L’Italia, simile ad un corpo che un altro ne move, e perde tanto di
movimento, quanto ne acquista quello mosso per esso, venne meno tanto
in vita, in gloria, in sapere quanto in ciò fece progredire le altre
nazioni, le quali tuttochè ammaestrate, incivilite, e fatte forti
e grandi dalla sua storia, dalla sua luce, e dalla sua virtù, pure
sconoscenti anzichè stenderle il braccio a sollevarla dal fango, tutte
le congiurano contro, e dopo averla immiserita, insanguinata, e ridotta
fra i più terribili ceppi, torre perfino le vorrebbero il nome. Ma per
fortuna questa illustre donna, questa illustre maestà, sebbene lacera
il manto, scarmigliata le chiome, carca di catene, spolpata e succhiata
dall’arpia Tedesca, ha per anco tanto di forza sparsa per le illividite
e rotte sue membra, che raccogliendola e concentrandola al cuore ad un
possente grido che la scuota dal sonno e la chiami a virtù, è tuttora
capace di far tremare l’universo, di farsi rivedere madre d’ogni bella
e grande opra, reina su li suoi tiranni, e sulle sue rivali.
Onde se mai evvi una speranza, che noi figli di lei possa sorreggere
nel cammino, in cui andiamo tentoni brancicando verso il venire;
se mai evvi cosa che ci torni a conforto nella prostrazione in cui
ci giaciamo; se mai una voce ci suona amica all’orecchio, ci scende
nell’imo del core, ci commove, e ci sprona a virtù, è senza dubbio la
parola della verità, che ogni giorno va acquistando valorosi banditori,
è la tendenza che si palesa nelle giovani menti per tutto che sa di
nobile, di grande, e di generoso, è il bisogno sentito di dar bando ai
lamenti e di operare ormai universalmente fra il popolo; in cui solo
deggiono appuntellarsi le nostre speranze, perchè in lui solo risiede
la forza, solo in lui la sorgente si trova di sublimi, di eroiche
virtù, in lui solo può essere lo istromento per risorgere a vita, a
prosperità, a grandezza. Noi per lo passato doppio martirio avevamo
a pruovare, l’uno è la vista che il numero dei martiri della patria
carità a quando a quando s’andava crescendo per la ferina avidità del
sangue dei nostri Tiranni, l’altro più atroce ancora, più straziante,
e più tormentoso e terribile, vuolsi dire l’acuto e continuo dolore che
un’anima generosa scote nel vedersi non solo mal corrisposta nelle sue
mire, ma ne manco dagli altri tampoco compresa ne’ suoi disinteressati
progetti, ne’ suoi santi sagrificii, e la dio mercè quest’ultimo più
non dobbiamo sopportare checchè voi Azelio col vostro Balbo ne pensiate
in contrario. Sì ci deve goder il cuore, che il popolo già abbia
imparato la fonte salutare, già sia corso ad attingervi l’onda vitale,
e dimostro abbia di non volersi sì presto saziare; che l’attenzione ai
grandi movimenti destati dalla civiltà si cominci a manifestare anche
nelle officine e negli abituri tanto in villa che nella campagna; che
anche le masse più inerti ora si agitino, e che per rendere proficua
quell’agitazione nient’altro abbisogni fuorchè un impulso.
Ma quest’impulso vuolsi dare da noi, senza il concorso di principe
italiano, senza lo sussidio dello straniero, gli uni e gli altri, se ci
volgiamo un momento al passato, ci tradirono sempre.
Sarà per interessarsi a nostro pro l’Austria, che su tutta la penisola
vorrebbe distendere le ladre sue zanne? forse l’Inghilterra la quale
in Malta si governa prepotentemente del pari che i nostri Principi
in Italia, la quale giunse ad annientare in quell’isola tutta cosa,
la quale potesse ricordare agli abitanti d’appartenere alla nostra
nazione? Perocchè dal _Giurì_ in fuori non v’ha legge, non v’ha
regola, nella procedura di qualsiasi atto del governo, non v’ha
instituzione che comprovi tampoco la libertà Britanna, che non accusi
anzi il più assoluto dispotismo. L’università ridotta al punto che
qualsiasi ginnasio più piccolo, peggio in piedi è a quella superiore
immensamente per ogni risguardo, l’istruzione bandita, l’educazione
affidata da un anno ai Gesuiti, il commercio languente per la mala
fede dei Negozianti, la religione manomessa dai protestanti, e dai
gesuiti, che tra loro fanno a gara in essere più generosi, e larghi. La
persecuzione agl’Italiani portata ad un grado incredibile, perchè quivi
non si fermino, e non possano riaccendere lo spento amor patrio[7].
Libertà di stampa per lanciar contro il prossimo, villanie, insulti,
e calunnie, per propagar l’immoralità, e l’odio all’Italia, ma non
per discutere su cose di scienza, di letteratura, e di politica; che
anzi cose pubblicate in Piemonte ed in Lombardia coll’approvazione
della censura non poterono quivi venire ristampate, e gl’Italiani
emigrati dal governo fortemente proibiti di pubblicare checchesia
dal Novembre del 1845, contro il qual ordine si può leggere l’inutile
protesta fatta subito dopo dal migliore, anzi dall’unico buon giornale
il Mediterraneo; e soppressa la cattedra di Storia, e di Economia
politica perchè tendenti a liberalismo, e le altre rette da persone
pressochè imbecilli; insomma barbarie, oppressione, e schiavitù in
tutto e per tutto. Forse la Russia parteggierà la nostra causa, il
cui padrone giunse ad uno scalino più su di tutti gli altri tiranni,
tenendo schiava, non che il popolo, la stessa nobiltà? Forse la Prussia
il cui Re tiene a bada i suoi sudditi con rinnovare le promesse a
quando a quando di concedere le riforme chieste al suo padre, e con
promoverle giammai? Forse la Francia che sempre ci frodò e perfino
quando le sarebbe tornato a grandissimo suo vantaggio il darci il
suo patrocinio? Forse la Spagna tuttora incerta sulla via che ha da
battere per risanarsi, e che troppo per conseguenza ha da pensare per
se? Io non veggo in verità su chi si possa riposare da noi, giacchè le
Nazioni che potrebbero non vogliono, quelle che vorrebbero non possono,
e quando fia che possano anch’esse più non vorranno giovarci. Tanto è
vero che l’invidia, la gelosia può dappiù sull’animo degli uomini quasi
sempre della generosità!!! Ma se non dobbiamo confidare nel braccio
degli Stranieri, tanto meno poi abbiamo seguire il consiglio di Voi,
di Balbo, di Gino Capponi, e di tutta la schiera dei moderati, che
per una strana combinazione rilevo appartenere tutti alla prosapia de’
Semidei, alla aristocrazia della nobiltà, che vorrebbesi rimettere in
piedi negli altri paesi d’Italia, siccome serbasi ancora in Piemonte,
eccettuatone un solo, che non nomino perchè porto fiducia presto si
ricreda pubblicamente, ed il quale è del ceto secolare, dir voglio del
popolo, e questi fu, quantunque avveduto e di felicissimo ingegno,
tratto nella rete, men che egli e noi ci pensassimo; sì, tanto meno
poi abbiamo a seguire il vostro consiglio e riporre la nostra speranza
nella confederazione dei nostri Signori.
Ogni confederazione dei Principi Italiani, oltre ad essere
difficilissima sia perchè non ci pensano e non ci vogliono menomamente
pensare, sia perchè niuno fra essi si eleva per energia d’animo dal
livello dei vili, pronti ad adulare sempre a chi loro soprasta, e
ad incrudelire contro chi loro obbedisce, e non mai a difendere i
propri diritti con calore, ed a tutelare gli altrui, non potrebbe
poi effettuarsi che a danno della nostra nazionalità, il perchè con
apportare qualche piccola modificazione governativa nel nostro paese
troncherebbe affatto ogni via alla nostra indipendenza, al risorgimento
della nostra libertà; un vetro ustorio tutti sanno concentrando e
condensando i raggi solari ne avviva e centuplica la forza e la luce,
il medesimo opererebbe in nostro danno una confederazione Italiana,
perchè in un punto adunando e raccogliendo le forze dei nostri Tiranni,
accresceria di peso quel giogo che segnatamente con tutta la lor possa
di volere e di mezzi premono sulle nostre cervici. Sarebbe buona tal
confederazione nel caso che i nostri Principi avessero buone intenzioni
verso i loro sudditi, e fossero impediti a metterle in pratica
dall’influenza, dall’oppressione straniera, allora unendosi potrebbero
come suol dirsi, tener al Tedesco il _bacino alla barba_ e conseguire
l’intento loro; ma questo caso non è il presente, la tirannia dei
nostri principi supera quella dello stesso Tedesco, quella di qualsiasi
oppressione mai abbia avuto l’Italia od altra nazione nei tempi
passati, ed abbia, e possa avere nei giorni avvenire; ed il darsi fra
loro la mano in ogni altro caso torna peggiore alla nostra condizione
presente futura che non l’istessa attuale schiavitù in cui siamo, la
qual cosa parmi abbia dimostrato assai bene il Ricciardi nel suo libro
che non è molto pubblicò in Parigi.[8]
E quello che non possiamo, non dobbiamo sperare da molti in massa,
potremo e dovremo sperare da uno? quello che uniti i nostri Principi
non hanno il coraggio, la volontà, ed il solo pensiero di fare,
potrà uno d’essi di per se aver tanto di ardire da tentare, e tanto
senno da volere? Lasciamo che parecchi d’essi brutti di danaro, privi
di milizie, ed alcuni imbecilli del tutto, che in verun modo anche
volendolo non potrebbero metter mano ad una cosifatta impresa: sarà
il Papa colui che porrassi alla testa degl’Italiani, il quale crede
dovere suo strettissimo il seguire l’esempio de’ suoi antecessori?
Sarà un Gregorio XVI. il quale fa a gara col Re di Piemonte, col Re di
Napoli per ottenere la gloria d’essere il più famoso fra i Tiranni suoi
contemporanei in Italia, che con valore gli è da que’ due disputata?
Davvero non parmi possibile che vi siano taluni che idoleggiano una tal
idea, come non parmi possibile potersi scrivere anch’oggi in discolpa
dei Papi rispetto alle vicende antiche del nostro paese; riandiamo
adunque un momento la storia. Chi furono se non i Papi che divenuti
capi politici, datisi a combattere, trovatisi in pericolo, abbandonati
dai Greci si diedero in braccio dei Franchi, e comprarono la sovranità
dell’esarcato, e della Pentapoli col prezzo enorme dell’indipendenza
della nazione? Chi chiamava per ben due volte Pipino mentre duravano le
lotte col Longobardo Astolfo? Papa Stefano II. Chi traeva sull’Italia
le armi di Carlo Magno? Papa Adriano I. Chi chiamava le falangi
barbare del Sassone Ottone contro un Re italiano? Papa Agapito. Chi le
richiamava contro gl’istessi Romani? Papa Gregorio V. Chi commoveva
primo nelle viscere italiane il tosco guelfo e ghibellino? Papa
Alessandro II. Chi invocava il Tedesco figliuolo di Federico Barbarossa
contro l’Italiano Tancredi Re di Napoli? Papa Celestino III. Chi
ritraeva Carlo d’Angiò con armata di saccheggiatori barbari contro il
Napolitano Manfredi? Papa Adriano IV. Chi poi alla sua volta traeva
sulla misera Italia, e contro Carlo d’Angiò il Tedesco Imperatore
Rodolfo? Papa Adriano V. Chi richiamava con altre e più infeste armi
Carlo d’Angiò contro la Romagna? Papa Martino III. Le stragi civili
fra i Colonna e gli Orsini donde ebbero l’origine e ’l fomento? Da
Papa Bonifacio VIII. Chi alzava contro le vite e la libertà degli
italiani Lodovico di Baviera? Papa Giovanni XXII. Diremo noi le orrende
sciagure tratte su l’Italia dal Guelfismo seduto in Avignone, quando
per sue politiche passioni faceva mettere a ruba e a sangue queste
nostre già tanto misere contrade per mano di scorribande tedesche,
brettone, mandate a combattere i Principi Italiani? Chi chiamava lo
straniero Luigi d’Angiò contro il Re di Napoli Ladislao? Chi contro il
medesimo da poi l’Ungherese Sigismondo condusse? Papa Giovanni XXIII.
Seguendo di tal passo verremmo fino al termine della istoria italiana,
di cui qui non siamo che ad un terzo, verremmo ai tempi moderni, al
giorno che corre, e sempre toccando con mano che le precipue nostre
calamità originarono dal Governo Pontificio. E noi c’intenderemo con
alcuni a riporre la nostra fiducia nel Papa? In un Gregorio XVI, che
tutti i suoi antecessori non solo imitò ma superato ha di gran lunga
nell’incatenare ed opprimere la patria nostra? Ah non fia giammai!
Torciamo lo sguardo da un uomo che dovrà essere esecrato per tutte
le età, in tutti i paesi ed in tutte le lingue, e che anima e corpo
dovria piombare tosto nel centro d’inferno a formare il zimbello, anzi
il disprezzo degl’istessi Demoni, perchè non vada del tutto a ruina
quell’augusta religione, di cui senza intenderla nelle sue sublimità,
e ne’ suoi doveri è destinato ad esserne il sommo Gerarca; imitiamo i
Longobardi, i quali noi chiamiamo barbari, ma intanto essi c’insegnano
col loro esempio che vuolsi rispettare il Papa, ma si deve ad ogni
patto disgiungere la forza dei due poteri.
Veniamo al Re di Napoli, sarà forse costui che vorrà parteggiare
la causa Italiana? un Ferdinando sulla cui faccia è ancora fresco
e fumante il sangue dei martiri d’essa, dei fratelli Bandiera? Un
uomo che inventò supplizj, torture, e prigioni di nuova foggia, da
disgradare tutti i già conosciuti tormenti in atrocità? Un uomo che
quando fu costretto a perdonare, e mutare la sentenza di morte in un
carcere a vita, volle montassero gli incolpati sul patibolo e tra le
mani del Boja rendessero grazie alla sua clemenza?[9] Rispondino per
me i suoi sudditi sì dell’una che dell’altra Sicilia, fra cui se alcuno
pruovami trovarsi un solo il quale ciò pensi, mi lascio tagliare per la
mia asserzione in contrario la lingua.
Sarà adunque il Re di Piemonte, sarà Carlo Alberto? Sì, sì, mi
rispondono più voci, sì, sì, sento ripetermi in eco dai liti nostri,
sì, sì mi rispondete voi eziandio o Massimo. Ebbene eccomi alle pruove,
che con voi disinganneranno tutti gli altri Italiani nel cui capo ha
potuto trovar nicchia una sì stolta, sì pazza opinione.
In verità più io ci penso, e meno posso darmi ragione dei motivi, che
a quest’ora possono ancora indurre in errore gl’Italiani rispetto alla
volontà, al coraggio, al carattere di Carlo Alberto. Che cosa ha egli
mai fatto fin’ora da appalesare la più piccola disposizione ad un tal
passo? abbandonò forse la verga del dispotismo con cui flagellava
li suoi sudditi? Si pentì forse del passato suo infame, o mostrò
tampoco di voler coll’avvenire rimediarvi? Perdonò a suoi compagni
del ventuno sì malvagiamente abbandonati da lui? Richiamolli ne’ suoi
stati senza costringerli ad avvilirsi a giuramenti ai quali niun uomo
di carattere potrà mai sottomettersi? ha mai manifestato fermezza di
volere almeno tanta, da non farsi chiamare una frasca, da non lasciarsi
condurre pel naso ora da uno, ora da un’altro de’ suoi ministri? Si è
mai slacciato dal guinzaglio con che i gesuiti da pezza lo muovono a
loro talento? dalla museruola che i suoi grandi di corte gli posero
alla bocca per lasciarlo, e farlo parlare solo quando loro torna a
vantaggio? ha mai frenato la prepotenza della nobiltà piemontese? ha
mai seguito l’esempio de’ suoi maggiori in cessare ogni vessazione
contro i Protestanti, e promossa la tolleranza religiosa, che Emmanuele
Filiberto loro usava? ha concesso forse tanto agli Ebrei da non tentar
di affogarne nella miseria e nella immondizia la generazione? ha mai
egli resa più libera, più facile l’istruzione de’ suoi sudditi? ha
dato leggi quali si esigono dai tempi, giuste ed uguali per tutti alli
suoi popoli? Rispondetemi o Massimo voi che tanto v’intesi a sfiatarvi
in commendarlo, che di tutto questo egli operò anche in minutissimo
grado? nulla, nulla affatto, se non che passionato altrettanto che pel
inginocchiatojo e pel Crocifisso, per la milizia, mise su un corpo di
truppe che non stanno forse al disotto di verune altre per la loro
perizia in ogni sorta di guerreschi esercizi, e le quali sono una
vera peste pel paese stante la loro oltracotanza, e le spese che si
richiedono pel loro mantenimento, cose che volentieri sopporterebbero
i Piemontesi, qualora potessero sperare tampoco di vederle muovere per
la causa italiana, ma che invece lamentano in continuo non rilevando
in esse altro che _polvere pe’ gonzi_, ed un’inutile ambizione. E
lo stesso vuolsi dire del patrocinio che egli dimostra per le belle
arti, il quale gli procaccierà qualche lode, farà obbliare per qualche
momento le tante sue colpe, ma nell’istesso tempo prova mirabilmente
la sentenza d’Angiolo Brofferio che le belle arti più fiorirono, e
più fioriscono in un paese quand’esso più è stretto dai ferri della
schiavitù. Ma perchè non crediate asserisca ciò gratuitamente entrerò
in materia più assai che non dovrei con un altro, il quale avesse
qualche cognizione del governo sardo.
Dalle leggi, e dal modo di farle osservare più che non da qualsiasi
altra cosa si può conoscere lo stato d’un governo. Però che nelle leggi
sta il vero bene degli uomini, dalle leggi la volontà degli uomini
retta e scevera da passioni vien dichiarata; perchè le leggi natura
dapprima le stampava ne’ cuori, ed appresso la società scrivendone i
codici alle varie condizioni de’ suoi bisogni le attemperava; perchè
esse sono il voto del popolo o interpellato o presunto, il voto del
popolo, che a ben proprio e degli altri patteggia limiti e facoltà,
premi e pene consente. Un codice infatti nuovo di leggi ha lo stato di
Sardegna per opera di Carlo Alberto, ma quali sono queste leggi? sono
quali abbisognavano? vi risponda per me l’ombra venerata del Conte
Barbaroux, il miglior ministro che abbia mai avuto, e mai incontrerà
d’avere il nostro paese; questi, tutti sanno, aveva avuto dal Re
l’incarico della compilazione del nuovo codice, e come uomo profondo
quant’altri mai sia stato nelle scienze legali, d’alta nobiltà d’animo,
di vastissime viste, e dei più sublimi intendimenti, e fornito a
dovizia di tutte quelle eccellenti qualità che si richieggono ad un
magistrato, rivolse ogni cura all’opra, ad affrontare contrasti, ed
indicibili fatiche, e non badando nè a sudori, nè a sagrifici, nè alle
nimicizie, od agli odii che si traeva contro principalmente dalla
nobiltà, condusse il suo lavoro a termine, e preparato aveva allo
stato Sardo un codice, che sotto qualsiasi punto si considerasse non
poteva che commendarsi, perchè a tutto aveva avuto e mente e coraggio
di farsi incontro, a tutto provveduto come si doveva da un uomo pari
suo che mettesse la giustizia in cima d’ogni sua azione, d’ogni suo
desiderio, affetto, e pensiero. Terribili guerre e pubbliche e private,
che discendevano fino alla viltà della calunnia egli ebbe a sostenere
per fare che il suo codice fosse appruovato; non è martirio che si
possa mettere in confronto di quello sofferto da quella grand’anima
per difendere ogni sua proposizione, combattere ogni malvagia altrui
interpretazione, appianare ogni contorcimento fatto alle sue idee
dai suoi nemici, ma alla fin fine credevasi in porto, confusi i suoi
oppositori e messa berta in sacco, Carlo Alberto gli dava solenne
parola che il suo codice sarebbe stato adottato per gli stati senza
modificazione di sorta. Passò qualche tempo ed il codice del conte
Barbaroux compare alla luce mutilato, innovato, manomesso da capo
a fondo dai nemici di lui per modo, che egli a tal vista recossi
immantinenti dal Re a chiedere licenza della sua carica di _Segretario
e Ministro di Stato col portafoglio per gli affari di grazia e
giustizia_, il Re lo accolse con amorevoli parole, come sogliono tutti
i traditori, e non volle permettere che egli si ritirasse dal suo
impiego; cosicchè il ministro ricondottosi a casa straziato nell’animo,
e col pensiero di quell’inganno che gli bolliva in mente, poco andò
che divenne taciturno, incerto nel guardo, temente di tutti, e facile
a soliloqui che pareva dessero a sospettare gli fosse per dar volta
il cervello, di fatto un giorno dalla somma galleria del palazzo
del ministero si gettò giù nel sottostante cortile e rimase freddo,
sfracellato sul colpo con dolore acutissimo di quanti nel nostro paese
sono capaci d’ammirare un uomo che per ogni rispetto grande si poteva
appellare.[10]
Ma fosser almeno fatte osservare egualmente per tutti le leggi d’un tal
codice, sarebbe sempre minore il male! che giova la legge se altri non
vigila a porvi mano? opera in che poggia la ragione ad un tempo e la
origine de’ governi, sia che molti o pochi, od alcuno soltanto ne pigli
le redini; origine e ragione, che tutta consiste in ciò di far valere
l’autorità sacrosanta delle leggi. E come le leggi a beneficio del
corpo sociale furono e sono date, chiaro è la istituzione de’ governi a
ciò propriamente essere destinata che per via delle leggi procurino il
bene dei popoli; chè non i popoli a beneficio dei governi, ma i governi
a salute dei popoli sono posti ed ordinati. Ed in Piemonte voi non
potete niegarmi che per molti non ci sono leggi; che i Nobili possono
fare da più o meno quel che più loro torna a bene e a piacimento;
che l’integrità d’animo rispetto a molti rappresentanti della Sovrana
Autorità non è pure conosciuta; che il militare è quivi odiato perchè
oltre ogni credere prepotente, ed insultante.
Ma ditemi, vi prego; qual è il vero bene dei popoli, a cui procurare
sono promulgate le leggi, o delle leggi detti custodi, ministri e
vindici sono i magistrati, bracci, o menti altrettante dei Governanti
e dei Re? Questo bene è giustizia, la quale tiene bilancia pari e
diritta, ond’abbia ciascuno il debito suo: giustizia che in ogni
cosa vuol salvo l’ordine, che i diritti alterna coi doveri, e questi
con quelli ragguaglia e misura; giustizia che madre è di concordia
e di pace, che fa le nazioni fiorire, che è stabile fondamento dei
Troni, che di tutte sociali virtù è sodo principio, caldo eccitamento;
giustizia che l’amore di noi coll’amore dei nostri simili, le private
ragioni con le pubbliche, l’autorità coll’obbedienza, il servigio
coll’impero, gli onori coi carichi, le privazioni coi compensi,
l’opera colla mercede in bell’accordo stringe ed avvicenda; giustizia
che il cittadino ed il soldato, l’uomo del campo e l’uomo del foro,
il sacerdote ed il magistrato, il suddito ed il principe, tutte
le condizioni, tutti gli stati con bella reciprocanza di vincoli
congiunge, e rende la società una famiglia i cui membri son tutti
fratelli. Adunque il grande ufficio dei governi dimora in ciò che
vegliando le leggi procurino la giustizia, e con essa la conservazione,
e quanto è dato la perfezione, il miglioramento del corpo sociale.
E quest’ufficio è desso compiuto in uno stato, dove come nel nostro
da certi individui si possano commettere ogni maniera di prepotenti
azioni? dove la così detta _via economica_[11] sia come nel nostro
cotanto in uso? dove non s’abbia dai governanti tema alcuna di
abbandonare, tradire, ed oltraggiare gli interessi de’ sudditi per non
curanza, per favore, e per orgoglio? Dove non si voglia menomamente
intendere che i rappresentanti ed i ministri della pubblica autorità
deggiono essere in pari tempo i rappresentanti ed i ministri della
pubblica virtù, che la loro potenza non è altro che un augusto dovere?
Dove il Principe il quale porta in mano la sacra coppa che racchiude i
più gran benefizi dell’umana società, la sicurezza e la pace, pare goda
di aizzare le discordie, li odii delle classi, delle provincie, delle
masse, non meno che delle famiglie? Dove insomma non vuolsi capire che
il giusto operare, il giusto vivere mentre ne’ privati cittadini è un
limite, un freno, diventa nei governanti una potenza attiva, energica,
infaticabile, austera insieme e generosa?
E che ciò sia vero, e che questi ed altri abusi corrano nel nostro
Piemonte, potrete convincervi anche voi se mi terrete dietro ancora
qualche poco. La nostra aristocratica nobiltà per esempio è al punto
da nulla invidiare al feudalismo antico, prepotenze da una parte,
prepotenze dall’altra, e sempre impunite, sempre invendicate, e
guai a chi osa torcerle un pelo, anzi a farle rimostranze contro,
anche moderatissime! Un conte di Robilant marito della prima Dama
d’onore della Regina, colonnello delle Guardie uccide un suo servo
col bastone, perchè restio al suo dovere; con una pistola un’altra
volta manda le cervella in aria ad un altro, perchè osa rispondergli;
dalla finestra fa saltare giù una cameriera che si rifiuta alle sue
voglie, e per castigo di tutte queste barbare azioni indovinate Azeglio
qual sentenza abbia avuto contro dal Re? otto giorni di reclusione
ne’ suoi appartamenti, ed il consiglio di dare qualche sovvento
ai danneggiati. Una marchesa di Bernessi ha ottocento mila franchi
di debito, i creditori le fanno pressa, il Re mosso a compassione
di lei con un motuproprio ossia _biglietto regio_ la dispensa di
pagare chicchessia. Un marchese di Cavour muore, lascia un miglione
e più di franchi di debito, il Re mosso a pietà della situazione del
figlio, gli concede un biglietto regio di dispensa, ed i creditori
restano belli e pagati senza squilibrio della sua famiglia: almeno di
questo privilegio se ne fosse valso in condurre una vita lodevole il
marchesino! ma invece si diede in braccio al vizio opposto di quello
che dominava il suo padre, all’avarizia, per modochè mentre copre la
causa di Gran Vicario di politica e polizia gode la fama di principe
fra gli usurai, di vero boja del commercio nelle Piemontesi contrade.
Un Marchese di Sommariva, che voi al vederlo lo direste il primo eroe,
il primo guerriero del mondo per le mille croci che tutto gli coprono
il petto, sappiate che è il più vigliacco ed il più prepotente, e
schifoso nobile dei nostri stati; di viltà diede ampia testimonianza
allorchè dopo d’avere insultato al segretario della Legazione Francese
il sig. Neivs, rifiutò il duello a cui questi con ragione lo aveva
invitato, e s’umiliò a chiedergli scusa quando poi l’ambasciatore di
Francia alzò la voce. Di prepotenza, e schifosità mille sono le pruove
date nel corso di sua vita ogni qualvolta alcuni osarono presentargli
la nota di qualche debito arretrato, che quando meglio si comporta
in tai casi è di strapazzare, minacciare, e far prendere a calci da’
suoi servi, i suoi creditori se non sono più che lesti al primo cenno
che loro fa, d’infilare la porta ed uscire; e negli stupri, negli
adulteri; e negli sverginamenti, nelle quali imprese è diventato sì
famoso, che ora è vero timore delle ragazze, delle spose al paese, ove
recasi a villeggiare. Eppure quegli non solo andò sempre impunito delle
sue ribalderie, de’ suoi infami trionfi sul campo d’amore, ma gode
sì fattamente la grazia di Carlo Alberto, che ultimamente lo elesse
Generale; che potè anzi perfino il suo ruffiano Bojone far elevare poco
per volta al grado di Colonnello d’armata, e di Segretario dell’ordine
dei Cavalieri di S. Maurizio e Lazzaro! Un conte di S. Giorgio tenente
nel reggimento di Piemonte Reale, spara una pistola nel volto ad una
signora perchè non vuole accettare la sua dichiarazione d’amore, e gli
rigetta una lettera, ed ha per punizione il consiglio di recarsi in
permesso onde evitare il mal’umore e la vendetta dei congiunti di lei!
Un ministro degli affari esteri, il conte Solaro della Margherita, dopo
stare gran parte della mattina inginocchiato avanti gli altari nella
chiesa dei frati della compagnia di Gesù, ingravida la superiora delle
suore del Santissimo Sacramento, e per evitare lo scandalo l’induce
a fuggire in compagnia del cappellano con settanta mila franchi che
stavano in cassa del convento, li munisce di passaporto ministeriale,
sparge la favola che ardenti di reciproco intenso amore se ne erano iti
in Isvizzera, fa eleggere un’altra superiora, fa riempiere nuovamente
la cassa dalla bonarietà della rimbambita Regina vedova Maria Cristina,
ed ha complimenti di vera filantropia dal Re Carlo Alberto! Un avvocato
Cunietti amoreggia con un’amabile figlia del ministro di Olanda, ne
è corrisposto, e la ruba; il padre desolato reclama al trono di S. M.
che gli sia usata giustizia, si frappongono i Gesuiti a cui ricorse il
giovane, onde ottiene nulla; si ritira presso la sua nazione rigettando
per viaggio la gran croce dei Cavalieri di S. Maurizio e Lazzaro, che
il Re ebbe fronte d’inviargli in compenso de’ suoi servigi, quando la
figlia vien messa nel ritiro del S. Cuore di Gesù, e quivi per forza
convertita alla cattolica nostra Religione, e maritata quindi con un
nobile signore, sdegnando essa d’unirsi in isposa al suo amante perchè
conobbelo d’indole malvaggia; il quale per castigo è nominato vice
console Sardo in Algeri! mentre tutti li suoi compagni senza demeriti e
con molti meriti non hanno impieghi e cariche di sorta.
Un Sindaco d’un prefetto sulle fini del Canavese, in vicinanza
delle lande di S. Maurizio, dove si sogliono tenere gli accampamenti
militari per istruzione delle truppe sarde, ricorre egli in persona
al R. Ministero verso l’autunno del 1842 per avere soddisfazione
dell’assassinio commesso sulla persona dell’unica sua figlia da alcuni
soldatacci, e vien rimandato con le seguenti parole: avete tutte le
ragioni ad ottenere quello che dimandate, ma come si fa a conoscere
i colpevoli? d’altronde al male più non puossi ovviare, e saria uno
scandalo troppo grande il palesare il fatto; ascoltate il nostro
avviso, abbiate pazienza, rassegnatevi alla Volontà di Dio, il quale
ha permesso, forse per esercitare la vostra virtù, che la vostra figlia
facesse quella miserabile fine; d’altronde procurereste un troppo grave
dispiacere al vostro Sovrano, il quale tanto raccomanda la moralità
nei Soldati. Si ritira il buon vecchio a sua casa, ammala, e muore
anch’esso dal dolore della morte atroce della figlia, e dallo sdegno
di non vederla giustamente vendicata. Ed il fatto è pure dei più gravi,
e dei più imperdonabili che si possano da uomo commettere! Figuratevi!
oltrepassavano il numero di dodici i soldati, erano ebbri dal vino ed
accesi dalla libidine, veggono la avvenente ragazza sulla porta del
giardino che faceva calza canterellando, si avvicinano in bel modo
colla scusa di vedere il giardino, ed accorgendosi di non essere veduti
da persona viva, l’assalgono, le mettono una pezzuola alla bocca bene
stretta, la distendono in un solco, e l’uno dopo l’altro isfogano tutti
su d’essa la loro brutale passione, mentre la candida ed innocente
giovine rende l’anima al suo Creatore di mezzo alle due porche tra cui
l’avevano quegli inumani lasciata.
Ma udite, ancora: voi sapete che il Duca di Lucca mandò il suo figlio
a compiere la sua educazione in Piemonte: Carlo Alberto lo arruola nel
reggimento di cavalleria _Novara_, ed il Principino Augusto esordì da
bel principio con ogni sorta di indegne azioni a rendersi ridicolo e
sprezzato, a dar saggio di quanto si possa sperare dal suo avvenire,
ed il Re invece di correggerlo e punirlo lo premia, e se lo tien
affezionato come una volta si teneva la contessa di Robilant, e gli
paga tutti i debiti, che a quando, a quando ascendevano ad incredibili
somme. Un giorno il Duchino si trovava in una città di provincia, e
se non erro in Pinerolo, si reca egli in persona dall’impresario pei
foraggi delle truppe, lo rampogna dapprima perchè non gli abbia inviato
la provvisione di fieno per venti cavalli, come gli aveva mandato a
chiedere, il signor Del-Pozzi che era l’impresario con bella maniera
gli osserva esser egli solo autorizzato a suppeditargli la provvista
per quattro cavalli dal ministero, e non aver egli inteso di fare un
rifiuto a lui, ma sì tanto di scansare il giogo d’un obbligo ingiusto.
A ciò l’Altezza Serenissima e Reale minaccia il Del-Pozzi il quale
avendo osato ancora parlare, egli vibrogli allora un calcio nel basso
ventre, per cui quegli stramazza a terra, ed in pochi giorni morì.
Si sparge la cosa, ricorrono ai re i congiunti dell’infelice, ne
parlano e romoreggiano i giornali di Francia, e Carlo Alberto regala
il _gran collare dell’ordine supremo della SS.ma Annunciata_, al Prode
Principe, lo innalza al grado di Colonnello, tuttochè non sapesse star
a cavallo, e non s’intendesse nulla, affatto nella milizia, giacchè le
sue occupazioni erano da mane a sera di far lo stordito, far all’amore,
e far chiasso per lo paese. Vita che conducano quasi tutti i disperati
Nobili, Spagnuoli, Portoghesi, Italiani, e Polacchi che rifuggiati in
Piemonte ottennero gradi, pensioni, stipendii, onoranze, e tolleranza a
tutte le loro vili e vergognose azioni.
Eppure se il nostro Re avesse un pò di sale in zucca, torrebbe ben
di mezzo un tale scandalo! un tal disordine, che in niun modo gli può
convenire!...
Ma oltre a cotesti fatti, a cui niuno può muovere un tal qual dubbio,
ed a cui potrei aggiungerne mille, ascoltate questo eziandio di
recentissima data: un Romano, il sig. T. P. impiegato da dieci anni
al servizio del nostro Re, il quale in tutto il volgere di questo
tempo mai diede motivo alla più piccola lagnanza sul suo conto,
bene visto da tutta la subalpina gioventù, accolto con amorevolezza
nelle più distinte case, giovane gentile, onesto, e del bel mondo,
un giorno riceve per mezzo d’una guardia di polizia un biglietto col
quale il Commissario Tosi ispettore della bassa polizia lo invitava
a passare da lui un momento nella giornata. Egli colla massima
premura, di nulla sospettoso, perchè di nulla si conosceva colpabile,
aderisce all’invito e si reca al palazzo del comando, dove chiesto del
suddetto commissario, che si fa dare dell’avvocato mentre non sa pure
iscrivere due parole in ortografia corretta, viene tosto da due birri
introdotto in un gabinetto dove un uomo alto della persona, di occhi
grifagni, di nera e folte sopracciglia, con calzoni neri, abito bleu,
giustapetto grigio di _piquet_ e cravatta bianca ed altissima, sedeva
ad una scrivanìa. Questi subito s’alzò al vedere il nostro Giovinotto
entrare e presentarsigli umilmente, indi coi più duri modi, colle più
aspre villanie, e col più infernale sarcasmo tolse a canzonarlo, a
deriderlo più che non a riprenderlo; del qual trattamento chiedendo
la cagione commosso, ed indispettito non che maravigliato il nostro
signore ebbe delle minaccie in risposta se anco avesse osato dire una
parola. Pochi istanti dopo il Commissario si taceva, ed egli credeva,
che essendosi isfogato così, l’avria lasciato andare in libertà,
epperciò già macchinava in mente di farsi dare, con uno schiarimento,
una soddisfazione di simile condotta tenuta contro di lui, nel giorno
seguente; poichè più pensava, ed esaminava la sua coscienza e meno
si trovava meritevole di rimprovero, non che di tali cattivi tratti
appena, appena da potersi usare con un malfattore. Ma s’ingannava
affatto nel suo supposto perocchè il Commissario data una scampanellata
chiama due birri e loro ordina d’andare per una vettura; allora ei
cadde in pensiero d’essere stato scambiato per un altro, e dimanda con
supplichevole voce a quell’inumano la causa di siffatta riprensione;
oh bella! guardate l’innocentino! risposegli tosto il Commissario,
non sa d’aver fatto cosa biasimevole! quindi cangiando tuono di voce
continuò: _andate con questi uomini, ed imparate a condurvi meglio per
l’avvenire_. Il sig. T. P. si rivolse e vede i due birri, che erano
stati mandati a prendere una vettura, fermi sul limitare della porta,
due lacrime gli annebbiano gli occhi, un sudore di ghiaccio le investe
per tutte le membra, un moto convulso che tutta gli agitava l’anima si
palesa in compassionevole modo sulla sua sembianza; pregava col gesto,
colle parole, e coll’espressione della persona il Tosi a dargli una
qualche spiegazione, a dirgli in che si credeva egli avesse mancato; ma
nulla gli vien risposto che più gravi ed amari accenti, poscia con un
urtone spinto fra le braccia dei due arcieri, i quali l’accompagnano
fino fuori dell’ufficio, lo fanno salire in carrozza e si mettono
ancor essi l’uno per parte, e fanno segno al vetturino di inviarsi al
_Correzionello_, luogo di prigione, dove sono rinchiusi ordinariamente
i più gravi malfattori finchè non si è pronunciata ancora sul loro
venire la sentenza dai pubblici tribunali. Quivi giunto quasi fuori
di se, messo in un ampio camerone con la feccia del canagliume il
più pestifero della società, stette molto, prima di riaversi, ed
appena presero una tal calma li suoi sensi, e si riconobbe tra quella
gentaglia, ripensava alla scena avuta col commissario Tosi e gli
pareva di trasognare, che nulla dell’accaduto fosse vero; se non che
un sergente di infanteria, (il quale trovavasi tra quella marmaglia,
ed aspettava d’uno in un altro giorno, per decisione de’ suoi giudici
d’essere tradotto o alla _catena militare_, o al _corpo franco_
nell’isola di Sardegna, quantunque nulla fosse risultato in suo danno
dall’esame, e dalla perquisizione domiciliare che gli avevano fatto per
averlo creduto divulgatore di libri proibiti) gli si accostò per vedere
di sollevarlo, e con amorevolezza rarissima a rinvenirsi in que’ luoghi
prendendo a ragionare con lui, gli suggerì, appena udito il racconto
dell’accadutogli, di scrivere a qualche persona di sua conoscenza
perchè si interponessero, e gli facessero rendere giustizia, ed alla
peggio dimandasse che lo sottomettessero al giudizio d’un tribunale.
Egli abbracciò questo partito, come un marinajo afferra l’ancora qual
unica via gli rimanga a salvezza; scrive una lettera ad un conoscente
suo, il quale credeva più d’ogni altro potesse giovargli in tale
bisogno; dà una fortissima mancia al custode, perchè la sia ricapitata
senza fallo ed indugio al suo indirizzo; aspetta la risposta un
giorno, non la riceve; ne scrive un’altra, la consegna ad un birro
e gli promette una considerevole mancia se gli fa tenere pure la
risposta, questo chiama, ed ha la mancia anticipata, e non consegna la
lettera a chi dovea, siccome aveva fatto il giorno avanti il custode;
scrive altre lettere ad altri, opinando che quelli a cui già s’era
raccomandato o non potessero, o non volessero interessarsi per lui,
ma si trova sempre alle stesse, i birri si beccavano i danari di sua
cortesia, e giammai mandavano ad effetto le loro promesse; sicchè
disperato non sapea a qual consiglio appigliarsi, ma poi rassegnatosi
al destino aspettava una provvidenza nella procedura delli stessi suoi
nemici. Intanto sentendo il bisogno di mutarsi i panni e gli abiti,
e di farsi recare di casa del danaro, novellamente fassi a pregare il
custode del carcere, perchè volesse egli mettersi di mezzo in tal cosa,
ed appagare il più che giusto e più che discreto suo desiderio, ne ha
mille promesse, ma nulla ottiene di felice risposta. Passano i tre, i
quattro, i cinque, i sei, i sette, li otto, li nove, li dieci giorni, e
la cosa pel nostro signore carcerato nè meglio nè peggio si sviluppa;
se non che sul dodicesimo giorno riceve un baule entro cui non solo
non poteva esservi nè tutto nè mezzo il suo equipaggio, ma nemmeno la
decima parte, e colla consegna di questo ha l’avviso che fra pochi
minuti sarebbe partito per alla volta di Genova in compagnia di due
carabinieri. Di fatto di lì a poco una carrozza si fermava innanzi alla
porta della prigione, e montatovi esso in compagnia di due carabinieri
vestiti in tutta pompa della lor reale uniforme, si avviava giù per di
Doragrossa. Si fosse la voce sparsa del suo arresto dalla padrona di
casa da cui egli appigionava un quartiere ammobigliato, si fosse che
alcuni di sua conoscenza lo avessero ravvisato nel vederlo attraversare
di pien giorno la città nella nominata compagnia, non saprei ben dire,
ma fatto è che mentre egli camminava sulla via della Liguria, alla sera
al teatro Regio sotto ad un palco della prima fila affollata era la
gioventù torinese, e chi col guardo, e chi colla parola, e chi cogli
atti vedevasi minacciare ad una signora grassoccia, paffutella, e
brunotta di carnagione. Essa cogli occhi fissi sul palco scenico faceva
le finte di non addarsi del movimento sottostante; per il che istizziti
ed agitatisi maggiormente quegli animi giovanili, che in ogni atto
pareva intendessero a far arrossire quella donna di qualche sua colpa,
fecero di tanto che tutti gli occhi si rivolsero ad un tratto verso
il palco di lei: e queste parole correvano per le labbra di tutti:
_vedi in quei palco la signora Garbiglietti-Pavarini, la è la causa
dell’arresto di T. P. fuori del palco quella puttana, fuori, fuori la
signora Garbiglietti-Pavarini, fuori quella puttana_; sicchè tra pel
vedersi fatto segno al guardo, ed allo sdegno di tutto il teatro, tra
pel sentire coteste voci, le quali venivano sempre pronunciate ogni
qual volta sentivansi applauditi i cantanti, tra perchè tutta la gente
stava rivolta continuamente a lei, le fu giuocoforza di uscirsene dal
teatro tra le risa e li fischi dell’universale. Era costei moglie del
medico Garbiglietti, e da un mese o poco più era in relazione col
commissario Tosi, il quale accortosi che il sig. T. P. faceva egli
all’amore colla sua Bella, dopo d’essere riuscito ad indurre lei a
non più riceverlo presso di se, essendo pervenuto a notizia che ella
lo andava a trovare in casa sua, prese un giorno il marito a parte,
ed informatolo della cosa l’aveva esortato a fare un ricorso alla
polizia contro del giovane signore, assicurandolo che egli avrebbe dato
la massima attività all’affare, ed avrebbe troncato immancabilmente
ogni relazione, ed ogni scandalo ad un tempo evitato. Il medico gran
buon’omaccio non penetrò a fondo nell’indole del commissario, e per
conseguenza non accorgendosi che il consiglio di lui era più che una
generosità d’amico, una vendetta sua particolare, tenne il partito
offertogli, fece il ricorso, e tra lui, ed il Commissario indussero la
moglie a soscriverlo, la quale pel pensiero di mutare stallone aderì
non solo, ma di più seguiti i loro consigli, accusò il giovane come
uno che la perseguitasse dappertutto, e l’avesse minacciata qualora
non avesse condisceso al suo amore, d’infamarla presso il pubblico.
Che è mai amor di donna? due giorni prima fu vista inginocchiata da me
sul viale del Valentino innanzi al giovane, e raccomandarglisi perchè
non l’abbandonasse!!! Lo stesso giorno dell’arresto per coprire la
trama essa era stata pure a trovarlo in camera per più d’un’ora...!
così il Tosi potè completamente disfogare la sua bile, il suo odio,
la sua gelosia in quel modo che dicemmo contro l’impiegato di S.
M. il quale dopo d’essere stato cacciato barbaramente in prigione,
malmenato, come abbiamo veduto sopra, e cacciato dallo stato qual
uomo di pessima condotta, venne tradotto a Genova dove smontato alle
carceri, quivi fermossi dieci giorni senza che sapesse nulla ancora
sulla determinazione presa in suo riguardo. Quand’ecco venuto l’aurora
dell’undecimo dì coll’annunzio che sarebbe stato portato su di un
vapore Sardo fino a Civitavecchia, e dopo accompagnato fino a Roma sua
patria, fu lasciato libero, gli fu eziandio svelata la sua colpa che
fin’allora eragli stato un vero arcano. Non è a dire quanto egli siane
rimasto maravigliato, ma non vedendo più omai appiglio convenevole
da attaccarsi, lasciò che la sentenza del Tosi fosse affatto messa
in esecuzione. Giunto a Roma gli parve d’essere rinato vedendosi in
libertà, e passati alcuni giorni non vedendo le sue convenienze di
quivi fermare la sua dimora decise di partire; e va pel passaporto; per
cui dopo averlo fatto correre più volte adducendo or una, or un’altra
scusa, finalmente un segretario dell’ufficio del buon governo si fece
ad interpellarlo sulle ragioni che aveva lasciato Torino, e ben bene
ponderate le risposte gli disse: se gli abbiamo fatto aspettare il
suo passaporto non è per altro che per informarci esattamente della
sua condotta prima che andasse in Piemonte, di quella che quivi tenne
in tutto il tempo della sua dimora, e dell’attuale, presentemente
non abbiamo difficoltà di rilasciarglielo, però la consiglieremmo
a mutarlo in un nuovo, giacchè qualche segno che gli fecero sopra
potrebbero incagliarlo non poco nel viaggio che intende intraprendere.
L’infame commissario dopo averlo privato d’impiego, dell’amante, e
sul momento, dell’onore eziandio, s’era ingegnato di attraversargli
di più l’avvenire, di ruinarlo del tutto, di togliergli perfino il
mezzo di sussistenza; ed ottenuto avrebbe il perfido il suo intento
se gli amici non avessero fatto tenere all’infelice importanti somme
in sussidio, e l’officiale della Polizia Romana non fosse stato assai
più che non esso di coscienza nel prendere misure di rigore verso
del meschino... Ma dopo questo accaddero già molti altri fatti, ed
uno appunto per la sua singolarità non vuolsi assolutamente passare
sotto silenzio: tutti sanno che il _bigottismo_ regna in Piemonte,
che ad un impiegato convien’essere o fingersi _bacchettone_ se vuole
conservarsi in grazia de’ superiori; ma niuno sarebbesi mai immaginato
che per leggere e ritenere _le Juif Errant par Eugène Sue_ si sarebbe
corso il rischio di perdere l’impiego: eppure ciò incontrò or fa pochi
giorni al sig. N. N. uomo assai benemerito pe’ suoi servigi prestati
da molti anni al Governo, il qual avendo lasciato un giorno sul suo
cancello d’ufficio un volume del detto romanzo inavvertentemente,
diede ragioni al ministro abbastanza sode con ciò d’essere creduto
malvagio, indegno dell’impiego, e che so io. Perocchè il volume citato
venne raccolto, e si dice bruciato poco dopo in presenza del Conte
Solaro della Margherita, e sostituitevi invece le dimissioni sue,
entro cui niun’altro rimprovero veniva fatto all’impiegato da quello
in fuori d’avere osato tenere presso di se _sì diabolico libro_, e
fare sì _scandalose_ letture. Non vorrei che voi Azeglio od alcuno
in leggere questi fatti s’inducesse a credere avere io raggranellato
quanto di più biasimevole possa essere accaduto nel nostro stato,
od aver detto cose dubbie e false, perocchè protesto novellamente
che mille e mille potrei citare di simili casi di prepotenza, e che
sonomi attenuto solo a questi, sia perchè più conosciuti e perciò
più difficili ad essere impignati, sia perchè non volea parere troppo
più lungo che non comportasse l’argomento. Ma non vorrei soprattutto
che voi, od altri pensasse esigere io in uno stato tutto ordine,
tutto bene, tutto perfezione. Quando fu mai che le umane cose e le
divine pure com’elle passarono per le mani degli uomini, immacolate
e perfette si mantenessero? Certo saria da mentecatti il volere negli
altri quella colma misura di buono, che noi stessi non possediamo, ma
non perciò dobbiamo astenerci dall’alzare alta la voce, e rimproverare
con acre parole chi o direttamente o indirettamente può essere autore,
promotore, o causa anche secondaria di simili abusi che sono il vero
cancro dei buoni costumi, la vera peste dei governi e dei popoli, la
vera ruina della società.
Io potrei anche trattenervi sulle prepotenze che si veggono fatte
agli impiegati borghesi facendo loro prendere il passo dai nobili,
che per lo più sono ignoranti, perchè non istudiano, le quali sono sì
spesse che può dirsi senza fallo, noi non ne facciamo più parola per
esservi assuefatti, e se pur qualche volta mostriamo di risentirci, ce
la prendiamo contro il destino, il quale ha fatto trovare dietro noi
qualcuno di nobile schiatta. Potrei ragionarvi sugli scandali che si
veggono nei nostri ministerii rispetto all’ammessione degli impieghi,
non facendosi scrupolo certi Capi di divisione di vendere la firma del
Ministro o del Re anticipatamente e a carissimo prezzo, e molte volte
la stessa a più persone nel medesimo tempo; per lo che molti spesse
fiate dopo avere sborsato considerevoli somme per essere raccomandato
ed ottenere la nomina di _volontario_ in qualche ufficio, o anche di
aspirante al _volontariato_, si trovano in bisogno, frustrati nelle
loro speranze, e senza potere trarre partito dai loro studi e dai
loro talenti. Potrei entrarvi delle ingiustizie d’ogni maniera che si
commettono in qualsiasi branca delle pubbliche amministrazioni, delle
regie cariche, e nelle milizie principalmente, dove per esempio il
nobile ha sempre il dissù sul borghese, il quale giunto al grado di
capitano vien mai sempre messo in ritiro, perchè i posti di ufficiali
superiori sono riserbati alla pura nobiltà; meno nelle così dette
_armi dotte, l’Artiglieria, e il Genio_, in cui il merito e la scienza
possono dappiù, e per conseguenza il borghese può fare regolarmente
il corso de’ suoi avanzamenti. E molte cose pure potrei toccare
dell’_Opere Pie_, nelle cui amministrazioni spesso accadono degli
inconvenienti gravissimi, dei ladroneggi fortissimi, e degli errori
madornali; e per esempio estendermi sui limosinieri della _sfondolata
Opera_ di S. Paolo, di cui alcuni, che io conosco, invece di portare
alle indigenti famiglie quelle somme, che quel filantropo stabilimento
loro assegna, a mensuale soccorso, ora le arrischiano e perdono
al giuoco; ora con quelle proveggono a donne rotte alla libidine,
i scialli, i vestiti, ed i divertimenti, non che il vitto; quindi
inducono quelli cui spettava un tal danaro a far loro la ricevuta
della intiera somma, di cui essi non avranno consegnato che una decima
parte nelle loro mani. Potrei anche tener discorso della persecuzione
portata ad un eccesso troppo vergognoso pei tempi che corrono, contro
a parecchie migliaja d’Ebrei, i quali dopo di pagar un’annuo ed alto
tributo al governo, oltre al non poter esercitare verun’arte e studiare
scienza di sorta, sono costretti a viversene tutti in un isolato, la
cui proprietà fu loro fatta pagare ad uno spropositato prezzo, ed
in cui le regole igieniche appena comporterebbero ve ne abitassero
un sesto del loro numero. Finalmente della persecuzione più ingiusta
contro i Protestanti, i quali, dopo d’aver loro promessa e concessa
tolleranza, dopo d’aver con sovrani rescritti annientati molti barbari
editti contro loro emanati, Carlo Alberto ultimamente obbligò con
suo motuproprio a rivendere tutte quelle terre, tutti quei poderi
che avessero compri anche dietro autorizzazione del Senato e di se
stesso oltre il termine stato loro anticamente assegnato, in un anno
sotto pena di confiscazione? Nelle quali cose è consigliere, e stimolo
potente di Carlo Alberto il Savojardo, Monsignore Andrea Charvaz,
uomo che è Vescovo, Comandante, Intendente, Riformatore degli studi,
Sindaco, e Commissario perfino di Polizia in Pinerolo, di dove quasi
ogni settimana recasi a Torino per conferire col Re, co’ suoi ministri,
e principalmente con _Avet_, il quale tiene il portafoglio per gli
affari di grazia e giustizia.
Questo corpulento prelato qualora venisse a mancare il Re, ed il
primogenito suo, l’augusto Duca di Savoja salisse il trono, sarebbe
quegli che minaccerebbe di prendere le redini di tutto lo stato; tanta
è la sua influenza sul Duchino di cui è stato precettore! tanta è
la confidenza che questi gli usa, recandosi spesso a visitarlo nella
sua villa e consigliandosi già adesso con lui in tutto. Non che amor
evangelico, porta un’odio implacabile l’illustre Vescovo alle varie
sette dei Protestanti, che abitano le valli di S. Giovanni, di S.
Martino, di Pragelato, di Rorà, di Luserna, di Latorre, ec. ec.:
sicchè dopo di averli guerreggiati inutilmente cogli scritti prese il
consiglio di combatterli colle prepotenze, e colle vessazioni d’ogni
maniera, lasciando di queste un’assoluto maneggio al suo Vicario
generale Giacinto Brignone uomo altrettanto giovane per età, quanto
adulto per iscaltrezza, e non animato da altra cosa, che dall’ambizione
di dominare, e dal desiderio di elevarsi sulle ruine altrui. Uomo
insomma infame, retrogrado, e per conseguenza nemico d’ogni progresso,
che invece di far plauso a tutti que’ sacerdoti che dimostrano d’aver
inteso i suoi tempi, e di volersi levare a paro delle umane cognizioni,
e mettere anch’essi una mano all’opera della vera civiltà, li insegue
accanitamente e senza riguardo ad età ed a meriti. E siccome Monsignor
Charvaz tutto approva anzi commenda quel che egli fa, così egli prese
tanto piede che riuscì ad essere un vero despota, un vero tirannello
del clero e degli abitanti di quella diocesi, e tra lui ed il Vescovo
costituiscono un governo non solo della Diocesi ma della provincia
affatto tirannico. Tutti passano per le loro mani gli affari prima
che possano avere il loro sviluppo, il quale unicamente dalla loro
volontà dipende. Molti casi mi sarebbe dato di raccontare, se non
avessi paura di essermi dilungato già troppo dal mio assunto, ad ogni
costo non ne voglio passare uno inosservato, il quale attesta in pari
tempo e l’usurpato loro potere, e la malvagia loro astuzia per crescere
in merito presso chi si contenta di giudicare delle cose dal loro
esteriore. Un protestante un giorno dopo aver tracannato più vino che
non era solito, viene a rissa con uno che pareva si volesse canzonarsi
di lui, e dopo d’essersi vicendevolmente scambiate alcune brusche
parole, vedendo questi di non la poter dire e di non valere a liberarsi
di quell’altro che aspramente il motteggiava, inconsideratamente toglie
un coltello di tasca il minaccia, quindi trovandosi sempre alle stesse
il passa fuor fuori con un colpo, ed il lascia freddo a nuotare nel
suo sangue. Viene il protestante arrestato, sottomesso ad un processo
criminale, ed in pochi giorni condannato nel capo, non perchè meritasse
tal sentenza, gli omicidii fatti in rissa e da ubbriachi essendo ben
altro secondo il codice sardo, che suggelli a tal pena; ma bensì perchè
il prelodato Vicario Giuseppe Brignone coll’appoggio del Vescovo il
quale mai gli si rifiuta, aveva fatto sì che si usasse il massimo
rigore verso il reo, che appieno nell’interrogatorio era convenuto.
Ed ecco i motivi di tal procedere; prima perchè egli era protestante
e perciò le leggi non sono più come per gli altri; secondariamente
perchè sapendo egli che questi aveva una numerosa famiglia, era caduto
in pensiero di intimorirlo con tal sentenza, per poi trarlo in un
co’ suoi consanguinei alla nostra cattolica religione: di fatto poco
dopo d’avergli comunicata la fatal sentenza, inaspettata per lui,
e per tutti, gli fu fatto dire che se egli convertiva se, ed i suoi
alla Santa Madre Chiesa, Monsignore il Vescovo gli avrebbe ottenuto
la grazia dal re. Figuratevi qual tentazione non abbia fatto sul suo
animo una tal proposizione! manda a chiamare la sua famiglia che a
dieci individui ascendeva, e li informò della cosa; ma qual maraviglia
non fu la sua trovandone li più di lui istrutti? tanta era stata
l’operosità del Brignone! Caddero adunque d’accordo di mentire tutti
alle loro convenzioni, al loro animo, promisero, e si fecero cattolici,
apostolici e romani, e non solo il reo ebbe la grazia compiuta, ma
lasciatolo ritornare a casa sua libero, fu incaricato da Monsig. il
Vescovo di spionaggio con assegnamento d’annuo stipendio; giacchè
sendo persona litterata più che comunemente non sogliono essere gente
di mestiere, avrebbero voluto i nostri prelati valersi dell’opera
sua per trarre nella rete altri merlotti. Ma egli fermo di carattere
per prudenza condiscese in sulle prime, ma nulla mai fece che potesse
tampoco macchiarlo di poi in faccia a’ suoi confratelli e compatriotti;
però mi viene assicurato che tanto egli quanto li suoi non sono più
nè cattolici nè protestanti; e come poteva accadere altrimenti? Atene
guadagnò la Grecia coll’armi dell’Eloquenza, Sparta guadagnò Atene
coll’eloquenza dell’armi, Monsignor Charvaz ed il Teologo Brignone
suo vicario vorrebbero guadagnare i Valdesi col raggiro e colla
persecuzione, anzi che colla forza del raziocinio e coll’armi della
dottrina, e coll’esempio, testimone della verità e della parola; onde
sono infelici nelle loro vittorie; chè i risultati della loro astuzia
fin’ora neppur una volta ebbero buone conseguenze, da quella infuori
di far circolare tra le indigenti classi di quelli infelici l’argento e
l’oro che Carlo Alberto consegna a copia, forse in mitigazione dei suoi
rimorsi, a tal fine nelle mani del Vescovo di Pinerolo, il quale, è
vero, non si fa mica poi sempre scrupolo di impiegarlo altrimenti.
Che dirò poi io della pubblica e privata istruzione in Piemonte, la
quale per tanto tempo fu diretta da un Gesuita per Eccellenza, il Conte
Collegno, stato poi minato e surrogato, da quella buona lana, omai
conosciuta da tutti, di Monsignore Pasio, più gesuita di qualsiasi
gesuita, il quale non valse in cinque anni che tenne le redini del
_supremo magistrato della riforma_ a fare miglioramento di sorta, e
buon per noi ancora se avesse lasciate le cose come erano! ma fatto
è che le peggiorò; ne sia una prova, per mille, quella d’aver scelto
a maestro modello, ossia maestro de’ maestri un cotale D. Remigio
Pelleri, il più ignorante uomo che mai sia esistito, il quale in un
libro stampato per saggio di sua abilità, il _fanciullo guidato a
suoi doveri morali e religiosi_ disse più spropositi che parole, e
fu condegnamente smascherato in due articoli del Telegrafo Torinese
dal Prof. Lorenzo Giribaldi. Successe al Pasio un discendente del
gran tragico italiano, il march. Alfieri di Sostegno, il quale nel
sobbarcare le sue spalle ad una tal carica rallegrato aveva tutto il
Piemonte. Ma due anni sono che siede nel mezzo del magistrato della
Riforma, e nulla fin’ora di importante ha operato; l’educazione anche
in gran parte è sotto l’influenza Gesuitica, od in pieno lor potere; i
Fratelli della dottrina cristiana, veri dragoni dei Gesuiti, inondano
la capitale, le città di provincia, e tutti i paesi del Piemonte,
dirigono l’educazione del basso popolo, e ne conservano ed accrescono
i pregiudizi, ne ammorzano la generosità, e ne imbastardiscono
l’indole. L’Alfieri aveva senza dubbio delle sante intenzioni, ma non
fu abbastanza cauto, lasciossi attorniare da persone che la pensano
all’opposto di lui, le introdusse di più nel conciglio da cui doveva
invece guardare di tenerle lontane per sempre e perciò giammai sarà che
egli possa arrivare l’intento, colla cui speranza era entrato in tanto
ministero.
Per tacere gli altri nomino solo l’abate Peyron, il quale, vera
anguilla, non è per lui conosciuto; ma già a quest’ora lo conduce pel
naso, e lo gira e lo rigira a suo modo, valendosi non poco dell’opera
del Cav. De Bayer, il panegerista di tutti gli opuscoli ascetici,
morali, e mistici che possano uscire dalle penne della Veneranda
Compagnia di Gesù. Una pruova inconcussa che l’Alfieri non potrà più
migliorare la condizione degli studi, e della educazione dei subalpini
ingegni, si è che invece di fare un passo avanti lo fece indietro;
invece di rendere più libera, e facile l’istruzione, l’inceppò ed
in angustissimi limiti la ristrinse, quando or è pochi mesi faceva
che Carlo Alberto con suo motuproprio obbligasse i padri e le madri
di famiglia a valersi dell’opera di certi determinati Professori, i
quali perlopiù sono cattivi, perchè non degnamente corrisposti; di
certi determinati libri, che fin’ora non s’hanno buoni, e quali sono
necessari per l’educazione della figliolanza: cosa che sarà causa
di molte male conseguenze, come di molte male conseguenze fu pure
sempre l’avvilire i Professori con un basso stipendio, anzichè di
rimeritarli ampiamente, perchè con amore ed impegno attendano al loro
sacro ministero. In Piemonte un cuoco, un cocchiere ha assai più in
compenso delle sue fatiche che non un Professore di Filosofia, di
belle lettere, alla qual cosa subito doveva por rimedio l’Alfieri se
pur intendeva d’avere buoni Professori; ma egli si consiglia con chi
anzi ei dovria consigliare per trarre dalla sua, e mai nulla opererà
di buono anche colla più grande volontà. Non parlo poi dell’educazione
del sesso debole, da cui tanto dipende eziandio la prosperità del corpo
sociale, giacchè è noto a tutti che in Piemonte gli _instituti_, le
case d’educazione, e le scuole per le bimbe di qualsiasi condizione,
sono tutte sotto la speciale direzione o delle suore del sacro Cuore di
Gesù, o di qualche loro figliazione, sparse per tutti i paesi: di modo
chè da noi l’influenza Gesuitica pesa su tutti i ceti della società
più o meno; dalle quali cose non è chi non vegga, quante migliorazioni
prima resterebbero a fare per il nostro governo, perchè noi potessimo
un giorno sperare in lui, e crederlo potente stromento a rivendicare
la causa Italiana. Si converrebbe o Massimo che voi ci provaste in
qualche patente modo, che il nostro governo se non mostrasi intento
all’opra, almeno non si oppone alle generose tendenze del secolo; che
in questo moversi universale d’idee e di progetti, in questa mischia
di opinioni, in questa irresistibile smania di nuove prove, di più
energici tentativi, e di novelle cose si addimostrasse più propenso a
tollerare, che non a spegnere quella sacra fiamma, da cui universale un
incendio deve scoppiare ad incenerire i troni, li scettri dei nostri
Tiranni, per far risorgere, qual fenice, più bella la libertà, la
gloria nazionale. Sì, farebbe di mestieri voi attestaste con validi
argomenti, che Carlo Alberto ami l’istruzione, ed il ben’essere del
popolo; sia persuaso che la tranquillità degli Stati e la sicurezza
dei Governi stia nell’amore e nel vendicare i diritti di quello, che
approvi ora l’associazione degli individui, delle masse, e de’ popoli,
e non faccia guerra al mutamento delle opinioni e delle cose, per
ordinarne con sapienza l’andamento, e non tenti di farle retrocedere a
vecchie ed ormai impossibili costumanze, che desideri insomma gli si
scriva una storia d’illustri gesta, non una cronaca di debolezze, di
prepotenti azioni, di viltà, e d’infamie. Non dubito punto, che voi
a provare la protezione di Carlo Alberto alle scienze, alle lettere,
addurrete principalmente quei segni di onorificenza, che egli va
attaccando all’occhiello supremo degli abiti de’ suoi fedelissimi
sudditi, per non dire, gettando negli occhi nostri per abbarbagliarci,
per metterci le traveggole. Ma tutte le persone premiate di croci, sono
esse tutte persone di merito? tutti li uomini che sarebbero degni a
preferenza degli altri di simile onorifica testimonianza, sono dessi
rimunerati, e fatti cavalieri dell’ordine di S. Maurizio, o di quello
di Savoja? a mala pena ne trovereste qualcuno tra l’innumera schiera di
coloro che pur le hanno, le portano, e ne menano vanto pubblicamente
siccome di sudato trionfo; e questi tali raramente è ancora che voi
li vediate a fregiarsene il petto, amando meglio lasciarle in casa in
qualche tiratojo, che facendone mostra essere confuso con coloro, i
quali se le guadagnarono con viltà, strisciature, adulazioni, inchini,
scaltrezze, con fare il bacchettone sulle porte delle chiese a raccorre
la limosina pei poverelli, con falsare qualche pagina dell’istoria
della casa Sabauda, siccome fece spesse fiate il Cibrario, degno
emulo di Adriano Balbi che non ha vergogna di adulterare la scienza
per acquistar coccarde, cosicchè indarno uno si farebbe a cercare
nella sua Geografia l’Italia, avendola egli squartata nel nome come
già pur troppo lo era nel cuore; e finalmente con un qualche bugiardo
panegirico diretto al glorioso regnante sulla foggia modellato di
quelli del Paravia, Uomo, il quale mentre dovrebbe studiarsi in assiduo
di gettare negli animi della subalpina gioventù il germe d’ogni più
grande, più maschio e generoso affetto, di educare le giovani menti
affidategli ad alti concepimenti, ad arditi e sublimi pensieri, pare si
martelli il capo per intristire ed evirare l’indole dei più svegliati
ingegni, per annientare in loro la facoltà d’innalzarsi sugl’altri,
per sfiduciare e sfibrare i più magnanimi cuori. Del resto giova
eziandio avvertire, che lo spargere molte croci è affatto secondo il
sistema economico di Carlo Alberto, giacchè con esse si risparmia a
giubilazioni, a gratificazioni, a risarcimenti in danaro, perchè i
vecchi impiegati, i vecchi militari, gente per lo più ignorante, epperò
facile all’invanirsi, preferiscono aver qualche soldo di meno in tasca,
ed essere insigniti di tali decorazioni. Le quali per ottenere soventi
volte basta a chi ne è bramoso il mettersi in relazione col padre
Bresciani della compagnia di Gesù, ed il seguirne a puntino i consigli
per qualche tempo. Ma un argomento chiaro e convincente per chiunque
a dimostrare, che tra noi il vero merito difficilmente è rimeritato,
hassi nel riflettere, che per conseguire siffatte ricompense, è
mestieri che la persona istessa che se ne crede degna, le dimandi per
via d’una supplica in cui siano in chiaro modo esposte tutte quelle
ragioni, che possono meglio farla agli occhi del Sovrano benemerita.
Formalità questa, alla quale non so chi avendo una dramma di buon
senso, non arrossisca di abbassarsi: seppure è vero l’antico adagio,
che merito e modestia non si abbandonano mai. Abbiamo troppe croci già
ciascuno a portare segnatamente! Troppo pesante è quel crocione che
pesa su tutti gli Italiani, e prostra al suolo le loro fronti! perchè
da noi si possa anche far plauso ad un Carlo Alberto, che ogni giorno
ce ne porge di nuove innanzi, rimunerando con esse degli individui, i
quali davvero meriterebbero più d’essere appesi essi alle croci, che
non affiggessero le croci a loro. Onde se la cosa cammina anco un pò
di questo piede, noi vedremo queste onorifiche insegne, anzichè essere
ambite, e tenute in pregio, venire derise e sprezzate universalmente.
Se non che l’ambizione nell’uomo è tale e tanta, che spesso ci induce
a lodare in noi quello che condannavamo in altri; al qual proposito
deggio confessare, con disdegno, ed onta pel nostro onore, d’avere
conosciuti uomini, che pur avevano diritto alla pubblica riconoscenza,
ed ammirazione mutare di carattere, e di pensamenti al giungere loro la
volgare croce di S. Maurizio in meno di tempo che un soffio di vento
rivolta una foglia. Ma non perciò ci dobbiamo astenere da gridare ad
alta voce, che vuolsi riputare piuttosto mezzo a corrompere il popolo
che non a migliorarlo, la dispensa dei nastri, in cui si segnala tanto
generoso, anzi prodigo il nostro re. Il vero compenso delle opere
buone deve considerarsi nella soddisfazione dell’animo, nella scienza
di aver compiuto ad un santo dovere, nella certezza che tardi o tosto
le nostre azioni la società, e la patria approverà in quello, che
le additerà ad esempio: Ecco ciò che dobbiamo inculcare nelle menti
dei nostri fratelli, ecco quello che dobbiamo giammai restarci da
predicare. Allora quella brama di notizie peregrine, quella smania di
prevedere, quel desiderio intenso che c’induce a chiamare ogni giorno a
chi prima incontriamo, se nulla occorra di nuovo, di singolare, fia si
muti ben tosto in facoltà d’intraprendere, di resistere agli urti, di
perseverare finchè non si rimanga vittoriosi.
Anche la determinazione di abolire il giuoco del Lotto, potreste in sua
difesa mettere in campo, se io non vi osservassi a tal riguardo, che
ella comincia ad esser vecchia, e sapere di stanzio, giacchè sono più
anni che la manifestò e mai non la pose ad effetto, rincrescendogli di
rinunciare ad un tanto utile, tantochè vergognosamente ed infamemente
procurato. Ed in ciò anzi lo veggo maggiormente rimproverevole, perchè
sarebbe da compatire se non ne conoscesse il danno; ma essere di ciò
persuaso, e mostrarsi tuttavia in dubbio se a torre o a conservare
quello anche si abbia, è cosa propria o da imbecille, o da malvagio.
Chè qualsiasi governo, al quale stia a cuore il ben essere del popolo,
conosciuto appena un male tosto vi appresta l’opportuno rimedio,
tanto più quando dal sagrificio di picciolo bene puossene ricavare uno
grandissimo. Come del rimanente lo volete scolpare? come farlo vedere
sovrano moderato, splendido, magnanimo, generoso, e grande? siccome
l’avete fin’ora predicato. Come difendere quelle leggi sue, le quali
non mirando agli universali, ingenerano dubbi, coi dubbi le liti, colle
liti la divisione degli animi, con questa l’impero, da cui procede il
dispotismo? come lo mostrerete tendente a liberalismo?
A nulla servono le vostre parole diversamente, a nulla il mostrare
quella medaglia, ideata dal Balbo, che racchiudendo tutti gli stemmi
di casa Savoja si presta ad una forte e bella allegoria a prima
vista; ma poi osservata attentamente non addita più altro che una
delle tanto piccoline ambizioni che tengono in vita il nostro Carlo
Alberto. Giacchè la posa del Leone raffigurato in essa, è tranquilla
e tutt’altro che minacciante di scagliarsi sull’aquila, la quale pure
non vuolsi confonder col biteste animale grifagno dell’Austria, essendo
l’Aquila dell’Alpi, decorazione del nostro stemma reale. Le quattro
somme glorie italiane non sono quivi ritratte che per significare
essere Carlo Alberto l’unico principe attualmente regnante che sia di
sangue italiano; epperciò più degno appunto di riprensione perchè meno
compatibile degli altri nella sua maniera tirannica di governarsi.
Il motto francese poi che puossi così tradurre alla lettera: _sto
aspettando l’astro mio_, appartiene eziandio all’antico stemma della
famiglia; del resto gli si potrebbe rispondere che più volte gli
comparve quest’astro sull’orizzonte per guidarlo a virtù, ma egli colla
esosa sua condotta insultò a quella luce, fece inorridire col fetore
delle sue peccata quella stella, che ritiratasi dal cielo ricomparirà
velata da una tinta di sangue, quando noi avremo redenta la patria
e vendicato il suo ripetuto tradimento, e ci guiderà al suo sepolcro
perchè maladicendo al suo nome, non obbliamo di disperderne le ceneri,
di ruinarne la pietra, onde nulla resti ai posteri di lui memoria,
perchè immeritevole della stessa celebrità dell’infamia.
Ricordatevi quel detto che a proposito di Carlo Alberto è fama a quando
a quando pronunciasse la sua madre: _il mio figlio non ha nè testa
nè cuore_. Che non abbia cuore tutti si convengono, ma che non abbia
mente, è ciò che molti vorrebbero diniegare. Come mai se avesse un
pò di cervello potrebbe permettere tanti abusi ne’ suoi stati ora con
consenso, ora con fingerne ignoranza? come mai sarebbe caduto in tante
imbecillaggini che lo fanno deridere anzichè odiare? e come non avria
posto mente a tante voci che da ogni parte della Penisola il chiamavano
alla gloria? Come non saria stato animoso a cingersi di quella corona
immortale che il Genio d’Italia tante volte le offerì? Come si sarebbe
mostrato sì timido, sì debole, sì vigliacco, e sì pauroso in ogni cosa?
Valga il seguente fatto a provare in mirabil modo la fermezza eroica
del suo animo! Il Colonnello J.... nobile piemontese, dopo aver reso
molti servigi al Piemonte recavasi a servire la Spagna, dove onori pel
suo valore d’ogni maniera gli venivano conferti; venuto in avanzata
età, ed amando di rivedere il suo paese natio, si porta a Torino; dove
pervenuto agli orecchi del Re Carlo Alberto il suo arrivo, il mandò
a chiamare ed accoltolo amorevolmente, in attestato di estimazione
de’ suoi meriti gli dà la croce di Cav. di S. Maurizio e Lazzaro, lo
conferma nel grado di Generale a cui era stato in Ispagna innalzato,
dicendogli che sperava si saria fermato in patria ed avrebbe il suo
ferro consacrato alla medesima. A tali dimostrazioni il Colonnello
J.... l’assicura che alla manifestazione di simile desiderio si
conosceva assai onorato, e non poteva a meno perciò di aderirvi. Il
Re lieto della risposta il fa soffermare in quel giorno in corte pel
pranzo attestandogli continuamente di averlo in grazia ed in pregio
altissimo. Ebbene dopo due giorni fu mandato a richiamare il Cav.
J.... amorevolmente gli fassi incontro Carlo Alberto appena lo vede
a comparire ne’ suoi appartamenti, _e mio caro_, gli dice, io deggio
disdirmi dell’invito che l’altro jeri vi ho fatto, il ministro mio
Villamarina con cui ho parlato lungamente di Voi, mi fece vedere che
la vostra dimora _permanente in Piemonte poteva dar luogo a rumori,
essere pericolosa, mentre io la credeva utile, onde m’obblighereste
se fra tre giorni procuraste d’allontanarvi; che mai volete? son cose
a cui dobbiamo rassegnarci. Però potete conservare in mia memoria
e ’l grado e l’onorificenza che vi conferii_. A tai detti sorpreso
l’antico militare dignitosamente rispose queste due parole: _grazie
alla vostra maestà, quale son venuto, tale me ne andrò, e fra un’ora
sarò fuori di già dalle mura della capitale_. La cosa si sparse per
tutta la città, tutti ne ridevano, meno il ministro che godeva d’aver
allontanato un suo nemico. Carlo Alberto si credeva d’aver dato saggio
di una gran forza d’animo, d’una gran virtù, d’aver vinto il nemico
più difficile ad essere soggiogato, secondo gli dicea il confessore
suo, cioè d’aver vinto se stesso! E voi Azeglio volete farci credere
in un tal uomo? in un uomo che se fosse vera l’opinione che le anime
dei malvagi dopo aver vagato nello spazio vadano ad informare i corpi
d’altre più basse persone, non potrebbe aver ereditato altra anima
che quella di Giuda? in un uomo che dopo aver logorato la sua vita
nei vizi, ora stanca da mane a sera gli inginocchiatoi, e gli altari?
in un uomo che anche togliendogli la tristezza dell’animo, non sarà
mai capace d’intraprendere la più piccola opera, nonchè quella della
nostra rigenerazione? in un uomo, il quale non solo brama soffocato
e spento lo spirito di indipendenza e nazionalità, ma di più tenta
in ogni modo di far nascere ne’ suoi sudditi lo spirito contrario?
in un uomo, il quale proibisce una società, che aveva per iscopo di
diffondere lo studio della lingua italiana nel Piemonte, e togliere di
mezzo a poco a poco il deforme dialetto che si va cinguettando da noi?
la qual cosa ci dovrebbe assai bene convincere delle disposizioni di
Lui, rispetto all’Italia, giacchè niuna cosa si mostrava più innocua
al suo governo, che un’associazione, in cui i Piemontesi dietro lo
stimolo del Cav. Panzoja tutti si proponevano di parlare costantemente
l’italiano, e si sottomettevano ad un’imposta da passarsi ai poveri,
ogni qual volta fossero colti in fallo, cioè a parlare il nostro
dialetto, od altra lingua fuori di stretto bisogno. Tanto più che lo
scopo era più letterario, che politico, e d’altronde il legame della
lingua alla nazionalità non ha una forza sì energica, sì subitanea
da spaventare chicchessia. E poi ignorate voi l’influenza del primo
ministro, il Marchese Solaro della Margherita, il qualche oltre ad
essere _gesuitissimo_ come sopra toccai, è ligio affatto all’Austria,
e tanto che non lo si farà saltare dalla sua carica, impossibile
sarà ogni simile divisamento. Del resto ammesso ciò, che non puossi
ammettere giammai, cioè che Carlo Alberto volesse coadiuvare la nostra
causa, e marciare alla testa delle sue truppe, che da qui a poco si
raduneranno nella landa di S. Maurizio per servire di trastullo ai
nostri Duchi, e prendesse a fugare il predone Tedesco dalle lombarde
e venete terre, credete che l’italo paese guadagnerebbe sotto il
governo Sardo? Sotto il giogo d’un dispotismo il più barbaro, sebbene
mascherato dalla più artata apparenza? Sotto il comando di un re che
per voler conservare, a maggior lustro della sua corte, l’etichetta
spagnuola, conservò nella nobiltà la boria intollerabile di quella
nazione, la barbarie e l’ignoranza la più maligna e la più crassa?
Starebbe poco a rinascere il feudalismo, è vero modificato per imperio
e necessità dei tempi, ma pur sempre tremendo feudalismo; e noi avremmo
a soffrire fra breve quanto non soffrimmo sotto qualsiasi invasione,
e quanto non soffriamo tuttora. Però che per quanto soggetti alli
stranieri, bolversati, tiranneggiati, ed oppressi siano gli altri paesi
d’Italia da’ suoi Principi, e dai suoi governi, sono sempre in istato
meno passivo ed irritante di quello in cui si trovano i Piemontesi.
Interrogate le persone colte ovvero quelle che intendono i loro diritti
e non anco hanno rinunciato alla quistione dell’indipendenza italiana;
chi di loro non s’espatrierebbe dal Piemonte, se vincoli d’impieghi, di
parentado, dei loro interessi non li tenessero stretti ed inceppati?
neppur uno per quanto possa essere caro il luogo dove s’abbia spirato
le prime aure della vita, dove si sia visto per la prima volta la luce
del giorno. Nè sarebbe inutile l’osservare che in numero grande si
contano i Piemontesi, che continuamente s’espatriano volontariamente, e
si recano ad abitare altri paesi aspettando un meglio avvenire per poi
fare ritorno.
Ma siccome non dobbiamo porre fiducia di sorta in Carlo Alberto, non
dobbiamo neppure confidare nell’ajuto e nel concorso di verun’altro
nostro principe, o degli stranieri; Siamo noi che di per noi stessi
dobbiamo riedificare l’edificio della nostra nazionalità, e per
niun’altra via potremo guadagnare il nostro intento, che per una
generale sommossa, che per lo esterminio dei principi, e dei troni.
La Francia come ridivenne nazione? come sorse ad incivilimento? a
grandezza? se non collo spargere fiumane di sangue, se non colla sua
lunga e terribile rivoluzione. Così dobbiam noi fare, così operare;
ciò voi dovete o Azeglio predicare giorno e notte, tra i grandi e tra
il popolo, se volete giovare all’Italia; a quest’opera dovete cercarvi
collaboratori in continuo, perchè al primo manifestarsi del movimento
tutti sorgano col braccio armato quegl’italiani, i quali non sono sordi
alla voce dell’amore di patria, non sono anche del tutto imbastarditi
dall’astuta tirannia dei nostri Signori, nè sì sviati dietro il male
esempio da desiderare di essere piuttosto ingentiliti e corrotti, che
resi saggi e virtuosi.
È senza dubbio allora che potrete meritarvi la pubblica fiducia, la
gratitudine dei vostri fratelli, la benedizione di tutti i buoni, che
non avete di certo ora, che siete associato a Balbo, e d’un imbecille e
malvagio volete far Carlo Alberto un Eroe.
Questo per ora è quanto aveva in mente di scrivervi; di moltissime
cose, che presentemente non ho stretto obbligo di palesarvi, altra
fiata torrò a discorrervi; cioè quando mi si porga il destro, e possa
crederle d’utile pubblico. Io vo’ sperare che rientrerete in voi, od
almeno vi cesserete dal dare consigli ai vostri fratelli, i quali non
solo non sono vantaggiosi, ma anzi tornano loro di danno immenso;
seppure non volete ricredervi ed abbracciare il partito del vero
Italiano, che dovrà sempre sdegnare ogni moderazione dove gli stia a
cuore l’ottenimento della salvezza patria. Non vi faccia maraviglia,
se io serbo l’anonimo, il vostro esempio mi ha istrutto se prima non
lo fossi stato, e da qui ad un mese alla più tardi, rilasciando ancor
io il beatissimo Piemonte, vi renderò avvertito con altra mia scrittura
del mio nome, e vi proverò in effetto la mia stima, e se volete la mia
affezione, tuttochè mi abbiate veduto in tante cose così discorde da
Voi, da lanciarvi contro una amara, ma giusta rampogna.
_Di Torino 7. Giugno 1846._