CAPITOLO XXIII.

Il Tentatore.

Indi a pochi istanti, comparve sulla soglia Zerduste. Pallido in volto

più dell'usato, scintillanti gli occhi profondi sotto il grand'arco

delle sopracciglia d'ebano, chiuso nella sua tunica nera, frangiata

d'oro sui lembi, bello di quella sua marmorea bellezza, cui faceva più

austera il rannuvolato sembiante, sembrava egli il destino, venuto colà

per dire alla sua vittima: la tua ora è suonata!

S'inchinò, ma contegnoso e superbo. L'atto era d'ossequio, ma ben altro

diceva lo sguardo.

A quella vista sentì la regina riardere il sangue per tutte le vene.

Era là, le stava dinanzi il suo mortale nemico, l'uomo che forse

più non aveva a temer la sua collera, ma che certamente non poteva

sperare perdono da lei. Pallida, ansante, fremebonda per l'ira a

stento repressa, ella si era seduta sul rilevato suo scanno chiedendo

al riposo delle membra quell'apparenza di forza che le era negata

dall'interno tumulto.

Egli v'ebbe un momento di pausa tra i due, e in quel muto intervallo

si guardarono a lungo, si scrutarono a vicenda; il principe di Bakdi

tentando di legger nell'animo di lei, per misurare le sue parole allo

sdegno di cui la vedesse compresa; ella cercando d'intendere qual causa

lo avesse condotto; ambedue più turbati nell'animo, che non apparisse

al sembiante.

La regina fu prima a parlare.

— Sii breve! — diss'ella asciuttamente a Zerduste.

— Non lo potrei; — rispose quell'altro. — Tu m'odii, ed io non voglio

essere odiato da te. —

Semiramide lo guardò, tra corrucciata e stupita.

— Non t'odio; — soggiunse ella poscia, con accento che egli non durò

fatica ed intendere.

Diffatti, in quella che ricacciava nel profondo del cuore un moto

istintivo di rabbia, subitamente ripigliò:

— E disprezzarmi non devi! —

Un sorriso d'amara ironia tese le labbra di Semiramide, e, come freccia

sibilante dall'arco, volò la parola a saettare l'impronto nemico.

— Perchè, Zerduste, perchè? Non sei tu forse il più malvagio tra gli

uomini? V'ha egli per avventura tra gli spiriti d'abisso un'anima più

invereconda e più nera? Parlerò a te, principe di Bakdi, come si parla

ad un uomo che tutto agogna e da nulla rifugge, che molto presume di sè

e la cara virtù, la santa fede, la gentile alterezza dell'animo, non

riconosce e non pregia se non per farne sgabello alle sue scellerate

ambizioni. Quanto più alto ti ripromettevi di salire nella stima del

mondo, tanto più in basso sei sceso, simile al verme che striscia

nell'immondo terreno, e invidia l'aquila levata a volo pe' cieli, che

sdegna, onestamente altera, di farne suo pasto. Invero, qual è la mia

colpa a' tuoi occhi? Principe di nobil sangue, non regnatore di Media,

t'ho io forse rapito il trono, o la speranza di ascendervi? No; fu

Nino, l'invasore della tua patria, nè io regnavo, quando, per ardimento

mio, ma coll'armi di Babilonia, la tua Bakdi fu presa. L'eccidio

del vostro regno poteva essere indugiato, non impedito per fermo;

la conquista della Media e del mondo era opera fatale, serbata alla

progenie di Cus. Non io, dunque, non io veramente, t'ho offeso; non

io ti ho tolto la libertà, le speranze, la patria. Ben io, vedova di

Nino, desiderosa di dare al nuovo ed accresciuto impero testimonianza

solenne di giustizia e di amore, non tiranna, ma reggitrice e madre di

tutte le genti chiamate a parte del glorioso nome degli Accad, ben io

t'ho scorto nel tuo umile stato, t'ho fatto grande ben io; ne' miei

consigli t'ho accolto; la tua sapienza ho onorato; il figliuol t'ho

dato in custodia. Fu errore, ma io sola posso darmene biasimo, non tu

farmene colpa. In che t'ho io recato danno? In che ho io tralasciato

di giovarti? E non dovrei ora coprirti del mio disprezzo, traditore

codardo, che hai abusato della mia fede, aspide velenoso, che non

ardivi assalirmi all'aperto e m'hai morso al piede, m'hai ferito

nell'ombra? Vedi, d'una cosa sola mi duole, ed è questa: che la potenza

del mio disprezzo non agguagli la malvagità delle opere tue. —

Accigliato, fremente, stette ad udirla Zerduste. Le parole di

Semiramide irata sibilavano a guisa di flagelli, lo percuotevano in

volto; ma vampa di rossore non gli corse alle guance e la contegnosa

rigidezza del sembiante marmoreo custodì il segreto degl'interni

sussulti. La udì, senza torcere pure un istante lo sguardo da lei, e

come s'avvide ch'ella era giunta al termine della sua invettiva, così

prese tranquillo a rispondere:

— Una cosa vera hai tu detto nell'ira, o regina, e di questa sola io

vo' far conto per ora. No, nè per la patria umiliata, nè per la delusa

speranza di regno, poteva odiarti Zerduste. La patria è vana parola per

uso del volgo, nato a servir sempre, qualunque sieno i confini alla sua

stirpe assegnati. Chi regna ha la sua patria nel trono; chi ha vasti

disegni, eccelse imprese da compiere, ha la sua patria ovunque. Il

fulmine, il raggio di sole, non prediligono questa, o quella parte, del

firmamento azzurro. Quello si sprigiona dalla vôlta celeste e guizza

per quanto è lunga la via dalle nuvole al suolo; questo dardeggia e

risplende dall'orto all'occaso. Che sarebbe stato il regno di Media per

la mia ambizione? Ben altro regno io vagheggiai col pensiero; ben altro

regno io chiesi alla sorte, nella lunga agonia de' vani desiderii,

che m'hanno contristato lo spirito. Nè posso oggi allegrarmi di questa

grande vittoria, che ad altri parrà il colmo d'ogni fortuna nel mondo.

Avrò Babilonia in poter mio e tutta la terra del Sennaar; non ciò che

agognavo, non ciò che mi ha stimolato all'impresa. Godi a tua volta,

trionfa di me, o figlia di Derceto, o espugnatrice di Bakdi; io t'ho

amato, ho sperato, e ne porto oggi la pena. —

Le labbra di Semiramide si atteggiarono ad un sarcastico riso, che mal

dissimulava il profondo fastidio dell'anima.

— Di ciò volevi parlarmi? — diss'ella.

— Ah non temere! — ripigliò prontamente Zerduste. — Io non ti stancherò

de' miei gemiti, non ti bisbiglierò melate parole, così dolci ad udirsi

tra i salici, alla tacita luce degli astri, allo spirar della brezza

notturna in riva all'Eufrate. È sfogo d'immenso dolore, il mio, non

preghiera di labbro soave, che dissimuli il tradimento meditato e

prepari le tarde vergogne. Dicevi poc'anzi di Bakdi... Orbene, colà

un uomo ti vide la prima volta; e ancora non eri la sposa di Nino.

Sulle mura combattute vide egli apparire l'audacissima donna, col

ferro in pugno, le nere chiome diffuse in larghe anella, fuori del

lucido elmetto, acceso il sembiante, rigate le guancie di nobil sudore,

sfavillanti i grandi occhi di guerresca baldanza, bella più assai, più

sfolgorante a' suoi occhi, che non dovesse apparirgli più tardi, nello

splendor d'una reggia, mollemente vestita di bisso, ornata di gemme,

all'ombra de' suoi pensili orti, in mezzo ad uno stuolo d'ancelle e

di servi devoti. La contemplò con desiderio infinito, e disse tra sè:

Ahura, potentissimo signore del mondo, io darei la mia vita, la mia

fama, e ogni altra cosa più cara, purchè fosse mia quella donna! Nemica

era, egli armato in difesa delle sue mura; poteva scagliarsi su lei,

ucciderla di un colpo, e nol fece....

— Meglio sarebbe stato ferirla allora con l'arma dei prodi, —

interruppe Semiramide, — che combatterla poscia, aggirarla colle

insidie, trarla a rovina con le arti dei vili. —

Chinò la fronte Zerduste, e proseguì, con accento d'amarezza profonda:

— Così avess'egli preveduti gli affanni che gli dovean essere derivati

da lei! Ma allora, dimentico della sua terra, delle speranze perdute,

degli ostacoli insuperabili, dei danni futuri, amò la cattività che lo

avvicinava a costei. Pochi giorni di poi, ella era sposa di Nino; egli

dolente prigioniero in Babilonia. E l'amor suo crebbe tanto più forte,

quanto più solitario e nascosto. Vegliava sulle tavole dei Casdim, le

raffrontava colle dottrine de' loro savi, meditava di purificare il

culto dell'unico Iddio dalle rozze idolatrie della stirpe di Cus, e

non si sostentava nell'aspra fatica, non si nutriva egli che di quel

suo amor dissennato. Perchè non lasciarlo nell'oscurità della sua

prigionia? Perchè dargli inaspettata grandezza e rinfiammare nel cuor

suo le audaci speranze? Regina degli Accad, vedi in ciò l'opera tua.

Mentre egli ti chiedeva disperato al suo Dio, e la morte improvvisa

di Nino gli pareva una prima grazia a lui concessa dal cielo, perchè

hai tu mostrato avvederti di lui? perchè l'hai tu chiamato alla tua

presenza, onorato del tuo favore, accolto nei tuoi regali consigli?

Fatto vicino a te, conscio della sua forza, sperò, e sperando tentò di

piacerti, ardì concepire il più eccelso disegno. Ma tu non lo amasti;

il tuo cuore fu muto a lui; non t'avvedesti, o fingevi. E finse egli

pure; ricacciò nel profondo la parola che inutile e spregiata dovea

morirgli sul labbro; accresciuto di potenza, non consolato d'affetto,

si piantò custode inavvertito della tua desiderata bellezza, vigile

nemico di quanti s'appressavano a te, di quanti temè potessero un

giorno accenderti in seno la maledetta fiamma d'amore. Voleva egli che

tutto fosse silenzio e vuoto intorno a te; nessun altro doveva ottenere

ciò che a lui era negato. Così vigila il drago i tesori che non sono

per esso, e vampe di morte gli sprizzano dalle fauci rabbiose.

— Io lo ravviso nella fedelissima effigie! — notò la regina, con acerbo

sarcasmo.

— Ridi ancora per poco; — disse di rimando Zerduste, senza punto

scomporsi. — Parecchi scontarono colla morte la colpa di aver

desiderato e sperato. Un d'essi, il più audace, a cui gl'inni

sgorgavano dalle rosee labbra, troppo più infiammati che non si

convenisse alla riverenza del suddito, s'argomentava di giungere fino

a te, chiamato ne' silenzi della notte da un messaggiero discreto;

già nella cupida mente assaporava le dolcezze ineffabili d'un amoroso

colloquio; ma un abisso di repente si schiuse a' suoi piedi e gli

ardori dell'incauto si estinguevano insieme colla vita, nei gorghi

profondi del fiume. Lo so ben io, tu non amavi costui, tu ignoravi ogni

cosa; ma egli amava te, egli era leggiadro, poteva un giorno piacere a'

tuoi occhi; così mutevole e pronta negli affetti è la donna! Zerduste

vegliava; egli era forte e prudente. I tuoi nemici furono gli amici

suoi; fu egli che affratellò, congiunse in un odio solo tante collere

sparse, diede un capo, una mente, a migliaia di braccia levate a

maledizioni impossenti contro la regnatrice del mondo. Raccolte nel suo

valido pugno le fila di una vasta congiura, tutte poteva egli deporle

a' tuoi piedi, sgominare i tenebrosi assalti, distruggere nel silenzio

i tuoi nemici, se tu gli fossi stata più umana; volgerli contro di te,

colpirti a sua posta, se tu avessi durato ne' tuoi superbi dispregi. E

tu, frattanto, o regina? Contegnosa ed austera, gli troncavi a mezzo

ogni parola che timidamente accennasse alla sua devozione per te. Le

cure del regno ti possedevano intiera; non d'altro ti davi pensiero;

doveva esser muto all'affetto il cuore della donna, che voleva esser

signora e madre d'un popolo. Così dicevi a Zerduste; ma una notte

bastò per mutarti, bastò una tenera parola per darti in braccio ad un

altro. Ah, per lui dunque la stima, per altri l'amore? Grave fallo, o

regina! E sei donna, ed ignori che l'uomo ha da essere tutto o nulla,

per la donna ch'egli ama? Non io ti ho tradito; bensì tu stessa ti sei

condannata a' miei colpi. Potevo soffrire ed attendere; quella notte ha

lacerato il mio cuore.... Eri in mia mano; io mi son vendicato. Il tuo

primo amore ti costa un impero. —

In tal guisa parlò il principe di Bakdi, per la prima volta scoprendo

i tenebrosi recessi dell'anima. Facea stupore l'udirlo, più stupore

eziandio il vedere quel suo calmo sembiante atteggiarsi a tanta

novità di passione, di asprezza feroce e di mestizia profonda, di odio

implacato e di ardente preghiera ad un tempo. Ed era pauroso a vedersi,

come un portento di trasformazione improvvisa; nè più avrebbe arrecato

meraviglia e sgomento, se uno di que' colossi alati, che raffiguravano

gli spiriti custodi della gente del Sennaar, avesse lampeggiato una

torva occhiata dalle pupille di smalto, e snodate le membra poderose

dai vincoli della pietra tenace.

Lo udì Semiramide, lo guatò lungamente, e un senso di paura le ricercò

le vie segrete del cuore. Ella aveva vissuto tanti anni d'accanto a

quel mostro, nè mai s'era avveduta dell'imminente pericolo! Così siam

noi spensierati, quando non abbiam ragione di temere. E un giorno

viene, che il nemico ci è sopra, egli che spia le occasioni, e a noi

più non è dato resistere.

Fu atterrita, non sopraffatta, la fortissima donna, e tosto riprese

balìa di sè stessa.

— Nobile affetto invero, — ella disse, — e degno d'esser mostro alle

genti, quello che accende tutti i più malvagi istinti della umana

natura!

— E amore, possente amore, che non cercato c'investe e si fa in un

punto signore di noi; — replicò prontamente quell'altro. — A te lo

chiedo, che il sai; si governa esso forse? e spregiato, non divampa più

forte? È fiamma; la sua natura è di ardere. Tu l'hai destata in me; non

ti lagnare, se ella s'è fatta a tuo danno un incendio.

— T'ho io mai dato lusinga, o speranza? — dimandò la regina, con piglio

severo.

— No, e di questo mi duole! — rispose amaramente Zerduste. — Ah,

fiero tormento, che tu, tra tanti mali, non hai provato, o Semiram!

Sentirsi forte, vedersi grande, sapersi capace di altissime imprese,

e tuttavia desiderare invano un sorriso d'amore; per una donna esser

nulla, quando, per ogni altra creatura, e in faccia al destino, si è

tutto! Cede ogni ostacolo alla tua volontà, o la tua avvedutezza lo

rimuove, o la tua pazienza lo strugge; solo una donna ti resiste, e

tu, che pieghi a tua posta uomini e cose, ti rodi dentro te colla tua

rabbia. Ella non t'ama; ella ti deride; fa peggio ancora, non si cura,

nè s'avvede di te. E allora, o Semiram, allora il più nobile affetto

si corrompe, come, negletto nella coppa, si corrompe e inasprisce il

più generoso liquore. Fu un senso d'invidia profonda e di desiderio

deluso, che produsse il male e rese gli spiriti ribelli all'Eterno. Ah,

il forte, il costante amatore, l'uomo che tutte le virtù della mente

gagliarda avrebbe adoperate a comporti il trono più glorioso e più

saldo, si sprezza? E il primo garzone vanitoso che giunge, e ripete

con labbro avvezzo una soave parola, lo si accoglie con ansia, lo si

ama, si cede a lui come una vil femminetta del volgo? Bada, o Semiram,

io sono ambizioso, ma nol fui nell'amarti. Non chiedevo di salir teco

sul trono degli Accad; sarei rimasto nella polve ai tuoi piedi, e

patria, e speranza di regno, altari e tutto, avrei dimenticato, per

non avere altro culto, che l'amore, altro pensiero fuor quello della

tua sfolgorante bellezza. Ed oggi ancora, io, fatto più forte dalla

vittoria, io signore de' tuoi destini, io re di Babilonia tra breve,

imperocchè il tuo Ninia non ha mano così ferma da impugnar virilmente

lo scettro, io oggi ti dico ancora: tutto può ripararsi. Amami, credi

a questa fiamma divoratrice, consola uno spirito afflitto! Per la mia

potenza io te lo giuro, per la mia stessa ambizione che non conosce

confini: io, il principe di Bakdi, il leone di Media, sarà il tuo umile

schiavo. —

E, tratto dall'impeto della sua furibonda passione, si prostrò l'acerbo

Zerduste, si abbandonò contro i gradini del soglio di Semiramide, così

che la sua fronte sfiorò il piede di lei. Diede ella un sobbalzo di

raccapriccio e si trasse indietro sollecita.

— Va, non mi tentare! — gridò. — Che pensi di me? Di qual fango mi

credi tu nata? Non amerà te, non ti ascolterà più oltre, chi ha amato

il re degli Armeni.

— Ara! — sclamò Zerduste, con accento sdegnoso. — Ara che ti disprezza

e ti fugge!

— Sì; e perchè mi fugge? perchè mi disprezza egli? — tuonò la

regina. — Non l'avete voi con arti tenebrose ingannato, o santi della

Triade? —

A quelle parole, in cui si mostrava così intieramente scoverto il

segreto delle sue macchinazioni, levò la fronte Zerduste e rimase

alcuni istanti stupefatto a guardarla.

— Ah! — notò egli poscia, dissimulando in un ghigno l'interno

dispetto. — Fiacco credevo, non traditore Sumàti. A che dunque

morire, precipitarsi disperato nelle acque salse di Van (imperocchè

questo da parecchi giorni m'è noto), se tutto ti aveva egli disvelato

l'inganno? —

Così disse, nel colmo della sua meraviglia, Zerduste, parendogli

sciocca la loquacità di Sumàti, se era deliberato di morire, e più

sciocca la morte, dopo essersi disposto a parlare. Ma neppur egli fu

savio; quello il rimorso, lui faceva imprudente l'amore. E invero le

sue parole ebbero eco lì presso; un avido orecchio le accolse.

Intanto la regina a lui di rimando:

— Chiedilo all'ombra sua, tu che evochi dal negro abisso gli spiriti e

fai mentire gli estinti! —

Ma già Zerduste si era riavuto dal suo primo stupore. Ciò ch'egli

sapeva del regal prigioniero e della sua ira tenace, gli mostrava come

fosse tornata inutile a lei la loquacità dell'Indiano.

— Per altro, a che ti giova? — proseguì egli, senza por mente al

sarcasmo. — Ara è caduto in poter tuo; è tuo prigione; e tu non hai

potuto altrimenti mitigare quell'odio, che la Triade gli ha così

profondamente stillato nell'anima. Egli ti abborre e ti sfugge; questo

io so, senza mestieri di evocare uno spirito imbelle. Hai vinto il re,

non soggiogato l'amante; e Bared si è sottratto colla fuga al pericolo

dei tormenti, Sumàti colla morte alla vergogna della sua debolezza;

nè l'uno, nè l'altro furono al capezzale del risanato garzone, per

dirgli che tu eri sempre degna di lui, e che lo aveva ingannato il

malvagio Zerduste. Che farai tu? Morrai; me lo dice il tuo sguardo

già disviato dalle miserie terrene. Ma bada; non morrai come speri, da

regina e da figlia di Dea; morrai dispregiata da lui, non giustificata

da coloro che tu volesti nemici. Pensa dunque, o Semiram; vedi per

chi tu muori, e perchè. Ti amava egli davvero, un uomo che dubita di

te, che ti disprezza, solo perchè un'ombra vana ha parlato? Ah, l'amor

mio non sarebbe caduto in questo laccio volgare! L'amo, avrei detto al

fantasma; tu amico un giorno, essa la donna mia per tutta la vita! —

Ma pensa; ella fu nelle braccia di ben altri anzi che nelle tue.... —

L'amo! — Ma bada; ella uccide, impudica e feroce, gli strumenti delle

sue voluttà.... — L'amo; che importa? l'amo. Non è egli un gaudio

celeste, l'amore? La morte al colmo della beatitudine, non è forse il

dono più grato de' cieli?

— Vile amore, che nel disprezzo si nutre! — esclamò la regina.

Ma ancora non aveva ella pronunziate quelle acerbe parole, che

un rumore di passi precipitosi si udì e il re d'Armenia balzò dal

colonnato nella camera; il re d'Armenia cogli occhi fiammanti di

collera, non più potuta reprimere, e la spada lampeggiante nel pugno.

— È questa la tua pura dottrina, o santo vecchio dal fiore d'amômo?

— tuonò egli iracondo. — Ma tu morrai, lo giuro a Zervane, che ha

numerato i tuoi giorni! —

E si scagliò, così dicendo, sul principe di Bakdi, che stramazzò

all'urto possente del giovine atleta. Nel tempo medesimo la spada di

Ara cercava il petto della stordita sua vittima. La corazza di ferro

che Zerduste portava sotto la tunica nera, sviò il colpo gagliardo, che

avrebbe dovuto passarlo fuor fuori.

— Ah, un tradimento! — gridò Zerduste atterrito.

E si divincolava sotto le strette. Ma l'aquila delle montagne lo aveva

tra gli artigli; era più poderosa di lui; le raddoppiava le forze il

furore. E già stava per cacciargli il ferro nella strozza, allorquando

la voce della regina si udì.

— Chi ardisce snudar l'armi al cospetto di Semiramide? — gridò ella con

voce di tuono.

Ara, il furente Ara, si alzò intimorito e il braccio gli ricadde inerte

sul fianco.

Semiramide lo guardò un tratto pallida, ansante, per commozione

profonda; indi si volse a Zerduste.

— La tregua è sacra per tutti; — gli disse. — Va, rettile, vivi! —

Zerduste si alzò fremente da terra; li saettò ambedue d'uno sguardo,

si strinse i pugni al petto, per rabbia impossente, e fuggì. Ogni

sua speranza era perduta; l'audace suo tentativo, così profondamente

maturato, falliva.

Semiramide: Racconto babilonese · 第 32 / 39 题