«A queste pagine è fallito l’unico pregio che le poteva rendere
tollerabili: l’opportunità.
«Ci furono giorni in cui il tema che qui si svolge correva su tutte
le bocche: la stampa ne rumoreggiava, il Parlamento ne discorreva,
il paese tutto ne risentiva: e allora anche un libercolo che
vestisse delle forme più sensibili e popolari dell’arte uno de’
tanti episodi della infantile e pietosa odissea, non sarebbe
riescito, crediamo, sgradito e superfluo. _Spiritus fiat ubi vult_:
l’arte fa miracoli e di questi oscuri problemi sociali, a fronte
dei quali la filosofia si smarrisce e la politica esita, l’arte
soltanto sa trovare per la via del cuore la più felice tra le
soluzioni: quella della pietà. Fate che si pianga e la causa sarà
vinta. Ma che altro è il pianto, dolore, o gioia, se non la parola
suprema della poesia?
«Oggi è tardi, almeno mi si assicura. La coscienza pubblica è
illuminata, il fatto è notorio, la lite è decisa, e il governo
stesso che è sempre l’ultimo e convincersi e ad intervenire, sta
maturando i suoi provvedimenti!
«Frattanto non resta più che il libro qual è: povero, nudo, solo,
come il mendico del Vangelo; uno di più nella folla delle moderne
mediocrità!
«È vero che la facile contentatura del nostro tempo mi franca dalla
paura di un giudizio inclemente, e non mi occorre drappeggiarmi
nel superbo motto: — Ho visto una piaga sociale ed ho scritto un
libro. —
«Tuttavia se la critica eccelsa degnasse abbassare gli occhi sopra
questa quisquilia, non dimentichi, per cortesia, il suggerimento
che io stesso le profferisco: — Una buona intenzione può schiudere
il paradiso, ma non scusare un libro cattivo. —
«Che se una lacrima gentile cadesse sulla mesta leggenda istoriata
in queste pagine, vada tutta in testimonianza della santità della
causa, ed a beneficio delle migliaia di compagni di Carluccio
e Stefanella che, divelti da questa Italia che non sa ancora
proteggere i suoi figli, stentano e muoiono per tutta la superficie
della terra proclamata civile.»
Oggi nell’intraprendere, incuorato dal generoso invito dell’Editore
della _Biblioteca Amena_ la terza ristampa[1], sento che in talune
delle cose dette nella prima prefazione mi ero male apposto.
Scrissi che «era tardi e la coscienza pubblica illuminata, e il fatto
notorio e la lite decisa e il governo già occupato a maturare i suoi
provvedimenti; e in una parola che il libro aveva perduta la sua
opportunità» ed ora devo confessare, non di certo ad onta mia, che mi
sono ingannato.
Un _Rapporto_ della _Società italiana di Beneficenza_ a Parigi,
composta dei più chiari e rispettati nomi di Francia e d’Italia,
presieduta dallo stesso nostro Ministro Plenipotenziario inaugura
la lite; la raccoglie il Parlamento mediante l’interpellanza di due
deputati e la promessa di due ministri; la prosegue,-primo, forse
unico frutto di queste promesse, — una Commissione col solito mandato
di studiare e riferire, diretta da Cristoforo Negri; la secondano
molti tra i più gravi giornali scesi nella lizza in mio soccorso con
parole d’incoraggiamento gradito e d’elogio immeritato; io stesso
torno all’assalto in un articolo della _Nuova Antologia_; e Giuseppe
Canestrini, nella medesima Rivista, ripigliando poco dopo la medesima
questione dal lato storico a proposito dei _Servi_ e _Schiavi_ del
Cibrario mi sostiene colla possa del suo nome; insomma il problema
è esaminato, ventilato, agitato con tutti i mezzi di pubblicità e di
propaganda, che la libera discussione insegna e in guisa tale che in
ogni altro paese, dove la stampa abbia un consenso e la tribuna un
eco e l’opinione pubblica un valore, avrebbero a quest’ora raggiunto
il segno. Ma fra noi tutti indarno; dopo il vano strepito di un
giorno tutto resta sepolto sotto «codesta grave mora» alla quale ogni
italiano, più nemico di sè stesso che d’altrui, arreca quotidianamente
la sua pietra d’oblio.
Siamo oggi ai principii di diciotto mesi fa, e ancora con questo
peggioramento che allora la novità del male strappava almeno qualche
urlo di dolore, ed ora ce lo teniamo in corpo cronico e cancheroso
senza darci nemmeno il fastidio di querelarci. E in vero l’Italia ha
avuto troppe nobili cose a operare per umiliar l’occhio fino a queste
miserie, e assorta nella grossa faccenda dei suoi processi, dei suoi
scandali, dei suoi libelli, lascia la cura di queste bambinaggini alle
sue mamme.
E se ne occupassero almeno le mamme! Ma ogni anno una brutale avidità
strappa dal seno di forse trecento madri i lor pargoli innocenti, e
nessuna voce di madre più felice s’è unita alla nostra per protestare.
Era dunque ingiusto verso me stesso e troppo generoso verso gli
altri quando diceva «è tardi» poichè il male persiste e il rimedio
può ancora venire in tempo; era inesatto che la lite fosse decisa,
poichè essa è ancora _sub judice_; e falso che la coscienza pubblica
fosse illuminata, poichè, fattasi la luce, questa ha prodotto su di
lei lo stesso effetto che sugli animali notturni: l’ha abbacinata e
insonnolita; non era infine che ironicamente vera quella mia frase,
dalla quale per altro spuntava, fin da quando la scriveva, lo strale
dell’incredulità: «il governo sta maturando i suoi provvedimenti»
perchè nel fatto il governo, chiocciola stracca ed impotente, li matura
ancora.
Al mio libro non è pur troppo fallita ancora l’opportunità. Questa
triste dote, l’accompagnerà, forse per molti anni ancora, e fino al
giorno in cui vi sarà una contrada d’Italia che faccia mercato de’ suoi
figli, e un governo nazionale, ignaro e indifferente che lo trascuri o
lo tolleri, e governi stranieri tanto più scandalosi quanto più civili,
che lo proteggano e l’usufruttino, e fino a quando sopravviverà codesta
tormentosa quistione sociale col suo lungo corteggio d’analfabeti
maggiore di quello della Spagna, e di poveri doppio di quello della
Francia, e di scolari metà di quelli dell’Irlanda, colle sue trecento
comunità prive di scuole, coi latifondi abbandonati e le maremme
mortifere e i laghi pestilenziali e le valli ove cresce l’ulivo senza
strade e i torrenti che scendono ai due mari senza ponti, e un eccesso
di conventi e un difetto di officine, vecchia e profonda malattia,
della quale il traffico dell’infanzia e la prostituzione della
impubertà non è che l’ultima e più letale esplosione.
Però questa ristampa, se è nel liberale concetto dell’editore un
compenso prodigato a un tentativo letterario non interamente abortito,
nei voti dell’autore è un grido ed una protesta contro l’inerzia e la
noncuranza di tutti coloro che, avendo ieri toccato con mano l’orrida
piaga, e avendo in lor potere i mezzi di arrestarla, la lasciano
dilatare e incancherire.