L'onniveggente.
Già impallidiva Istar, la lucida stella del mattino, e il cielo
biancheggiava all'orizzonte, allorquando, sul più remoto terrazzo
della reggia di Semiramide, apparve un uomo, o troppo nemico del sonno
ristoratore, o desideroso di respirare le prime e le più pure aure del
giorno.
Egli era alto della persona e di valide membra; indossava una gran
tunica nera, frangiata d'oro sui lembi e lunghesso il giro delle ampie
maniche ricadenti sui fianchi; portava, a mo' di diadema, intorno alla
fronte, un cerchio d'oro, donde la folta capigliatura gli ricadeva
inanellata sul collo; la barba, folta del pari, nerissima e riccioluta,
gli scendeva sul petto, dando risalto al viso, notevole per le maestose
fattezze e pel colore bianco smorto della carnagione, a contrasto colle
labbra porporine e colle sopracciglia d'ebano, sotto cui scintillava il
mobile smalto delle profonde pupille. Era una bellezza di granito, la
sua; bellezza nobile, contegnosa e fredda, che comandava l'ammirazione
e non ispirava l'affetto. Così apparivano terribilmente belli i colossi
di pietra sul limitare dei templi; così, mirabilmente severe, lungo le
pareti babilonesi, le immagini dipinte dei sacerdoti e dei re.
Immobile come un nume di pietra, egli stette a lungo lassù, colle
braccia conserte, ritto sull'altana, in atto di guardare agli estremi
confini del cielo, donde veniva man mano crescendo un'ampia lista di
luce, zona ranciata da prima, indi accesa di porpora, che circondava la
nereggiante pianura.
Egli non era lieto per fermo; ben lo dicevano le ciglia aggrottate e
lo sguardo fiso, che parea cercare le invisibili regioni, dove ha la
sua culla il sole, mentre forse lo spirito irrequieto si addentrava
negli abissi inesplorati, donde scaturisce il pensiero. E così
rimaneva, guatando e pensando, raccolto in sè medesimo, come un colosso
circondato da tenebre, il quale aspetti la luce, o come un'anima
smarrita, sopraffatta dai casi, la quale aspetti da lontano evento un
consiglio.
Poco stante fu giorno; lo splendido sole asiatico, improvvisamente
apparso all'orizzonte, levandosi maestoso in un cielo di madreperla
azzurrina, investì de' suoi raggi la dormente città e sfolgorò in più
punti, riflesso dal dorso lucente delle sue cupole, dalle facce delle
sue piramidi, dai fianchi delle sue torri.
Quella vista lo riscosse dalla sua immobilità pensosa. Egli si volse
allora ad un altare di pietra, che sorgeva nel mezzo della piattaforma;
frugò tra le ceneri che ingombravano il focolare e ne scoverse i
carboni ardenti tuttavia; vi accatastò la stipa in bell'ordine; poscia
si fece, in atto religioso, a soffiarvi su, per destarne la fiamma.
Indi a poco la vampa si accese e crepitò, cercandosi la via per mezzo
agli aridi tronchi, mentre egli, inginocchiatosi, e sollevando le palme
alla crescente fiammata, venìa mormorando le sue preghiere al dator
della vita.
— «Io invoco te in questa purissima fiamma, io celebro te, creatore
Ahuramazda, luminoso, risplendente, massimo ed ottimo, perfetto nelle
opere tue, mente e bellezza suprema, possessore della vera scienza,
fonte di gioia, tu che ci hai creati, formati e nudriti, tu il santo,
tu l'intelligente tra gli esseri.
«Tu sei vero, tu lucido e splendente, tu causa prima di tutte le ottime
cose, dello spirito che è nella natura, di ciò che nasce dal suo fianco
generoso, dei corpi luminosi e di quelli che splendono di luce propria;
tu il verbo creatore, esistente avanti il cielo, avanti l'acqua,
avanti la terra, l'albero, il toro ed il fuoco tuo figlio, avanti
l'uomo veridico, avanti i Devas e gli animali carnivori, avanti tutto
l'universo, avanti tutto il bene da te creato, e avente il suo germe
nella verità.
«Come il verbo dalla volontà suprema, così l'effetto non sussiste
se non perchè procede dalla verità. La creazione di ciò che è buono
nel pensiero e nell'azione, appartiene nel mondo a Mazda, e il regno
appartiene ad Ahura, che il proprio suo Verbo costituì distruttore dei
tristi.»
Dette in ginocchio queste preghiere, l'ultima delle quali ogni
sacerdote di Ahuramazda dee ripetere cento volte al giorno, egli
trasse di sotto all'altare una coppa di argento e vi spremè il succo
dell'amòmo, dell'arbusto nodoso, che porta, per insigne privilegio
celeste, il nome più antico di Dio, nella sacra lingua dell'Iran.
L'_hom_ (tale è il suo prisco nome) si riputava per ciò il primo degli
alberi, come il toro era detto il primo tra gli animali. Consacrato
davanti all'altare, esso era la medesima sostanza di Dio; bevuto dal
sacerdote, esso era Dio che si trasfondeva nel petto dell'uomo.
— «Io ti volgo la mia prece, o Hom, elettissimo Hom, che dài la
giustizia, la purità e la salvezza, ottimo di forma, splendido di luce,
vittorioso, che hai nome di aureo!»
Spremuto il succo nella coppa, alzò questa con ambe le palme verso la
fiamma, e ne sparse alcune goccie sugli ardenti carboni.
— «Per questa sola coppa che io ti presento, o dator d'ogni bene,
rendimi tu quattro, sei, sette, nove, dieci per uno; ricompensami tu
in questa guisa; dà la purezza al mio corpo. Veglia su me, purissimo
Hom, ottima tra le sostanze, scendi tu stesso in me, sorgente di
vita. Aprimi, o santissimo, allontanator della morte, aprimi le
dimore celesti, sfolgoranti di luce, piene di felicità, superbe di
gloria.» —
Ciò detto, accostò la coppa alle labbra e bevve il consacrato liquore
dolcissimo, a mala pena spremuto, ma che tornerebbe fatale a chi
lo bevesse dopo fermentato. Tale era il sacrifizio del fuoco, tale
l'offerta dell'amòmo, presso le antichissime genti dell'Iran.
Il sacrificatore proseguì, levando le palme all'altare:
— «Come tu ardi in questa fiamma, come tu regni nei cieli, così regna
in terra, o possente Ahuramazda; così stendi il tuo divino impero dai
culmini dell'Iran fino alla pianura del Sennaar e più oltre ancora,
fin dove stridono i flutti del mare allo inabissarsi del sole. Possa
Babilonia, possa il popolo delle quattro favelle, inchinarsi alla
tua legge, o spirito di verità! I suoi astri venerati, che sono essi
al cospetto della tua luce? Le sfere celesti, le forze arcane della
natura, dovranno sempre usurpare il tuo luogo, o creatore di tutto ciò
che è, nell'ordine degli spiriti eterni e delle cose mortali?» —
Così disse, con fervido accento nella sacra lingua di Javan; così diè
fine alla preghiera e si alzò per chiudere il rito. Un lieve moto del
capo gli consentì di vedere dietro di sè, pochi passi discosto, ov'era
un altr'uomo genuflesso, e un sorriso di superba contentezza sfiorò
le sue labbra. Fingendo tuttavia di non avvedersi della presenza di
quell'altro, egli attese con minuta cura a rasciugare la coppa e a
gittar sul fuoco gli avanzi del sacrificio; quindi finalmente si volse
e andò, con piglio affettuoso, incontro al nuovo venuto.
Era questo un giovinetto, le cui strane sembianze comandavano
l'attenzione. La grazia ingenua degli atti e del sorriso, la eleganza
un tal po' impacciata delle forme e una certa inconsapevol ferocia
dello sguardo, pareano contendersi l'impero su quell'aspetto di
adolescente e lo faceano rassomigliare ad un lioncello, dai cui moti
leggiadri, ma già di soverchio baliosi, trasparisce la forza e la
crudeltà degli anni maturi. Sorridevano le labbra coralline, ma tumide
di voluttà e d'orgoglio, lievemente ombreggiate dai peli vani della
pubertà nascente; si rappicciolivano gli occhi sotto le ciglia, in atto
tra ossequioso ed amorevole, ma lucidi e fissi, promettitori di lampi;
soavi erano i contorni del viso, ma sotto quella bruna carnagione si
vedeva correre vivace, impetuoso, il sangue della stirpe cussita. Egli
appariva un misto di fierezza più che virile e di dolcezza femminea;
cose del resto assai facili ad accoppiarsi nella umana natura. Per
altro, la sua tenera età lo ravvicinava più ancora al femmineo;
aiutando a questa apparenza la sua bianca tunica frangiata d'oro, con
sopravveste violacea, la mitra aggraziata, dai capi pendenti sugli
òmeri, e la collana di gemme, che dintornava un collo soavemente
tondeggiante, siccome è delle donne o dei giovani.
Alzatosi in piedi sollecito, l'adolescente si mosse anch'egli, per
farsi incontro al maggiore.
— Padre mio, — diss'egli inchinandosi, nell'atto di ricever l'abbraccio
di quell'altro, — sia Ahuramazda con te, e i sommi Dei di Babilonia del
pari! —
Aggrottò l'altro le ciglia a quelle parole del giovone.
— E' sono inferiori suoi; t'è già noto, o Ninia; — rispose egli con
aria di paterno rimprovero; — eglino, quanti sono, adorati dalla
stirpe degli Accad, obbediscono a lui, come i sei santi immortali e
la innumerevole schiera degli spiriti da lui creati nel tempo. Da lui
viene la luce, che dà splendore agli astri del cielo e infonde virtù
agli elementi; in lui solo è la verità suprema, la bellezza e la forza,
l'origine e il fine di ogni cosa creata.
— È vero! — disse l'adolescente, reclinando la testa sul petto.
Piacque all'altro l'arrendevolezza giovanile, a cui del resto
s'aspettava, e il suo accento si fece ad un tratto più dolce.
— Or dunque, mio Ninia, consacriamo queste ore agli utili studi.
Purificato dalle mattutine abluzioni e dalla preghiera, tu leggerai
le prime tavole del Vidaè Vadàta, che è la legge di Ahuramazda contro
gli spiriti malvagi. Tu vedrai come egli abbia create le schiere
celesti per combattere la potenza del male, i sei genii Amsciaspandi,
i benefici Izèd, e da ultimo i Ferveri, custodi dell'uomo nelle pugne
della vita.
— Savio Zerduste.... — entrò a dire peritoso il giovinetto.
— Orbene?
— Questa mattina non puoi tu concedermi libertà? I miei giovani
compagni mi attendono per una cavalcata fuori Imgur Bel. Si va fino al
villaggio di Lahiru, donde si cominciano a scorgere le alte torri di
Sippar.
— E dove è così dolce il riposo sotto le palme di Gomer; — aggiunse
Zerduste, con accento da cui trapelava il sarcasmo. — Non è egli vero?
— Che vuoi tu dire? — esclamò Ninia, arrossendo. — Si rimane per breve
ora colà, a ristorarci dalla fatica e far posare i cavalli all'ombra
dei tamarischi.
— Bada a te, Ninia, bada a te! — proseguì Zerduste, senza por mente
alle scuse. — Ahriman ti vuol suo. Il negro spirito ti fa velo agli
occhi di gioie terrestri, per disviarti dal retto sentiero. —
Il volto dell'adolescente si rannuvolò.
— Ma dimmi, sapiente maestro, — disse egli, non senza un tal po'
d'amarezza, — questa diritta via sarà ella dunque e sempre, la via del
dolore?
— Non già; — rispose Zerduste; — fine della vita è la gioia; ma
il savio impara a vivere, innanzi di prender cammino. Due sentieri
guidano alla meta; aspro e malagevole il primo, irto di rovi e povero
di ombre consolatrici; facile l'altro e piano, smaltato di fiori,
liberale di liete fragranze, ricco d'amabili incanti. S'attenga al
primo, ne patisca animoso le angustie, chi vuol giungere speditamente
al fine desiderato; guai a chi sceglie il secondo, imperocchè Ahriman
s'appiatta insidioso tra i rami, persuade all'animo i fallaci consigli,
e ad ogni fior che si coglie, ad ogni ora di soave riposo che si gusta,
fugge la vita veloce e l'intento s'oblìa. Odimi, o dolce figliuolo, chè
tale ben posso chiamarti per l'affetto del cuor mio; non cedere alle
blandizie dello spirito malefico, tu che hai potuto intravvedere gli
arcani splendori del vero; non ti adagiare nelle mollezze anzi tempo,
tu che sei nato alle nobili cure del regno. Strana fiacchezza è la tua,
o sangue di Nemrod! Dov'è la tenacità di propositi, dove l'ardire e
l'ambizione, che ti facciano degno de' tuoi possenti maggiori?
— Faticose virtù! — rispose Ninia, sospirando. — Pur troppo dovrò
conoscerle un giorno e saper come pesano! Babilonia ha un gran re,
mia madre, e vogliano i sommi Dei.... voglia Ahuramazda, — soggiunse
prontamente il garzone, — serbarla lunghi anni all'amore, alla gloria
del suo popolo.
— Ti ascolti Bahman, lo spirito protettore della regia autorità; —
disse asciuttamente Zerduste; — ma egli è debito tuo di prepararti ai
supremi voleri; è colpa grave in te il non far degna stima dei doni
celesti. Oh Ninia! — incalzò egli con accento inspirato; — che vuoi
nascondermi? Il tuo Ferver, il tuo genio tutelare, ti vede; egli ti
accompagna dovunque; egli ti legge nel cuore; egli non m'ha nulla
celato.
— Che dici tu mai? — chiese Ninia, con aria da cui trapelava più
incredulità che sgomento.
— Che tutto mi è noto; — incalzò Zerduste; — che i tuoi giovani amici
ti traggono su d'una via perigliosa e che io non ho abbastanza vegliato
su te.
— Ma, infine.... — balbettò l'adolescente; — di che mi riprendi? Io non
so di avere in cosa alcuna fallito. Se ignoti nemici ti hanno dato a
credere....
— Non ischermirti così! — interruppe quell'altro. — Zerduste non ha
bisogno di gente che venga spiando i tuoi passi; egli tutto sa, tutto
vede, e perfino i più riposti pensamenti dell'animo. Ne dubiti? Orbene,
alla prova, ed ascoltami; narrerò a Ninia il segreto di Ninia. —
Il giovinetto, tremante, confuso, si lasciò cadere sopre un sedile,
di contro al parapetto del terrazzo. Zerduste, in piedi davanti a lui,
tranquillo e severo a guisa di un giudice, così prese a parlargli:
— Era il mattino del terzo giorno di Bagayadisc, che è detto a
Babilonia il mese di Sivan; giorno sacro, pei seguaci della vera luce,
al divino Ardibehest, pei vostri sacerdoti al sanguigno Nergal. Non
sono adunque trascorsi da quel giorno molti altri, — notò Zerduste, —
poichè Bagayadisc non è giunto ancora a mezzo il suo corso. Un regio
adolescente, diletto ad Ahuramazda, sebbene e' non sia nato sotto
la sua legge, nè ancora egli creda alla sua onnipotenza, galoppava,
seguito da uno stuolo di cavalieri, tutti coetanei suoi, scelti tra i
primi di Babilonia, fuori di Imgur Bel, sulla via che risale lunghesso
l'Eufrate, fino al villaggio di Lahiru. Colà giunti, fecero sosta
nella macchia di tamarischi che scende con dolce pendìo fino alla riva
del fiume. Il sole, alto nel firmamento, dardeggiava sulla pianura
gli ardenti suoi raggi, consigliando i baldi garzoncelli a chiedere
un'ora di riposo al meriggio degli alberi. Uno di essi, tratto da
giovanile vaghezza, era andato più oltre a ristorar le membra nelle
acque scorrenti. E là, mentr'egli, già tornato alla riva, stavasi
contemplando quell'ampia striscia di liquido argento che volgeva con
poderoso corso agli amplessi della sua città prediletta, gli venne
veduta, nuotante a fior d'acqua, una leggiadra figura di donna...
— Padre mio! — esclamò Ninia, turbato.
— Sì, — proseguì Zerduste, senza por mente alla interruzione, — era
una vezzosa fanciulla, che venia nuotando verso di lui, là dai palmeti
di Gomer, di cui si vedeano sorgere i tronchi sottili e incurvarsi i
lunghi rami verdeggianti dalla riva sinistra dell'Eufrate. Un candido
lino le custodiva il capo e gli òmeri dalla vampa del sole; una ciotola
di terra le posava sulla manca, alzata fuor d'acqua, mentre con la
destra ella venia fendendo il flutto, per avvicinarsi alla sponda,
dov'era il garzone, immobile, estatico, a contemplarla.
«Vieni a me, vezzosa fanciulla! le gridò egli, come fu certo che ella
potesse udirlo. E la fanciulla poggiando a destra sul braccio disteso,
si fece più presso alla riva. Certo ella conosceva per lungo uso quel
tratto dell'Eufrate; imperocchè, come fu giunta a forse cinquanta
passi distante da lui, si lasciò cader ritta, per toccare il fondo col
sommo dei piedi, e leggiera, saltellante, a guisa di danzatrice, si
affrettò al lido, con la sua ciotola eretta sulla palma all'altezza del
viso. Così man mano egli vide sorger dall'acque il suo corpo snello e
flessuoso come un tronco di salice, coperto di una bianca tunica che le
si aggiustava, così molle com'era, alla persona, seguendone fedelmente
i graziosi contorni.
«Neri, lucenti i capegli, vivide le pupille per profondi riflessi di
zaffiro, ma velate a mezzo da lunghe e morbide ciglia, colorate le
guancie come il frutto del melagrano, parea la voluttà discesa sulla
terra in forma di donna, per volere di Mazda, innanzi che lo spirito
tentatore la volgesse a danno degli uomini. Il collo nitido a guisa di
avorio, svelto ed agile come quello del cigno, sorgeva con soavissima
curva dai mal celati tesori del seno palpitante. Sorrideano timidamente
le labbra di corallo, lasciando scorgere due file di perle, che non han
le più candide i meravigliosi recessi del mare.
«Timido, palpitante del pari, il giovinetto si accostò a lei, che
balzava sul lido, profferendogli la sua ciotola ricolma di latte. E
bevve a lenti sorsi, più lenti che gli venisse fatto, il fresco umore
che gli era ministrato da quelle mani leggiadre, mentre i suoi occhi,
più sitibondi a gran pezza, beveano da tutta la persona di lei i primi
effluvi d'un'arcana dolcezza.
«— Come ti chiami? — le disse egli amorevole.
«— Anaiti, — rispose la giovinetta.
«— Il nome di una dea! — soggiunse il garzone. — Invero, al primo
vederti, io t'avevo tolta per Daokina, la moglie di Ao, emersa dai
flutti del mare; chè certo la vezzosa regnatrice delle onde non è più
bella di te.
«Il volto della fanciulla si tinse del color della fiamma, e il cuore
di lui ne fu colmo di ebbrezza. E così amabile sulle guancie d'una
donna il rossore che le nostre parole fan nascere! Ambedue rimasero un
tratto in silenzio, commossi, anelanti, ella con gli occhi a terra,
egli col guardo fisso in quel raggio di giovanile bellezza. Indi,
facendosi anche più rossa, e con accento che diceva tutta la commozione
dell'animo, la fanciulla chiese a lui di rimando:
«— E tu, mio signore, come ti chiami?
«— Il mio nome è assai men leggiadro del tuo; — le rispose egli; — son
Ninia.
«— Ninia! — esclamò ella alzando i suoi grand'occhi verso di lui ed
abbassandoli tosto; — il principe di Babilu!
«E fu per cadere al suolo, tanta era la sua confusione. Ma Ninia si
affrettò a sorreggerla, e in cosiffatta guisa, Ahriman, che vigila ai
danni della creatura, li ebbe gittati, senza loro saputa, l'una nelle
braccia dell'altro.
«Fu questo il primo incontro, e non fu il solo. Due volte ancora la
vezzosa nuotatrice varcò la corrente del fiume, recando la sua ciotola
di fresco latte all'assetato garzone. Il terzo dì, fatto più ardito,
egli non volse già ai tamarischi di Lahiru: bensì, uscendo da Babilonia
sulla riva sinistra del fiume, e lasciatisi indietro i giovani amici,
cavalcò ansioso fino ai palmeti di Gomer. Vuoi tu udire ciò che
si bisbigliasse ieri, sulla quinta ora del giorno, in quel nido di
verdura, celato agli sguardi profani? Pon mente, e vedi se alcuna cosa
è sfuggita al vigile orecchio del tuo genio tutelare.
«— Ti son io così cara? — dicea la fanciulla. — Non mi dimenticherai tu
un giorno, o mio principe?
«— Principe! — ripetè con accento di amarezza il regio garzone. — Tutti
mi chiamano così e il nome mi suona sgradito. Tu chiamami Ninia, il tuo
Ninia, il fratello, il giovine amico del tuo cuore. Dimentichiamo la
reggia; nessuno mi ama laggiù!
«— E tua madre? — gli chiese Anaiti.
«— Mia madre, tu dici? Io l'amo, e credo che ella mi ami; ma le gravi
cure del regno la distolgono sempre da me. Mi ama Zerduste, il savio
principe dei Medi, che la regina mi ha dato a maestro e custode. Mi
ama! — aggiunse sospirando il garzone. — Lo dice; soventi volte lo
dice; ma io non ho mai visto il sorriso di quell'uomo, il sorriso, in
cui si manifestano i dolci sensi dell'anima, il sorriso, che mi fa
parer più leggiadro il tuo volto e m'innonda il cuore di così nuova
dolcezza! Sempre grave, cupo, accigliato, è Zerduste, pauroso come il
suo dio, circondato di spiriti invisibili, che riempiono le mie notti
di arcani terrori. Con te son lieto, Anaiti; bella e pietosa come
l'aurora, tu sperdi le tenebre addensate su me, tu mi rinfranchi lo
spirito abbattuto, mi rechi la fede, la speranza e l'amore. Non son
queste le tre consolazioni della vita? E non è bello che mi vengano
tutte da te?
«Così ragionando egli, e la fanciulla rispondendogli con la muta
eloquenza degli occhi radianti, errarono a lungo sotto i palmeti di
Gomer. Colà Ninia vide per la prima volta la casa di lei, umile tugurio
di pescatori, dove si nasconde quel miracolo di leggiadria, come entro
vil gleba il diamante. Ma essa non vi rimarrà a lungo, se a Ninia sarà
dato di colorire i suoi amorosi disegni. Nel cuore della rusticana
fanciulla si agitano confusi i desiderii e le ambizioni della donna. È
soltanto dell'uomo il restarsi ignaro e contento nell'umile stato a cui
lo condannò la natura; la donna, in quella vece, sol che le arridano
gioventù e bellezza, può levarsi in alto, fors'anco apparir degna di un
trono. Non è egli vero, o Ninia? Non è ciò che tu pensi?» —
Così Zerduste, con progressione implacabile, era venuto scoprendo i
più riposti segreti di quell'anima giovanile. Ninia, attonito da prima,
indi sgomentito, esterrefatto, lo aveva ascoltato tacendo.
— Padre mio, — gridò egli finalmente, con voce lagrimosa, nell'atto di
buttarsi ai piè di Zerduste, — se tu la vedessi! Ella è così bella, ed
io l'amo tanto! Strappami il cuore, se così ti piace, ma non strappar
Ninia da lei! —
Zerduste lo rialzò, senza profferir verbo.
— Non mi dirai tu nulla? Non mi perdonerai tu? — chiese il garzone con
supplichevole accento. — Se io ti ho mal conosciuto finora, non vorrai
tu condonarlo alla mia giovinezza inesperta? Sì, io lo vedo, lo sento;
tu sei il ministro d'un Dio, tu che sai ogni cosa, tu che leggi nel
profondo dei cuori, onniveggente maestro!
— Non io, — soggiunse umilmente Zerduste, — ma i santi Amsciaspandi,
gli Ized, e i Ferver, invisibili spiriti che ti incutono spavento.
Eglino, per altro, non fan paura ai saggi; chi segue la legge di
Mazda non ha nulla a temere da essi. O Ninia, ed è il tuo labbro che
ha potuto giudicarmi così malamente? Non t'amo? Non hai veduto mai
Zerduste sorriderti! E che? Dovrei io allegrarti di vane lusinghe, come
una vil femminetta, io che ho sacrata la mia vita agli arcani della
divinità, io che consumo le notti sulle tavole sacre, io che nutro il
tuo spirito dei reconditi veri?
— Padre mio! — gridò Ninia, piangente. — Sono colpevole; qual pena
m'infliggi?
— La preghiera, mio figlio, la preghiera che innalzerai al trono di
Mazda, nel fervore dell'anima tua. Ancor lungo cammino ti è mestieri
di correre, innanzi di giungere alla vera sapienza; ma la fede e la
preghiera possono farlo più breve. Tu allora accosterai sicuro le
labbra al calice delle umane delizie, che non avrà più veleno per te.
— Maestro, — disse il garzone, riaprendo il cuore alla speranza, — e se
io avessi questa fede... se io ti giurassi...
— Va; — interruppe Zerduste, sorridendo la prima volta al discepolo;
— Ahuramazda non è un tiranno dei cuori. Va coi tuoi giovani amici; ma
pensa...
— Che egli regna in cielo, — proseguì il giovinetto esultante, — e che
tu sei il suo ministro sulla terra. Io lo adoro e ti amo. —
Così dicendo, Ninia era per inginocchiarsi ai suoi piedi. Zerduste lo
trattenne con piglio amorevole e lo strinse al suo seno.
L'adolescente col cuore in festa, il volto sfavillante di gioia e il
piè leggero, si dipartì poco stante da lui. Lieto al pari di Ninia, ma
di più profonda allegrezza, Zerduste rimase solo lassù.
— Grazie, — esclamò egli, levando gli occhi e le mani al cielo,
— grazie a te, Ahuramazda, lume delle anime, signore della gente
di Javan! Sei tu che vinci quest'oggi, e l'abbattimento di questo
lioncello del sangue di Nemrod mi è presagio felice. —
Indi misurando la piattaforma a passi concitati e sicuri, come d'uomo
che ha piena balìa di sè medesimo e degli eventi, si volse a guardar la
città sottoposta e le alte moli scintillanti da lunge al cospetto del
sole.
— Bitzida, Niprùti, — soggiunse fissando lo sguardo sulla torre delle
sette sfere e sulla piramide sacra alle fondamenta della terra, — i
vostri Dei cadranno; la fiamma purissima di Mazda arderà sulle vostre
cime. E tu, superba regina, disprezzami! Il mio giorno verrà; nè te
salveranno i favoleggiati natali dal grembo di Derceto, o venturiera
d'Ascalona! —
In quel mezzo, un uomo apparve sul terrazzo.
— Mio signore... — diss'egli.
— Che vuoi, Thuravara?
— Il re d'Armenia si è mosso, con la sua cavalcata dal baluardo di
Nivitti Bel. Tra un'ora egli sarà in vista del ponte, per venire alla
reggia.
— Ben venga! — esclamò Zerduste. — Tu vanne e sii pronto al comando. Io
sarò tra breve nella gran sala di Nebo, ad aspettar la regina. —
Thuravara s'inchinò e disparve giù dalle scale onde era venuto.
— Ben venga, sì! — proseguiva Zerduste. — È pena acerba la mia, ma
sarà acerba la vendetta del pari. Ah, tu l'hai voluta, Semiram? E
sia! Militta Zarpanit, che ti ha ministrato il dolce veleno, non potrà
profferirti altrimenti il rimedio. —