GLI ALBORI
DELLA
VITA ITALIANA
_Conferenze tenute a Firenze nel 1890_
DA
O. Guerrini, P. Villari, P. Molmenti, R. Bonfadini,
R. Bonghi, A. Graf, F. Tocco, P. Rajna, A. Bartoli,
F. Schupfer, G. Barzellotti, E. Panzacchi, E. Masi.
QUARTA EDIZIONE.
MILANO
FRATELLI TREVES, EDITORI
1897.
PROPRIETÀ LETTERARIA
_Riservati tutti i diritti._
Tip. Fratelli Treves.
LE CONFERENZE DI FIRENZE SU GLI ALBORI DELLA VITA ITALIANA[1]
[1] Ci sembra necessario far conoscere come queste Conferenze, che
levarono tanto rumore quando furono pronunciate e che ora si
pubblicano per le stampe, ebbero origine e come e dove furono
tenute. Per soddisfare a questo desiderio, riproduciamo a mo' di
prefazione un articolo pubblicato nell'ILLUSTRAZIONE ITALIANA del
29 giugno 1890.
“Raccogliere ascoltatrici e ascoltatori devoti, quanti amano
genialità di studi, vigoria di pensieri, pittrice eleganza nel
dire, e invitare gl'ingegni più colti, perchè ognun di essi nelle
spirituali adunanze, colorisca, secondo un ordine determinato,
una parte del gran quadro della _Vita Italiana_ nei varii secoli;
parve assunto degno di quelle tradizioni di gentilezza onde
Firenze si onora, e occasione bene augurata per procurare che i
più valenti, mossi da un solo pensiero, illustrino le pagine
gloriose della storia nostra civile. Firenze negli Orti
neoplatonici, ai rezzi delle ville suburbane, nelle botteghe
degli speziali, e poi nelle accademie e nei dotti ritrovi, ebbe
in altri tempi il primato delle letterarie adunanze. Noi vorremmo
che ora potesse modestamente dar l'esempio di eletti convegni, in
cui l'ascoltare fosse studio e ricreazione dell'animo.„
Così diceva un manifesto che portava in calce alfalbeticamente disposti,
i nomi di Guido Biagi, G. O. Corazzini, Tommaso Corsini, Francesco
Gioli, Diego Martelli, Carlo Placci, Arnaldo Pozzolini, Piero Strozzi,
Pasquale Villari, e che, distribuito ne' salotti fiorentini e forestieri
e commentato in varie lingue dalla viva eloquenza di apostoli convinti,
ebbe la fortuna d'essere accolto con ogni favore. L'idea d'una serie di
letture sopra un determinato argomento parve utile e buona: avrebbero
almeno servito all'intento di farci conoscer meglio una parte della
nostra vita passata e ricondotto a Firenze uomini di chiara fama, la cui
voce da un pezzo non avea risuonato fra noi.
Il manifesto piacque a quanti lo lessero. Scritto con uno stile
leggermente _précieux_, parea fatto apposta per accarezzare gli orecchi
più delicati, per esser ritenuto a memoria, come una musica di parole
armoniose e soavi. Era destinato segnatamente alle signore, senza le
quali, — come disse un amico dell'amico più grande che esse abbiano
avuto, di Messer Giovanni di Boccaccio, non si può far cosa che abbia
profumo di gentilezza. E le signore che rimandarono le schede di
associazione con le loro firme in lettere inglesi, magre e sottili,
aveano subito compreso d'essere invitate a metter su qualche cosa che
avrebbe voluto esser durevole e degna.
Frattanto, mentre d'ogni parte si chiedevan notizie di queste letture e
della Società che le aveva promosse, venne innanzi l'inverno.
L'argomento della prima serie era già scelto: _Gli albori della Vita
Italiana_: e, distribuite le parti, già cominciavano i giornali ad
annunziare questo che sarebbe stato l'avvenimento letterario dell'anno,
storpiando maledettamente quel povero titolo che, di proto in proto, si
mutava ora in _allori_ e ora in _alberi_.
Restava da sceglier la sala per le conferenze: e la scelta avea grande
importanza perchè da essa dipendeva il carattere e l'intonazione delle
letture. Il luogo alle volte determina il buon esito d'un'impresa: lo
_Stabat_ in teatro non sarebbe lo _Stabat_, e la musica del _Barbiere_,
non potrebbe esser sonata sull'organo di chiesa. Così queste letture non
dovevano diventare lezioni cattedratiche e nemmeno conferenze popolari.
Una sala pubblica, l'_Aula Magna_, quella del _Buonumore_, la
_Filarmonica_, la Sala di Luca Giordano, per un'infinità di ragioni,
oltre a quelle accennate, non parevano adatte. Non ci voleva una sala a
pigione; ma si desiderava l'ospitalità signorile di qualche antico
palazzo. Il sogno era una bella sala con arazzi alle pareti, con un di
quei larghi camini del quattrocento che invitavano i nostri antichi
all'intimità del focolare, con le lumiere di nitido cristallo penzolanti
da un soffitto a cassettoni, con il profumo dei fiori accomodati nelle
paniere e nei vasi, con il tepore.... moderno d'un calorifero
invisibile. E il sogno si avverò grazie ad un gentiluomo artista, sempre
primo dove si tratti di tentare cosa utile e buona, e la cui benevola
cortesia è a prova di fuoco come la porcellana della splendida
Manifattura di Doccia. Il marchese Carlo Ginori, deputato al Parlamento,
R. Commissario per le antichità e belle arti della Toscana, proprietario
d'una fabbrica meravigliosa, cacciatore, schermidore e navigatore
appassionato, affittuario dell'isola di Montecristo e, dopo tutto, bello
e compito cavaliere, — concesse alla società la sala del suo palazzo, e
le _Letture fiorentine_ si chiamarono “le conferenze di Casa Ginori„.
La scelta della sala e la pubblicazione del programma per la prima serie
di letture che cominciarono il 1.º marzo 1890 per cessare il 19 aprile,
crebbero la curiosità universale. Se ne parlava dappertutto, nei crocchi
degli sfaccendati, come ai _domino_ serali dei professori dell'Istituto
Superiore, ai _five o'clock tea_ delle più _fashionables_ forestiere,
come ai pranzi spirituali delle duchesse. Gli scolari chiedevano alla
capitale o in provincia una tessera di giornalista per esservi ammessi;
i giornalisti soli si dolevano di non poter essere, almeno una seconda
volta, scolari.
Il primo marzo alle 3 pomeridiane precise, Olindo Guerrini saliva
trepidando sulla cattedra improvvisata nella sala Ginori e sedutosi per
leggere il suo _Preludio_, onde iniziavasi la serie delle Letture, si
guardò intorno con occhi spauriti. Gli s'affollava da presso e lo
stringea d'ogni parte una folla di ascoltatrici e d'ascoltatori curiosi,
un pubblico da dar soggezione ai più esperti e da far subito desiderare
a qualunque oratore di poter lì per li scomparire. Davvero meriterebbe
uno studio particolare l'uditorio di quella sala, composto com'era di
quanto ha Firenze di più culto ed eletto. Abbozzare qualche ritratto
sarebbe indiscretezza; dirò soltanto che c'eran signore d'ogni età,
d'ogni classe, d'ogni nazione, giovinette studiose che non perdevano una
sillaba di quanto sentivano, gentildonne rinomate per genialità di studi
e per eleganza di non studiati pensieri, donne ammirate per opere
d'ingegno e per amore alle arti, volti sbiancati dagli anni ma cari e
venerandi, volti rosei e sorridenti nella primavera della vita e ne'
trionfi mondani, volti eburnei di fanciulle dallo spirito arguto, chiome
nere con qualche filo d'argento, chiome sfidanti l'ala del corvo, o
rutilanti come l'oro liquefatto o bionde come le spighe mature; occhi
stellanti fatali ai poeti, e poeti co' baffi appuntati, e senatori
veleggianti nel mare dei sogni entro le punte d'un solino, e giovinotti
azzimati col fiore all'occhiello, e scolari, e artisti, e ufficiali, e
barbe e occhiali di professori....
Le conferenze ebbero sempre questi giudici che non disertarono il campo.
Conosco signore che si fecero scrupolo di mancare una sola volta; altre
che vennero da lontano per assistervi; altre e moltissime che rimasero
col desiderio, e scrivevan lettere alle amiche per aver compiuti
ragguagli. Ma dei singoli oratori non parlo: l'opera che tutti insieme
questi valenti ingegni hanno compiuto è una splendida pagina della
nostra storia, da essi rimessa in luce. Gli _Albori_ che si
distinguevano a mala pena di mezzo alle oscurità delle origini, son ora
rischiarati dalle indagini e dalla dottrina d'uomini per i quali il
sapere è professione; ed ora il bel volume edito dai Treves appagherà il
desiderio di quanti non poteron ascoltare questi artisti della parola.
Io non farò che enumerarli. Al Guerrini, nel cui volto tutti cercavano i
lineamenti ideali di Lorenzo Stecchetti, successe l'onorevole Romualdo
Bonfadini che svolse la prima parte del tema _Le Origini dei Comuni
Italiani_. Parlar di _Milano_ fu per lui facile assunto, e più facile
ancora incatenare gli uditori con parola fluida ed ornata. Alto della
persona, con una voce baritonale, col gesto largo e l'aspetto d'un padre
nobile, riaffermò la riputazione ormai assodata di parlatore valente.
_Venezia e le repubbliche marinare_ era la seconda parte del tema sulle
_Origini dei Comuni_ e toccò a Pompeo Gherardo Molmenti, che la trattò
con finezza d'artista e con quella signorile eleganza ch'egli sa mettere
in ogni cosa. La terza parte: _Firenze_, fu il trionfo del Villari che,
come pensatore profondo, come oratore appassionato ed efficace, ebbe un
de' maggiori successi di che possa andar lieto. Salito sulla cattedra,
riuscì subito ad affascinare il pubblico con la vivezza del dire
improvviso e la chiarezza del ragionamento. Il Villari non è un dicitore
studiato: la sua eloquenza è tutta cose, e prorompe dalla profondità del
sentimento, dalla convinzione della verità di quanto afferma. Lo
chiamerei un oratore all'inglese, perchè appunto sdegna i piccoli
artifizi della rettorica e, come il suo grande maestro De Sanctis, fa
consistere tutta l'arte nella sincerità e nell'onestà del pensiero.
Le _Origini del comune di Firenze_, che posson credersi un soggetto
arido e freddo, appena tollerabile per un erudito, furono per lui tema
di splendide considerazioni storiche, dalle quali assurse a concetti
nobilissimi sulla società umana e sulla moralità sociale. Gli uditori
scaldati a quell'onda di vivide e calde parole, salutaron con applausi
entusiastici l'illustre autore del _Savonarola_, del _Machiavelli_ e
delle _Lettere Meridionali_ che avea trovato in quell'ora, dinanzi a
così eletta adunanza, le note più squillanti e più umane della sua
eloquenza d'artista.
Alle Origini dei Comuni successero le _Origini della Monarchia_ in
_Piemonte_ ed a _Napoli_. Dovea parlare del _Piemonte_ Giuseppe Giacosa;
ma, impeditone da malattia, fu sostituito egregiamente dal Bonfadini che
ebbe un'altra volta liete e cordiali accoglienze. Di _Napoli_ lesse più
tardi, quando fu rimesso in salute, Ruggiero Bonghi che svolse il tema
al solito con molta e soda dottrina.
_Le origini del Papato e del Comune di Roma_ dettero modo ad Arturo
Graf, al poeta di _Medusa_, all'autore del _Diavolo_, professore
nell'Università di Torino, di mostrare com'egli sappia accoppiare una
straordinaria cognizione dei fatti con una non comune facilità
d'esposizione. Pio Rajna, la cui dottrina di filologo è pari soltanto
alla nobile rigidità del carattere, parlò delle _Origini della lingua
Italiana_ con autorità di scienziato e con garbo di artista, rendendo
accessibili le più difficili ed intricate questioni. A Francesco
Schupfer le _Università Italiane ed il Diritto_ dettero agio di esporre
molte nuove e sapienti vedute intorno al grave e importante argomento.
Il professor Felice Tocco, parlando da maestro degli _Ordini religiosi e
dell'eresia_, confermò la sua fama di pensatore originale e profondo e
di geniale espositore.
Le due letture che seguirono, quella del professore Adolfo Bartoli sulle
Origini della _Letteratura Italiana_ e quella di Enrico Panzacchi,
furono, con l'altra del Villari, giudicate bellissime fra le più belle
di questa serie. Il Bartoli lesse, con limpida dizione, alcune splendide
pagine che compendiano mirabilmente quant'egli ha scritto in molti e
pensati volumi. Il Panzacchi con una calda improvvisazione trattò delle
_Origini dell'arte nuova_, e il poeta bolognese non fu mai come quel
giorno ispirato ed eloquente. Quando ebbe finito gli fu fatta una vera
ovazione, e le signore lo circondarono come volessero rapirlo.
Una bella lettura del prof. Giacomo Barzellotti sulla _Filosofia e le
scienze nel periodo delle origini_, in cui con forma chiara ed artistica
si spiegano i più astrusi problemi onde le menti umane erano allora
affaticate, e un meraviglioso _Epilogo_ di tutte le dodici letture, nel
quale Ernesto Masi dimostrò d'essere ad un tempo pensatore profondo e
dicitore elegante, chiusero la Prima serie dedicata agli _Albori_, il 19
di aprile.
Quel giorno un cartoncino stampato con tutti i lenocinii dell'arte e
distribuito alle ascoltatrici e agli uditori plaudenti, annunziava per
l'anno venturo una nuova serie di letture sulla _Vita Italiana nei
secoli XIII e XIV_. Il roseo manifesto porta anche la firma del marchese
Carlo Ginori chiamato, per le sue benemerenze, a far parte della
_Società promotrice di pubbliche letture_.
Così andò, e — lasciatemelo dire — andò proprio bene!
GUIDO BIAGI.
PRELUDIO DI OLINDO GUERRINI
Quando, egregie signore e signori, quando l'autore ha compiuto l'opera,
allora comincia a pensare alla prefazione. Così il signore Iddio, dopo
aver creato dal nulla l'Universo, pensò alla prefazione — all'uomo — e
lo creò ultimo, a propria imagine e somiglianza. Ma il pubblico, che non
è iniziato ai misteri della tecnica d'arte, e ignora, per fortuna sua,
con quali artifizi si costruiscono un libro o un dramma musicale, crede
ingenuamente che l'opera sia stata pensata ed eseguita in quella stessa
successione di tempi e di idee in cui la trova disposta. Crede cioè che
l'autore abbia cominciato dal principio e finito colla fine; e che la
prefazione o il preludio, che stanno sul limitare del libro o del
dramma, sieno stati i primi, in ordine cronologico, ad esser composti.
E il buon pubblico erra. Che se, del resto, ragionasse soltanto per
analogia, si convincerebbe subito che una gran parte delle faccende di
questo mondo, contro ogni canone apparente di logica, non cominciano dal
principio. Sembra un paradosso, ma è un fatto di tutti i giorni. Quante
spese, per esempio, fatte prima d'avere i denari! Tutta la teoria del
credito è fondata appunto su questa facoltà particolare dell'uomo di
poter cominciare dalla fine. Quanti dottori esercitano la professione
prima d'averla studiata; quanti sonetti si cominciano a scrivere
dall'ultimo verso, quanti romanzi si cominciano a leggere dall'ultimo
capitolo. Quante affermazioni prima della certezza, quanti giuramenti
prima della convinzione, quante nozze prima dell'amore! L'uomo è un
essere perfettamente illogico; il che lo distingue dai bruti.
Nel caso nostro poi è legge di natura, fatale come quella della gravità,
che la prefazione debba esser fatta dopo il resto. Nella prefazione
l'autore riassume il contenuto dell'opera, indica l'ordine, espone il
metodo seguito e passa in rassegna le opinioni de' suoi colleghi sullo
stesso argomento. Dimostra a luce meridiana, ciò s'intende, che tutti i
colleghi e predecessori ebbero sempre torto marcio; pone delicatamente
in dubbio lo stato delle loro facoltà mentali, la loro fedina criminale
e il loro stato di famiglia, e dopo di averli spesso gratificati di
molti ma non nobili titoli, passa a dimostrare la propria superiorità,
la virtù propria, il proprio genio. Ora tutte queste operazioni
espositive non possono esser condotte a bene che ad opera compiuta,
quando l'autore ha finalmente un'idea chiara di quel che voleva fare e
di quel che gli è riuscito di fare. Se la ciambella gli riuscì col buco
egli la trasforma in altare e vi erige sopra un tempio nella prefazione,
dove offre a sè medesimo la mirra e l'incenso, e fa la ruota in faccia
agli ammiratori e tempera le saette per gli eterodossi. Se la ciambella
poi, non che col buco, riuscì senza la minima traccia di soluzione di
continuità, allora l'autore, come potete credere, fa precisamente lo
stesso, si erige l'altare, si fabbrica il tempio e gratifica sè stesso
dei più puri e più grati incensi della rettorica. Poichè, dal giorno in
cui fu trovata questa meravigliosa e matta arte dello scrivere, non fu
mai scrittore persuaso di aver fatto un brutto libro. Che se mai ne
nascesse un solo, in verità vi dico, che in quel giorno il sole si
oscurerà perchè sarà prossimo il giudizio universale.
Ad ogni modo, per tornare in carreggiata, qualunque sia il genere o la
fortuna dell'opera, resta fissata questa legge che la prefazione si fa
per l'ultima.
E se non bastassero le prove addotte, basterebbe pensare un poco al
preludio di un dramma musicale. Ivi il maestro espone o riassume i
motivi principali dell'opera, quasi li racconta ad uno ad uno al
pubblico, il quale per lo più non è loro avaro di applausi
d'incoraggiamento in principio, quanto è prodigo poi di energici fischi
di scoraggiamento alla fine. Ma se l'infelice maestro non avesse già
finita l'opera, come potrebbe accennarne i motivi principali nel
preludio? È dunque provato che l'esordio si fa dopo la conclusione: il
che era da dimostrare.
Da quel che ho detto fin qui, risulta anche provata un'altra
affermazione non meno inutile, che cioè la prefazione è una instituzione
antichissima.
È chiaro infatti che, le leggi naturali non avendo mai subito alcun
mutamento, gli autori della più remota ed incredibile antichità debbano
aver avuto le stesse passioni e sofferti gli stessi bisogni che questi
moderni. Intendo rispetto alle relazioni col pubblico, e non al
contenuto delle opere. Non so se come tutte le invenzioni anche questa
ci venga dalla China. Certo se lo merita. Ma ad ogni modo quel
remotissimo figlio del Cielo che primo commise una prefazione, fu tratto
dal desiderio di parlare di sè, della sua opera e di propiziarsi il
lettore, riuscendo come sempre all'effetto contrario, perchè è vero quel
che dice il Pascal che l'_io è odioso_.
Il costume latino, anzi più precisamente italiano, vorrebbe qui che io
vi sprofondassi meco nelle voragini della più oscura erudizione, in
cerca delle origini della prefazione. Avrete notato infatti che presso
di noi non si scrivono poche pagine sopra le cose meno importanti del
mondo, se, col pretesto di illuminar bene il lettore, non si risale alle
origini del genere umano. I più discreti si contentano della Bibbia.
Molte volte vi sarà capitato in mano un opuscolo che parla di un quadro,
di un coccio di maiolica o di un arazzo, e avrete visto che una buona
metà è spesa a ricordarvi le pitture degli Egizi, i vasi degli Etruschi,
e le tele di Aracne. L'autore vi fa subito capire che vi stima ignoranti
e v'insegna, bontà sua, che Jubal inventò la musica e Tubalcain la
metallurgia. Gli atti e le memorie delle Accademie storiche od
archeologiche, ora quasi esclusivamente consacrate allo studio assiduo
delle pentole e dei pentolini storici e preistorici, primeggiano
specialmente in questo comodo genere di pedanteria. È incredibile come
l'uso delle pentole fosse comune presso i nostri lontani progenitori e
come fosse grande la malizia loro nel nasconderle sotto terra per fornir
materia agli atti accademici; ma è più incredibile ancora l'estensione e
la profondità che ha preso ai nostri giorni questa scienza dei
pentolini, per cui gli archeologi moderni, dopo aver esposto tutta la
storia della ceramica, da certi segni e da certe graffiature sanno dirci
appuntino se il coccio fu di un Umbro o di un Ligure, se il vasaio fu
bello o brutto, ammogliato o scapolo. Il che importa molto alla umanità
ed alla archeologia.
La consuetudine italica del far precedere ad ogni più piccola cosa una
storia completa e un profluvio di erudizione, somiglia molto al morbo
della prefazione. È sempre un preambolo che si volge bensì alla crassa
ignoranza del lettore e non alla sua supposta simpatia, come accade per
lo più nella prefazione veramente detta; ma come preambolo deve esser
messo cogli altri. Ed anch'io per non esser meno buono italiano e meno
felice proemiatore, dovrei seguire questa bella tradizione di erudita
seccatura ed infliggervi il supplizio della storia e della preistoria
della prefazione. Ma tanta è la cortesia che mi avete dimostrato, e per
la quale vi sono gratissimo, che sento l'obbligo di essere umano e vi
risparmio la solita risalita della corrente dei secoli, la solita Bibbia
e i Fenici e gli Egizi.
Non posso però fare a meno di ricordarvi i Greci, perchè tanto fu lieto
il loro beato cielo che vide nascere gli uomini meglio proporzionati del
corpo e dell'intelletto che fossero mai. Il buon gusto fiorì tanto e
così felicemente sul fortunato suolo dell'Ellade, che il suo profumo
penetrò perfino la coriacea compagine della prefazione, la indusse ad
esser breve, e gli scrittori che erano Ateniesi nel testo, furono
Spartani nel proemio. Tempi invidiabili ed invanamente desiderabili, nei
quali Tucidide preludeva alla sua storia con dieci righe, ed Erodoto
preponeva alle sue _Muse_ immortali queste sole parole: “Erodoto
d'Alicarnasso avendo per ricerche conosciuto tra le altre cose, le
cagioni delle guerre tra i Barbari ed i Greci, le scrisse in questi
libri e le pubblicò, perchè le cose fatte dagli uomini non siano in
progresso di tempo dimenticate, e le azioni preclare e mirabili, così
dei Greci come dei Barbari, non siano defraudate della debita lode.„ E
nient'altro! Nell'originale sono trentanove parole, poco più di un
telegramma comune. Oh, se i fati benigni avessero concesso che le
prefazioni fossero tutte così, io credo fermamente che l'umanità sarebbe
più felice!
I Romani, grandi corruttori d'ogni cosa, guastarono questa aurea e santa
semplicità greca, e la prefazione di Tito Livio, per quanto bella, non è
più così breve. A poco a poco il decadimento non ebbe più riparo e si
giunse a tanto che Cicerone confessa ad Attico di aver pronta una
raccolta di prefazioni che possono adattarsi a qualunque libro.
A tanto giunge il demone della prefazione, e c'è chi sostiene che i
primi capitoli sallustiani della congiura di Catilina e della guerra di
Giugurta, non siano appunto che due prefazioni del genere delle
ciceroniane, a doppio uso, come i sofà letti o le canne seggiole, poste
in fronte al libro. Tanto e così esecrabile fu l'imperversare della
prefazione, che il pubblico irritato, nauseato, si ribellò, e ai tempi
di Plinio il giovane le prefazioni erano cadute in disuso. Quanti forse
tra voi non si augurano ora il ritorno di quella felice rivoluzione!
Ma la ribellione del pubblico e la sua avversione ai proemi, da Plinio
in qua, seguitò vivacissima e per 18 secoli non ha smesso e spero che
non smetterà così presto. C'è una guerra, ora sorda, ora fieramente
rumorosa tra gli autori e i lettori. I primi hanno bisogno di parlar di
sè e dell'opera propria, gli altri non ne vogliono sapere, hanno fretta
e stimano perduto il tempo speso nei preamboli. Il commensale che ha
l'appetito in resta sdegna i piattini dell'antipasto e si butta ai
piatti di resistenza. Chi ha un colloquio, d'affari o d'affetto, se la
cosa gli preme, salta il proemio ed entra subito in materia. E gli
autori sono tanto ciechi da non vedere che quando si salta la prefazione
si fa un elogio al libro, poichè si crede di trovarlo buono e si ha
fretta di leggerlo. E che quando si fa sul serio si dimentichino i
preamboli, ce lo insegnò quello stesso Cicerone che teneva le prefazioni
bell'e fatte e lo confessava senza arrossire. Quando si trovò in faccia,
non un avvocato in tribunale, ma Catilina in Senato, e non si trattava
più delle ciarle del poeta Archìa, ma della testa che non era molto
sicura sullo spalle; Cicerone, l'uomo delle prefazioni premeditate,
l'uomo che ispirò al Passeroni un enorme poema che non è altro che una
prefazione senza libro, credete voi che ricordasse i precetti
dell'oratoria e curasse che la parrucca della rettorica fosse pettinata
con tutte le regole? Si faceva sul serio, e saltò a pie' pari
nell'argomento e cominciò _ex abrupto_ col celebre _quousque tandem_. La
paura di perdere il capo non gli fece perdere la testa e spettava
proprio a lui ad insegnarci con tanta autorità che quando la cosa preme
i preamboli sono dimenticati.
Ebbene, il pubblico ha sempre fretta. Vuol conoscere il libro e non
l'autore. Questi gli sorride dietro le frasche della prefazione, gli
strizza l'occhio e gli dice: guardami come son bello! Ma il lettore
vuole il libro e non le smorfie: non cura gli sfoghi del povero autore
che ha tanto bisogno di convincere il prossimo della perfezione
dell'opera sua, di perorare, di persuadere; ma tira dritto, salta le
prime pagine serenamente e comincia il libro. L'autore insiste, ma
l'altro fa di peggio. Di qui una guerra accanita, di stratagemmi, di
imboscate, d'insidie; qua per immergere proditoriamente un'acutissima
prefazione nel cranio del prossimo, là per schivare l'orribil colpo e
punire degnamente lo scellerato aggressore. Le peripezie della lotta
sono varie e la fortuna alterna. Oggi, per esempio, lo sorti volgono
contrarie alla prefazione; il Dio delle battaglie sorride ai lettori.
Vedete la poca fortunata resurrezione del prologo nelle commedie. Quando
gli eventi della guerra favorirono gli autori, costoro infierirono sui
miseri vinti ed inflissero loro il supplizio di questi prologhi che
narrano anticipatamente la commedia e le lodi di chi la fece. Mutate le
sorti, il prologo fu sepolto a suon di fischi. Ma eccolo, cadavere
quattriduano, uscito dalla fossa, così sfiaccolato e bastonato che non
c'è bisogno d'esser Profeti o Sibille per predire il suo prossimo
ritorno alla pace del sepolcro. Vedete anche il preludio dei drammi per
musica, il quale, o arieggia alla concisione greca, o si stacca
dall'opera, sotto forma di sinfonia, e tende a vivere di vita propria e
non parassitaria. Così abbiamo opere senza preludio e sinfonie senza
opera, come segno certo della decadenza della prefazione e dell'abominio
in che è tenuta dal pubblico.
Ma gli autori sono costanti, tenaci, testardi. Come i Pelli Rosse
camminano cautamente nel sentiero di guerra, si appiattano alle
cantonate dei librai e scuoiano senza pietà il povero ingenuo che cade
nell'insidia. O si infingono come l'avvelenatore ed aspergono di falso
liquore gli orli del vaso, cercando di fare inghiottire la prefazione
sotto il nome di preludio, di preambolo, di esordio, di proemio, di
avviso al lettore. O commettendo ad altri il mandato di perpetrare il
misfatto premettendo al libro una lettera di amico illustre o le
lunghissime due parole dell'editore. Non v'è furberia che non sia stata
adoperata, non v'è lacciuolo che non sia stato teso. Il Manzoni inventò
un brano di cronaca vecchia. Altri più basso e più tardi, trovò la
gherminella dell'amico che pubblica i versi dell'amico morto ed abusò di
tutti i più sacri sentimenti di pietà e di compianto pur di far scoccare
l'indegna trappola della prefazione.
Quando il lettore c'è caduto una volta, inferocisce, e vede dappertutto
il fantasma della prefazione che lo perseguita. Poche prefazioni si sono
salvate dalla fiera ecatombe, e si sono salvate perchè in fondo non sono
prefazioni. Il prologo del Decamerone è il racconto della peste,
l'introduzione all'Enciclopedia una esposizione di principii filosofici,
il proemio al Cromwel un codice di precetti d'arte. Si sono salvate,
prima, certo, perchè belle, poi, certissimo, perchè impersonali. Infatti
possono stare assolutamente senza il libro e non sono prefazioni che pel
posto occupato nella paginatura. Tutte le altre sono involte nell'odio e
nella maledizione, e il lettore che si sente inseguito dall'autore, gira
alla larga, cogli occhi sospettosi; indovina il nemico, come la colomba
lo sparviere; fiuta il pericolo da lontano, lo fugge coll'anima guasta e
il fegato avvelenato, e non ha abbastanza vituperi, oltraggi e anatemi
pel nemico che lo tribola e lo caccia, il fratricida Caino!
Ma se gli odii e le vendette fra le parti belligeranti sono giunte a
tale che per poco non si danno al cannibalismo, considerate che si
tratta sempre di una prefazione scritta, di poche carte stampate che si
possono non leggere o sopprimere, se così piace. Ma che avverrà quando
la prefazione incarnata e fatta uomo, spinge la temeraria crudeltà fino
a presentarsi ad un pubblico di persone ben educate e gentili quanto si
voglia, ma non meno sensibili ai tormenti, non meno dolorosamente
eccitabili al martirio di un preambolo? È il mio caso. Io sono qui
l'odiosa, l'orribile, la spaventosa prefazione, cosciente del male che
fa e dell'avversione che desta. Io sono la prefazione eseguita contro
ogni ragion tecnica dell'arte, cioè fatta prima dell'opera e non dopo.
Io sono la vittima, ahimè non innocente! che gli autori hanno designato
al sagrificio, la mascula Ifigenia che colla sua perdita deve propiziare
i venti alle altrui navi. Si cercava Curzio che si gettasse nella
voragine, Orazio al ponte, Muzio Scevola all'ara. Si volle uno che
morisse pel popolo tutto, un candido agnello, una bianca colomba da
offrire al nume irato su questo altare; ed eccomi, candido agnello,
bianca colomba, accettante la passione, interceditrice per tutti.
Che se la giusta fama della cortesia vostra non mi avesse persuaso,
avrei respinto con orrore questo ufficio spietato di prefazione viva.
D'altronde ricordai il detto di uno Svizzero arguto, secondo il quale
l'amore prima del matrimonio è una prefazione troppo corta ad un libro
troppo lungo, e pensai di esser breve anch'io come l'amore, per
conciliarmi la vostra benignità. Quanto al matrimonio ci penserete voi
ed i miei successori, contentandomi di augurarvelo felice e ricco di
numerosa prole.
Comincia dunque così un ciclo di letture in questa gentile e gloriosa
Firenze, destinata, senza dubbio, dal suo fato a far attecchire
finalmente in Italia questo genere d'arte e di coltura. Pur troppo,
finora, presso di noi, anzi in tutti i paesi latini, i tentativi fatti
non ebbero che risultati mediocri, mentre nei paesi nordici, e
specialmente anglosassoni, la lettura e la conferenza ebbero ed hanno
una vita vivace e lodata. Di chi la colpa? Un po' di tutti; dei lettori
e del pubblico. I primi furono per lo più troppo inamidati, troppo
accademici, e il pubblico troppo esigente, troppo facile alla
stanchezza. Quest'arte deve ancor fiorire e fruttificare tra noi, e
senza dubbio la palestra che una colta società apre oggi ai migliori
ingegni italiani, gioverà a far amare questi ludi minervali, e la prova
sarà vinta. Poichè, non è già che le razze germaniche siano dotate di
maggior forza di resistenza fisica e morale, da sopportare letture di
maggior peso che gli omeri nostri non possono tollerare. Non è che gli
uomini del settentrione, abituati fino dalla puerizia ad una ragionevole
ginnastica del corpo e della mente, ne traggono muscoli più rigidi e
nervi più tesi contro l'urto e lo sforzo della seccatura. No, poichè non
v'è possa umana capace di resistere a tanto, e ve ne accorgete pensando
soltanto che forza erculea si richiegga per reprimere un indiscreto
sbadiglio. La ragione sta qui; che gli ascoltatori nordici hanno
l'abitudine, ed i lettori l'attitudine alla conferenza. I protestanti
hanno sostituito sermoni e conferenze alle nostre prediche, lasciando in
disparte l'enfasi e la gonfiezza che dal Segneri in qua sciupano la
nostra eloquenza sacra, ed accostandosi sempre più al fare piano e
persuasivo delle lezioni e delle letture laiche, educando alla lor volta
gli ascoltatori a questo genere d'arte e guidandoli a gustarlo ed a
compiacersene. Così i lettori e gli ascoltatori, anche per questo, si
sono raffinati ed educati, e tra loro vibra spesso quella corrente di
simpatia che è indispensabile perchè una lettura non riesca a male.
Infatti una conferenza è una grande gabbia, dove sono chiusi due cani, o
mettiamo due bestie più nobili, due leoni, che debbono passare un'ora
insieme. Cominciano a guatarsi, a scodinzolare e ad annusarsi. Se c'è la
corrente di simpatia, l'ora passerà bene; se la simpatia non c'è, accade
la baruffa e uno dei duellanti è inevitabilmente accoppato. Così se la
corrente ipnotica non si stabilisce tra il conferenziere e gli
ascoltatori; o il primo fa morire i secondi coll'asfissia, o i secondi
ammazzano il primo colla disapprovazione. In ogni caso poi, qualunque
dei due abbia la peggio, chi muore veramente e di mala morte, è
l'instituzione. Il giusto, secondo il solito, muore pel peccatore.
Ora, se altrove questa corrente di sensi simpatici fra i lettori ed il
pubblico è diventata quasi abituale, purtroppo dobbiamo confessare che
in Italia non è frequente. E la ragione è facile. Le conferenze sono
freddolose; una temperatura mediocre le ammazza subito, è finchè le
signore non si decideranno a frequentare con assiduità questi convegni
dove l'arte o la scienza le desiderano, l'ambiente sociale e morale sarà
sempre freddissimo.
La donna, che (in generale s'intende) ha i nervi più forti dell'uomo,
tanto che riesce a ballare un carnevale intero senza stancarsi, si
spaventa troppo facilmente all'idea di un piccolo sforzo di attenzione.
La sua nativa delicatezza rabbrividisce all'idea di un quarto d'ora di
raccoglimento. E se qualche lettore non la contenta, generalizza troppo
e si sdegna colla instituzione intera, la sfugge e colla sua assenza la
fa morire gelata. Se le signore sapessero come la loro presenza
riscaldi, come i loro begli occhi illuminino questi convegni, quanto
calore e luce e vita diano a tutte le cose umane il loro aspetto e la
benevolenza loro, come voi, egregie Signore, sfiderebbero il pericolo di
qualche momento non perfettamente allegro, mosse dall'idea di far
un'opera bella, utile e veramente degna della fine cortesia femminile.
Che se v'ha certezza di buona riuscita per questa colta società che
promove le letture, essa sta tutta nella felice conciliazione dell'opera
intrapresa, colle simpatie e colla lieta presenza dell'eterno femminino.
Se in Italia poi è città alcuna più degna di dar vita a simili imprese e
dove più fausti sorridano gli auspici, senza dubbio è questa — la cara e
gentilissima Firenze — dove le conferenze sembrano esser nate, e dove
certo per lunghi secoli vissero prosperamente. Quando la caligine del
medio evo cominciò a diradare, e gli uomini, che tornavano a sentirsi
giovani, credettero alla bellezza ed all'amore, su per questi giocondi
colli fiorentini, fuggendo la morìa e lo spavento, tre giovani e sette
fanciulle cominciarono il più lieto corso di conferenze che sia mai
stato. Infatti, che altro è il Decamerone se non una serie di conferenze
amorose, ora geniali, ora brutali, scintillanti ancora dell'arguzia
fiorentina, spiranti ancora l'alito dell'antica vita italiana? Ma
passata la gaiezza della fiorente gioventù, quando la dolce fiamma
dell'amore fu spenta, un'altra illusione sorrise agli ingegni
fiorentini, l'illusione della filosofia. Ed in questa disperata ricerca
dell'ideale, in questa speranza sempre vana di sapere il perchè delle
cose, ecco rinascere la conferenza, e il Ficino negli Orti famosi,
parlare ai fratelli in Platone e cercare affannosamente le prove del
Cristianesimo nella filosofia nata già sotto i platani e gli olivi di
Acadèmo. E rifiorirono le beltà dell'arte, frondeggiò l'albero della
scienza in questa Atene italica che dell'antica ebbe tutto, il genio, la
gloria e talvolta anche i vizi.
Caduta la giovinezza con l'amore, sfiorita colla speranza la virilità,
venne il doloroso periodo della scienza che è fatta di disillusioni e di
scetticismo. Già il Machiavelli leggeva i discorsi sulle Deche negli
Orti neoplatonici e cercava, non più le recondite ragioni dei fenomeni
universali, ma il segreto dei fatti e delle coscienze contemporanee. Il
vero, il freddo vero, rimane immobile e terribile sulle ruine degli
ideali e dei sogni caduti. Agli entusiasmi dell'amore, della fede, della
speranza, succedono, come i vecchi ai giovani, i severi studii della
realtà e della esperienza, e in questo radioso e divino sole di Toscana,
Galileo trova e numera le macchie. L'Accademia del Cimento notomizza la
natura, l'Accademia della Crusca notomizza la lingua. Non ci sono più
entusiasmi e tutta una generazione di vecchi frigidi, lavora
matematicamente precisa a scrutare, a compilare, a raccogliere; ma sul
suolo spossato la pianta della conferenza vegeta ancora, diventata
scientifica, erudita o anche pedante, pur tuttavia verde e vitale.
Persino gli ultimi e più cinerei tempi della decadenza la videro
trasformata in misere cicalate, ridotta ai puri lenocinii della lingua,
ultimo belletto alla decrepitezza del pensiero; ma la videro tuttora,
quasi a testimoniare della sua tenace vitalità in queste propizie aure
toscane. Le annose radici gettarono polloni ancor verdi fino a che i
tempi furono maturi e compiuti.
Ed ora, rinnovata ogni cosa nella vita sociale, politica e letteraria,
ecco di nuovo la conferenza antica che, sotto forma di lettura,
ringiovanita e rinnovata, si ripresenta ai colti fiorentini, non
immemori delle gloriose loro tradizioni. E così, uscita dal pelago alla
riva, si volge all'acqua perigliosa e guata il passato e si propone di
dipingervi per ora il lontano periodo delle origini, il principiare dei
Comuni, della Monarchia, del Papato, della lingua e dell'arte. Eccola,
sotto il patrocinio di illustri uomini, col decoro di celebri nomi,
ricordarvi che, nata già in Firenze, a voi, concittadini suoi, spetta il
farle accoglienze oneste e liete ed assicurarle vita duratura. Eccola,
per indegno ambasciatore, rivolgersi fiduciosa a voi, graziose signore,
chiedendo la benevolenza e l'amor vostro che vivifica, riscalda ed
illumina. Eccola, infine, ad implorare la vostra cortese pietà per la
vittima della prefazione.
NOTA.
Alle letture fiorentine doveva preludere l'onor. Ferdinando
Martini. Ma l'illustre uomo, trattenuto a Roma da gravi doveri,
non potè, ed io fui chiamato a sostituirlo.
Grato agli egregi amici che pensarono a me ed a tutti coloro che
benevolmente mi accolsero e festeggiarono, mi è forza però far
noto ai lettori come fu fatta questa conferenza; cioè quasi
all'improvviso. Ed essendo prefazione ad un libro ancora da
farsi, non poteva darne che cenni vaghi con parole inconcludenti.
Si trattava di menare il can per l'aia un paio di quarti d'ora,
tanto per cominciare. Il che mi sia di scusa presso coloro che
cercheranno qualche cosa qui, e non la troveranno. O. G.
LE ORIGINI DEL COMUNE DI FIRENZE
DI
PASQUALE VILLARI
I.
_Signori e Signore._
Chiunque sente annunziare una conferenza sulle origini di Firenze,
immagina subito una serie svariata di avvenimenti fantastici e
pittoreschi: castelli feudali; associazioni di operai, che combattono
intorno al Carroccio; poeti; pittori; l'origine delle arti, della
lingua, della cultura italiana. Chi invece ha l'onore di fare la
conferenza, e si pone a studiare coscienziosamente il soggetto, si trova
dinanzi alcuni brani di vecchi annalisti, i quali contengono una serie
scarsa di aride notizie, poco più che dei nomi e delle date: le date
spesso sbagliate, i nomi non sempre intelligibili. È facile immaginarsi
come gli antichi sciupassero qualche volta i nomi, se noi pensiamo che,
per esempio, un cronista quale era Giovanni Villani, nel parlarci di
Federico II di Svevia, di Corradino e degli altri della famiglia
_Hohenstaufen_, di Casa Sveva, traduce questo nome in Stuffo di Soave. E
così avvenne che gli scrittori moderni, in tanta scarsità di notizie,
ricorsero fra di noi al partito di rinunziare addirittura a discorrere
delle origini di Firenze. Basti dire che l'illustre marchese Gino
Capponi, nella sua grande opera, dopo una brevissima introduzione, fa un
salto fino alla morte della Contessa Matilde, e poi in dodici pagine
tratta più di un secolo di storia, arrivando fino al 1215.
Gli antichi si trovarono dinanzi a questa medesima difficoltà. Ma essi
seguirono un metodo molto semplice. Il Villani ed altri cronisti, non
trovando notizie sulle origini di Firenze, ci dettero una leggenda, che
non ha nessun fondamento storico, e non ha neppure la poesia che si
trova nelle leggende che circondano le origini di Roma e delle città
della Grecia. È una leggenda, invece, che qualche volta manca
addirittura di senso comune. Basti dire che in essa (quale almeno la
leggiamo nel Malespini) ci si descrive la moglie di Catilina, che, il
giorno della Pentecoste, va a sentire la messa nella Canonica di
Fiesole.
Bisogna quindi ricorrere ai documenti; ma i documenti fiorentini che noi
abbiamo, cominciano quando già il comune esisteva da un pezzo. È
naturale che il Comune non potesse fare dei trattati, delle leggi prima
di cominciare ad esistere. Abbiamo quindi bisogno d'aiutarci colla
storia generale del tempo, coi documenti posteriori, o di altri luoghi
vicini; di interpretare delle frasi; fare delle indagini, per potere,
retrocedendo con la induzione, cercare la spiegazione degli avvenimenti
anteriori. E così è che a voler fare davvero una buona conferenza sulle
origini di Firenze, bisognerebbe farla estremamente noiosa.
Ma si dirà: perchè scegliere allora un tale argomento? Ve ne sono tanti
nella storia d'Italia meno oscuri e più dilettevoli. Perchè scegliere
questo appunto delle origini? Il vero è che esso ha pure la sua grande
importanza, la quale risulta da più e diverse cagioni. E prima di tutto
ve n'è una assai generale. Il Comune italiano è una istituzione che creò
la società moderna. Il Medio Evo non conosceva lo Stato; l'Europa era
divisa in castelli feudali, in associazioni, quasi in piccoli gruppi e
frammenti. Al di sopra di questi frammenti, in cui la società si era
sgretolata, v'erano due grandi, due universali istituzioni: l'Impero e
la Chiesa; l'Impero, che rappresentava il principio giuridico e politico
del mondo; la Chiesa, che rappresentava l'unità del principio religioso.
Ma queste due istituzioni, appunto perchè universali, non potevano
favorire la costituzione dello Stato moderno, nazionale. Il Comune si
pose a tale opera, e gettò le basi dello Stato moderno. Il Medio Evo non
conosceva la civile uguaglianza; l'aristocrazia era una casta separata
dal resto della popolazione; essa in Italia rappresentava il sangue
straniero. I lavoratori, specialmente i lavoratori della terra, non
erano liberi, erano attaccati alla gleba, erano in condizioni servili.
Il Comune italiano proclamò l'indipendenza del lavoro, l'uguaglianza
degli uomini. Queste sono le basi su cui si fonda la società moderna; e
così noi, studiando le origini del Comune, veniamo come a studiare le
origini della società di cui facciamo parte, a cercare quasi le origini
del nostro proprio essere civile. Quindi è che tutti i problemi, i quali
si riferiscono alle origini dei Comuni italiani hanno una grande
importanza, destano un singolare interesse. Questa è anche la ragione
per la quale si è tanto disputato, per sapere se il Comune discendeva
dalle istituzioni e dalla cultura romana o doveva invece la sua
esistenza ad un principio nuovo, portato fra noi dai popoli germanici, i
quali avrebbero così avuto il vanto d'aver messo le prime basi alla
moderna civiltà. Il patriottismo si è mescolato in questa disputa, ed ha
reso sempre più difficile il trovare una soluzione imparziale e
scientifica.
Ma pel Comune di Firenze v'è ancora una ragione speciale, che rende
maggiore la sua importanza, e più vivo il desiderio d'indagarne le
origini. Esso è il più democratico di tutti quanti i Comuni italiani, è
quello che ha più di tutti lavorato per l'uguaglianza civile degli
uomini. Uno storico, assai celebre, il Thiers, appunto per questa
ragione, aveva deciso di dedicare gran parte della sua vita alla storia
di Firenze. Egli diceva: nessun altro Comune ha, nel Medio Evo,
affrontato tanti problemi economici, politici, sociali, e nessuno
s'avvicinò tanto alla loro soluzione; nessun creò un così gran numero di
nuove, ingegnose, mirabili istituzioni, come il Comune di Firenze. Ed
aveva perciò in molti anni raccolto una vasta serie di materiali, che
andarono poi bruciati al tempo della Comune di Parigi. Ma vi è di più.
La storia fiorentina si può dire che sia a tutti noi notissima. Nessun
paese in fatti ha avuto un così gran numero di sottoscrittori che
l'abbiano illustrata. Ogni avvenimento, ogni individuo, ogni pietra di
Firenze fu oggetto di lunghi studi, di dotte ricerche. Le sue
rivoluzioni furono descritte con grande eleganza di stile, ed i
personaggi che si presentano nella sua storia, sono a noi tutti
famigliarissimi. Ma, ciò non ostante, la storia di Firenze apparisce
assai spesso come un enigma. Rivoluzioni succedono a rivoluzioni, senza
che noi possiamo capire il perchè di tanta irrequietezza. Questo popolo
sembra non avere e non lasciar mai pace e nessuno. Per un matrimonio
avvenuto in un modo piuttosto che in un altro, perchè il Buondelmonti,
invece di sposare l'Amidei, sposa la Donati, non basta averlo pugnalato
sul Ponte Vecchio, ai piedi della statua di Marte; ma la cittadinanza
intera si divide in Guelfi e Ghibellini, che lacerano la Città per
secoli, e non si acquetano mai fino a che non sorge la tirannide ad
opprimerli tutti. E vien fatto qualche volta di chiedere: che cosa
vogliono questi Fiorentini, che empiono continuamente di tumulto e di
sangue le strade della loro bella città? Perchè non posano mai? Sono
essi così assetati di sangue, così pieni del desiderio della vendetta,
da non poter trovare nè lasciare tregua a nessuno?
Ma quando ci facciamo questa domanda, il mistero cresce ancora più,
perchè in mezzo a tanto tumulto, noi vediamo fiorire splendidamente le
arti della pace. Il commercio, le industrie dei Fiorentini riempiono
colle loro manifatture tutti quanti i mercati dell'Europa, dell'Oriente
e dell'Occidente. E, come se questa contraddizione fosse poca, a
crescere ancora più il mistero, noi vediamo qui sorgere le più pure, le
più ideali immagini che la mente umana abbia mai saputo creare. La
Beatrice di Dante, la Santa Cecilia di Donatello, le Madonne di Luca
della Robbia, i Santi, gli Angeli di Benozzo Gozzoli e di Beato Angelico
sorgono in mezzo a questo tumulto infernale, così splendidi e numerosi,
che noi siamo spinti a domandarci: di dove mai essi vengono? chi li ha
creati? Essi sembrano discesi in una bolgia infernale, come l'Angelo di
Dante, che, a piedi asciutti, sdegnoso, frettoloso, traversa la palude
Stige, rimuovendo con la mano dal viso le ingrate esalazioni. E allora
nasce la speranza, che forse, studiando le origini del Comune, vedendo
in che modo esso fu costituito, di dove questa società è partita, dove
si è fin dal principio indirizzata, la ricerca, per quanto arida, per
quanto penosa ed incompiuta, possa gettare una qualche luce sugli
avvenimenti posteriori della storia fiorentina. Ed è perciò che gli
scrittori moderni si sono oggi più che mai rivolti nuovamente a studiare
le origini di questo Comune. Cerchiamo dunque di affrontare l'arido
problema. E qui ho bisogno di raccomandarmi non solo alla vostra
indulgenza, ma anche a tutta la vostra pazienza.
II.