SUL MOLO.

Di sul casseretto di poppa, dove sono a scriverti in furia queste ultime

righe, osservo ed appunto. In cielo ed in mare è calma perfetta; in

terra imperversa la tempesta umana. Fra centinaja di legni a vela,

diciotto grossi piroscafi sono nel porto. Contemplando questi mostri

natanti che uno dopo l'altro si avventeranno sull'Oceano a sventolare la

bandiera italiana per tutti i mari della terra, a me, piccolo acaro del

globo, par d'avere il globo tra le mani. Uno di questi ansa, fuma,

fischia e sbuffa prima di slanciarsi nella sua rotta a Palermo, e pare

come un formidabile cetaceo che tirato in terra dal rampone del

baleniere sospiri smanioso alle profonde caverne del suo mare lontano.

Quanto volentieri mi lascerei ingojare, Gionata redivivo, nel suo comodo

ventre per salutare la dorata Palurmus, le silenziose tombe d'Agrigento

e di Siracusa, e i tremuli papiri dell'Anapo! Ma altri forse più degni

di me vi anderanno, ed io li guardo e li invidio.

Gruppi di bersaglieri che salutano e abbracciano amici ed amorose

piangenti, si affollano su la riva; bersaglieri stivati in barche vanno

al piroscafo che li condurrà in Sicilia, e il ponte del bastimento

formicola già di questi bruni folletti che gridano e cantano, e

sventolando all'aria bianche pezzuole mandano alla spiaggia il loro

saluto d'addio, mentre dalla spiaggia si risponde. Il vento agita le

penne dei loro cappelli e il sole inebriato, pazzamente scintilla sul

disordinato agitarsi di piume, di bajonette e di lacrime.

In questo tempo un altro vapore arriva fischiando, ed una smotta di

piccole barche gli si affollano incontro come gabbiani addosso a una

balenottera morente. Il disordine intorno a lui si fa prodigioso: uomini

e merci calano e cascano alla rinfusa; strilli umani e latrati di cani

che abbajano dalla riva o affacciati all'opera morta dei bastimenti

vicini, empiono l'aria d'un'armonìa diabolica; altre barche accorrono;

altre vengono a riva; trilli e suono di campanelle annunziano i comandi

per le manovre, ai quali rispondono le voci cadenzate dei marinari;

bandiere che salgono e discendono cigolando riempiono l'aria, e le

fiamme sottili schioccano al vento in cima ai pennoni. Tonfi di ancore

buttate nell'acqua e d'ormeggi lanciati alla riva, cigolìo d'argani e di

taglie, e suono di catene, e centinaja di altri rumori e tutti diversi e

insieme confusi si partono intanto dalla piccola città galleggiante. —

A terra il lavoro aumenta di proporzioni. Carri che partono e che

arrivano; ammassi di balle, di casse, di carbone e d'infinite altre cose

che in un momento si ammontano e si smonticano e spariscono; bòtti

rotolate che scricchiolano su la breccia; cavalli che abbandonati un

momento si son dati alla fuga fra le grida del popolo; altri impennati

sotto un peso enorme fanno sforzi prodigiosi, animati dalle frustate e

dagli urli de' carrettieri, e in mezzo a questa babele, sberci di chi

chiama il compagno lontano, di chi impreca al santo Diavolo, di chi

invoca la Madonna, di chi chiama San Gennaro in suo soccorso. E intanto

col nuovo bastimento è arrivato un carico di cembali e di nacchere.

Quattro barche stivate di questi strumenti e gremite di persone si son

mosse e vengono alla riva suonando tutti e strillando come anime

spiritate. Nel forte vicino molti gruppi di soldati incominciano a

suonar trombe, ognuno per conto proprio, in modo che la presa di Gerico

sarebbe sembrata uno scherzo a chi si fosse ritrovato in mezzo a questa

nuova tregenda. E ancora non è finito.

Il piroscafo per Palermo si è mosso con apparato maestoso di fumo, di

suoni e di canti, e in questo momento un legno da guerra ha incominciato

a tuonare in lontananza il suo saluto, al quale risponde subito la romba

delle artiglierie dal porto militare.... Io non ne posso più; i miei

nervi sono consumati. Guardo d'intorno, ed una folta caligine di polvere

sollevata e di fumo pregno d'un odore acuto di catrame e di fossile

ingombra l'aria giallastra attraversata da una luce calda e abbagliante.

Mi sento stanchi gli occhi ed il cervello.

Anche sul ponte del mio bastimento è lo stesso casa del diavolo. Sono

moralmente spossato, ma non mi annojo. Penso al vuoto che avrò da

riempire ne' miei sensi appena lasciata questa romantica ed impazzata

regione, e intanto osservo, mi rattristo e godo.

Attraverso ad una selva d'antenne scorgo il Vesuvio che insensibile al

doloroso saluto dell'amico che parte, fuma e tace, ed io pure taccio,

fumo e lo guardo, ed invidio due gabbiani che rotano altissimi e

tranquilli su la marina di Portici....

— Addio, addio, diabolica e divina montagna; un adoratore del tuo fuoco

ti saluta commosso; addio, addio! Domani all'apparire del giorno

cercherò inutilmente nello spazio la tua cima fumante e mi domanderò con

tristezza: rivedrò più il Vesuvio?

— Addio, poetici colli del Vomero, di Pompei e di Sorrento. Addio,

placide marine del golfo, che lontane tornerete assidue, come sogni

tristissimi e soavi, alla memoria ed al core dell'amico lontano; addio,

addio! — Il bastimento ha cominciato a fremere al gorgoglìo della

caldaja che ribolle nel suo ventre; i segnali dell'imminente partenza

sono dati e già è principiato lo sgombro di tutti coloro che son qui per

affari o per addii, fra i quali il nostro Enrico che sarà l'ultimo ad

allontanarsi.

— Si parte! addio, mio buon amico, e addio, addio a te dal profondo del

core, o Napoli maravigliosa, addio! Io non ti ho certo adulata come

tutti gli altri tuoi amanti, ma tu non volermene male, perchè forse più

di tutti gli altri ti amo. Addio, Napoli mia, e, se l'ira del tuo

vulcano non ti tocchi in eterno, vogli compatire il piccolo figlio d'una

delle tue cento fortunate sorelle, che limpida e sconfinata, come la

serenità del tuo cielo, vorrebbe la purezza della tua grande anima di

fuoco. —

Napoli a occhio nudo: Lettere ad un amico · 第 20 / 22 题