XXIII.

I due fuggiaschi occupavano il loro nuovo nido da soli dieci giorni.

Dopo quella notte passata sui gradini della chiesa di San Sulpizio,

Gabriele aveva condotto provvisoriamente la fanciulla nel suo piccolo

appartamento del _Quartier latin_, ma col disegno di cercarne un altro

in un luogo più nascosto e meno sorvegliato. D’altronde, ed è una

circostanza che ci preme far notare, Gabriele nelle sue stanzuccie al

quarto piano si sentiva troppo vicino a Stefanella e non già per il

timore dei pericoli d’un tale contatto, pericoli tenuti insuperabili da

tutta quella gioventù ardente e sbrigliata che lo circondava; ma perchè

s’era accorto che fin dalle prime ore la maldicenza aveva cominciato

a pettegolare e mormorare, aveva creduto unico rimedio contro di essa

fuggire in campagna.

Infatti nella sera del giorno stesso aveva trovata presso Romainville

la casetta che già in parte conosciamo. Ivi Gabriele aveva la sua

camera e Stefanella la sua. La mattina si incontravano sull’uscio della

sala comune e la sera si separavano: vivevano tutto il giorno come due

fidanzati, e la notte come fratello e sorella. Non era insomma la vita

comune dello studente e della crestaia: era il convegno perpetuo di due

sposi e l’onore dell’uno e l’innocenza dell’altra, l’amore d’entrambi

teneva luogo di barriera.

Ma per questo appunto Gabriele voleva sollecitare con tutte le sue

forze la consacrazione del suo affetto. Vivere senza Stefanella non gli

pareva possibile; ma far di Stefanella una concubina ancora meno. Egli

l’aveva liberata, ed ora voleva compiere l’opera della sua redenzione,

ponendo la fanciulla redenta sotto l’egida di Dio, della legge e

del suo nome. Voleva insomma sposarla e per questo, come un primo

scandaglio gettato nell’anima del padre, gli aveva scritto che aveva

bisogno di denaro.

— Se mio padre mi chiederà cosa voglia farne, diceva a sè stesso,

allora gli confesserò tutto.

S’immagini ognuno lo stupore, l’allegrezza, la follia che lo

invasero, quando il servo del signor De-Mauve gli portò la lettera che

conosciamo... Egli non sapeva trovarsi più, non poteva spiegarsi come

suo padre avesse così presto scoperto il suo ritiro, e dicesse per

giunta di saper tutto; molto meno poi concepiva come un uomo rigido

e severo quale il signor De-Mauve potesse scrivere quel «ripareremo»

pieno di tanta bontà e di tante promesse. Comunque, Gabriele vedeva

la cosa bene incamminata e suo padre mezzo preparato, il consenso

certo, l’avvenire felice, e dava per la sala balzi di gioia. Correva

da Stefanella a leggerle e rileggerle la lettera, la commentava con

lei e fabbricavano insieme tutti i castelli in aria della primavera e

dell’amore.

Gabriele non volle indugiare un minuto ad ubbidire all’invito paterno,

e baciata sulla cima dei capelli la sua Stefanella, si mosse per

Parigi.

— Ma tornerai presto — gli disse trattenendolo per mano la fanciulla,

subitamente assalita da un inesplicabile timore.

— Stassera stessa! a qualunque costo... A rivederci... È uno

scherzo della nostra felicità che nell’atto di venire si trastulla a

disturbarci. Ma ti lascio qui l’anima mia.

E con queste parole balzò in carrozza e si fe’ condurre alla casa di

suo padre.

Questi lo attendeva nel suo studio. Quando lo vide entrare gli andò

incontro per stringergli la mano, e modellando le labbra ad un sorriso

affabile, insolito su quella bocca, gli disse:

— So tutto, ma compatisco e perdono... Stefanella sarà tua... un

giorno... Ora non potresti sposarla... Prima devi farti un nome ed una

carriera...

— Padre mio! — balbettò Gabriele metà sorpreso di quella bontà, metà

spaventato da quella sentenza.

— Sì, Gabriele... Io proteggerò la fanciulla, la terrò per mia

figlia... finchè tu ritorni.

— Ritornare?... dovrei dunque partire?

Il padre fe’ cenno col capo di sì...

— Oh mai, proruppe il giovane.

— Allora la perderai... Io non darò mai il mio consenso al matrimonio

di un ragazzo con una bambina. Fàtti uomo, matura nel lavoro il tuo

proponimento, acquista un grado ed un titolo sociale e allora io

benedirò la vostra unione, senza guardarmi addietro, senza cercare se

la fanciulla sia una zingara o una contessa, senza chiedere nemmeno

dove sia nata...

— Ma... quanto dovrebbe durare questo esiglio di prova?..., si peritò

a dire Gabriele che già cominciava a guardare la proposta di suo padre

sotto un nuovo aspetto...

— Oh!... un paio d’anni al più... Ma forse anche meno. Ciò dipenderà da

te....

— E Stefanella? Chi penserà ad essa?

— Io, ti dico. Non ti fidi della parola di tuo padre? Io, finchè sarò

vivo... il mio testamento, se morissi.

— E... dove dovrei andare?...

— Parte stanotte istessa lo stato maggiore generale della spedizione

di Crimea... Io ho già potuto ottenere che tu come baccelliere

in matematica ed istruito nelle lingue orientali, avresti potuto

seguitarlo come aggregato volontario. È il principio d’una strada

che ti può condurre lontano. In Francia l’impero è militare ed è la

sciabola che comanda. Tu sarai alla guerra e non la farai; gli stati

maggiori non vanno alla mitraglia. È uno splendido e sicuro avvenire

che ti preparo e... e Stefanella come corona dell’edificio.

Gabriele stava ad ascoltare rattenendo i battiti del cuore, a

testa bassa, cogli occhi fissi sul pavimento, quasi cercandovi

un’ispirazione... Alla fine dopo una pausa proruppe:

— E dovrei partire stanotte?

— Stassera fra due ore....

— Senza rivedere Stefanella.... Oh questo è impossibile....

— Dovrai forse fare anche questo sacrificio. Tu non puoi tornare a

Romainville; non hai che il tempo per fare i preparativi del viaggio

e recarti a visitare il colonnello X.... che sarà il capo della tua

sezione.

— È impossibile come un delitto, replicò Gabriele....

— Ma è anche impossibile far due cose insieme.... facciamo una prova,

se lo vuoi. Mandiamola a prendere.... Essa potrà ancora venire in tempo

almeno per salutarti.

— Verrà in tempo?... chiese Gabriele, e voi me lo assicurate?

— Te lo assicuro. Manderemo i migliori nostri cavalli... in un’ora e

mezza non vuoi che siano di ritorno?

— Me lo promettete, padre mio?

— Te lo prometto.... Ora scrivimi un biglietto per la fanciulla.

— Non sa leggere, fece Gabriele abbassando gli occhi; basterà gli

diciate di venire in nome mio a casa vostra. Ella sa che io sono venuto

qui.

— Sta bene, faremo così.... e chiamato lo stesso servo che aveva

portato al mattino il biglietto a Gabriele, gli diede tutti gli ordini

necessari per questa seconda spedizione....

— E, ventre a terra, soggiunse De-Mauve quand’ebbe finito.

Gabriele non poteva ancora rendersi conto di quello che gli accadeva

o stava per fare, e in mezzo al vortice di dubbi, di ragionamenti e di

terrori nel quale nuotava, un dilemma chiaro, inesorabile, minaccioso

sormontava e diceva: «O restare e perdere Stefanella, o partire e

conquistarla».

E intanto che nella agitata mente cercava indarno un’uscita, una fuga

a codeste tenaglie nelle quali si sentiva da poche ore serrato, faceva

macchinalmente quelli che suo padre chiamava i preparativi del viaggio

e andava a far visita al suo futuro colonnello.

Questi lo accolse oltre ogni dire cortesemente e, dietro un cenno

impercettibile che il signor De-Mauve gli fece, disse:

— Sono ben felice d’avervi con me, signor Gabriele. Vi prendo subito

per mio segretario e passerò io stesso colla mia carrozza a prendervi

per condurvi alla stazione.

In tutte queste bisogne, l’ora era già passata; non c’erano più che

pochi minuti e Stefanella non era ancora arrivata. Gabriele era sopra

brage ardenti: protestava che non sarebbe partito senza vederla, che

sarebbe stato un tradimento, che avrebbe messo sossopra il mondo.

— Fanciullaggini, rispondeva il padre; non mancano che venticinque

minuti e ce ne vogliono già quindici per arrivare alla stazione. Fra

poco il colonnello sarà qui colla sua carrozza.... lascieremo ordine

che Stefanella sia condotta alla stazione. Verrà a salutarti là.

— Salutarla!... salutarla non basta.... voglio chiederle quel che pensa

di me.... come sopporterà questa partenza improvvisa.... questa lunga

lontananza, se mi amerà anche lontano.

— È qui il colonnello interruppe il padre, sentendo il fragore d’una

carrozza in cortile.

— O Stefanella, replicò Gabriele correndo alla finestra.

— Il signor colonnello X, annunziò un servo.

Il colonnello entrò frettoloso senza attendere, dicendo:

— Partiamo!... partiamo, signori, non abbiamo un minuto da perdere....

_Milizia_ vuol dire _puntualità_, e chi arriva ultimo in guerra perde

sempre.

E così dicendo si voltava per uscire di nuovo.

— Siamo a’ suoi ordini, signor colonnello.... Vero, Gabriele? rispose

De-Mauve pigliando pel braccio il figliolo e traendolo verso la porta.

Gabriele non ci vedeva più: non aveva forza nè di resistere, nè di

parlare, nè di risolversi; andava come un automa giù per le scale,

come un automa fu messo in carrozza e portato di carriera alla stazione

della strada ferrata del Mezzogiorno.

Durante la strada però aveva ripresi i sensi e la volontà e smontando

davanti alla porta della stazione si piantò col piglio il più risoluto

in faccia a suo padre e al colonnello e disse:

— Signor colonnello.... io non posso partire, se non ho veduto almeno

un istante una fanciulla che amo. Mio padre me l’aveva promesso, e se

egli non può adempire questa promessa io pure ritiro la mia parola....

e resto!... Non ci sarà forza umana che mi faccia smuovere da questo

proposito.

La dichiarazione era categorica, e il volto, la voce, il gesto di chi

la faceva non parevano ammettere replica. Da ogni accento si sentiva

parlare il proposito della disperazione.

— Ecco Stefanella!... fece il padre voltandosi ad accennare una

carrozza che arrivava in quel punto in mezzo a molte altre alla

stazione.

— Ed ecco il segnale della partenza, fece il colonnello; signori io

vado.... resti chi vuole.... il dovere anzi tutto.

Stefanella in quel momento scendeva da carrozza. Gabriele s’era

slanciato incontro a lei e lì, in mezzo a quella folla di soldati, di

cocchi e di cavalli, l’abbracciava stretta e le diceva:

— Devo partire.... ma per tornare.... per esser tuo per sempre....

Stefanella non capiva nulla, ma si sentiva svenire di dolore e aveva

appena la forza di articolare una parola:

— Partire.... partire....

— Sì... ma tornerò.... addio.... mi vorrai sempre bene?

Stefanella non parlava più; le labbra illividite le tremicchiavano

convulsamente, ma non poteva cavarne un solo accento. Rispondeva col

capo automaticamente di sì.... ed era bianca come una morta.

L’ultimo squillo della partenza suonò. De-Mauve lo fece intendere

a Gabriele, il quale alzati gli occhi in faccia a suo padre e

coll’accento della più profonda ambascia gli disse,

— Voi la proteggerete, padre mio.

— Lo giuro, disse De-Mauve, col tuono solenne d’un santo.

Allora Gabriele, sferratosi dalle braccia della sua vergine, montò sul

convoglio e partì. Stefanella lo intravide allontanarsi, diè un gemito

leggiero come quello d’una colomba percossa nel mezzo del cuore e cascò

priva di sensi.

De-Mauve la fece raccogliere e portare nel legno col quale era venuta:

sussurrò una parola al suo cocchiere e, montato in un’altra carrozza,

disparve.

Stefanella risensò soltanto quando la carrozza si fermò e le fu detto

di dover discendere per montare in un altro legno. Essa era come ebete

e macchinalmente ubbidì. Solamente quando fu nella seconda carrozza

chiese al cocchiere che chiudeva lo sportello:

— Dove mi conducete?

— A casa vostra, disse sogghignando il sinistro auriga, e partì

anch’egli al galoppo.

La tratta dei fanciulli · 第 29 / 42 题