A quest'epoca comparve Kent, uomo d'un genio grande, e d'un

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DELL'ARTE

DEI

GIARDINI INGLESI

_Fortunatus et ille Deos quì novit agrestes,_

_Panaque, Sylvanumque senem, nymphasque sorores!_

GEORG. L. ii.

_Tav. I._

MILANO.

DALLA STAMPERIA E FONDERIA AL GENIO TIPOGRAFICO

casa Crivelli, presso il ponte di S. Marco, N.º 1997.

ANNO IX.

_L'EDITORE A CHI LEGGE._

_La mancanza de' libri che trattino nel nostro idioma dell'arte de'

giardini moderni, e l'eccessivo prezzo e la rarità di quelli altrove

pubblicati, mi hanno indotto a procacciarmi la presente opera. Coloro,

che conoscono quella del C. L. Hirchfeld assai voluminosa, approveranno

tutto ciò ch'è stato tolto da essa, come pure le interessanti aggiunte,

e le non poche variazioni eseguite dall'Italiano Autore. Ho l'onore

di presentarla al colto pubblico tanto più di buon grado, quanto che

un tal gusto è di già penetrato nel nostro paese, facendone prova

i diversi disegni in rame, tratti da alcune ville dei contorni di

Milano. Il paesaggio, antico come natura, e fisso siccome il bello,

decantato mai sempre da' sommi poeti, e seguito da' valenti pittori,

non è stato tuttavìa praticamente adottato in generale a tener luogo

di giardino, che dagl'Inglesi verso la metà dello spirato secolo,

per cui a ragione questo genere serba tale denominazione. Superbe

praterìe, delle quali non furon mai viste nè più vaghe, nè più

magiche, si addossarono nell'alto di lor dolci pendici abitazioni

eleganti, che fecero sfoggio a vicenda dei doni della natura, e del

raffinamento dell'arte. Il torrente ruinoso, ed il fiume inondatore

frenarono la sterminatrice loro rapidità per non fare altra pompa che

dello scorrevole, del vario, del pittoresco, del bello fecondatore.

Il monte, il piano raccolsero i dispersi lor pregj, e li tributarono a

gara al nascente genio, che guidato da amore, ed inspirato dalle muse,

percorse la novella carriera, e invitò le scienze, le facoltà della

mente, e tutt'i piaceri a fissarvisi per pascere lo spirito umano di

voluttà squisitissima. La natura benefica così riprese i suoi diritti,

e restò attonita di vedersi abbellita, e quasi sorpassata dall'arte,

che non consistette più che nel saperla studiare con rispetto, e nel

saperla far comparire con verità, e scelta. Per tal maniera la faccia

della Inghilterra è divenuta più amena e più ridente; la botanica ha

estesi i suoi confini; l'agricoltura ne ha ricavato un nuovo lustro;

e tutte le belle arti, e le scienze, che formano il corredo del

trionfante gusto, hanno penetrato in tutte le classi, e in tutti i

siti. La stessa vita campestre, altronde sempre piacevole, si è resa

per esso anche sentimentale. Quante ragioni da supporre che sempre

più siffatto gusto verrà generalmente abbracciato, ed esclusivamente

coltivato anche tra noi, e si diffonderà quindi sull'Italia intera,

privilegiata culla delle belle arti, e delle scienze, dove troverà una

disposizione d'arte, e di natura almeno eguale a quella del suo paese

natale, onde si diramò! Quante ragioni ancora da presumere, che il

primo trattato, che si produce in questo genere nella nostra favella,

possa essere gentilmente accolto, e compatito. Esso ha il merito almeno

di dare un'idea chiara e distinta della cosa, e potrà giovare per più

titoli in aspettazione di una penna migliore ed originale, che tratti

degnamente, e con maggior estensione questo interessante argomento.

Solo aggiungerò in qualità d'uomo appoggiato all'indole della cosa,

piucchè alle applicazioni parziali ed arbitrarie, che un tal genere non

importa nè tutto quel travaglio, nè quel dispendio che si è immaginato

fra noi. In realtà questa sorta di giardini è quanto di più fino e

di meglio speculato è forse stato trovato finora nell'arte di unire

l'utile al dolce, e di sapere tirar partito, abbellendo, e facendo

valere ogni locale. Può essere egualmente applicato ad un grande

che ad un piccolo spazio; in città, come in campagna, non ricerca

grande movimento di terra, nè profusioni idrauliche, e neppure somme

fabbriche, che non sono positivamente della sua essenza. Riesce oggetto

di leggier dispendio da principio, e quasi di nessuno in appresso.

Nel grembo della pace, e di uno stabil ordine di cose è da lusingarsi

con fondamento che quest'arte, ancor novizia tra noi, vi sarà pure

coltivata con onore, e resa in breve adulta e maestra. Per tal modo

l'Italia verrà a gareggiare colle altre nazioni anche in questa

parte, ed acquisterà forse in essa quella superiorità, che ci viene

attribuita, e che sembra nostro dono di natura nelle arti geniali._

DELL'ARTE DE' GIARDINI INGLESI

ORIGINE DE' GIARDINI INGLESI.

Gl'Inglesi amano con passione il soggiorno della campagna, e

v'impiegano nell'abbellirla quelle somme, che generalmente le altre

nazioni dissipano nelle lor capitali. Non è in Londra, dove debbasi

giudicare della ricchezza, della magnificenza, e del buon gusto di

un Lord, ma bensì alla sua campagna, situata in provincia. Un clima

temperato, un paese generalmente ridente, e fertile, l'abbondanza che

regna ne' campi, una vita libera, ed agiata, la costumanza di reciproci

uffizj di famiglia, e d'amicizia, quella generale di soggiornarvi

nella più gran parte dell'anno, ne formano le principali attrattive.

La situazione fisica dell'Inghilterra è un felice miscuglio di catene

di monti, e di montagne isolate, dolcemente elevate, e comodamente

praticabili, di valli, di fiumi, di cadute d'acqua, di boschi annosi,

e di praterìe d'un'incomparabile verdura. Una vegetazione rigogliosa

senza confronto altrove, le acque le più limpide, ed un non so che di

vario, di aggradevole, di romanzesco, e di superbo, che ad ogni passo

s'incontra, e si succede con tanto garbo, formano di molte provincie

dell'Inghilterra il più seducente quadro, che scuote la mente, e le

inspira idee poetiche, e pittoresche. Non è meraviglia quindi se il

genio Inglese, rapito dalla bella natura campestre, che lo circonda,

immaginò il primiero di staccarne le parti più belle, e comporne un

tutto ideale, analogamente ornato, e reso più vago dai doni dell'arte,

che colle reciproche relazioni acquistasse nuovo pregio, e valore,

e presentasse una successione saggiamente calcolata di quadri, e di

scene, ripiene di voluttà, di comodo, di capriccio, e di grandiosità:

sostituì i tratti di paese campestre abbelliti, e scelti ai disegni

artificiosi degli antichi giardini, e ne introdusse per tal maniera de'

nuovi, e d'un tal genere, che divennero quasi altrettanti poemi, opera

del poeta, del pittore, e del filosofo.

Mentre gli scrittori delle altre nazioni tacevano, oppure magnificavano

l'antico stile, i Bretoni cominciavano a sviluppare a poco a poco ne'

loro scritti l'essenza dell'arte de' giardini. Francesco Bacone, che

sparse una nuova luce sulle scienze, fu il primo, che diffuse sopra i

giardini ancora una luce, tuttavìa offuscata dalle antiche tenebre.

Esigeva per un giardino trenta jugeri di terreno, e lo divideva in

tre parti: uno spazio erboso all'entrata, un altro ripieno di cespuglj

alla sortita, ed il giardino propriamente detto nel mezzo, con viali,

e passeggi dalle due bande. Alla prima parte destinava quattro jugeri,

sei alla seconda, quattro a ciascheduno de' viali laterali, e dodici

al giardino di mezzo. Gli ornamenti, e gli arabeschi a diversi colori,

disegnati in terra sotto le finestre della casa, non sono, che giuochi

puerili, che si trovano pure, com'egli dice, su de' pasticci, e lo

stesso giudizio porta sulle piante acconciate in differenti figure.

Invece d una pianura esatta, vorrebbe che si elevasse nel mezzo del

giardino un monticello aggradevole alla vista, sormontato da un vago

padiglione, al quale si pervenisse per mezzo di due o quattro file

di gradini. Bandisce gli stagni, ed i canali d'acqua dormente, che

vuol che sia sempre in moto. L'invenzione capricciosa di slanciare le

acque in alto, e di farle artificiosamente giuocare, non aumenta a suo

giudizio nè la purità, nè la salubrità dell'aria, nè il piacere del

giardino. Lo spazio occupato dalla boscaglia vorrebbe che assomigliasse

a un sito piacevolmente incolto. In quà in là vi si potrebbero

frammischiare degli arbusti differenti con fiori odorosi; ma il

terreno lo vorrebbe coperto dappertutto di violette, di fragole, e di

primevere, che esalano grato odore, e prosperano all'ombra. I boschi

non dovrebbero offrire un ordine preciso, ma delle picciole eminenze

d'intorno, sparse di fiori varj, e d'arbusti odoriferi. Raccomanda gli

alberi da frutta, e de' sentieri comodi, ed asciutti, che si diramino

in tutti i sensi. Nel fondo del giardino, continua l'autore, si

potrebbero praticare da due lati de' piccioli ridossi, da dove l'occhio

potesse liberamente percorrere le vicine campagne. Nello spazio, da

lui chiamato giardino, i viali saranno larghi, e guarniti d'alberi

fruttiferi, e vi vorrebbe pur collocati de' seminarj di consimili

piante, e dei vaghi gabinetti artificiali di verdura, con sedili.

Ma non bisognerebbe poi tanto, soggiugne egli, accumulare questi

oggetti, dovendo il giardino, propriamente detto, rimaner libero, ed

aperto alla maggior circolazione dell'aria; l'ombra è da cercarsi ne'

viali laterali, non dovendo, a parer suo, servire il giardino che per

le stagioni temperate di primavera, e d'autunno, e per le ore della

sera, e del mattino d'estate. Delle passeggiate prolungate su' colli

sarebbero avvantaggiose, se la natura le fornisse.

Per quanto sieno coerenti le osservazioni, ed opportune le domande di

Bacone, sono tuttavìa frammischiate da alcune, direttamente opposte

al buon gusto in fatto di giardini; tale è la forza della moda,

che soggiogò pure questo grand'uomo. Approva la forma quadrata, le

arcate di legno sormontate da picciole torri, che cattivi ritengano

gli uccelli, ed ornate di figure dorate, e di strette lamine di

vetro colorato; loda le colonne di legno, e le piramidi della stessa

materia, le vasche regolari, ornate di figure, e di vasi. Finalmente

determinando un modello stabile, ne limita lo stile, ciò che non si

accorda punto colla varietà naturale degli spazj, e colla fertilità

del genio creatore. Tuttavìa Bacone non si accontenta di passare per

profeta d'una scienza non ancor nata; ei non solo predice, comincia a

creare.

Questa medesima bellezza campestre, che avrebbe mai sempre dovuto

regnare nei giardini, fu in seguito descritta da Milton nel suo

paradiso, ossia giardino di Eden. «La natura aveva prodigate delle

bellezze innumerevoli sulle montagne, e nelle valli. Le sue ricchezze

erano sparse con profusione nelle campagne, che il sole liberamente

riscalda co' suoi raggi, e nei verdi folti, che una impenetrabil ombra

rende cotanto vaghi nell'ardore del giorno. Questa felice abitazion

campestre era mirabilmente variata pel piacere degli occhj. Là voi

trovavate de' boschi, i cui fronzuti alberi distillavano la mirra,

ed i preziosi balsami: quì ne vedevate degli altri, che coi loro

frutti lucenti, e saporiti incantavano l'occhio, ed il gusto. Tutte

le meraviglie, che la favola attribuisce al giardino delle Esperidi,

s'incontravano realmente in questo giardino di voluttà. Fra gli

alberi sorgevano spazj ridenti, deliziose colline, ripiene d'armenti,

che l'erbe tenere ne pascolavano. Quì una leggiera eminenza coperta

di palme, e il seno fiorito d'una valle, irrigata da ruscelletti,

offrivano mille bellezze, e colà cresceva la rosa senza spine. Le

opache grotte disponevano freschi ricoveri, tappezzati di pampini,

che s'affrettavano di sporgere i porporini grappoli, e che vi si

avviticchiavano con una mirabile fecondità. I ruscelli con grato

mormorìo cadendo al lungo delle colline, ramificavano al piano, ed

andavano formando uno stagno, la cui superficie presentava il suo

specchio cristallino alla verdura delle sponde d'intorno coronate di

mirti. Gli augelli formavano un coro ripieno di melodìa, e gli zeffiri

portando con essi i profumi de' campi, e de' boschi, mormoravano tra

foglia e foglia soavemente agitata».

I poeti di tutte le età, e di tutte le nazioni hanno dovuto tenere un

consimile linguaggio descrivendo de' giardini, giacchè qualsiasi altro,

e quello sovratutto della moda vi si ricusava; ma la voce di questi

araldi del buon gusto non potè per questo dissipare gl'inveterati

pregiudizj del lor secolo.

Comparve Lord Temple. Assicura egli che in nessun altro tempo in

Inghilterra vi fu maggior inclinazione pei giardini che nel suo;

che giammai non vi si sono mantenuti meglio, e che in nessun altro

paese potevano essere altrettanto belli che nella sua patria. Esige

quattro cose per un giardino: frutta, fiori, ombra, ed acque. Vicino

all'abitazione vuole un tappeto d'erba fregiato di fiori, ed in

mancanza di fiori, dei getti d'acqua, de' vasi, delle statue; nello

spazio che segue, la cinta dovrebbe essere tutta scoperta, e senz'altri

alberi, da quelli infuori, che vi si dispongono in ispalliera, ma poco

elevata. Supponendo che questo spazio occupasse due terzi del giardino,

si potrebbe guarnire il resto di piante da frutta, a meno che non si

preferisse, per procacciarsi dell'ombra, piantarvi un boschetto. Fin

quì tutto è bene, o almeno sopportevole, atteso il gusto del secolo. Ma

inoltre vuole il Lord un quadrato perfetto, perchè dice esser quella

la forma più conveniente ad un giardino, ed esige un terreno piano,

o leggiermente inclinato. Cita per modello il giardino di Moore, il

più bello, che dice aver veduto in Inghilterra, ed altrove. Nel mezzo

d'una vasta terrazza, tutta ricoperta di sabbia, e circondata d'allori,

sorgeva un gran palazzo. Tre scalinate spaziose di pietra, l'una nel

mezzo, e due laterali, conducevano ad un ampio spartimento. Le fontane,

le statue, le arcate verdi, e di sasso, i padiglioni, le grotte con

acque spruzzanti non vi mancavano. Ecco come pretende, che andassero

formati i giardini, che se più fossero regolari, più riuscirebbero

belli. Ciò non pertanto una debil luce traspariva attraverso di tanti

pregiudizj. Vi puonno essere de' giardini irregolari, soggiungeva

Temple, che non saranno per questo che più belli, e più aggradevoli; vi

bisogna per tal effetto una vantaggiosa situazione, e quanto basti di

arte, e di travaglio per dare alla loro irregolarità una forma atta a

piacere. Rigettava altresì i muri nudi, de' quali per costumanza antica

si circondavano i giardini; o li voleva rivestiti almeno di verde,

perchè non producessero una dispiacevole sensazione. Fin quì arrivò

Temple.

Addisson gli successe, e per la forza de' suoi maschj giudizj, e del

suo gusto classico si avvicinò maggiormente ad una certa perfezione;

ciò che Pope aveva cercato di ottenere quasi nello stesso tempo pel

mezzo della satira, che sapeva così ben maneggiare.

Nacque in allora il principio della rivoluzione nell'arte de'

giardini. Addisson si mosse a mostrare dove consistono i veri piaceri

dell'immaginazione, e di là dedusse delle accurate osservazioni sulla

cattiva maniera, che dominava tuttora ne' giardini. «Sosteneva che le

opere dell'arte paragonate a quelle della natura non puonno mai avere

quella vasta estensione, e quella immensità, che prestano un così

delizioso trattenimento allo spirito dello spettatore. Può ben essere

un oggetto dell'arte delicato, e pulito al paro d'un altro di natura,

ma non sarà giammai altrettanto augusto, nè magnifico nel disegno.

Ne' tratti grossolani, e negletti di natura vi ha sempre qualche

cosa di più ardito, e che fa sentire di più la mano maestra, che ne'

colpi di pennello più delicati, e negli abbellimenti più squisiti

dell'arte. Le bellezze di giardino, o di palazzo il più superbo si

trovano rinchiuse in un piccolo cerchio; l'immaginazione le percorre

ben presto, e domanda qualche cosa di più per soddisfarsi; ma ne' vasti

campi della natura l'occhio gira liberamente su tutte le parti, e si

pascola d'una infinita varietà d'immagini, senza essere astretto ad un

cert'ordine. Di vero noi non troviamo dilettevoli le opere dell'arte,

che in quanto rassomigliano più a quelle di natura, ed in allora il

piacer nostro è prodotto non solamente da questa rassomiglianza, ma

altresì dal sentire che il modello è perfetto. In generale v'è nella

natura qualche cosa di più grande, e di più augusto, che in tutto ciò,

che si vede fra le curiosità dell'arte; così tutte le volte che noi

la vediamo imitata in qualche modo, ciò ne dà un piacere più nobile,

e più rilevato, che quello che possiamo trarre dalle opere dell'arte

le più fine, ed esatte. Una vasta estensione di terreno coperta da

un aggradevole miscuglio di boschi, di prati, e di cascate d'acqua,

che rappresentino dappertutto un'artificiosa semplicità, c'incanta

assai più che l'eleganza ordinaria del più sontuoso giardino. Perchè

mai non si potrebbe fare di una possessione intera una specie di

giardino, arricchito di frequenti piantagioni, che tornerebbe al

profitto del proprietario, e al suo piacere? Una palude coperta di

salici, o un monte coperto di quercie, formano un oggetto non solamente

più piacevole alla vista, ma più utile all'interesse, che se si

abbandonassero alla loro naturale sterilità. I campi coronati da spighe

formano un vago prospetto, di maniera che se i viottoli, che si vedono

tra un campo e l'altro, fossero un po' più elegantemente mantenuti, se

lo smalto delle praterìe fosse ajutato da qualche leggiera addizione

dell'arte, e se le siepi fossero ornate d'alberi, e di fiori con

maggior cura, un uomo potrebbe fare un bel paesino del suo possesso».

All'appoggio di principj cotanto sani, Addisson compose in appresso un

leggier quadro, ma vago, di un giardino conforme al suo genio, e alla

natura. Eccolo. «All'intorno della mia picciola casa ho varj jugeri

di terreno, che chiamo il mio giardino, e che un abile giardiniere

non saprebbe come chiamare. È desso una confusione, un'intralciata

mescolanza di ortaggio, di frutteto, e di giardino a fiori. I miei

fiori vi crescono in diverse parti colla più lussuriosa abbondanza,

e sono così lontano da preferirne alcuno, che quando ne rincontri

ne' campi, e che mi piacciano, fisso a loro subito un posto nel mio

giardino. Diversi pezzi di terra sono smaltati di mille differenti

colori. Il sol metodo, che seguo, è di radunare nel medesimo sito

il prodotto della medesima stagione, affinchè sbucciando tutti nello

stesso tempo, compongano un quadro più variato, e ricco. Una consimile

irregolarità regna nelle mie piantagioni, che crescono con tutta la

selvaggia libertà della natura. È divertente per me di passeggiare in

un labirinto, che ho piantato, e di non sapere se il primo albero,

che incontrerò, sia un pomo, una quercia, un olmo, od un pero. Il

mio verziere ancora ha il suo posto determinato, e sono di sentimento

che un verziere è più aggradevole alla vista, che una citroniera, o

una serra. Amo vedere ciascheduna cosa nella sua perfezione, e mi

compiaccio di più della vista, e dell'odorato delle mie ajuole di

cavoli, e di legumi, e d'una infinità d'erbe utili, che vengono a tutta

maturità, che di vedere delle piante esotiche, delicate, sforzate da un

calore artificiale, tisiche, e languenti in un clima, e in un terreno,

che non sono il loro. Nell'alto del mio giardino sgorga un fonte, da

cui deriva un ruscelletto, che serve al piacere, ed all'utilità del

sito: l'ho talmente diretto, che serpeggia d'intorno a quasi tutte

le mie piantagioni; scorre, come farebbe in piena campagna, fra rive

coperte di primevere, di amaranti, e di rose, che sembra d'aver egli

fatto nascere. Come il mio giardino attira gli uccelli delle campagne

all'intorno, offrendo loro dell'acqua, dell'ombra, della solitudine,

e de' ricoveri, così non permetto che sieno distrutti i loro nidi,

o discacciati dai siti, che frequentano nel tempo della frutta. Amo

ancor più avere il mio giardino pieno di merli, che di cerase, e dono

volontieri della frutta per sentire il canto. Con questo mezzo godo

sempre della musica la più perfetta della stagione; e son ben contento

di vedere il capinero, ed il tordo saltellare ne' miei sentieri, e

traversar volando i viottoli, ed i siti, ch'io stesso percorro. Tutte

le mie opere sono rustiche, come natura, e non affettano punto la

delicatezza dell'arte...».

Simili rischiarimenti d'un Addisson sulla disposizione de' giardini,

gustati da tanti suoi lettori, eccitare dovevano la nazionale

industria; e cominciossi di fatto a porre in opera simiglianti idee.

Il passo più considerabile, che si fece verso i miglioramenti, che ne

vennero in seguito, fu d'abbattere i muri, che servivano di confine ai

giardini, e di sostituirvi de' fossi vuoti. Questo tentativo sembrò in

allora così sorprendente, che il popolo chiamò questi fossi AH! AH! per

esprimere la sorpresa, che risentiva di vedersi bruscamente arrestato

d'una maniera tanto inaspettata. La coltura, e il terreno d'intorno

al di là del fosso dovette in appresso fondersi, per dir così, nello

stesso quadro del giardino, e questo rimaner libero dall'angustia del

luogo, e dalla soverchia sua regolarità, affine di accordarsi meglio

col paese all'intorno.

A quest'epoca comparve Kent, uomo d'un genio grande, e d'un gusto

delicato, che verso la metà del decorso secolo, poste da banda tutte le

antiche regole, sembrò sorger creatore d'una nuova arte di giardini.

Abbandonò la regolarità ordinaria, che ben conobbe quanto stancava,

ed infastidiva. Osservò che la natura non ama la simmetrìa, che ne'

piccoli corpi, e non già ne' larghi tratti di terreno, e ch'essa

dissemina nelle sue opere più favorite la varietà, ed un bel disordine.

Sentì le impressioni irresistibili, che producono sull'anima gli

oggetti grandi, e magici della natura, quando la loro disposizione è

libera, ed ardita; e sentì che queste impressioni scuotono, ed occupano

assai più, che tutte quelle, che cagionano le picciole costruzioni

eleganti. Scelse la linea curva, come la più diversificata; diede a'

ruscelli, ed alle acque un corso tortuoso; cavò partito delle eminenze

senza spianarle; abbellì i boschi naturali senza distruggerli; antepose

un tappeto di verdura ad un terreno sabbiato; praticò una quantità di

sfondati seducenti; aprì all'occhio una folla di lontananze; nobilitò

i boschetti, collocandovi delle fabbriche; in una parola, Kent trovò

l'arte de' giardini ove la cercava, cioè nella natura. I suoi disegni,

e piani furono adottati dal gusto de' suoi nazionali con entusiasmo;

e l'arte de' giardini progredì in Inghilterra con una rapidità

sorprendente verso la sua perfezione dal momento che fu affidata

colà al buon metodo. I gran principj di Kent furono la prospettiva,

e l'intelligenza del chiaroscuro. Divideva con gruppi d'alberi una

pianura troppo semplice, o di troppo estesa, ed ammorzava la sua

luce troppo viva colle tinte cariche di piante sempre verdi. Mancando

l'orizzonte d'oggetti, onde animarlo, ne ideava degli artefatti, che

formassero perspettiva. Le fabbriche, i siti di riposo, i templi erano

piuttosto l'opere del suo pennello, che del suo compasso. Kent ebbe de'

successori, che trascorsero la strada, ch'egli aveva aperta. Comparvero

successivamente de' trattati giudiziosi, ed estesi, consacrati all'arte

de' giardini. Fra gli autori, che se ne sono occupati, i più distinti

sono Home nella celebre sua opera sopra gli elementi di critica, e

Vhately nelle sue osservazioni sopra l'arte de' giardini. Il primo non

ne parlò, che in forma di digressione, e per fare delle applicazioni

de' principj, che stabilisce. Benchè diverse delle sue proposizioni

sieno nuove, e giudiziose, altre però sono compassate con soverchia

minuzia sopra principj generali in modo che non sembra potersene far

quel conto, che altri hanno preteso. Vhately considerò l'arte de'

giardini sotto un punto di vista più vasto ancora; la risguardò come

l'arte di abbellire de' paesi interi. Nessuno de' suoi compatriotti

prima di lui aveva esaminato questo soggetto con una penetrazione

altrettanto viva, ed in una estensione così ardita. La sua critica

sul bello è profonda; i suoi principj sono dedotti, e sviluppati ad

evidenza: si potrebbe chiamarla la metafisica de' giardini. Ma la

metafisica sola soventi volte nuoce al sentimento, ed effettivamente

sembra che Vhately lo abbia troppo poco calcolato. Abbiamo in questo

genere una folla di scritti, e ne sortono oggigiorno presso le altre

nazioni[1].

Chambers, architetto del Re d'Inghilterra, che riunisce ad una vasta

erudizione un genio, ed una sensibilità squisita, è quegli che ha data

l'ultima mano all'arte de' giardini Inglesi, portandoli, dirò così,

all'ultima perfezione, e spingendoli oltre la sfera dell'immaginabile.

Al suo ritorno dalla China Chambers aveva osservato che nella sua

patria non si osava abbastanza distaccarsi dall'antico stile; che vi

si mancava d'invenzione, ed erano soggetti gl'Inglesi a dare nelle

stravaganze ogniqualvolta tentavano de' nuovi saggi; vedendo che

tutte le belle arti avevano de' maestri, frattanto che quella sola de'

giardini rimaneva orfana, e priva di chi ne facesse valere le doti,

trovò nel suo spirito, e nella brillante sua immaginazione delle idee,

che credeva più convenienti

alla natura, ed alla destinazione de' giardini di quelle, che

d'ordinario si seguivano; in conseguenza giudicò che siffatte idee

ecciterebbero più l'attenzione, e sarebbero state meglio accolte

da' suoi compatriotti, se attribuite ad una nazione lontana, che le

avesse di già messe in pratica; quindi pubblicò la celebre sua opera

intitolata: DISSERTATION ON ORIENTAL GARDENING, dove probabilmente

semina delle idee Inglesi, e forse le sue in un suol Chinese[2],

affine di prestar loro un'apparenza più forte, e di renderle vieppiù

seducenti.

DESCRIZIONE DI CHAMBERS DE' GIARDINI DELLA CHINA[3].

La natura è il modello de' Chinesi, e lo scopo loro è d'imitarla. Prima

di tutto osservano la forma del terreno, se è piano, o pendente; se

vi sono colline, oppure montagne; se egli è esteso, o ristretto; se è

asciutto, o paludoso; se abbonda d'acqua, o se ne è privo. Prestano

una scrupolosa attenzione a tutte queste circostanze, e scelgono le

convenienze, che si confanno meglio alla natura del suolo, che

esigono minori spese, coprono i suoi difetti, e maggiormente fanno

comparire tutt'i suoi vantaggi.

Il terreno è distribuito in varie scene, e per passaggi tortuosi,

aperti nel mezzo de' boschetti, siete condotto ai differenti punti di

vista, ciascheduno de' quali è indicato da un sedile, da un edificio, o

da qualche altro oggetto.

La perfezione de' loro giardini consiste nel numero, nella

bellezza, e nella diversità di queste scene. I giardinieri Chinesi,

come i pittori d'Europa, raccolgono dalla natura gli oggetti più

aggradevoli, e procurano di combinarli in maniera che non solamente

compajano separatamente col maggior lustro, ma altresì che per il

loro accozzamento formino un totale piacevole, e che produca grata

sensazione.

I loro artisti distinguono tre differenti specie di scene, che

le caratterizzano col nome di ridenti, d'orribili, e d'incantate.

Quest'ultima denominazione risponde a ciò che si nomina scene di

romanzo, nelle quali i nostri Chinesi si servono di diversi artifizj

per destare la sorpresa. Talvolta fanno passare sotto terra un fiume,

o un rapido torrente, che col suo rumorìo assorda l'orecchio di chi

passa, incapace a comprendere d'onde provenga tanto fracasso. Altre

volte dispongono le roccie, e le pietre in tal maniera, che il vento

passando attraverso gl'interstizj e meati, che per tal effetto vi son

praticati, forma de' sibili affatto singolari, e strani. Impiegano in

siffatte composizioni le specie più straordinarie d'alberi, di piante,

e di fiori; vi ottengono degli echi artificiosi, e complicati, e

mantengono colà differenti sorta d'uccelli, e d'animali mostruosi.

Le scene d'orrore presentano macigni sospesi, oscure caverne, e

cateratte impetuose, che si precipitano dall'alto delle montagne da

tutte le bande. Gli alberi sono difformi, e sembrano spezzati dalla

violenza del turbine. Quì se ne vedono dei rovesciati, che intercettano

il corso de' torrenti, e sembrano d'essere stati svelti dal furore

dell'acque: là pare che colpiti dal fulmine sieno stati arsi, e

fracassati. Taluno degli edifizj cade in rovina; tal altro è consumato

per metà dal fuoco, e qualche miserabil capanna in quà, e in là

dispersa sulle montagne, sembra egualmente attestare l'esistenza, e la

miseria degli abitanti. A queste scene d'orrore succedono comunemente

delle ridenti. Sanno gli artisti Chinesi con quanta forza l'anima

è colpita dai contrasti, e non mancano giammai di praticare delle

improvvise transizioni, e delle forti opposizioni di forme, di colori,

e d'ombre. Così da viste limitate vi fan eglino passare a prospettive

estese; dagli oggetti d'orrore alle scene aggradevoli; e dai laghi,

e dai fiumi alle pianure, alle collinette, ed ai boschi. Ai colori

oscuri, e tristi oppongono i più brillanti, ed alle semplici forme, le

complicate, compartendo giudiziosamente le diverse masse d'ombra, e di

lumi in tal modo, che la composizione riesca distinta nelle sue parti,

e compita nel suo tutto.

Allorchè il terreno è vasto, e che vi si può far entrare una

moltitudine di scene, ciascheduna è appropriata ad un sol punto di

vista; ma quando lo spazio è ristretto, e non permette d'introdurre

abbastanza di varietà, si cerca di rimediare a questo difetto col

disporre gli oggetti in maniera che producano rappresentanze diverse,

secondo i diversi punti di vista; e sovente l'artificio è spinto

al segno, che queste rappresentazioni non hanno tra loro veruna

rassomiglianza.

Ne' vasti giardini i Chinesi praticano delle scene differenti per il

mattino, per il mezzodì, e per la sera, ed innalzano ai debiti punti

di vista degli edificj proprj ai trattenimenti di ciascheduna parte

del giorno. I piccoli giardini, dove, come noi l'abbiam detto, un solo

accozzamento produce diverse rappresentazioni, dimostrano nella stessa

guisa fabbriche ai diversi punti di vista, che dal loro uso indicano il

tempo del giorno più atto a goder della scena nella sua perfezione.

Stante che il clima della China è eccessivamente caldo, gli abitanti

impiegano molt'acqua ne' loro giardini. Allorquando sono ristretti, e

che la situazione lo permette, tutto il terreno è messo sotto acqua, e

non vi sopravanza che un picciol numero d'isolette, e di scogli. Nei

giardini spaziosi s'introducono laghi, fiumi, e canali. Si imita la

natura diversificando, com'ella fa, le rive de' fiumi, e de' laghi.

Ora queste rive sono aride e sabbiose, ed ora coperte di boschi fino

al dorso dell'acque. Piane in tai siti, ed ornate d'arbusti, e di

fiori, in altri siti si trasformano in macigni scoscesi, che presentano

caverne, dove una parte dell'acqua vi si precipita con altrettanto

strepito, che violenza. Qualche volta voi vedete delle praterìe ricolme

di bestiame, o de' campi di riso, che si avanzano nel lago: altre

volte i boschi sono penetrati in diverse parti da fiumi, e da' canali,

capaci a portar barche; le sponde sono coperte d'alberi, i cui rami si

estendono, s'intralciano, e formano a luogo a luogo delle arcate, sotto

le quali passano i batelli. In questa guisa voi pervenite a qualche

oggetto interessante, ad una superba fabbrica, collocata nella sommità

d'un monte tagliato a terrazze, ad una cascina posta in mezzo del lago,

ad una caduta d'acqua, ad una grotta ripartita in diversi appartamenti,

ad uno scoglio artificiale.

I fiumi seguon di rado la linea dritta; serpeggiano, e vengono

interrotti da irregolarità diverse. Talvolta sono ristretti, rumorosi,

e rapidi; e tal altra sono lenti, larghi, e profondi. Ne' fiumi, e ne'

laghi si vedon le canne, e l'altre piante, ed erbe acquatiche. Spesso i

Chinesi vi construiscono sopra dei molini, e delle macchine idrauliche,

il di cui moto giova ad animar la scena. Hanno ancora una quantità

di batelli, diversi di forma, e di grandezza. I loro laghi sono

zeppi d'isole, le une sterili, e circondate da roccie, e da scogli;

arricchite le altre di tutto ciò che la natura, e l'arte offre di più

perfetto. V'introducono pure degli scogli artefatti, e sorpassano in

questo genere di composizione tutte l'altre nazioni. La pietra, di

cui si servono, viene dalle parti meridionali dell'impero, tira al

turchino, e presenta delle forme irregolari, cagionate dall'azione

dell'acque: i pezzi scelti s'impiegano ne' quadri a commesso, che

adornano gli appartamenti; gli scarti servono per i giardini, e

connessi per mezzo di un cemento dell'egual colore formano de' massi

d'una considerevole grandezza. Allorchè questi massi sono grandi, vi

scavano dentro caverne, e grotte con aperture, a traverso le quali si

scoprono lontananze. In diverse parti, e sulle punte si vedono delle

piante, degli arbusti, e dell'erbe, e sopra le lor cime si collocano

tempj, ed edificj, ai quali si monta per mezzo di gradini tagliati

nella stessa roccia. Eccovi un'idea di consimili scogli.

[Illustrazione: _Tav. II._ Scoglio Chinese praticabile.]

Quando v'è acqua bastante, e che il terreno è convenevole, i Chinesi

non mancano d'introdurre delle cascate ne' loro giardini. Schivano

qualunque sorta di regolarità, imitando le consimili operazioni della

natura ne' monti. Le acque spruzzano dalle caverne, e dalle sinuosità

degli scogli. Quì romoreggia una grande e violente cateratta; là una

moltitudine di piccole cascate. Qualche volta la vista della caduta

è intercetta dagli alberi, i cui rami e foglie non permettono che per

intervallo di vedere le acque, che cadono al lungo de' fianchi della

montagna. Talora al dissopra della parte più rapida della cascata sono

gettati da un rocchio all'altro de' ponti di legno grossolanamente

fatti, e sovente il corrente delle acque è interrotto da alberi,

e da mucchj di pietre, che la violenza del torrente sembra avervi

trasportate.

Ne' boschetti i Chinesi variano sempre le forme, ed il colore degli

alberi, riunendo quelli che gettano rami a foggia di fiocco con

quelli che crescono piramidalmente, e i verdi cupi con gli allegri;

v'intrecciano piante, che portan fiore, fra le quali ve n'hanno

diverse, che fioriscono nella più gran parte dell'anno. I Chinesi

ancora introducono tronchi d'alberi ora in piedi, ed ora sdrajati, e

spingono lontano assai la delicatezza sopra le loro forme, sul colorito

delle loro corteccie, e perfino sulli muschi, che li rivestono.

Non v'ha niente di più vario che i mezzi, che impiegano per eccitare

la sorpresa. Vi conducono alcune volte a traverso di caverne, e di

viottoli oscuri, alla sortita de' quali vi trovate subitanamente

colpito dalla vista di un delizioso paesetto, arricchito da quanto

la natura fornisce di più bello. Altre volte vi menano per larghi

sentieri, per viali, che diminuiscono, e ne diventano disastrosi a poco

a poco. Non v'è più passaggio; de' cespugli, delle spine, e de' sassi

lo rendono impraticabile; allorquando tutto ad un tratto s'apre agli

occhi vostri una ridente, e vasta prospettiva, che vi piace tanto più,

quanto meno l'aspettavate.

Un altro artificio di questi popoli è quello di nascondere una parte

della composizione col mezzo d'alberi, e d'altri oggetti intermedj.

Ciò eccita la curiosità dello spettatore, che vuol vedere da vicino, ed

approssimandosi, si trova piacevolmente sorpreso da qualche inaspettata

scena, o da qualche rappresentanza, totalmente opposta a quanto

cercava.

Il confine de' laghi è sempre nascosto ad arte per lasciar spaziare

l'immaginazione; e la stessa regola si osserva, per quanto si può, in

tutte le altre composizioni Chinesi.

Quantunque i Chinesi non sieno molto versati nell'ottica, tuttavìa

l'esperienza ha loro insegnato, che la grandezza apparente degli

oggetti diminuisce, e che i loro colori s'indeboliscono a misura che

s'allontanano dagli occhi dello spettatore. Queste osservazioni hanno

dato luogo ad un artificio, che pongono talvolta in opera. Formano

delle vedute in prospettiva, introducendovi fabbriche, vascelli, ed

altri oggetti, diminuiti a proporzione della loro distanza dal punto

di vista; e per rendere più compita l'illusione danno delle tinte

bianchiccie alle parti lontane della composizione, e piantano ne'

fondi degli alberi di un colore meno vivo, e più bassi di quelli del

davanti. In questa maniera, ciò che per se stesso è limitato, e di poca

considerazione, diviene in apparenza grande, ed esteso[4].

I Chinesi schivano d'ordinario la linea retta, ma non la rigettano

però sempre. Formano de' viali diritti, allorchè hanno qualche oggetto

interessante a porre in vista. Quando il terreno è interamente piano,

pare ad essi assurda cosa di praticarvi un sentiero tortuoso; poichè,

dicon essi, è l'arte, oppure

il passaggio costante de' viaggiatori, che l'ha fatto? Ma nell'uno, e

nell'altro caso non è naturale di supporre, che gli uomini volessero

scegliere la linea curva, quando posson andare più facilmente per la

dritta alla loro meta.

Ciò che si nomina in Inglese CLUMP, vale a dire gruppo d'alberi, non

è ignoto ai Chinesi; ma non li mettono tanto in opera, quanto noi.

Non occupano mai tutto il terreno; i giardinieri loro considerano

un giardino, come i nostri pittori considerano un quadro; ed i primi

gruppeggiano i loro alberi nello stesso modo, che gli ultimi uniscono

le loro figure, gli uni, e gli altri avendo le loro masse principali, e

le secondarie.

I Chinesi, continua Chambers, circondano comunemente le loro fabbriche

regolari di artificiose terrazze, di dolci pendìi, e di molte scale, i

cui angoli sono ornati di gruppi di scultura, e di vasi intrecciati con

ogni sorta di macchine idrauliche, che, congiunte con l'architettura,

danno a quelle un'aria interessante, e vi aggiungono splendore, e

strepito.

D'intorno alla principal abitazione, il terreno è quasi regolare ed

aperto, e trattenuto colla maggior cura, e non vi si soffre veruna

pianta, che possa in alcun modo impedire la vista della casa. La

fabbrica è dessa campestre? La decorazione, che la circonda, è

selvaggia. È dessa nobile? La decorazione è grandiosa. Finalmente la

fabbrica è d'un aspetto gajo, e ridente? La decorazione è voluttuosa.

In una parola, i Chinesi sono molto esatti a far regnare un solo e

medesimo carattere nelle diverse parti delle lor composizioni.

Ritirano tutto l'avvantaggio possibile dagli oggetti, che sono fuori

della loro appartenenza. Cercano di formare un apparente legame fra i

loro giardini, e le foreste all'intorno, i campi, e l'acque lontane;

e quando hanno alla loro portata la vista di città, di castelli, di

torri, e d'altri oggetti considerabili, sanno essi servirsene con tanta

economìa, ed industria, che si rimirano sotto tutti gli aspetti, e in

tutte le possibili direzioni. Praticano lo stesso per rapporto ai fiumi

navigabili, ai gran cammini, ai molini, e consimili oggetti semoventi,

che possono animare, e fornire varietà al giardino.

Hanno delle decorazioni per tutte le stagioni dell'anno. Quelle della

primavera consistono nei tigli, nei larici, nelle spine del fior

doppio, nel mandorlo, nel persico, nelle rose, e nella varia famiglia

dei caprifogli. Il suolo, e l'orlature de' boschetti, e de' boschi sono

guarniti di giacinti selvatici, di garofani, di narcisi, di violette,

di tuberose, di zafferano, e di tutt'i fiori, che spuntano in quella

stagione. Introducono nel parco siti destinati per ogni sorta d'uccelli

domestici, e selvatici, e da preda[5]. Altrove vi sono de' nidi, e de'

siti accomodati per farvi covare il volatile; finalmente delle belle

latterìe, e delle fabbriche destinate all'esercizio della lotta, della

scherma, e di altre operazioni ginnastiche conosciute alla China. Ne'

boschi vi praticano ancora dei grandi spazj, atti alla cavallerizza, a

tirar d'arco, ed a far delle corse.

Per la state scelgono i Chinesi le parti più ricche, e meglio mantenute

dei loro giardini. Queste parti sono inondate d'acque, che formano

stagni, fiumi, e macchine idrauliche, con barche di varia costruzione,

adattate ad andare alla vela, ed a remi a divertirsi alla pesca,

alla caccia d'uccelli acquatici, ed al combattimento navale. I boschi

sono composti di quercie, di faggi, di castagni d'India, d'olmi, di

frassini, di platani, e delle diverse specie d'aceri, e di pioppi; i

boschetti d'ogni qualità di bel arbusto, che porta fiori in estate:

il totale offre il più bel verde, e la mescolanza di colori la più

superba, ed armoniosa. Gli edificj sono vasti, brillanti, e numerosi.

Ciascheduna scena ne presenta uno, o varj, de' quali una parte serve

al ballo, ai conviti, al riposo, al bagno, ed alla meditazione.

Fra i gabinetti, e l'altre fabbriche, che adornano la parte del

giardino, consacrata alla state, vi si trova spesso una sala con

volto a foggia d'emisfero, dipinto con molt'arte, e rappresentante il

cielo durante la notte; nella volta viene disposta una moltitudine di

piccioli buchi coperti da vetri colorati, per i quali passando la luce,

rappresenta il chiarore d'una bella notte estiva colle stelle, e la

luna.

Sull'acque formano isolette galleggianti, fornite le une di tavole

per il festino, le altre di seggiole per i musici, ed altre guarnite

d'arbusti, sotto dei quali si trovano letti per il riposo, banchi

erbosi, e tant'altre comodità della vita.

Le piantagioni dell'autunno sono formate da diverse specie di quercie,

di faggi, e d'alberi, le di cui foglie si conservano di più, e che,

seccando, producono un altro colore, come il RHUS CORIARIA, e l'EDERA

QUINQUE FOLIA ec. V'intrecciano qualche albero conifero, e qualcuno di

frutta, e gli arbusti, ed i fiori tardivi; degli alberi morti perfino

con tronchi di una forma pittorica, e ricoperti da muschio, e da edera.

Le fabbriche, che adornano queste scene d'autunno, e d'inverno,

inspirano frequentemente l'idea della decadenza, e della mortalità.

Si vedono degli eremi, e degli ospizj, dove i vecchi e fedeli servi

della casa vi passano in pace il restante de' loro giorni fra le tombe

de' loro padri, e quelle più distinte della famiglia del lor signore.

Rimangono in quà in là delle rovine di palazzi, di castelli, e di

templi. Si veggono degli archi di trionfo consunti, e degli avanzi di

monumenti superbi, dedicati un tempo alla memoria d'antichi eroi, le di

cui iscrizioni sono per metà scancellate. Mettono in opera tutto ciò

che può servire a segnare la caducità, le avversità, e la mortalità

delle cose di questo mondo; e siffatto spettacolo, rinvigorito dal

tristo aspetto, e dall'aria piccante dell'autunno, riempie l'anima di

malinconìa, e la porta a delle gravi riflessioni.

Le differenti scene de' giardini Chinesi si congiungono tra loro pel

mezzo di viali, di gran sentieri, di fiumi, e di laghi, ma con passaggi

felici, ed ingegnosamente calcolati. I gran sentieri tanto diritti, che

tortuosi, sono alcune volte abbastanza lontani gli uni dagli altri,

e separati dai folti boschetti, che la vista non vi può trapassare.

Talvolta si accostano, insensibilmente gli alberi s'allargano, e

divengono men alti; l'orecchio è destato dalla voce di chi percorre

l'opposto sentiere, e l'occhio è rallegrato dall'aspetto incerto

delle persone, che compajono a traverso degli alberi, e dei rami.

D'improvviso le piantagioni ridivengono spesse, e folte, gli oggetti

spariscono, e le voci si perdono in un confuso mormorìo; poi i sentieri

piegano di sbalzo verso gli stessi spazj scoperti, e le diverse

compagnìe sono piacevolmente sorprese d'incontrarsi in uno stesso sito,

dove possono vedersi, e soddisfare senza ostacolo la loro curiosità. I

sentieri sono di sabbia, o di verd'erba, che non si limitano a coprire

il sentiero, ma tratto tratto penetrano nel folto del bosco laterale,

affine d'imitar la natura con maggior verità.

Ne' vasti giardini ciascheduna valle ha il suo ruscello, o il suo

piccolo fiume, che serpeggia ai piedi delle colline, e va a gettarsi

negli stagni, e nei laghi. Sono appassionati i Chinesi per l'acqua,

che sanno così ben dirigere, e colla quale rendono più energica la

tranquillità delle decorazioni quiete, aggiungono tristezza alle

malinconiche, allegrìa alle ridenti, maestà alle nobili, e terrore alle

spaventose».

La sola descrizione di Chambers eccita la fantasìa, e feconda la

mente; e per lo meno lascia il desiderio di attenersi a' progetti più

limitati, ma corrispondenti ai principj della vera e ben ragionata

teorìa, e basta a segnare le traccie per ridurla alla pratica.

Gl'Inglesi, e tra gli altri il celebre Brown, dal quale i più

moderni, ed i più vaghi giardini della Inghilterra riconoscono la loro

esistenza, l'hanno fatto da lungo tempo, preceduti dalle seducenti

descrizioni de' poeti, e dall'osservazione della natura, che hanno

seguito passo a passo; e dalle loro opere pratiche n'è risultata una

teorìa, che assicura, e facilita gli effetti, e i progressi dell'arte.

[Illustrazione: _Tav. III._ Piano generale di casa, e giardino

Inglese.]

A. _Ingresso alla corte. Essa comunica col giardino, isolando il

palazzo._

B. _Viali circolari. Alberi da una parte, e dall'altra il tappeto

verde della corte. Essi mettono alla scala, dov'è la cordonata

per le carrozze, che salgono al vestibolo._

C. _Palazzo nella maggior elevazione. Gli appartamenti terreni

devono dar luogo alle sottoposte cucine, ed altri ufficj. Un

basamento contorna il palazzo, ed un corpo di gradini mette alla

corte, ed al giardino._

D. _Fabbriche laterali ad uso di stalle, di rimesse, ec._

E. _Verzieri, e frutteti con serbatojo, e serre calde._

F. _Obelisco, il cui piedestallo è attorniato da quattro colonnette

con catena, e posa in alto per tre o quattro gradini._

G. _Sito di riposo coperto._

H. _Tempio rotondo, circondato da portico._

I. _Altro tempio quadrilungo di stile Greco, in ruina._

K. _Sito, da dove esce l'acqua dal giardino._

L. _Capanna da pescatore, fabbricata con avanzi di barche, coperta

di gionchi, ed al di fuori corredata da reti._

M. _Romitaggio._

N. _Latterìa._

O. _Seggio circolare di buona architettura._

P. _Rupe o scoglio, da cui precipitandosi l'acqua dà principio al

fiume. Quì possono aver luogo avanzi d'antichità._

Q. _Tre ponti variamente costrutti._

S. _Casale fuori della cinta, al quale si va anche dal giardino._

T. _Corso dell'acqua fuori della cinta._

NB. _Le indicazioni degli oggetti, che concernono la corte, si

possono osservare meglio nella veduta del palazzo di Scoonemberg,

tavola N.º 25. Il presente disegno è a presso a poco la pianta di

quella corte._

OSSERVAZIONI RELATIVE ALL'ARTE DE' GIARDINI DEL MODERNO GUSTO.

Non si devono mai abbandonare consimili opere alla turba degli

architetti volgari, ma domandano un artista giardiniere, fornito

d'erudizione, di discernimento, di sensibilità, e di genio.

Dell'arte dei giardini inglesi · 第 1 / 19 段