CAPITOLO II.

Militta Zarpanit.

Tra Nivitti Bel ed Imgur Bel, nel tratto settentrionale di quella

lunghissima zona di lieta verdura che corre tra i due baluardi, come

diadema intorno alla fronte d'una regina, è il sacro bosco e il tempio

di Militta Zarpanit, la gran madre, la provvida fecondatrice del germe,

colei che esalta la potenza dei figli di Belo.

Folte macchie di lentischi e di mortelle, di cedri e di salici,

fiancheggiano le vie tortuose e i sentieri dove luce non giunge. Tutto

intorno cespugli di gelsomini e di rose, liberali de' sottili effluvî

che inspirano l'amore, siccome all'amore dispongono i leni susurri

dell'aura vespertina e i gemiti delle colombe, libere abitatrici

del luogo, venerate messaggiere della Dea. Il sacro amòmo dal ceppo

sarmentoso si leva coi tralci, si avvinghia alle piante maggiori,

spandendo ombra di molteplici foglie e fragranza di rosei grappoli sui

misteriosi recessi. Da un lato la via maestra, o regale; dall'altro

l'Eufrate; in mezzo alla selva, murato su d'un poggio, è il tempio

della Dea, con la sua cupola gialla, lungi splendente dal colmo dei

rami intrecciati.

Militta Zarpanit! Donde il tuo culto, che le tarde generazioni vedranno

fiorente presso tutti i popoli antichi, all'alba della lor vita

affannosa? Gli Dei, che simboleggiano la forza degli elementi, ma più

assai la paura degli uomini, spariranno dagli altari; i possenti della

terra, i fondatori di città e di regni, santificati dall'ossequio

del volgo, saranno dimenticati o confusi; ma il culto della bella

natura, il culto della gran madre feconda, il tuo culto, o Militta,

non perirà. Belti, Militta, Zarpanit, Thaaut, Rea, Istar, comunque

ti piaccia esser nomata dalle genti di Sennaar; Astarte a Tiro,

Derceto in Ascalona, Afrodite fra gli Elleni, Venere tra gli ultimi

Esperii dei mondo antico, i tuoi riti saranno uguali dovunque, comechè

sformati dall'indole varia dei popoli, dalla naturale trasfigurazione

del simbolo, dal riuscir del mito in leggenda. A te sacro dovunque il

mirto, a te le colombe, a te non mai sacrifizio di vittime fumanti, ma

offerte di odorate ghirlande e incruento olocausto di cuori.

In te si venera la diva natura, che rinacque sorridente e gloriosa

dall'onde. Te, sorgente dalle spume, vide la memore sapienza

ellena; preceduta dalla colomba, lieta apportatrice del ramoscello

verdeggiante, ti celebrarono le prime istorie della figliuolanza

di Sem. L'apparir tuo fu mostra di possanza, non doma dal flutto

devastatore; il ramoscello dell'alato messaggiero recò il tuo primo

saluto ai superstiti, ricondusse la speranza nei cuori. E rinata

alla luce, investita dalle vampe maritali del fuoco interno, vigilata

dall'insaziabile sguardo dei corpi celesti, amata amante di avventurosi

mortali, fosti feconda di nuovi frutti alle genti; le quali ti

riconobbero madre, dalle tue cento mammelle succhiarono la vita, e il

tuo culto leggiadro recarono divotamente con sè, allorquando, rifatte

dai primi terrori, si sparpagliarono allegre e fidenti sulla faccia del

mondo.

Imperocchè (chi nol sa?) da mezzogiorno e da occidente vennero i primi

apportatori di civiltà alla terra di Sennaar, a mano a mano che su

per l'erta delle convalli mediterranee li sospinse la piena crescente

dell'acque, dopo che cadde inabissata nei gorghi marini la prisca terra

d'Atlante e il tremuoto spezzò le immani serraglie di Abila e di Calpe.

E dal mare ebbe Babilu i suoi fondatori, i suoi demiurghi. Ilu, il suo

primo Iddio, il suo primo terrore, è librato sulla distesa dell'acque,

o posa sulla vetta dei monti, negro come la nube che lo circonda,

pregno di nembi e di folgori. Dal suo grembo squarciato escono le tre

forze arcane, quasi le tre forme della sua medesima essenza: Anu,

il caos primordiale, Bel, la potenza ordinatrice, Hoa, lo spirito

intelligente dell'universo. L'ultimo tra questi è il dio più sensibile,

il più noto, il più dimestico ai volgari intelletti; egli è il pesce

dio, che reca i primi comandamenti all'umano consorzio. Daokina è

la sua forma femminea, venuta anch'essa dal mare, emersa dai flutti

dell'Eritreo. Lasciate che il mito si svolga; egli assumerà nuove

parvenze, altri significati, altri nomi.

Difatti, agli Dei cosmogonici succedono a breve andare gli Dei

siderali. Abbia la divinità un aspetto visibile; se il cielo è sua

dimora, il cielo donde si sprigionano i nembi, il cielo donde ci piove

la luce, vediamola nello spazio azzurro, vediamola in quelle grandi

pupille di fiamma che assidue dardeggiano il mondo. Così i prischi ed

oscuri elementi si rinnovano, ricompaiono in luce di stelle, ed alla

vecchia triade cosmica, ecco tener dietro la triade celeste, Sin,

Samas, Iva, anch'essi rinfiancati di lor forme femminine. Sin, l'astro

della notte, risponde al dio delle tenebre, al caos; Samas, l'astro del

giorno, risponde alla potenza ordinatrice del creato; Iva, lo spirito

dell'etere, l'atmosfera trasparente, risponde allo spirito penetratore

dell'universo, al pesce dio venuto dai gorghi del mare.

E adorati questi fulgentissimi numi, perchè non si adoreranno gli

astri minori? Ecco, la triade si scempia ancora in tutti quei luminosi

pianeti che scintillano la notte nel firmamento azzurro. I nuovi

regnatori delle are son questi: Ninip, o Adar, il lontano astro che si

circonda d'un candido anello, e i cui satelliti, nascondendosi tratto

tratto dietro al suo disco, lo faranno apparire divorator de' suoi

figli; Merodach, il più appariscente, il più splendido, epperò dal

popolo babilonese chiamato figlio di Bel, e adorato più tardi siccome

il vero monarca de' cieli; Nergal, il corrusco di luce rossiccia, fatto

signore dell'armi; Nebo, il sapiente, protettore della eloquenza e

della autorità regale, non ancora sformato dalle volgari leggende, che

tra gli Elleni lo diranno rapitore di mandrie; Istar, finalmente, la

stella dei soavi splendori, che la venerazione delle genti confonderà

coll'antica Beltis o Bilit, forma femminea di Bel, e con Daokina, la

compagna di Hoa. Astro in cielo, anima della natura in terra, diviene

la consolatrice dei cuori, la increata bellezza, la fonte dell'amore;

celeste, è Taauth; terrestre, è Zarpanit. Eccola adunque, sempre una in

tutte le sue svariate sembianze, nata dalle onde, splendente nei cieli,

vivente nel creato, cara ai mortali, madre, signora ed amante.

A lei sacro tutto ciò che risplende per grazia e leggiadria; a lei

sacra la lieta fecondità; a lei sacro l'amore che ingentilisce i

costumi. A lei dedicate le prime pietre che il volgo agreste ammirerà,

sporgenti, solitarie, scalzate dalle acque, lunghesso il dorso dei

monti; a lei i primi simulacri che il fantastico genio dell'India

ornerà di cento mammelle, a significarne la materna abbondanza, laddove

il genio più corretto degli Elleni la ritrarrà nelle sembianze della

donna amata, e vedrà il sommo della sua divina beltà nel complesso

di tutte le bellezze di Grecia. A lei consacrate le isole e i boschi

odorosi, dove gemono le colombe e sguardo profano non penetra i dolci

segreti. Ogni umana cosa si corrompe pur troppo, e la casta adorazione

cederà il luogo a mostruosi misteri; dei quali, al postutto, è agevole

il sentenziare, col sangue e il giudizio assottigliati da migliaia

d'anni trascorsi.

E Militta Zarpanit chiamava ai suoi amabili riti la gente di Sennaar.

Era essa la divinità più grata al popolo babilonese. Belo, insieme

con le sette sfere lucenti, aveva la sua torre dai sette piani e dai

sette colori nel borgo sacerdotale di Barsìpa. La triade antica delle

fondamenta della terra aveva la piramide di tre piani, innalzata in

quella parte occidentale della città che è più vicina all'Eufrate. Ilu,

il temuto iddio delle acque, avea la città tutta quanta e la soggetta

pianura; Nisroc, o Salman, núme dalle ali e dal rostro aquilino, Assur,

il protettore, nella cui faccia umana e nelle membra di toro alato

raffiguravasi la forza e l'intelligenza divina, custodivano, paurosi

simulacri, le cento porte di Babilu Militta, più soave e più cara,

aveva sulla riva destra del gran fiume il suo tempio, i penetrali, la

selva e i riti notturni. Non risplendeva essa, amica stella nei cieli,

la prima ad apparire dietro al sole cadente, l'ultima a dileguarsi ai

primi chiarori dell'alba?

Il suo bell'astro scintillava nell'azzurro sereno, accanto alla colma

luna, rallegrando il creato di miti splendori, allorquando il giovine

Ara, vestito delle nuove fogge babilonesi, si inoltrò, in compagnia

del suo Bared, sotto i platani che faceano confine alla selva. Quel

lieto viavai di gente sconosciuta, que' volti sfavillanti di gioia,

quelle donne a mezzo velate che si appoggiavano fidenti al braccio

degli amati, quel luccichìo di fiaccole, quell'effluvio di fragranze,

quell'onda di musicali concenti tra i rami, rapivano il suo cuore,

facendolo immemore d'ogni cosa, susurrandogli arcane parole, che

avevano un'eco nel profondo dell'anima. Giovinezza beata! come le

arride il futuro! e come i suoi dolci incantesimi possono far tacere in

lei le mestizie d'un passato, che ancora non ha avuto agio di mutarsi

in assenzio! A lui l'ignoto, con le sue lusinghe, le promesse, le

speranze dolcissime, sorrideva sotto quei rami in quella moltitudine

appariscente e festosa, immagine del mondo in cui egli era entrato

per la porta d'avorio. Ed ammirato, estatico, fuori di sè, saliva

lentamente, rasentando le belle coppie innamorate, pei meandri del

bosco.

Com'egli fu giunto al sommo del poggio (chè tale era la forma del sacro

recinto), gli si parò davanti agli occhi la maestosa mole del tempio,

torreggiante su d'una piattaforma che gli facea terrazzo in giro, e a

cui si saliva dai quattro lati, la mercè di ampie gradinate. Le mura di

sostegno si vedeano fregiate di bassorilievi e dipinti, in onore della

Dea, e di iscrizioni, scolpite nei venerati caratteri della stirpe

degli Accad, somiglianti a chiovi impressi per lungo ed in mille guise

intrecciati. A' piedi delle gradinate vegliavano leoni di granito;

certamente posti colà, sotto gli occhi della Dea, come emblemi della

forza, cui la bellezza soggioga. E il tempio difatti innalzavasi poco

più in alto, cinto da doppio giro di colonne, coronato di capricciosi

fregi e di eleganti merlature, sormontato da una svelta cupola,

rilucente nello spazio azzurro ai raggi della luna.

Il suono dell'arpe e dei cantici era da pochi istanti cessato innanzi

all'ara della gran madre Militta, e già la moltitudine devota scendeva

a torme dal limitare, spandendosi lungo i terrazzi e per le scalinate,

a guisa di fiume che rompa fuori dagli argini. Il vano della gran porta

appariva vestito dell'aurea luce, ond'era sfolgoreggiante l'interno, e

di là venian profumi d'incenso, di gálbano, di cinnamomo e di mirra.

Dopo essere rimasto un tratto immobile a contemplare da lunge quella

scena incantevole, il re d'Armenia si avviò verso la gradinata, in

mezzo alla moltitudine, che scendeva dal tempio, o saliva.

I raggi della luna rischiarando il suo volto e la leggiadra persona,

si fece a breve andare dintorno a lui quella ressa curiosa, quel

bisbiglio, quell'avvicendarsi di domande e di ammirazioni, che furono

mai sempre, e saranno, il più naturale omaggio reso alla bellezza dal

volgo dei riguardanti. Ora, presso i babilonesi, come presso tutti i

popoli antichi, più schietti adoratori della forma, quell'omaggio era

più facile a rendersi, nè solamente riservato alla donna, come accade

tra noi, non so se più austeri, o più invidi.

Turbato un tal poco da quegli atti curiosi e da quelle voci di

meraviglia, il giovine affrettò il passo fin sopra la spianata;

s'inoltrò sotto il pronao del tempio, che era sorretto da enormi

tronchi di palma foggiati a colonne, ed oltrepassò il sacro limitare,

fiancheggiato dai simbolici leoni di pietra.

Colà, un più meraviglioso spettacolo si parò davanti agli occhi del

giovine. Sulle prime, tra per la luce riflessa dalle lamine d'oro e

d'argento, che correano alternate sull'alto delle pareti, e per la nube

d'incenso che si diffondeva nell'ampio recinto, parve a lui d'essere,

anzi che tra' mortali, nella regione dei sogni, in cui si pregustano

le delizie celesti. Ma, a poco a poco, avvezzando lo sguardo a quella

vaporosa veduta, egli potè discernere partitamente ogni cosa.

La cella sacra, dov'egli avea posto piede, era un'ampia sala

quadrilunga; conterminata da un'abside, su cui si levava la cupola,

già veduta di fuori. Le mura tutto intorno apparivano ornate di

stucchi, con iscrizioni e bassorilievi colorati, fino all'altezza degli

stipiti di un gran numero di porte, le quali mettevano alle camere dei

sacerdoti. Ai lati di queste grandeggiavano leoni e tori alati, dal

volto umano, o dalla testa d'aquila, che parevano vegliare riverenti, a

custodia delle mezze figure chiuse nel circolo eterno, con lunghe ali

distese, emblemi della divinità suprema, i quali si vedeano scolpiti

più in alto. E dove finivano le sculture e i dipinti, incominciavano

i fregi di lamine d'oro, intelaiati a guisa d'arazzi nel vano di un

finto colonnato d'argento, che saliva a sostenere un sopraccielo di

legno prezioso, partito a cassettoni, con entro rosoni ed altre fogge

di fantastici fiori, messi ad argento ed oro, siccome le colonne già

dette. Nell'abside, sotto la cupola, sorgeva l'altare di Militta, masso

di diaspro riquadrato e lucente, su cui s'innalzava il bianco simulacro

della Dea, che poggia il piede sul domato leone, e reca tra mani

il fiore della vita. Ai quattro angoli dell'altare, fumavano, entro

bracieri sostenuti da tripodi di bronzo, i quattro aromi più grati

agli abitatori del cielo; e d'ogni parte pendevano, in lungo ordine

disposte, le lampade d'argento, donde i lucignoli di bisso attingevano

l'olio fragrante, per dar luce e profumi all'intorno.

E per mezzo a quella nube d'incenso che si diffondeva dall'abside, il

principe vide uno stuolo di sacerdoti, i quali posavano dalle cerimonie

e dai cantici, seduti su sgabelli d'ebano, il cui nero lucente faceva

vieppiù risaltare la candidezza delle lunghe stole (il bianco era il

color sacro a Militta) e degli ampii mantelli in cui ravvolgevano la

persona. Il gran sacerdote si discerneva, tra gli altri, per la tunica

sfoggiatamente trapunta e frangiata d'oro sui lembi, per l'aurea

cintura tempestata di gemme e per l'aurea mitria foggiata a testa di

pesce, la cui infula scendeva ad accappatoio sulle spalle, simulando

le squamme dell'animale e la coda a due punte. Militta, non lo si

dimentichi, era altresì Daokina, e la mitria del pesce dio, portata dai

sacerdoti di Babilu, doveva coprire il capo ai ministri di ben altre

divinità, posteriori nel tempo.

Una mensa di lucido argento, sorretta da figure simboliche, era

collocata davanti all'altare e sovr'essa splendevano le liberali

offerte dei più ricchi adoratori. Capaci coppe di bronzo si scorgeano

dai lati, nelle quali ogni donna che uscisse dal tempio gittava la

sua moneta, d'argento, o di rame. E tratto tratto si vedeva alcuna di

esse, muoversi dal fondo, inoltrarsi fino all'altare, e deporre il suo

tributo, levar le mani in atto di adorazione ed uscire.

Ciò ricondusse più indietro gli sguardi del giovine. Il sacro recinto

non era anche spopolato del tutto; imperocchè, sedute in lungo ordine

su panche di legno, attorniate da curiosi che le veniano squadrando

degli occhi, stavano molte donne in attesa, con funicelle ravvolte

intorno al capo, e, ognuna di esse giusta la sua condizione, nobilmente

vestite ed adorne. Quella era per fermo la celebrazione d'un rito;

nè il re d'Armenia lo ignorava, essendo allora i misteri di Militta

Zarpanit famosi per tutte le circonvicine regioni.

Così voleva il costume, che ogni donna babilonese dovesse, una volta

in sua vita, rimanersi nel tempio aspettando, fino a tanto non avesse

pagato il suo tributo alla Dea. Ciò ch'ella riceveva dall'ignoto, il

quale accostavasi a lei, rivolgendole la frase «invoco per te la dea

Militta,» dovevasi gittare in offerta nella coppa di bronzo. Nè ella,

poichè s'era così seduta in attesa, con la funicella intorno alle

tempie, potea più respinger l'omaggio dello straniero, chiunque egli

fosse. Mostruoso rito; ma non è in balìa del narratore il mutarlo.

Forse era naturale corrompimento d'un alto concetto; forse reliquia di

più rozzi costumi, non potuta cancellare del tutto, epperò saviamente

dissimulata dalla santità della cerimonia; fors'anco, nell'uso, era

temperato da acconci convegni, da gentili artifizi, che la storia non

ha tramandati alle tarde generazioni, e che il senno di questo può

argomentar verosimili. Ma di ciò pensi ognuno a sua posta.

Ben ci raccontano gli antichi, ed è anche agevole il credere, che le

più nobili e ricche sdegnassero di mescolarsi cosiffattamente alla

comune delle donne babilonesi, nella celebrazione dei sacri misteri.

Elleno per fermo non si ristavano dallo accorrere al tempio; ma in

lettighe coperte e accompagnate da uno stuolo di servi, che recavano i

loro donativi e le debite offerte all'altare.

Una di queste felici era appunto allora nel tempio, prostrata dinanzi

ai gradini dell'abside, su d'un morbido cuscino che sotto i ginocchi le

avea posto un'ancella, mentre un'altra deponeva sulla mensa il presente

della signora, aromi e polvere d'oro in vasi d'alabastro.

Quella donna, veduta appena, trattenne lo sguardo del giovine. O

fosse la singolar leggiadria delle forme, non potuta nascondere dalle

pieghe del velo che tutta le involgea la persona, o il suo rimanersi

in disparte e la compagnia delle ancelle, che la dicevano donna di

ragguardevole stato, od altra più riposta cagione (che molte ve n'ha,

sottili, inavvertite ed arcane, per disporre in varie guise la trama

degli eventi), fatto sta che quella donna velata, lontana, ignara di

lui, gli occupò la mente, lo disviò da tutta quella moltitudine di

aperte e sorridenti bellezze, che in lui figgevano i grandi occhi neri,

pieni di schietta ammirazione a di dolci lusinghe.

Tanto può l'ignoto sull'animo nostro! Così tenui sono le fila in cui ci

avvolge il destino!

Ella era inginocchiata dinanzi all'altare, in atto di preghiera, mentre

alcuni adolescenti ministri del tempio venìan raccogliendo di mano alle

ancelle i preziosi donativi della sconosciuta supplichevole.

— Militta ti vede e ti ascolta! — le avea detto il gran sacerdote; — ti

conceda ella ciò che le tue preghiere dimandano. —

Ara non poteva distogliere lo sguardo da lei. E più la rimirava, e

più si riempiva il suo cuore di dolcezza ineffabile; come se da quelle

forme mal note emanasse un tiepido effluvio che, tutto investendolo,

gli s'infiltrasse per ogni meato nel sangue. E una speranza, un

desiderio, uno struggimento gli cresceva grado grado nell'anima, di

vederla in volto, d'essere veduto, di non essere un ignoto per lei.

Donde nascono essi, questi moti repentini del cuore, soventi volte

datori d'un nuovo indirizzo alla nostra esistenza, che ci fanno di

punto in bianco, quasi per virtù d'incantesimo, consapevoli di noi,

cosicchè ci sembri, o di vivere per la prima volta, o di non aver

vissuto mai di vera vita da prima? Bagliori improvvisi nelle tenebre

dell'intelletto, voci arcane all'orecchio, tumulti nel cuore, inni

prorompenti dai penetrali dell'anima, donde traggono essi l'origine?

Dal nulla, chi guardi all'apparenza, come dal nulla hanno vita i

fantasmi dei sogno; ma il savio, che scruta i segreti della natura

e argomenta le cause non viste, si raccoglie umilmente nella sua

pochezza, e ciò che ancora è sfuggito al suo spirito indagatore, non

deride egli, per fermo, e non nega.

Così ammaliato, ignaro di sè, il giovane s'era fatto più innanzi e più

presso alla sconosciuta, quasi volesse inebbriarsi dell'arcano effluvio

ond'era soggiogato, o raffigurarsi, comechè imperfettamente, il profilo

di quella testa, sotto le pieghe del velo che l'ascondeva, o cogliere

a volo, respirare un alito di quelle preghiere che ella rivolgeva

all'altare.

— Che chiede ella a Militta? Forse il suo cuore arde, si strugge

d'un amore disperato, e prega la Dea che versi sovr'esso i balsami

dell'oblio? O le voci dell'affetto non hanno ancora parlato all'animo

suo, e implora il conforto, fors'anche lo strazio, d'un amor vero e

profondo? Ed io ti chiedo, o Militta, che quella donna mi ami. —

Fu un impeto subitaneo, irresistibile, e decisivo del pari. Ascese

incontanente il primo gradino del santuario e recò la mano alla sua

cintura tutta adorna di gemme. L'aveva egli portata seco d'Armenia, e

per vezzo giovanile, rigirata al fianco, sulla tunica babilonese pur

dianzi indossata. Un grosso e trasparente smeraldo ne fregiava il nodo,

ed egli fu pronto a strapparnelo.

— È questa la mia offerta, — diss'egli avvicinandosi alla mensa, per

deporvi la gemma, — se Militta non isdegna il presente d'uno straniero.

— Bellezza e gioventù spirano dal tuo volto, come una dolce fragranza,

— gli rispose il gran sacerdote, accompagnando le parole con un paterno

sorriso. — Il tuo aspetto è d'uom caro a Nebo, ai veggente Iddio, che

dà lo scettro ai reggitori di popoli. Qual cosa dimandi tu, che Nisroc,

il signor delle sorti, non t'abbia concesso il dì che nascevi? Pure,

è bello il non fidarsi nei doni della natura, e tutto in quella vece

aspettar dagli Dei. Essi non deludono la speranza di chi li invoca

con animo riverente. E Militta, invocata, conceda a te, o giovine

straniero, il compimento de' tuoi voti, conservi a te il regno de'

cuori.

— D'un solo, e sarò il più avventuroso tra gli uomini! — esclamò il re

d'Armenia nel ritirarsi dal santuario.

Agli atti improvvisi, alle parole del giovine, la donna velata avea

rivolto il capo da quella banda; di certo essa lo aveva veduto per

mezzo alla trama sottile del bisso che le copriva il sembiante. A lui

parve che più d'una volta, e lungamente, gli occhi della sconosciuta

si fossero soffermati a guardarlo; invero, ei non li aveva veduti, ma

sentiti, e il benefico raggio gli era penetrato al cuore, che aveva

dato un sobbalzo.

Bared, in quel mentre, gli si era accostato da tergo.

— Va; — disse egli concitato al suo fedele servitore; — va a riposarti,

mio povero Bared!

— E tu, mio signore?

— Io? Non dormirò più questa notte.... nè poi; la mia pace è

perduta. —

Bared, senz'altro aggiungere, si allontanò. E il re d'Armenia, tiratosi

alquanto in disparte, per non dar più oltre nell'occhio ai curiosi,

stette immobile, estatico, a contemplare la donna velata.

Poco stante, ella si alzò, e, seguita dalle ancelle, si mosse per

uscire dai tempio.

Al giovine parve allora di veder cosa non mortale, una dea, la stessa

Militta Zarpanit, discesa dal suo altare di diaspro, per farglisi

incontro; tanta era la maestà del portamento, tanta la leggiadria

delle forme. Ed egli credette di non potersi reggere in piedi, e

istintivamente si appoggiò ad uno di quei colossali leoni di pietra,

che sporgevano dalla parete, allorquando la vide avvicinarsi, e

argomentò che gli occhi della nobil donna fossero volti su lui.

Ma si riebbe ad un tratto, volle esser forte, per cogliere al varco

la fuggente occasione. Infine, che dirà ella, se parlo? E che penserà

ella, se taccio?

Commosso, palpitante, combattuto da desiderio e da tema, fu per

accostarsi a lei; e fatto il primo passo, si rattenne ancora. Ella si

accorse dell'atto, in quella che stava per passargli dinanzi, e balenò

irresoluta a sua volta.

Non era più da rimanersi perplesso. Ara si mosse verso di lei e con

accento soave le disse:

— Perdonami!

— Che cosa? — dimandò ella, arrestandosi.

Il principe non rispose parola, tanto era turbato. Nè forse ella pose

mente a cotesto, o se vi pose mente, non le parve irriverenza. Il

rossore del giovine non era egli la più eloquente risposta e la più

schietta confessione dell'animo suo?

Ella stessa, o compassionevole, o grata, ruppe l'uggioso silenzio.

— Tu se' straniero? — gli chiese.

— Sì, sono, — rispose il giovine, pigliando animo dalle cortesi parole

e più ancora del soavissimo accento; — e se non t'incresce.... se nulla

ti chiama così presto lontano da me.... amerei dirti, o signora, una

preghiera insensata, che io feci poc'anzi alla Dea.

— Ti ascolto; — disse a lui di rimando l'incognita.

— Di vederti, — proseguì Ara sommesso, — di poter dirti che t'amo, di

essere amato da te. —

Ella rimase un tratto in silenzio, forse turbata dalle inattese parole.

Il giovane, temendo di averle recato offesa, già era per chieder venia

del soverchio ardimento, quand'ella si fece, senz'ombra di sdegno, a

domandargli:

— Mi conosci tu forse?

— No; e tu ben lo vedi, — rispose Ara, con voce carezzevole, — questa

è follia. Ma son io forse più signore di me? La Dea mi ha condotto

a forza quassù, perchè io smarrissi la pace dell'anima. E là, presso

l'altare, ho detto a me stesso che tu eri la più leggiadra donna di

Babilu. Per Militta, che tu invocavi poc'anzi, io ti chiedo in cortesia

di sollevare un lembo di quel tuo velo geloso. —

Semiramide: Racconto babilonese · 第 11 / 39 题