Dove si parla del Camposanto vecchio.
Napoli, 22 maggio 1877.
Sere sono, essendo montato in una carrozzella per prendere una boccata
d'aria di campagna, dopo aver percorso un par di chilometri circa della
strada di Poggio reale fuori di porta Capuana, attaccai questo colloquio
col mio Automedonte.
— Dimmi, compare; che cos'è quel gruppo di fabbricati lassù in alto a
mezza collina...?
— Il Camposanto nuovo, eccellenza.
— No, no; quello lo conosco. Domandavo di quell'altro più in basso a
sinistra....
— Ah! ho capito quale volete dire. È il Camposanto vecchio, il
Camposanto dei poveri, dove sotterrano a macchina....
— Svolta, e conducimi lassù.
— Io vi conduco dove volete, signorino, ma non troverete nulla di bello
da vedere.
— Tanto meglio. Svolta, svolta. —
Il vetturino, maravigliato di un genere di curiosità che non sapeva
spiegarsi, mi guardò quanto ero lungo e lentamente fece voltare il
cavallo. Dopo un quarto d'ora circa mi trovai alla porta del Cimitero.
Appena messo il piede dentro alla soglia, le parole del vetturino «non
troverete nulla di bello da vedere» mi tornarono alla mente e quasi mi
pentii d'esservi andato.
Non v'era assolutamente nulla da vedere. Due corpi di fabbrica
lateralmente all'androne d'ingresso contenenti la chiesa, il quartiere
del prete ed altre stanze destinate a varj usi; un largo piazzale
lastricato di forma presso a poco quadrata, con un lampione nel centro
sormontato da croce; un'alta muraglia di cinta decorata internamente ad
arcate in grossezza di muro, ed una piccola Grù collocata sopra piano
mobile che al mio arrivo stava inoperosa in un angolo del piazzale; ecco
tutto quello che mi dètte nell'occhio al primo giungere nello squallido
carnajo, dove il Municipio di Napoli manda ogni anno circa 7000 _capi_
di bestiame umano a putrefare in combutta. Un uomo di piacevole aspetto,
ma coperto di abiti cenciosi, che stava seduto presso la porta, mi si
annunziò come il custode; ma siccome esitavo ad entrare, mi disse che
passassi pure, ed accennandomi alcuni meditabondi straccioni che
erravano là dentro, mi fece sapere che senza alcuna cerimonia l'ingresso
era libero a tutti in quel recinto. — Entrai. Fatti alcuni passi, però,
tornai indietro per fargli questa domanda: — Scusate, custode, che cosa
sono quelle lapide tonde lì sul lastrico e numerate una per una con lo
scalpello?
— Le sepolture, signore, — mi rispose. — In tutte sono 365, appunto
quanti i giorni dell'anno. 360 sono qui, come vedete, ed altre 5 nella
chiesa. Alle 6½ della sera se ne apre ogni giorno una e lì si
seppelliscono, con quella macchina laggiù, i morti che sono arrivati
nella giornata e quelli che arrivano nella notte. Si richiude alle 6½,
della mattina; ma se vi piacesse vedere come si fa, trattenetevi o
tornate stasera verso le sette, chè vi _divertirete_. —
Nel tempo che il custode mi dava queste notizie io gli badavo appena.
Fissatomi su quel piano uniforme, nudo come l'idea della morte, sotto al
quale milioni di cadaveri imputridivano accatastati, mi sentivo prendere
adagio adagio da una noja, da un malessere, da così fredda tristezza,
che volentieri me ne sarei andato, se una strana curiosità non m'avesse
inchiodato là dentro. Era una tale scena di desolazione da mettere i
brividi addosso al cinico più ributtante. — Io ti racconto quello che
vidi e nulla più. —
Due vecchi, a capo scoperto sotto la sferza di un sole infuocato,
percorrevano il piazzale in su e in giù lungo le file di sepolture,
recitando salmi a bassa voce e mandando ogni tanto qualche lamento, ora
battendosi il petto, ora facendosi segni di croce, ora aprendo le
braccia con gli occhi rivolti al cielo. Presso una lapide, poco discosta
da me, era un gruppo composto di una donna adulta, una giovinetta e tre
bambini, di certo madre e figli, che ad intervalli pregavano e
piangevano in silenzio dirottamente. Avrei fatto volentieri qualche
interrogazione a quei disgraziati, ma mi guardai bene dal disturbare il
loro doloroso raccoglimento. La madre era inginocchiata col capo
abbandonato su le spalle della figlia maggiore che le sedeva accanto;
dei tre bambini, il maggiore prendeva parte alla preghiera e al dolore;
il secondo dormiva col capo fra i ginocchi della sorella, ed il terzo si
gingillava con una lucertola legata per la coda. In un angolo dormivano
due straccioni, russando saporitamente; in un altro, un branco di
monelli schiamazzavano e facevano gazzarra, gettando sassi in aria. Ma
era così fredda la tinta del quadro, che quelle grida d'allegrezza non
ne turbavano minimamente la intonazione; avrei giurato che piangevano
anch'essi. Nel mentre che osservavo taciturno, comparve su la porta un
uomo scamiciato e coi calzoni a mezza gamba, il quale portava qualche
cosa su la testa che da lontano non potei subito riconoscere. Entrò
canterellando, con una mano su i fianchi e l'altra all'oggetto che
recava in capo. Era svelto ed elegante come una figura pompejana.
S'inoltrò qualche passo, e dopo essersi guardato d'intorno chiamò:
«Treonce!» Treonce, che era uno dei facchini di servizio addormentati in
un canto, si alzò, gli corse incontro ed io feci altrettanto. —
L'oggetto che il nuovo arrivato teneva su la testa, era una piccola
cassa da morti. In tempo che il custode preparava quella di deposito, i
due facchini ne schiodarono il coperchio e misero allo scoperto lo
scarno cadavere di un bambino di circa due anni. Era rinvoltato in pochi
e laceri cenci, ma una povera ghirlanda di frasche gli contornava
l'esile corpicino, ed una rosa di maggio gli si vedeva pendere fuori
dalla bocca. Mi passò attraverso al pensiero la mano che aveva
accomodato quella rosa, e mi sentii serrar la gola, mentre i ragazzi che
schiamazzavano là in fondo, erano corsi pizzicottandosi, e saltavano
intorno a noi distratti e sorridenti. Preparata in un momento la cassa
di deposito, il piccolo cadavere fu preso da un facchino per una gamba e
sbatacchiato lì dentro. La ghirlanda volò da una parte, la rosa da
un'altra, e due righe di sangue uscirono dalle narici a solcare le gote
di quella misera creatura. — I monelli si strapparono fra loro le
frasche e la rosa, ed intanto l'industrioso Treonce, finita di schiodare
a suon di pedate la cassa, si allontanò coi pezzi sotto il braccio,
fischiando allegramente l'aria della _Palumbella_.
Così vidi arrivare altre casse con cadaveri di adulti, o su barrocci o
portate a mano o sul cielo di carrozze, ed a tutti ho visto dare presso
a poco lo stesso trattamento. Ad un cadavere di vecchia vidi cadere, nel
levarlo dalla bara, l'unico brandello di panno che le copriva il ventre
e restar nuda affatto sotto gli occhi di una folla di curiosi; ad un
altro di uomo attempato, che scivolò dalle mani di chi lo sosteneva per
le spalle, vidi battere il cranio su le lastre, con quel rumore sinistro
che non si scorda e non si confonde mai con altri. Ma non è nulla!
Napoli è distante; i satrapi sono a pranzo, e questo piccolo rumore non
arriverà certo a disturbare il loro placido chilo. Superato il primo
ribrezzo, però, mi sentii sempre stonato, ma guardai con crescente
indifferenza ogni nuovo cadavere che giungeva, e capii che se, come quei
ragazzi, avessi passato le mie giornate là dentro, in poco tempo mi
sarei ridotto a prenderla in chiasso e a ballare e ridere come loro.
Chiamato da parte il custode, gli domandai:
— A che ora il seppellimento?
— Principiamo alle 6½, ve l'ho detto dianzi. Verrete a vedere,
eccellenza?
— Non è difficile. —
Appena uscito, il cocchiere mi chiese: — Ebbè, signorino, che avete
visto?
— Nulla.
— Ve l'aveva detto! —
La sera stessa mi fu impossibile tornarvi, ma tre giorni dopo, alle 6
precise, ero al posto. Per la via che conduce al Camposanto, e più
specialmente nell'ultimo tratto di salita selciata, incontrai molti
gruppi di persone, la maggior parte delle quali se ne venivano
conversando e ciarlando allegramente. Mi sorprese tanta folla ed il suo
contegno, ma seppi dopo che, essendo venerdì, vi accorreva numeroso il
popolo minuto per procurarsi il terno, ricavando le combinazioni dal
numero dei morti, dal loro sesso od età, e seppi anche che alcuni
_dotti_ esercitano là dentro la nobile industria di studiare e spiegare
i casi più difficili a chi gl'incarica della delicata operazione,
ricevendone in cambio un piccolo onorario. — Utilissima notizia per quei
padri di famiglia che volessero avvantaggiarsene, per uscire dalle loro
ristrettezze economiche. — Come troppo spesso il ridicolo è vicino allo
spaventoso!
La macchina stava già al posto accanto alla sepoltura che doveva
scoprirsi fra poco, e nove cadaveri dentro casse scoperte si vedevano
collocati a raggio intorno alla lapide Nº 145: cinque vecchi, tre
bambini ed un giovane dell'apparente età di trent'anni, intorno ai quali
un cento di persone circa stavano stupidamente contegnose ad osservare.
Accostandomi a quel gruppo, mi dètte nell'occhio una giovine donna di
bella figura, ma della quale non potei distinguere i lineamenti del
viso, perchè avendo passato le sue braccia sul collo di altre due donne
che le stavano ai fianchi sorreggendola, lasciava ciondolare il capo in
avanti, nascosto affatto sotto una folta pioggia di capelli arruffati.
Tremava a foglia a foglia e si contorceva, mentre le compagne le
asciugavano il sudore coi grembiuli, e le dicevano sotto voce qualche
parola che non potevo intendere. L'arrivo del prete mi distrasse e la
persi di vista. —
La folla si aprì in due ali per dargli passaggio, e subito gli si
richiuse dietro affollandoglisi intorno. Il silenzio era allora
perfetto; soltanto a lunghi intervalli giungeva fino a noi la romba
della città, portata dalla brezza della sera, e quel rumore confuso mi
pareva come un respiro cavernoso, mandato dalle migliaja di polmoni che
disfatti tacevano sotto a' miei piedi.
Vi sono impressioni che non si raccontano, ma si pensa e si tace, perchè
la parola è insufficiente. Il vecchio sacerdote recitò la preghiera dei
morti; benedisse i cadaveri, e si ritirò, facendo un cenno agli uomini
di servizio che messero subito mano al _lavoro_.
— Iam! — gridò uno di loro, e in un istante la lapide dell'immane
carnajo fu sollevata. Un'ondata di tanfo nauseante buttò indietro in un
momento le cento facce dei curiosi che vi stavano sopra, ma cento facce
improntate di stupida curiosità, di ribrezzo e di paura si riaffollarono
subito su la fetida buca. I monelli restati di fuori gridavano facendosi
largo fra le gambe dei curiosi; quelli rimasti serrati strillavano,
sentendosi soffocare, ed intanto gli uomini addetti alla macchina non
cessavano di raccomandarsi gridando: — Indietro! cascherete dentro! via!
via! finiamo! — Bisognò lasciar correre un quarto d'ora buono per dare
sfogo alla bestiale curiosità della folla, e cominciò subito dopo la
funebre operazione. Il sinistro ordigno fece cigolare le sue ruote e la
cassa metallica sospesa alle sue catene venne a posarsi orizzontale sul
terreno. In quel tempo mi affacciai alla tenebrosa apertura, ed
arruotando gli occhi scorsi nel fondo una massa informe di ossa
biancheggianti e di panni muffiti. Il ribrezzo mi buttò indietro. Il
primo cadavere tolto dalla bara venne in pochi secondi collocato nella
cassa metallica che sotto la forza degl'ingranaggi fu sollevata qualche
linea sopra il terreno e calata lentamente nella fossa. La folla vi si
spenzolò sopra di nuovo per osservarne la discesa, quando ad un certo
punto scattò una molla, il fondo della cassa si era aperto e la prima
carogna umana, con un tonfo sordo, era andata ad occupare il suo posto
nel letamajo assegnatole per ultima dimora. La cassa ritornò in su, e
questa volta toccava all'uomo giovine a dare il funesto spettacolo. Due
facchini, prendendolo uno per le gambe e l'altro sotto le ascelle, lo
depositarono nella cassa della macchina. L'aspetto del cadavere di un
uomo giovine, che si disponeva a fare la lugubre discesa, aveva
impressionato anche i più stupidi. Nessuno fiatava, e in mezzo al
silenzio generale la Grù fece sentire il suo strepito sinistro. Un grido
soffocato m'arrivò alle orecchie, e vidi comparire affannata ed
avventarsi su la buca, entro la quale scendeva il cadavere, la giovane
donna che poco fa aveva fermato la mia attenzione. Le due amiche le
corsero dietro e l'agguantarono per le vesti, per paura che si
precipitasse nella tenebrosa cisterna, ma si fermò invece spenzolata
sull'orlo di quella con gli occhi invetrati, finchè, al tonfo che fece
quel corpo battendo sul fondo, piegò, come se le fosse caduto sul core,
e si abbandonò fra le braccia delle sue compagne.
Mi voltai ad un vecchio che mi stava vicino osservandola e gli domandai:
— La conoscete? — Robba de lupanare, eccellenza... — Basta. — Un cupo
mormorio di compassione e di paura si levò a quella scena, ed alcuni di
noi ci muovemmo per soccorrere quell'infelice, ma non fummo in tempo,
perchè barcollando ed agitando convulsamente in aria le braccia, la
vedemmo sparire come un fantasma attraverso alla luce del lampione che
illuminava l'androne d'ingresso, sorretta dalle sue compagne che quasi
se la portavano in collo.
In quel momento un ragazzo che, per veder meglio, s'era ficcato
attraverso alla macchina cominciò a gridare: — Ahi! Ahi! la mano, la
mano! — (gli era rimasto un dito fra gl'ingranaggi) e la folla e gli
uomini di servizio: — Indietro, indietro le rote! — Stiamo facendo — Ah!
mi si tronca, mi si tronca! — La lanterna, la lanterna! — Levate il
piede dalla catena! — È una creatura d'Iddio! — Così non si farà niente!
— Ah! madonna, madonna! E tu dove vai? — Ci cascherete dentro; indietro,
indietro! — Ed altre esclamazioni ed altri urli e un turbinìo di teste,
di braccia e di mani, che tumultuosamente si affollavano in un punto. In
quel mentre altre grida partivano da persone spaventate, che fuggendo
inciampavano e inciampando cadevano attraverso alle casse dei cadaveri
ancora insepolti.... Dio, Dio, Dio! Fu una scena d'orrore, una scena
d'inferno, ed io coi capelli ritti e la pelle increspata, uscii di là
dentro inorridito, nè valse a mitigare la mia tristezza paurosa la pazza
allegria dei nuovi giardini alla Marinella, dove corsi affannato per
divagarmi.
Qualche anno fa, il figlio d'un potentato d'Europa, dopo aver sentito
parlare di questo cimitero, osservava non so a quale Autorità
napoletana:
— Spero che sarà stato soppresso?
— E potete dubitarne, Altezza Imperiale? — gli fu risposto.
Quel giorno stesso, venti carogne umane andavano una dopo l'altra a capo
fitto, a stroncarsi le costole contro le ossa di chi le aveva precedute
nell'immonda voragine.
Lettera VII.
Dove si parla d'una gita a Capri.
Napoli, 25 maggio 1877.
Quante serate ho passato, con gli occhi fissi e l'ansia degl'innamorati
nel core, a contemplare quell'isola incantatrice!
Appoggiato alla spalletta lungo la marina al Chiatamone, posavo i miei
sguardi desiderosi su le sue balze romite, e data la via a tutta la
suppellettile di romanticismo che ogni buon realista deve portar seco
necessariamente per le occasioni straordinarie, mi perdevo in un oceano
di dolcissime fantasie, concludendo col domandarle: — E quando mi sarà
possibile salutar Napoli dalla cima del tuo Solaro, o Capri
maravigliosa? — Capri non mi rispondeva ed io, voltandomi indietro ogni
tanto a darle un'altra occhiata, mi allontanavo adagio adagio, finchè,
dopo aver destato con un caldo addio gli Echi del Castel dell'Ovo,
correvo a spegnere i miei bollori romantici intorno alla mole
parallelepipeda d'un gelato partenopeo.
Sono stato finalmente a Capri, dove ho passato due giorni di delizia, ed
ora voglio dartene qualche ragguaglio.
La traversata fu abbastanza monotona, perchè il mare era troppo
tranquillo e la compagnia non troppo adatta alla mia indole ed alla
circostanza. Una banda di sei camorristi mascherati da suonatori che
strapazzarono il Verdi, il Rossini e le mie orecchie, finchè non fummo
arrivati, ed una comitiva numerosa di pellegrini francesi e tedeschi,
che presi crudelmente dal mal di mare miagolarono per tutta la
traversata, erano i compagni che la sorte m'aveva regalati e mi vi
rassegnai. Me ne corsi a prua, mi accavalciai sull'albero di bompresso,
lontano dalle armonie e dai conati, e lì sognando di cavalcare un mostro
marino, padrone dei venti e dell'Oceano che mi brontolava timido ai
piedi, bevvi a sorso a sorso il fascino di quell'isola agognata, che mi
rivelò ad uno ad uno i misteri de' suoi seni profondi, delle sue
vallicelle fertili e solitarie e de' suoi picchi severi, correndomi
incontro su le acque, ed ingrandendo a' miei occhi ad ogni passo la sua
mole tranquilla.
Avevo trovato la pace, ma per un momento fu seriamente minacciata.
Un vecchio ossuto e brontolone che aveva già avuto che dire col secondo
e con lo sguattero di bordo, mi raggiunse anche lassù. Mi si accostò
adagio adagio, e quando mi fu vicino mi raccontò, ma col tono solenne di
chi ha fatta una grande scoperta: — Divino questo cielo d'Italia! — Le
dieci e mezzo precise, — risposi io, tirando fuori l'orologio. — E lui:
— Eeeh? — E io: — Eeeh? — Divino questo cielo d'Italia! — ripetè
forzando la voce. — Dite più forte, non v'intendo, — e m'accennavo
l'orecchio. Lo feci sgolare per una diecina di minuti, dopo i quali,
come Dio volle, ebbi la gioja di vederlo allontanare non soddisfatto, ma
tutto pace e compunzione, ed ottenni così il mio scopo di restarmene
solo, lontano dalle distrazioni ed in compagnia delle mie stravaganti
illusioni. Ma Dio non paga il sabato. C'incontrammo lo stesso giorno
alla locanda a tavola rotonda, e me lo trovai proprio accanto! Che si
fa? Per liberarmi da spiegazioni che potevano essere nojose, mi toccò
fare il sordo tutto il tempo del desinare, e se soffrissi non lo so
altro che io con la voglia che avevo addosso di espandermi e di parlare
da per tutto e con tutti, di tutto e di tutti, e di ridere e di
chiassare strepitosamente. Ma me l'ero meritato.
Il battello intanto filava allegramente, e presto arrivammo in
prossimità d'una riva solitaria, irta di scogliere maestose, dove,
appena dato fondo, una folla di piccole barche ci si avventò incontro,
per condurci in quella caverna fatata, in quel fantastico gineceo delle
Nereidi, che tutto il mondo conosce sotto il nome di Grotta Azzurra.
Che natura meravigliosa è questa! che prodigio della creazione è questo
golfo superbo, questo cielo, queste isole, questo mare, dove non è
lecito muovere un passo o guardarsi d'intorno, senza incontrar sempre
nuove cause d'entusiasmo e di stupore! La Grotta Azzurra deve essere un
inganno per le anime volgari che la vedono la prima volta. Avvezzi tutti
a sentirla cantata ed a vederla dipinta come uno scenario a festoni
imbevuti nel turchinetto, lunga lunga e azzurra azzurra, devono trovarsi
necessariamente sconcertati, quando si accorgono che non è nè spaziosa
nè azzurra come l'idea che se n'erano formata, ma raccolta e colorata di
un verde mare metallico a riflessi d'argento lucentissimi, e più bella e
più poetica di quello che fantasia umana possa immaginare. Io pure ho
provato questa prima impressione, e ne sarei escito malcontento, se
trattenendomi là dentro non mi fossi sentito, a poco a poco, trasportare
in uno stato di estasi dolcissima.
La luce scaturiva dalle acque profonde, ma era luce che mi pareva
soprannaturale; era una luce fosforescente, in mezzo alla quale
vagavano, lenti lenti, gruppi di pesci fantastici, vestiti dei colori
dell'iride, e su le pareti e sul fondo incerto della vôlta vedevo
strisciare danzando fantasmi d'argento alati, e dissolversi e ricomporsi
rapidamente in mille forme bizzarre. Le mie idee cominciarono a
smarrirsi, e non sapendo più credere che quelli erano i riflessi delle
onde leggermente agitate, mi trovai perso in un mare di sogni soavi.
Sognai di Fate e di palazzi incantati, dove mi pareva trovarmi in forza
di qualche magìa; pensai al lago fragrante del Profeta e mi addormentai
all'ombra odorosa del Taba, aspettando la voce melodiosa d'Izzafril, che
mi chiamasse alle eterne voluttà del Genna; sognai i letti di musco e di
canfora e i lunghi amplessi delle Huris dalla nera pupilla, e chi sa che
capata avrei battuto negli scogli della bassa apertura che mette alla
grotta, se il barcarolo non mi avesse strappato a' miei sogni
strillandomi: _Signurì, Signurino, abbasciate 'a capa!_ ed uscii
meditabondo e confuso dalla fatata caverna.
Sbarcati alla marina di Capri, i miei compagni si allontanarono presto,
chi a piedi, chi facendo dama su un branchetto di somarelli che
aspettavano presso lo scalo, e rimasi finalmente solo.
Che quiete beata mi contornò allora! Pochi pescatori stavano a sedere su
la rena, rassettando reti, i quali cantando sotto voce pareva non
volessero turbare il silenzio di quella riva solitaria, ed un gruppo di
bambini saltellanti e di giovinette fresche e gentili mi furon subito
intorno, offrendomi pietruzze colorate e rose. Ero in uno stato di
assoluta beatitudine. Mi voltai al mare. Il Vesuvio lontano fumava, e
Napoli con una sottilissima striscia biancastra segnava il limite fra i
due campi sterminati d'azzurro, del cielo e del mare. Messomi a sedere
sopra uno scoglio davanti al grande spettacolo, quello che godessi non
lo so; che cosa si dicessero fra loro in quei momenti il mio core e il
mio cervello, nemmeno saprei dire; ma so che il core mi doleva, e che le
grandi gioje dell'animo somiglian troppo al dolore, tanto è impastata
male questa povera creta umana.
Mi alzai dopo poco, e prendendo su per una straduzza ripida e tortuosa,
accompagnato dalla mia dolorosa contentezza, m'incamminai verso la
piccola città di Capri. Andandomene su su, e ripensando alla storia di
quest'isola singolare, e più che altro alla sinistra figura di Tiberio,
non mi sarei mai immaginato che quel po' di ridicolo che avrei trovato
per divagarmi su quelle spiaggie malinconiche dovesse appunto venirmi da
lui. Tutto là è Tiberio, o meglio _Temberio_, come lo chiamano quei
pacifici isolani: _Hôtel_ Temberio; Villa di Temberio; Bagno di
Temberio, Piazza di Temberio, Salto di Temberio, Temberio insomma da
tutte le parti, ed io ne ho riso di grandissimo core, quando per
curiosità o per sentirmelo ripetere domandavo spesso a quella buona
gente: — E quelle rovine? — Il castello di Temberio. — E quella casa? —
_Hôtel_ Temberio. — Lo strapazzo che si fa del nome di Tiberio su
quell'isola non ha confronto con altri di simil genere.
Povero Tiberio, quanta ferocia sprecata per render pauroso col suo nome
questo romantico teatro delle sue ultime orgie sanguinose! Presso la
rupe, dove il voluttuoso assassino precipitava in mare le sue vittime, è
ora una bianca casetta, e presso a questa casetta un fresco pergolato,
all'ombra del quale vidi due brune e spensierate figlie dell'isola
ballare al suono di cembalo e di nacchere la _tarantella_.
Ogni cosa è piccola in quest'isola: le strade strette; le case piccine
piccine, i muri di cinta, bassi bassi; le piante rigogliose, ma piccole
anche quelle, e fa meraviglia che anche gli uomini non si siano misurati
al metro di tutto ciò che li circonda. Le loro casuccie rimpiattate fra
i ciuffi di cedri e di olivi sembrano bianche scatolette, appena capaci
di contenere una famiglia di pigmei, ed ho riso della stonatura che
facevano coi loro abitanti, tutte le volte che scorgevo comparire su la
porta d'uno di questi edifizj lilliputtiani un uomo, che fregando le
spalle agli stipiti e toccando con la testa l'architrave sembrava due
volte almeno più grande del vero. Quando poi qualcuno si affacciava alle
finestre, mi parevano addirittura ritratti di figure colossali,
incastrati in un'angusta cornice.
Tutta questa piccolezza poi diventa notabilissima nella piccola città di
Capri (Crape per quegli abitanti), girando per la quale mi pareva
trovarmi dentro una casa, di cui la gran piazza rappresentasse una
modesta sala d'ingresso, e le strade, gli anditi di comunicazione fra
quella e le altre sue piccole e luminosissime stanzette. Le comarelle
che stanno a filar seta su la porta di strada, si porgono fra loro le
bionde matasse e si dicono negli orecchi i loro innocenti segreti, da un
lato all'altro della via, senza muoversi da sedere. Sembra tutta una
famiglia; una buona famiglia ordinata e pulitissima, in mezzo alla quale
ci troviamo cordialmente ospitati, perchè tutti vi guardano, o vi
salutano o vi sorridono piacevolmente. Quanto debbono esser buoni i
Capresi, che riuniti in così numerosa famiglia vivono in tanta pace ed
hanno negli occhi tanta allegrezza serena! Avrei abbracciato tutti e
soffrivo realmente non potendomi espandere con nessuno.
Quando andai a visitare la piccola cattedrale, fermò la mia attenzione
un chiodo piantato nel muro presso una piletta d'acqua santa. Domandai
di quel chiodo, e seppi che smarrendo per l'isola un qualunque oggetto,
anche di gran valore, non s'ha da far altro che andare dopo un dato
tempo a quel chiodo, dove certamente ritroveremo l'oggetto, che sarà
andato ad appendervi colui che l'avrà ritrovato. Non ci credo, — dissi.
— È la verità, signore, — mi fu risposto. Credei di sognare. Mi saltò
allora in testa un'idea gigantesca. Se tanti chiodi simili si
piantassero nelle cattedrali di tutte le metropoli d'Europa! Se si desse
ai popoli un segno di tanta fiducia! chi sa? Gli uomini, in fin de'
conti, non sono che fanciulli adulti, e nei fanciulli caparbii non è
raro osservare sublimi reazioni, di fronte ad un atto improvviso di
altissima stima che gli umilii. Si tenti dunque la prova; si metta il
chiodo maraviglioso, ed io son qua per scommettere che se è di ferro e
bene aggrappato, nessuno lo porterà via. —
Tutto ho veduto di questa pittoresca isoletta. Assistito dalle mie gambe
di ferro, perchè là grazie a Dio non vi sono carrozze, e dalla mia
volontà, non ho lasciato inesplorato un palmo di quel terreno. Dai
Faraglioni al Capo Campetiello; dalla Grotta Azzurra alla Cala del
Tuono, ora inerpicandomi con le mani e coi piedi, ora sdrucciolando giù
per un piano inclinato, ora saltando da uno scoglio all'altro, in
compagnia del mio vispo Peppino, un giovinetto che mi fu dato per guida
dal mio locandiere in Capri, la girai tutta, e in tutti i versi
l'attraversai cantando, ridendo e propinando ai Genj di quelle piccole
solitudini, col baciare ripetutamente la mia fiaschetta di Cognac, ed
ammettendo al mistico bacio anche il sospettoso Peppino, il quale,
abbandonato dopo poco ogni ritegno, si slanciò fino a cantare con me
quel soave rispetto della Montagna pistojese:
Quanti ce n'è che mi senton cantare,
Diranno: Bon per lei ch'ha il cor contento.
S'io canto, canto per non dir del male:
Faccio per isfogar quel ch'ho qui drento,
Faccio per isfogar l'afflitta doglia:
Sebbene io canti, di piangere ho voglia.
La nostra gita però non era affatto solitaria, perchè era caso raro che
nei luoghi più pittoreschi non incontrassimo, intenti al lavoro sotto i
loro ombrelli di tela, qualche pittore o pittrice, i quali ci salutavano
in tutte le lingue d'Europa, tolta l'italiana, giacchè pittori italiani,
forse perchè avranno trovato da far meglio in altre regioni, a Capri è
difficile vederne. E questo non incontrare là nessun mio compatriotta,
tanto più mi rincresceva, perchè il contegno di quegli ultramarini e
ultramontani seguaci d'Apelle, fra quegli scogli, dei quali credono aver
acquistato ormai il diritto di proprietà, è talmente altero da
rattristare un povero Italiano che approdi su quell'isola, credendola in
buona fede un frammento della sua patria. Anche gli abitanti, per lunga
consuetudine e per così frequenti contatti con gli stranieri, tanto nei
modi, quanto nella lingua, hanno quasi perduto il carattere italiano,
che è loro rimasto solo nel tipo. Ma rispettiamo i decreti della
Provvidenza, la quale si sarà forse servita di questi mezzi per far
migliori i buoni Capresi.
Quando entrai nella piccola Ana-Capri, mi fu rammentata Pompei dalla
solitudine delle sue bianche viuzze. Mi maravigliò tristamente tanto
silenzio, ma poi seppi che quella popolazione di romiti agricoltori era
tutta dispersa giù per gli scoscesi vigneti, che contornano la città. La
girai silenzioso anch'io, parendomi villanìa il disturbare il riposo di
quelle casette, che per la scarsità delle loro aperture e per la
bianchezza abbagliante delle loro pareti mi davano tutte insieme l'idea
come d'un mausoleo di neve innalzato dal Silenzio al Dio della luce. Non
trovai altre immagini che mi contentassero.
Degli abitanti d'Ana-Capri vidi una sola donna dalle forme egizie e non
bella, ed ebbi a rimanere estatico davanti alla bellezza strana del
quadro che quella figura compose davanti ai miei occhi. Era
sull'_astrico_ della sua casetta a tender panni, ed io dalla via la
vedevo campeggiare nell'azzurro del cielo. Il suo viso aveva la tinta di
quel bruno lascivo della _nigra_ fanciulla del Cantico de' Cantici;
nerissimi i capelli avviluppati in una pezzuola gialla e rossa; il resto
del suo vestiario bianco, bianchi i denti, bianchi i panni che tendeva
al sole, bianca la sua casetta, e bianca mi pareva la sua voce, perchè
cantava. Ah! non sapevo dipingere!
Avanti, avanti, Peppino! e riprendendo la via per certe strade, che
parevano selciate dalla Società di mutuo soccorso fra i calzolari del
Regno, ci avviammo alla cima del Monte Solaro, la più alta punta
dell'isola.
Sentii su in alto un suono di trombe, e mi parve di vedere in lontananza
alcune persone che si muovevano fra quelle rupi in mezzo al luccichio di
armi o di altri strumenti di ferro, che parevano agitare all'aria. Erano
soldati di linea, una piccola truppa di così detti discoli relegati
nell'isola, i quali stavano occupati su quell'altura a costruire un
fortino di terra. Anche quest'isola può essere un luogo di pena!
riflettei. E che inventeremo allora per le ricompense? Ma non è
possibile, pensai, che quei giovani non siano beati di un gastigo che
somiglia tanto ad un premio. Non era vero. Lassù non si trovano nè
bettole, nè bische, nè lupanari, e allora che cosa è la vita su quel
maledetto scogliaccio? Così battezzava l'isola di Capri uno di quei
rompicolli, il quale mi parlò, dando in escandescenze, ed invocando
fervorosamente un terremoto che la inabissasse con tutta la canaglia che
c'era sopra. Io non desiderai altro in quel momento che d'entrare per
dieci minuti nell'animo suo. Gli dètti un sigaro prima che me lo
chiedesse, e tirai avanti pel mio viaggio.
Si dissiparono presto le impressioni del disgustoso incontro, e vidi più
bello che mai il _maledetto scogliaccio_, sul quale passeggiavo.
Il viottolo che percorrevo era fiancheggiato di gigli e di ginestre in
fiore, e dal mezzo di queste ginestre, aprendole davanti a sè con le
delicate manine, escì venendo verso noi la piccola Narella, la sorellina
di Peppino, la quale con l'abbecedario sotto il braccio e tutta
sorridente se ne tornava dalla scuola. Corse incontro al suo fratello,
che da qualche giorno non vedeva, perchè Peppino sta a Capri e Narella
ad Ana-Capri; lo salutò amorosamente coi suoi occhiolini lustri, eppoi
rimase timida a guardarmi.
— Come ti chiami?
— Narella.
— E dove vai?
— Ad _Ana-Crape_.
— Di dove torni?
— Da scuola.
— Sai leggere?
— Sì.
— Sentiamo. —
Apri franca il suo libretto e incominciò. Dopo che l'ebbi lasciata un
po' sfogare coi suoi: _bab_, _bib_ e _bub_, le dètti un bel bacione su
le sue gotuzze brune e la lasciai, pensando con dolore che forse non
avrei più riveduto la piccola e graziosa Narella.
Più che belle, le femmine di Capri sono piacevoli e gentili per la
gajezza che lampeggia nei loro occhi lascivi. La loro statura è
piuttosto piccola, ma sono tanto proporzionate, che in tutta l'isola si
cercherebbero inutilmente quei seni _gloriosi_ che ingoffiscono alquanto
le belle Napoletane.
Dagli avanzi petrificati che ho veduto delle graziose Pompejane, mi pare
di poter credere che le calde figlie di Capri molto abbiano ereditato da
quelle delle ravviate fattezze e dei delicati ed eleganti contorni.
La loro briosa intelligenza, poi, è qualche cosa di incantevole. Ed ora
che le ho conosciute, intendo facilmente come spesso succedano matrimonj
fra queste brune ammaliatrici e gli artisti che capitano nell'isola, i
quali raramente hanno da pentirsene, perchè la facilità con la quale
queste piccole pescatrici imparano le lingue e la musica, e la loro
disinvoltura nell'acquistare modi e grazie signorili è tale, che in
pochi messi la loro trasformazione è tanto compiuta da porle in grado di
gareggiare in cultura e gentilezza con le più eleganti dame di Parigi,
di Londra e di Pietroburgo.
Mi fu indicato il padre d'una di queste fortunate isolane e lo invidiai,
perchè quando lo vidi era a sedere al sole sopra uno scoglio, fumando la
sua pipa di gesso, mentre accomodava i sugheri ad un tramaglio.
Dopo un faticoso cammino di circa due ore, per un sentiero che negli
ultimi tratti è una vera e precipitosa scala intagliata nel masso a
larghi gradini, giungemmo alla chiesetta dell'Eremita posta sull'orlo
d'un precipizio in cima alla montagna.
Avevo già conosciuto due eremiti di questi paraggi, e per dire il vero
non ero rimasto molto edificato nè del loro aspetto, nè dei loro modi,
nè del loro sapere. Uno di questi è l'eremita del Vesuvio, la cui
serietà non impedisce ai monelli dei dintorni di chiamarlo col
soprannome di _Ventidue_, che nel libro dei sogni fa pazzo. Costui non è
nè prete nè frate, ma un bighellone qualunque che si maschera da
cappuccino la mattina verso le nove, quando incomincia il passaggio dei
forestieri, per vender loro, affettato, pane, caciocavallo e
lacrimacristi, dice lui, e per prenderli dopo per il collo con ogni
riguardo possibile e sopra tutto col santo timor di Dio. Un secondo
della medesima stoffa lo trovai in Capri su la punta di Santa Maria del
Soccorso, ma l'aspetto venerando e i modi austeri e dignitosi di
quest'ultimo mi riconciliarono affatto con la specie e fui dolcemente
toccato dalla onesta parola e dalla spontanea cortesia, con la quale mi
accolse nel suo romitorio il buon padre Anselmo.
La chiesuola, nella quale egli uffizia e presso alla quale ha poche
stanzucce, dove abita solo solo, si chiama Santa Maria a Cedrella, e
sorge nel punto più pittoresco dell'isola.
Dalla punta di quello scoglio, che si slancia nudo nell'aria scaturendo
fra bassi boschetti di sondro, d'assenzio, di rosmarino e di mortella,
si gode in pianta il panorama intero dell'isola, e tutto il vasto
orizzonte fino a perdita d'occhio, dal Monte Circello alle catene della
Calabria, che si possono accompagnare con lo sguardo, finchè non si
pèrdono nella nebbia della lontananza.
È una di quelle tante posizioni, di cui abbondano i dintorni di Napoli,
e che non si possono descrivere altro che dicendo: «Son troppo belle!»
Mi trattenni col buon romito in piacevole conversazione circa due ore,
nel qual tempo mi mostrò il suo orticello, i suoi fiori e mi serbò da
ultimo la sorpresa dell'immenso panorama che di lassù si gode,
conducendomi e portandomi da sedere e da rinfrescarmi sopra una
terrazzetta scoperta, che sporgeva sopra un profondo burrone dalla parte
del golfo. A quella vista rimasi come incantato, e senza pronunziare una
parola stetti per qualche momento a guardare stupefatto ora la marina
ora la faccia dell'eremita, che taceva e sorridendo ammirava,
compiacendosene, lo stato di estasi, nel quale mi trovavo.
Non potei più contenermi. Padrino, — esclamai, — vuole un novizio?
eccomi qua. — Fece una grassa risata ed accennandomi gli occhi, mi
rispose: — C'è troppo fuoco costì dentro, vi annojereste dopo tre
giorni. — Non è vero! — ripetei. — Datemi la mia famiglia, una buona
stanza da studio, una ricca libreria, un cane ed un fucile per dar
dietro alle quaglie di questi masseti, un buon cavallo da sella, una
barca, un.... — Credetti a un tratto che quel povero monaco volesse
scoppiare dalle risa; io feci altrettanto, e, senza sapere di che,
altrettanto fece Peppino di sul tetto della chiesa, sul quale s'era
arrampicato per far qualche cosa anche lui.
Le nostre risa però durarono poco. Il riso non è fatto per destare gli
echi delle montagne ed in specie quelli del Solaro e della sua Cedrella.
La conversazione continuò taciturna per mezzo di monosillabi e di
occhiate, che volevano dire tutto quello che un volume non direbbe,
finchè non cambiò aspetto, quando di parola in parola venimmo a parlare
dell'eruzione del 72.
La descrizione che il monaco me ne fece, dopo avervi assistito dall'alto
del suo romitorio, fu sublime. Io stavo incantato ad ascoltarlo, mentre
con enfasi meridionale di gesto e di parola mi descriveva il maestoso
spettacolo; e il buon Peppino che stava attento anche lui di su la cima
del tetto, ogni volta che mi vedeva fare atti di meraviglia, non mancava
mai di ripetere: — È vero, signore, me ne ricordo anch'io. —
Il sole vicino al tramonto era già sparito dietro alla chiesuola che
campeggiava in un'aureola di luce dorata, quando m'alzai a malincuore
per dire addio a quel romantico soggiorno di pace.
Il monaco mi accompagnò fino su la porta, facendo voti per la mia
salute, che io gli contraccambiai di grandissimo core, e prima di
lasciarmi m'indicò, lì di fianco alla chiesa, un piccolo recinto, dove
si vedevano 24 croci di legno uscir fuori fra i ciuffi di rose e di
gigli fioriti.
— È il cimitero dei colerosi d'Ana-Capri, — mi disse il monaco, — se
volete una rosa, prendetela. — Ci stringemmo la mano e partii.
Tutte le sere vado a passare un'ora su la marina al Chiatamone, e
guardando l'isola illuminata dagli ultimi raggi del tramonto, penso al
mio Peppino, alla piccola Narella, al buon padre Anselmo ed alle rose
del Monte Solaro.