I due fuggiaschi occupavano il loro nuovo nido da soli dieci giorni.
Dopo quella notte passata sui gradini della chiesa di San Sulpizio,
Gabriele aveva condotto provvisoriamente la fanciulla nel suo piccolo
appartamento del _Quartier latin_, ma col disegno di cercarne un altro
in un luogo più nascosto e meno sorvegliato. D’altronde, ed è una
circostanza che ci preme far notare, Gabriele nelle sue stanzuccie al
quarto piano si sentiva troppo vicino a Stefanella e non già per il
timore dei pericoli d’un tale contatto, pericoli tenuti insuperabili da
tutta quella gioventù ardente e sbrigliata che lo circondava; ma perchè
s’era accorto che fin dalle prime ore la maldicenza aveva cominciato
a pettegolare e mormorare, aveva creduto unico rimedio contro di essa
fuggire in campagna.
Infatti nella sera del giorno stesso aveva trovata presso Romainville
la casetta che già in parte conosciamo. Ivi Gabriele aveva la sua
camera e Stefanella la sua. La mattina si incontravano sull’uscio della
sala comune e la sera si separavano: vivevano tutto il giorno come due
fidanzati, e la notte come fratello e sorella. Non era insomma la vita
comune dello studente e della crestaia: era il convegno perpetuo di due
sposi e l’onore dell’uno e l’innocenza dell’altra, l’amore d’entrambi
teneva luogo di barriera.
Ma per questo appunto Gabriele voleva sollecitare con tutte le sue
forze la consacrazione del suo affetto. Vivere senza Stefanella non gli
pareva possibile; ma far di Stefanella una concubina ancora meno. Egli
l’aveva liberata, ed ora voleva compiere l’opera della sua redenzione,
ponendo la fanciulla redenta sotto l’egida di Dio, della legge e
del suo nome. Voleva insomma sposarla e per questo, come un primo
scandaglio gettato nell’anima del padre, gli aveva scritto che aveva
bisogno di denaro.
— Se mio padre mi chiederà cosa voglia farne, diceva a sè stesso,
allora gli confesserò tutto.
S’immagini ognuno lo stupore, l’allegrezza, la follia che lo
invasero, quando il servo del signor De-Mauve gli portò la lettera che
conosciamo... Egli non sapeva trovarsi più, non poteva spiegarsi come
suo padre avesse così presto scoperto il suo ritiro, e dicesse per
giunta di saper tutto; molto meno poi concepiva come un uomo rigido
e severo quale il signor De-Mauve potesse scrivere quel «ripareremo»
pieno di tanta bontà e di tante promesse. Comunque, Gabriele vedeva
la cosa bene incamminata e suo padre mezzo preparato, il consenso
certo, l’avvenire felice, e dava per la sala balzi di gioia. Correva
da Stefanella a leggerle e rileggerle la lettera, la commentava con
lei e fabbricavano insieme tutti i castelli in aria della primavera e
dell’amore.
Gabriele non volle indugiare un minuto ad ubbidire all’invito paterno,
e baciata sulla cima dei capelli la sua Stefanella, si mosse per
Parigi.
— Ma tornerai presto — gli disse trattenendolo per mano la fanciulla,
subitamente assalita da un inesplicabile timore.
— Stassera stessa! a qualunque costo... A rivederci... È uno
scherzo della nostra felicità che nell’atto di venire si trastulla a
disturbarci. Ma ti lascio qui l’anima mia.
E con queste parole balzò in carrozza e si fe’ condurre alla casa di
suo padre.
Questi lo attendeva nel suo studio. Quando lo vide entrare gli andò
incontro per stringergli la mano, e modellando le labbra ad un sorriso
affabile, insolito su quella bocca, gli disse:
— So tutto, ma compatisco e perdono... Stefanella sarà tua... un
giorno... Ora non potresti sposarla... Prima devi farti un nome ed una
carriera...
— Padre mio! — balbettò Gabriele metà sorpreso di quella bontà, metà
spaventato da quella sentenza.
— Sì, Gabriele... Io proteggerò la fanciulla, la terrò per mia
figlia... finchè tu ritorni.
— Ritornare?... dovrei dunque partire?
Il padre fe’ cenno col capo di sì...
— Oh mai, proruppe il giovane.
— Allora la perderai... Io non darò mai il mio consenso al matrimonio
di un ragazzo con una bambina. Fàtti uomo, matura nel lavoro il tuo
proponimento, acquista un grado ed un titolo sociale e allora io
benedirò la vostra unione, senza guardarmi addietro, senza cercare se
la fanciulla sia una zingara o una contessa, senza chiedere nemmeno
dove sia nata...
— Ma... quanto dovrebbe durare questo esiglio di prova?..., si peritò
a dire Gabriele che già cominciava a guardare la proposta di suo padre
sotto un nuovo aspetto...
— Oh!... un paio d’anni al più... Ma forse anche meno. Ciò dipenderà da
te....
— E Stefanella? Chi penserà ad essa?
— Io, ti dico. Non ti fidi della parola di tuo padre? Io, finchè sarò
vivo... il mio testamento, se morissi.
— E... dove dovrei andare?...
— Parte stanotte istessa lo stato maggiore generale della spedizione
di Crimea... Io ho già potuto ottenere che tu come baccelliere
in matematica ed istruito nelle lingue orientali, avresti potuto
seguitarlo come aggregato volontario. È il principio d’una strada
che ti può condurre lontano. In Francia l’impero è militare ed è la
sciabola che comanda. Tu sarai alla guerra e non la farai; gli stati
maggiori non vanno alla mitraglia. È uno splendido e sicuro avvenire
che ti preparo e... e Stefanella come corona dell’edificio.
Gabriele stava ad ascoltare rattenendo i battiti del cuore, a
testa bassa, cogli occhi fissi sul pavimento, quasi cercandovi
un’ispirazione... Alla fine dopo una pausa proruppe:
— E dovrei partire stanotte?
— Stassera fra due ore....
— Senza rivedere Stefanella.... Oh questo è impossibile....
— Dovrai forse fare anche questo sacrificio. Tu non puoi tornare a
Romainville; non hai che il tempo per fare i preparativi del viaggio
e recarti a visitare il colonnello X.... che sarà il capo della tua
sezione.
— È impossibile come un delitto, replicò Gabriele....
— Ma è anche impossibile far due cose insieme.... facciamo una prova,
se lo vuoi. Mandiamola a prendere.... Essa potrà ancora venire in tempo
almeno per salutarti.
— Verrà in tempo?... chiese Gabriele, e voi me lo assicurate?
— Te lo assicuro. Manderemo i migliori nostri cavalli... in un’ora e
mezza non vuoi che siano di ritorno?
— Me lo promettete, padre mio?
— Te lo prometto.... Ora scrivimi un biglietto per la fanciulla.
— Non sa leggere, fece Gabriele abbassando gli occhi; basterà gli
diciate di venire in nome mio a casa vostra. Ella sa che io sono venuto
qui.
— Sta bene, faremo così.... e chiamato lo stesso servo che aveva
portato al mattino il biglietto a Gabriele, gli diede tutti gli ordini
necessari per questa seconda spedizione....
— E, ventre a terra, soggiunse De-Mauve quand’ebbe finito.
Gabriele non poteva ancora rendersi conto di quello che gli accadeva
o stava per fare, e in mezzo al vortice di dubbi, di ragionamenti e di
terrori nel quale nuotava, un dilemma chiaro, inesorabile, minaccioso
sormontava e diceva: «O restare e perdere Stefanella, o partire e
conquistarla».
E intanto che nella agitata mente cercava indarno un’uscita, una fuga
a codeste tenaglie nelle quali si sentiva da poche ore serrato, faceva
macchinalmente quelli che suo padre chiamava i preparativi del viaggio
e andava a far visita al suo futuro colonnello.
Questi lo accolse oltre ogni dire cortesemente e, dietro un cenno
impercettibile che il signor De-Mauve gli fece, disse:
— Sono ben felice d’avervi con me, signor Gabriele. Vi prendo subito
per mio segretario e passerò io stesso colla mia carrozza a prendervi
per condurvi alla stazione.
In tutte queste bisogne, l’ora era già passata; non c’erano più che
pochi minuti e Stefanella non era ancora arrivata. Gabriele era sopra
brage ardenti: protestava che non sarebbe partito senza vederla, che
sarebbe stato un tradimento, che avrebbe messo sossopra il mondo.
— Fanciullaggini, rispondeva il padre; non mancano che venticinque
minuti e ce ne vogliono già quindici per arrivare alla stazione. Fra
poco il colonnello sarà qui colla sua carrozza.... lascieremo ordine
che Stefanella sia condotta alla stazione. Verrà a salutarti là.
— Salutarla!... salutarla non basta.... voglio chiederle quel che pensa
di me.... come sopporterà questa partenza improvvisa.... questa lunga
lontananza, se mi amerà anche lontano.
— È qui il colonnello interruppe il padre, sentendo il fragore d’una
carrozza in cortile.
— O Stefanella, replicò Gabriele correndo alla finestra.
— Il signor colonnello X, annunziò un servo.
Il colonnello entrò frettoloso senza attendere, dicendo:
— Partiamo!... partiamo, signori, non abbiamo un minuto da perdere....
_Milizia_ vuol dire _puntualità_, e chi arriva ultimo in guerra perde
sempre.
E così dicendo si voltava per uscire di nuovo.
— Siamo a’ suoi ordini, signor colonnello.... Vero, Gabriele? rispose
De-Mauve pigliando pel braccio il figliolo e traendolo verso la porta.
Gabriele non ci vedeva più: non aveva forza nè di resistere, nè di
parlare, nè di risolversi; andava come un automa giù per le scale,
come un automa fu messo in carrozza e portato di carriera alla stazione
della strada ferrata del Mezzogiorno.
Durante la strada però aveva ripresi i sensi e la volontà e smontando
davanti alla porta della stazione si piantò col piglio il più risoluto
in faccia a suo padre e al colonnello e disse:
— Signor colonnello.... io non posso partire, se non ho veduto almeno
un istante una fanciulla che amo. Mio padre me l’aveva promesso, e se
egli non può adempire questa promessa io pure ritiro la mia parola....
e resto!... Non ci sarà forza umana che mi faccia smuovere da questo
proposito.
La dichiarazione era categorica, e il volto, la voce, il gesto di chi
la faceva non parevano ammettere replica. Da ogni accento si sentiva
parlare il proposito della disperazione.
— Ecco Stefanella!... fece il padre voltandosi ad accennare una
carrozza che arrivava in quel punto in mezzo a molte altre alla
stazione.
— Ed ecco il segnale della partenza, fece il colonnello; signori io
vado.... resti chi vuole.... il dovere anzi tutto.
Stefanella in quel momento scendeva da carrozza. Gabriele s’era
slanciato incontro a lei e lì, in mezzo a quella folla di soldati, di
cocchi e di cavalli, l’abbracciava stretta e le diceva:
— Devo partire.... ma per tornare.... per esser tuo per sempre....
Stefanella non capiva nulla, ma si sentiva svenire di dolore e aveva
appena la forza di articolare una parola:
— Partire.... partire....
— Sì... ma tornerò.... addio.... mi vorrai sempre bene?
Stefanella non parlava più; le labbra illividite le tremicchiavano
convulsamente, ma non poteva cavarne un solo accento. Rispondeva col
capo automaticamente di sì.... ed era bianca come una morta.
L’ultimo squillo della partenza suonò. De-Mauve lo fece intendere
a Gabriele, il quale alzati gli occhi in faccia a suo padre e
coll’accento della più profonda ambascia gli disse,
— Voi la proteggerete, padre mio.
— Lo giuro, disse De-Mauve, col tuono solenne d’un santo.
Allora Gabriele, sferratosi dalle braccia della sua vergine, montò sul
convoglio e partì. Stefanella lo intravide allontanarsi, diè un gemito
leggiero come quello d’una colomba percossa nel mezzo del cuore e cascò
priva di sensi.
De-Mauve la fece raccogliere e portare nel legno col quale era venuta:
sussurrò una parola al suo cocchiere e, montato in un’altra carrozza,
disparve.
Stefanella risensò soltanto quando la carrozza si fermò e le fu detto
di dover discendere per montare in un altro legno. Essa era come ebete
e macchinalmente ubbidì. Solamente quando fu nella seconda carrozza
chiese al cocchiere che chiudeva lo sportello:
— Dove mi conducete?
— A casa vostra, disse sogghignando il sinistro auriga, e partì
anch’egli al galoppo.