Gesù

e Madonna — un mammamia — un santificetur — un sacco di disdette, ecc._

Tutta questa è lingua viva e fresca, che quando s'abbia in mente, vien

opportunissima sulle labbra e sulla punta della penna ad ogni momento;

eppure si può dire che per l'Italia settentrionale è quasi tutta

lettera morta; e nasce appunto dalla mancanza di tutta questa lingua,

il difetto di varietà e di lepore che si lamenta nello scrivere, e

principalmente nel parlare italiano degli italiani settentrionali.

*

* *

Da un tempo in qua, in molte famiglie dell'alta Italia s'insegna

a parlare italiano ai bambini. È ottima cosa, se i parenti sono in

grado d'insegnar bene, o se badano almeno a correggere gli errori

di cui s'accorgono; ma è cosa pessima se non sanno insegnare o non

hanno voglia di correggere; il qual caso è frequentissimo. Occorre

infatti ogni momento di sentir ragazzi di sette od otto anni, ed anco

di dieci o di dodici, parlare con una meravigliosa disinvoltura un

italiano scellerato al segno da far desiderare che parlino invece il

loro dialetto. E non è da credere che a poco a poco si correggano poi

da sè stessi. Gli strafalcioni, le frasi viziose, i modi barbari e un

gran numero di piccole improprietà di linguaggio che s'appiccicano

alla lingua in quella prima età, difficilmente si perdono avanzando

negli anni, fuorchè dai pochissimi che si dedicano particolarmente

alle lettere; perchè coll'età cresce a mano a mano l'amor proprio, la

pretensione, il timore, in chi potrebbe correggere, che la correzione

venga presa in mala parte; e così accade che i giovanetti di quindici

o di sedici anni parlano poco meno barbaramente di quelli di otto o di

dieci.

Ecco, per esempio, un saggio dell'Italiano che si parla generalmente

nell'Italia settentrionale, non solo dai bambini, ma anco dagli adulti:

«Ho veduto Tizio, e _ci_ dissi che _alla sera_, in casa, noi

giuochiamo, e che _saressimo_ contenti che non ci mancasse nè _egli_,

nè suo fratello. _Ci_ dissi che i libri che m'aveva imprestati mi

_hanno piaciuto_, e gliene _chiamai_ degli altri, particolarmente

quello dell'X, stampato _del_ 1873, che è il romanzo _il_ più bello

che si possa immaginare. Lo ebbi, se non _mi sbaglio_, tre anni fa, lo

lessi d'un fiato, ed _ho ritornato_ a leggerlo, ecc.»

E non c'è che dire, si sentono buttar giù questi spropositi anche da

persone coltissime, le quali arrossiscono quando, per caso, si lasciano

sfuggire errori assai meno gravi nel parlare francese.

Ma tornando ai bambini, ecco alcuni vocaboli e modi, che si riferiscono

a loro, e che sono una prova di più del gran giovamento che si può

ricavare dallo spoglio del vocabolario; facendo il quale si finisce col

trovarsi fra le mani un altro vocabolario bell'e fatto, che colma quasi

tutte le lacune della nostra mente.

GIOCARE A TAMBURELLO. — Tamburello è quel piccolo cerchio, nel quale

è imbulettata una pelle ben tirata, e che serve per giuocare alla

palla.

GIOCARE A RIMPIATTINO, A RIMPIATTARELLI. — Gioco nel quale uno si

rimpiatta e gli altri debbon trovarlo.

GIOCARE A RIPIGLINO. — Gioco così detto dal ripigliar col dorso

della mano i noccioli o piccole monete che si sono tirate

all'aria. È pure un altro gioco che si fa in due, avvolgendosi

nelle mani del filo, e ripigliandolo l'un dall'altro in varie

figure.

GIOCARE A GUANCIALE D'ORO. — Gioco in cui uno posa il capo in

grembo all'altro che siede, e questi gli chiude gli occhi in modo

che non possa vedere chi sia colui che lo percosse in una mano

ch'egli tiene dietro sopra le reni, dovendolo egli indovinare.

GIOCARE A SCALDAMANE. — Gioco che si fa accordandosi in più a porre

le mani a vicenda l'una sopra l'altra, posata la prima sopra un

piano, e traendo poi quella di sotto, ecc.

GIOCARE A TOCCAPOMA. — Gioco in cui alcuni ragazzi si pongono

appoggiati o a cantonate o ad alberi che siano attorno, e uno

di essi resta nel mezzo. Quegli che sono agli alberi o cantonate

cercano di mutar posto senza lasciarsi pigliare da colui che è in

mezzo a quest'effetto, ecc.

GIOCARE A SCARICABARILI. — Gioco che si fa da due soli, i quali si

volgono le spalle l'un l'altro, e intricate scambievolmente le

braccia, s'alzano a vicenda.

GIOCAR DI PEDINA. — Premersi coi piedi sotto la tavola.

GIOCARE A NOCINO. — Gioco nel quale si fanno alcune castelline di

noci, quanti sono i giocatori, e ciascuno tira verso quelle con

una noce che si chiama bocco. Quante castelline butta giù il

tiratore, tante ne vince.

FARE ALLE COMARUCCIE. — Gioco che si fa con un fantoccio, fingendo

che una delle bambine l'abbia messo al mondo; la quale bambina

riceve le visite, e fa le altre cerimonie delle puerpere.

FARE A PAPPACECI. — Gioco dei fanciulli quando tirano fichi od altro

all'aria e li ricevono colla bocca.

FARE A GINOCCHINO. — Dicesi di due che essendo accanto si urtano

l'un l'altro col ginocchio. Questo modo però, come l'altro

_giocar di pedina_, si usa di preferenza parlandosi d'un uomo e

d'una donna.

FARE LE TENEBRE. — Il battere che suol farsi con mazze sulle panche

delle chiese per gli uffici della settimana santa.

FARE LE BIZZE, FARE LE FURIE. — Si dice dei ragazzi, ed è chiaro.

FAR GREPPO. — Quel raggrinzare la bocca che fanno i bambini quando

vogliono cominciare a piangere.

SBATACCHIARSI. — Si dice (oltre che per atti di dolore disperato)

dei bambini quando fanno le furie.

SMOCCICARE. — Mandar fuora i mocci; il che fanno spesso i bambini

quando piangono. Al qual proposito è da notarsi il modo: _Tirar

su_, che dicesi dell'aspirare fortemente col naso per impedire

che colino i mocci; onde il motto che suol dirsi ai bambini

quando lo fanno: _Tira su e serba a Pasqua._

AVER LA LUCIA. — Lo dicono in Firenze ai bambini quando la sera, dal

sonno, non possono tenere gli occhi aperti.

FARE I LUCCICONI. — Si dicono lucciconi quelle grosse lagrime che

ci cadono dagli occhi per qualche improvvisa cagione di dolore,

e che quasi si vorrebbero celare.

FARE LE COCCHE. — Battere una mano aperta sull'altra serrata per

segno di beffa.

FARE UN MANICHETTO. — Si dice di mettere una mano nella snodatura

dell'altro braccio piegandolo all'insù, che è atto di sdegno e

d'ingiuria.

DARE IL CONGONE. — Atto di scherno che si fa battendo i pugni

chiusi, o coi polpastrelli delle dita raccolti insieme, le gote

gonfiate a questo fine.

DARE UN LECCHINO. — Lo dicono i ragazzi per quell'atto di dispregio,

che si fa mettendosi un dito in bocca, e poi, così bagnato di

saliva, battendolo sul viso dell'altro.

FARE IL LINGUINO. — Mostrare la punta della lingua tenendola stretta

fra le labbra; atto che ha differenti significati secondo che è

fatto da bambini o da adulti.

SONARE LA FURFANTINA. — La furfantina è un concerto di fischi,

urli e varii suoni fatti con la bocca, che si fa dai ragazzi per

ischerno d'alcuno.

FARE LA SASSAIUOLA. — Sassaiuola, battaglia coi sassi, e il

trarre più persone dei sassi contro alcuno. Es.: _Quei

maledetti ragazzi, appena lo videro, gli cominciarono a fare la

sassaiuola._

MARINARE LA SCUOLA. — Non andarvi.

BUCARE LA SCUOLA. — Sottrarsi con accortezza al dovere d'andarvi.

BATTERE LE GAZZETTE. — Avere gran freddo.

PORTARE A CAVALLUCCIO. — Portare altrui sulle spalle con una gamba

di qua e una di là del collo.

PORTARE A PREDELLINO. — Si dice quando due, intrecciate fra loro le

mani, portano un terzo che ci si mette su a sedere.

PORTARE A BARELLA. — Dicono i fanciulli del prender uno per le

braccia e per le gambe e così portarlo da luogo a luogo.

SCENDERE A SCORTICACULO. — Scendere strascinandosi sul deretano.

ALZARE DI SOPPESO UN BAMBINO. — Alzarlo con la sola forza delle

braccia.

FARE GAMBETTA. — Attraversare un piede tra le gambe d'un altro

mentre cammina o s'agita, per farlo cadere.

DORMIRE A GOMITELLO. — Dormire stando a sedere dinanzi a un tavolino

col capo appoggiato sul gomito.

FARE IL PIZZICORINO. — Fare il sollecito.

PRENDERE PER IL GANASCINO. — Stringere la gota tra l'indice e il

medio piegato indietro.

DARE I MONNINI (concettini). — Si dice di chi parlando con alcuno

lo mette al punto di dir parola che rimi con un'altra da dover

a quel tale dispiacere: come chi disse a quel chierico: — _Non

fu mai gelatina senza_.... e qui si fermò; e il chierico subito

disse, per mostrar che sapeva la sentenza: _senza alloro_: e

l'altro ribattè: — _Voi siete il maggior bue che vada in coro._

FARE IL GROPPO O METTERE IL TETTO. — Si dice di un ragazzo che ha

finito di crescere; del quale suol dirsi pure con dispetto: _non

cresce nè crepa_.

FIGLIUOL DI GRAZIA, FIGLIUOL DI VEZZI. — Si dice il bambino

prediletto della famiglia.

TROTTOLINO. — Dicesi di bambino che va a piccoli e presti passi.

GNAULINO. — Dicesi per scherzo d'un bambino piccolo. Es.: _Ha un par

di gnaulini che non le danno un momento di bene._ Da _gnaulare_

(miagolare), che si dice pure del piangere dei bambini.

_Frignare_ significa piangere interrottamente sforzandosi di

rattenersi.

UN SACCHETTINO DI VIZII. — (Chiaro).

MALESTRO. — Parola di cui tutte le madri hanno bisogno, alla

quale sostituiscono malamente _monelleria_, _scappatella_, ecc.

_Malestro_ si dice qualunque danno facciano per casa i ragazzi,

come romper piatti, bicchieri e simili. Es.: _Ragazzi, badate di

non far malestri._ (F.)

NINNARE. — Canterellare per fare addormentare i bambini cullandoli.

Dice il Giusti:

E lo accostava, al seno e lo ninnava

Con baci e baci come fosse suo.

SPOPPARE. — Levar la poppa ai bambini, disusarli dal latte; onde si

dice _bambino spoppato_, _ecc._

A proposito del linguaggio dei bambini, occorre un'osservazione

sull'uso che si fa dei diminutivi in Toscana. È opinione di molti che

se ne faccia un uso eccessivo, per il che suol dirsi che i Toscani

parlano un italiano fiacco e sdolcinato. Nulla di più falso, a mio

parere, perchè rarissimamente, in Toscana, si sente usare un diminutivo

che non sia giustificato dalla modificazione ch'esso porta al senso

della cosa espressa. È superfluo notare la differenza che corre tra

_bellino_ e _bello_, poichè tutti sanno che _bello_ corrisponde a

_beau_ e _bellino_ a _joli_, e nessuno ignora il differente significato

di queste due parole. Ma si osservino i seguenti esempi. In Toscana, si

dice che una donna ha _giudizio_, e che una bambina ha un _giudizino_

da far meravigliare. Si dice che una donna, una bottegaia, per

esempio, ha una _manierina_ che piace. Si dice che una bimba ha le

sue _malizine_. Si dice che la madre è tutta _pensieri_ per la sua

figliuoletta, e che la figliuoletta è tutta _pensierini_ per sua

madre. Si dice che una donna è sempre _ravviata_, _ravversata_ e che

i suoi bimbi sono sempre _ravviatini_, _ravversatini_. Una mamma dice

al suo bimbo il quale pretende ch'essa, gli porga qualche cosa: —

_Allunga il santo manino e pigliatela da te_, ecc. Si vede da questi

esempi che i diminutivi non sono adoperati a casaccio. Lo stesso può

dirsi dei peggiorativi che non solo modificano il senso, ma qualche

volta lo cambiano affatto. _Quell'uomo_, si dice, ha _delle idee_:

_giovatevene_: _quell'altro ha delle ideaccie_: _guardatevene_. Si dice

_mettere uno a un puntaccio_; e si sottintende: di fare uno sproposito;

_fare una partaccia a uno_, ossia caricarlo di male parole; _fare

un'azionaccia_, ossia una bricconata; _avere delle praticaccie_, ossia

di donne perdute, che sono _robaccia_; _fare una levataccia_, ossia

levarsi per tempissimo, ecc. Bella novità! — mi diranno molti italiani

settentrionali che studiano la lingua; — tutti questi vocaboli, tutti

questi modi di dire li sapevamo. — Tanto meglio; ma non li dite mai,

non li scrivete mai, non vi suonan mai nella testa quando li potreste

scrivere o dire; e in fatto di lingua, tutto quello che non viene sulle

labbra o sulla penna, non si sa. Ma dunque, mi si domanderà, come s'ha

da fare per rendersi famigliari tutti questi vocaboli e questi modi? Ci

sono molti mezzi. Si notano, si adoprano nelle lettere agli amici, si

usano esprimendo a noi stessi i nostri pensieri, si fa il proponimento

di usarli parlando coll'uno o coll'altro di quelle determinate cose,

si masticano, si mandan giù, si rimestano, si fatica, in una parola,

per imparare l'italiano, almeno almeno come si fatica per imparare il

francese.

*

* *

E poichè ho accennato a una lingua straniera, cade qui a proposito

un'altra osservazione. Da qualche anno in qua lo studio delle lingue

straniere è diventato comunissimo in Italia. Un gran numero di

giovani dei due sessi, e di tutte le classi sociali, si sono dati,

per _completare la loro istruzione_, allo studio della lingua inglese

e della lingua tedesca. (Non parlo della francese perchè si può dir

quasi necessaria, come non parlo di coloro che studiano quelle altre

lingue per necessità). Or bene io mi domando se questo studio dà, nella

massima parte dei casi, un frutto corrispondente alla fatica che costa;

un frutto cioè, che equivalga a quello che si ricaverebbe da uno studio

della lingua propria fatto in egual tempo e colla medesima alacrità.

Ne dubito.

Prima di tutto, non potendo o non volendo la maggior parte di coloro

che studiano quelle lingue, studiarle scientificamente, questo studio

si riduce per essi a una pura fatica della memoria, a un esercizio di

pazienza, a uno sgobbo scolaresco, che giova pochissimo all'ingegno,

per non dire che lo mortifica e che lo rintuzza. Poi c'è un argomento

di fatto che vale più d'ogni altro contro questi studî; ed è che di

trenta persone che cominciano a studiare, per esempio, il tedesco,

quindici si scoraggiscono e smettono in capo a un anno o a sei mesi;

cinque l'imparano, e lo dimenticano poi, in tutto o in parte, perchè

le vicende della loro vita li costringono a trascurarlo; altri cinque

non lo dimenticano, ma non hanno occasione di servirsene utilmente, o

perchè non possono viaggiare, o perchè non hanno tempo e attitudine a

fare altri studî di cui la lingua per sè stessa non è che la chiave; e

degli ultimi cinque infine, ce ne saranno tutt'al più tre che giungono

a possedere questa lingua in maniera da poter gustare (gustare,

intendiamoci, non capire soltanto) i buoni autori tedeschi. Perchè io

comprendo come a un medico, a un fisico, a un ufficiale (e sottintendo

i dotti di professione), metta conto di studiar tanto il tedesco da

riuscire a comprendere ciascuno i libri della sua scienza, perchè di

questa lingua a loro non occorre di conoscere che una parte, ossia

non più di quanto è necessario per afferrare il senso dei loro libri

speciali, e a ciò possono pervenire in breve tempo. Ma è tutt'altra

cosa per un giovane che voglia imparare quella od altre lingue, come

suol dirsi, per ornamento, il che gl'impone l'obbligo di farne uno

studio vasto e profondo, in modo da riuscire a godere tutte le bellezze

riposte, a sentire tutte le armonie, a toccare, per dir così, tutte le

fibre della poesia del Goethe, dell'Heine, dello Shakspeare! E quanti

sono quelli che dicono di toccarle, e leggono poi di soppiatto le

versioni del Maffei e dello Zendrini, e non godono veramente Shakspeare

che nei versi del Carcano!

Credo una gran verità che non si possa dire esservi in un paese vera

coltura se non ci fioriscono gli studî filologici; ma ha da essere lo

studio della filologia, ossia la vera e buona scienza di pochi od anche

di molti; non una manía universale di legger male e di balbettar peggio

tre o quattro lingue straniere.

Invece di faticar tante ore a inchiodarsi nel cervello migliaia di

radicali e di frasi esotiche, imparate le quali, il pensiero straniero

si presenta pur sempre velato alla loro intelligenza, quanto sarebbe

meglio che molti giovani si consacrassero allo studio amoroso e

costante della propria lingua! Può essere una soddisfazione il saper

sostenere, tiranneggiando il proprio pensiero, una conversazione di

mezz'ora con una persona nata cinquecento miglia lontano da noi; ma

è certo una soddisfazione più intima il saper trovare ogni momento,

parlando la lingua materna, una formola evidente e gentile in cui il

proprio pensiero s'adatti e risplenda come una gemma nell'anello; il

poter rendere e stampare nell'anima altrui le più tenui sfumature dei

nostri sentimenti; vedere il volto d'una persona che s'ama rispondere

via via con una gradazione più viva di roseo ad ogni nostra espressione

che giunga più dritta al cuore e lo rimescoli più addentro con una

punta più delicata; rivelare a persone sconosciute, con poche parole

fuggitive, il nostro grado di cultura; colorire e illuminare tutte le

nostre idee; e infine essere italiani di lingua come s'è italiani di

cuore.

*

* *

Questi saggi d'appunti intorno al _mangiare_, al _commercio_, al

_parlare_, ai _ritratti_, ai _bambini_, possono dare un'idea di quanto

si sarà acquistato nello studio della lingua quando si sia fatto

altrettanto riguardo a una trentina d'altri soggetti, intorno ai

quali si può raggruppare, man mano che si procede nella lettura del

vocabolario, la maggior parte di quello che si nota. Per conto mio non

conosco mezzo più spiccio, nè più facile, nè più profittevole.

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