Dei capi originali, sotto la vôlta del cielo, ce n'è e posso vantarmi
d'averne conosciuto parecchi; ma uno che possa far la coppia con lui,
credo che abbia ancora da nascere.
Era sardo, contadino, ventenne, analfabeta e soldato di fanteria.
La prima volta che mi comparve davanti a Firenze, nell'uffizio d'un
giornale militare, m'ispirò simpatia. Il suo aspetto, però, e qualcuna
delle sue risposte, mi fecero capir subito ch'era un originale curioso.
Visto di fronte, era lui; visto di profilo, pareva un altro. Si
sarebbe detto che nell'atto che si voltava, tutti i suoi lineamenti
s'alteravano. Di fronte, non c'era nulla da dire: era un viso come
tanti altri; di profilo, faceva ridere. La punta del mento e la punta
del naso cercavano di toccarsi, e non ci riuscivano, impedite da due
enormi labbra sempre aperte, che lasciavan vedere due file di denti
scompigliati come un plotone di guardie nazionali. Gli occhi parevano
due capocchie di spillo, tanto erano piccini, e sparivano quasi affatto
tra le rughe, quando rideva. Le sopracciglia avevano la forma di due
accenti circonflessi e la fronte era alta appena tanto da impedire ai
capelli di confondersi colla barba. Un mio amico mi disse che pareva
un uomo fatto per ischerzo. Aveva però una fisonomia che esprimeva
intelligenza e bontà; ma un'intelligenza, se così può dirsi, parziale,
e una bontà _sui generis_. Parlava con voce _aspra e chioccia_ un
italiano del quale avrebbe potuto domandare con tutti i diritti il
brevetto d'invenzione.
— Come ti piace Firenze? — gli domandai, poichè era arrivato il giorno
innanzi a Firenze.
— Non c'è male, — mi rispose.
Per uno che non aveva visto che Cagliari e qualche piccola città
dell'Italia settentrionale, la risposta mi parve un po' severa.
— Ti piace più Firenze o Bergamo?
— Sono arrivato ieri; non potrei ancora giudicare.
Quando se n'andò gli dissi: — addio, — ed egli rispose: — addio.
Il giorno dopo fece la sua entrata in casa.
Nei primi giorni fui più volte sulle undici once di perder la pazienza
e di rimandarlo al suo reggimento. Se si fosse contentato di non capire
niente, _transeat_: ma il malanno era che, un po' per la difficoltà
dell'intendere l'italiano, un po' per la novità delle incombenze,
capiva a mezzo e faceva tutto al rovescio. Se dicessi che portò ad
affilare i miei rasoi dal Lemonnier e a stampare i miei manoscritti
dall'arrotino; che rimise un romanzo francese al calzolaio e un paio di
stivali alla porta di casa d'una signora, nessuno lo crederebbe; poichè
per crederlo bisognerebbe aver visto fino a che segno, oltre al capir
male, egli era distratto, non bastando il capir male a dar ragione
di _qui pro quo_ così madornali. Ma non posso trattenermi dal citare
alcune fra le più meravigliose delle sue prodezze.
Alle undici della mattina lo mandavo a comprare del prosciutto per
far colazione, ed era l'ora che si gridava per le strade il _Corriere
italiano_. Una mattina, sapendo che il giornale conteneva una notizia
che mi premeva, gli dico: — Presto, prosciutto e _Corriere italiano_.
— Due idee alla volta non le afferrava mai. Discese e ritornò dopo un
minuto col prosciutto involto nel _Corriere italiano_.
Una mattina sfogliettavo sotto gli occhi d'un mio amico, e in
presenza sua, un bellissimo Atlante militare che m'era stato
imprestato dalla Biblioteca, e gli dicevo: — Il male, vedi, è che io
non posso abbracciare tutte queste carte con uno sguardo solo e mi
tocca osservarle una per una. Per afferrar bene il complesso della
battaglia, vorrei vederle tutte inchiodate nel muro, in fila, in
modo che formassero un solo quadro. — La sera, rientrando in casa....
rabbrividisco ancora a pensarci.... tutte le carte dell'Atlante erano
inchiodate nel muro; e per maggior supplizio, la mattina seguente, mi
toccò vederlo comparir lui col viso modesto e sorridente d'un uomo che
viene a cercare un complimento.
Un'altra mattina lo mando a comprare due ova da far cuocere collo
spirito. Mentre è fuori, viene un amico a parlarmi d'un affar di
premura. Quel disgraziato rientra; gli dico: — Aspetta; — egli si mette
a sedere in un canto, io continuo a parlare coll'amico. Dopo un momento
vedo il soldato che si fa rosso, bianco, verde, che par seduto sulle
spine, che non sa dove nascondere il viso. Abbasso gli occhi e vedo una
gamba della sua seggiola leggiadramente rigata d'una striscia color
d'oro che non avevo mai veduta. M'avvicino: è giallo d'ovo. L'infame
s'era messo le ova nelle tasche posteriori del cappotto e, rientrando
in casa, s'era seduto senza ricordarsi che aveva la mia colazione di
sotto.
Ma queste son rose appetto a quello che mi toccò di vedere prima
d'averlo ridotto a mettere in ordine la mia camera, non dico come
volevo, ma in una maniera che rivelasse, alla lontana, l'uomo
ragionevole. Per lui l'arte suprema del metter le cose in ordine
consisteva nel disporle l'una sull'altra in forme architettoniche,
e la sua grande ambizione era di fabbricare degli edifizi alti. Nei
primi giorni i miei libri formavano tutti insieme un semicerchio di
torri tremolanti al menomo soffio; la catinella rovesciata sorreggeva
una piramide ardita di piattini e di vasetti, in cima alla quale si
rizzava alteramente il pennello della barba; i cappelli cilindrici
nuovi e vecchi si elevavano in forma di colonna trionfale ad un'altezza
vertiginosa. Per il che seguivano sovente, anche nel cuore della notte,
rovine fragorose e vasti sparpagliamenti, che, se non fossero state
le pareti della camera, nessuno sa dove sarebbero andati a finire.
Per fargli capire, poi, che lo spazzolino da denti non apparteneva
alla famiglia delle spazzole da testa, che il vasetto della pomata
era tutt'altra cosa che il vasetto dell'estratto di carne, e che il
tavolino da notte non è mobile da mettervi le camicie stirate, mi ci
volle l'eloquenza di Cicerone e la pazienza di Giobbe.
Se della buona maniera con cui lo trattavo, mi fosse grato, se sentisse
affetto per me, non l'ho mai potuto capire. Una sola volta mostrò
una certa sollecitudine per la mia persona, e la mostrò in un modo
stranissimo. Ero a letto, malato da una quindicina di giorni, e nè
peggioravo, nè accennavo a guarire. Una sera egli fermò per le scale
il mio medico ch'era un uomo ombrosissimo, e gli domandò bruscamente: —
Ma, insomma, lo guarisce o non lo guarisce? — Il medico montò in bestia
e gli fece una lavata di capo. — Gli è che l'è già un po' lunga! —
brontolò lui per tutta risposta.
Altre volte aveva certi frulli, che, invece di rimproverarglieli, come
avrei dovuto, non potevo far altro che riderne. Una mattina mi svegliò
dicendomi nell'orecchio con un certo suo accento strano: — Signor
tenente, chi dorme non piglia pesci.
Un giorno entrò in casa mentre ne usciva un personaggio illustre, e
sentì dire da un mio amico, rimasto con me, che quel tal personaggio
era _una personalità molto spiccata_. Quindici giorni dopo, mentre
stavo discorrendo con parecchi amici, egli s'affacciò alla porta della
mia camera e m'annunciò una visita. — Chi è? — domandai. — È..., —
rispose (non si ricordava il nome).... — è _quella personalità molto
spiccata_. — Tutti diedero in uno scoppio di risa, il personaggio
sentì, io gli spiegai la cosa, e ne rise anche lui dai precordi.
È difficile dare un'idea della lingua che parlava quel curioso
soggetto: era un misto di sardo, di lombardo e d'italiano, tutte frasi
tronche, parole mozze e contratte, verbi all'infinito buttati là a
caso e lasciati in aria, che facevano l'effetto del discorso di un
delirante. Un giorno mi venne a cercare un amico all'ora del desinare,
ed entrando in casa, gli domandò: — A che punto è del desinare il tuo
padrone? — _Trema!_ — gli rispose il soldato. — L'amico rimase colla
bocca aperta. Quel _trema_ voleva dire _termina_.
In cinque o sei mesi, frequentando le scuole reggimentali, aveva
imparato a leggere e a scrivere stentatamente. Fu la mia disgrazia.
Mentre ero fuor di casa, s'esercitava a scrivere sul mio tavolino, e
soleva scrivere cento, duecento volte la stessa parola, una parola, per
il solito, che il giorno prima aveva sentito pronunciar da me leggendo,
e che gli aveva fatto impressione. Una mattina, per esempio, lo colpiva
il nome di Vercingetorige. La sera, rientrando in casa, io trovavo
Vercingetorige scritto sui margini dei giornali, sul rovescio degli
stamponi, sulle fascie dei libri, sulle buste delle lettere, sulle
carte del cestino, da per tutto dove aveva trovato tanto spazio da
ficcarvi quelle quattordici lettere predilette dal suo cuore. Un'altra
volta gli toccava il cuore la parola Ostrogoti e il giorno dopo la
mia casa era invasa dagli Ostrogoti. Un giorno lo seduceva la parola
rinoceronte e la mattina seguente la mia casa era convertita in un
serraglio di bestie feroci. Ci guadagnai però da un altro lato, e fu
di poter abbandonare l'uso delle croci che facevo con matite di vario
colore sulle lettere che doveva portare a mano a certe persone fisse,
perchè non c'era verso di fargli ritenere i nomi; per cui egli soleva
dire: questa lettera va alla signora celeste (ch'era mondana), questa
al giornalista nero (ch'era rosso), questa all'impiegato giallo (ch'era
al verde).
Ma a proposito dello scrivere gliene scopersi una assai più curiosa di
quelle che ho citate finora. Si era comprato un quadernino, sul quale
copiava, da tutti i libri che gli venivano alle mani, le dediche degli
autori ai parenti, badando sempre a sostituire ai nomi di questi,
il nome di suo padre, di sua madre o de' suoi fratelli, ai quali
s'immaginava di dare in tal modo uno splendido attestato di affetto e
di gratitudine. Un giorno apersi il quaderno e vi lessi, fra le altre,
le dediche seguenti: — _Pietro Tranci_ (era suo padre, contadino),
_Nato in povertà, Seppe collo studio e colla perseveranza Acquistarsi
un posto segnalato fra i dotti, Soccorrere genitori e fratelli,
Degnamente educare i figli. Alla memoria dell'ottimo padre Questo
libro intitola L'autore Antonio Tranci_, invece di Michele Lessona.
In un'altra pagina: — _A Pietro Tranci mio Padre Che annunziando al
Parlamento subalpino Il disastro di Novara Cadeva svenuto al suolo, E
tra pochi giorni moriva Consacro questo Carme_, ecc. — Più sotto: — _A
Cagliari_ (invece di Trento) _Non ancora rappresentata nel Parlamento
italiano_, ecc. _Antonio Tranci_, invece di Giovanni Prati.
Quello che mi meravigliava di più in lui, — che non aveva mai visto
nulla, — era una assoluta mancanza del sentimento della meraviglia,
qualunque cosa, per quanto straordinaria, egli vedesse. Vide, nel tempo
che stette a Firenze, le feste per il matrimonio del Principe Umberto;
vide l'opera e il ballo alla Pergola (non aveva mai visto un teatro);
vide le feste del carnevale e l'illuminazione fantastica del viale
dei Colli; vide cento altre cose nuove affatto per lui, che avrebbero
dovuto stupirlo, divertirlo, farlo parlare. Nulla di tutto questo.
La sua ammirazione non andava mai più in là della solita formola: —
Non c'è male. — Santa Maria del Fiore.... non c'è male; la Torre di
Giotto.... non c'è male; il palazzo Pitti.... non c'è male. Io credo
che se Domeneddio in persona gli avesse domandato che cosa gli pareva
della creazione, gli avrebbe risposto che non c'era male.
Dal primo all'ultimo giorno che stette con me, fu sempre dello stesso
umore, tra serio ed allegro; sempre docile, sempre stordito, sempre
puntuale a capire le cose a rovescio, sempre immerso in una beata
apatia, sempre stravagante ad un modo. Il giorno che ricevette il
suo congedo, scribacchiò non so quante ore nel suo quaderno colla
stessa tranquillità degli altri giorni. Prima di partire venne ad
accomiatarsi. La scena della separazione fu poco tenera. Gli dimandai
se gli rincresceva di lasciar Firenze. Mi rispose: — Perchè no? — Gli
dimandai se tornava a casa volentieri. Mi rispose con una smorfia che
non capii.
— Se avrà bisogno di qualche cosa, — disse all'ultimo momento, — scriva
pure che mi farà sempre piacere. — Grazie tante! — gli risposi. E
così uscì di casa, dopo più di due anni che stava con me, senza dar il
menomo segno nè di rincrescimento, nè di allegrezza.
Io lo guardai mentre scendeva le scale.
Tutt'a un tratto si voltò.
— Stiamo a vedere, — pensai, — che il suo cuore s'è svegliato e che
ritorna a congedarsi in un altro modo.
— Signor tenente, — disse: — il pennello per la barba l'ho messo nella
cassetta del tavolino più grande.
E disparve.