VI.

Il Comitato di difesa si mise subito all'opera alacremente, aprendo i

ruoli dei volontari, esercitandoli al maneggio delle armi. I cadorini

hanno la consuetudine di emigrare ogni anno per alcuni mesi, in vari

paesi d'Europa, esercitando diverse professioni, ma in quell'anno

non erano partiti, od erano ritornati più presto a motivo degli

sconvolgimenti politici. I giovani accorsero subito ad iscriversi nella

milizia, e in tal modo vennero prontamente costituiti i _Corpi franchi_

destinati al servizio attivo ai confini, lasciando alla guardia civica

il servizio interno d'ordine e sicurezza. Fissato il giornaliero

assegnamento dei volontari, furono presentati al Comitato, davanti

il quale giurarono solennemente di servire per tre mesi come soldati

regolari, sotto il supremo comando del capitano Calvi. E in pochi

giorni si raccolsero 380 uomini che vennero divisi prima in quattro

poi in cinque corpi di 75 a 80 uomini ciascheduno. Ogni drappello

aveva la sua bandiera tricolore che lo precedeva nelle marcie, e veniva

piantata nel punto fissato per la difesa. La fretta rese impossibile di

adottare una assisa uniforme, soltanto portavano un ramoscello d'abete

sulla coccarda italiana fissata ad una falda del cappello rilevata ed

aderente alla cupola. I capi si distinguevano per dei segnali bianchi

alle maniche.

Mentre venivano istruite queste milizie il capitano Calvi col suo

inseparabile compagno del comitato percorreva il Cadore, prendendo

conoscenza delle posizioni, ispezionando quanto era stato operato

dai cadorini fino a quel momento per la difesa dei loro confini,

e disponendo tutto ciò che era da farsi secondo i luoghi e le

circostanze. Trovarono il confine di Montecroce bastantemente premunito

per cura di Giovanni Coletti comandante della guardia civica del

Comelico superiore.

Le accoglienze fatte dalle popolazioni del Comelico al capitano

mandato dalla repubblica di Venezia, ed al capo del comitato che lo

accompagnava, dimostrarono come anche in quella parte del Cadore fosse

vivo il desiderio dell'indipendenza, e come quei paesani fossero fermi

e ben disposti a difendersi ed a respingere con energia l'invasione

tedesca. Ed era assai bello il vedere quei montanari del Comelico

superiore, che sono generalmente alti della persona e robusti, vestiti

del loro costume di festa, che consiste in una tunica bianca di lana,

affatto particolare al paese, portanti sulle spalle la scure dei

boscajuoli e la zappetta, inghirlandata di verdi fronde, col cappello

ornato di nastri, e la coccarda tricolore sotto al ramoscello d'abete.

S'erano raccolti ad aspettare il capitano sulla piazza di Padola,

villaggio estremo del Cadore, collocato in un'ampia valle palustre,

in mezzo a monti coperti di foreste, attraversati da torrenti, colle

alte cime di nude roccie acuminate, costantemente nevose. Quella brava

popolazione intelligente e svegliata ascoltava estatica i discorsi dei

loro capi, applaudiva concorde, e prometteva costanza e fedeltà.

A Treponti il capitano Calvi ordinò alcuni lavori per barricare il

passo e fece alzare un fortino a sinistra del Pieve, sotto il bosco di

Gogna, per collocarvi due cannoni.

La valle del Boite, le gole d'Oltrechiusa e il confine Ampezzano

avevano avuto le principali cure dei Cadorini, poco sicuri dei loro

vicini tirolesi. Quelle valli che dalla chiusa di Venàs si estendono

fino ai confini di Ampezzo, presentano dei prospetti assai pittoreschi.

Il torrente Boite che scaturisce dalle alpi tirolesi scorre alle falde

dei monti profondamente incassato, corre a sbalzi, e si stende come un

verde cristallo nei siti piani e profondi, e si trasforma in candide

spume spruzzanti e rumorose quando s'infrange nelle roccie cadute dalle

cime più eccelse nel suo letto tortuoso. La strada detta d'Alemagna,

tagliata nei macigni a grande altezza dal torrente, si raggira in varie

curve secondando i seni e i dorsi dei monti, ed ora presenta alla vista

una vallata ridente di poggi, di pascoli, e di verdi boschi di larici

e abeti, ora si va stringendo in gole minacciose, e fra nude rupi a

picco, che pare devano rendere impossibile l'uscita.

A destra del Boite torreggia il Pelmo che s'innalza a 3161 metri sul

livello del mare, a sinistra l'Antelao s'innalza a 3255 metri, in mezzo

d'un corteggio di monti minori. Monte caro e terribile ai Cadorini che

lo ammirano da lontano, coronato di nevi o di tempeste, nero di nubi

o irradiato da rosei colori dell'alba, o dal fuoco vivo d'incantevoli

tramonti. Gigante dolomitico spaventoso ai vicini, colle sue orribili

frane, la cui storia è tremenda per villaggi sotterrati dalle rovine e

sepolti per sempre. Egli sorge squallido, nudo, frastagliato, nevoso,

in mezzo ai deliziosi boschetti di Valle, paesello ridente d'ortaglie

e frutteti, che guardano paurosi il fantasma che li sovrasta. Le

case antiche di Valle tutte di legno, affumicate, coi loro ballatoi,

ingombre di scale, poggiuoli, coi tetti sporgenti, formano dei gruppi

di linee stupende e di colori pastosi e robusti, davanti un orizzonte

ondeggiante in amenissimi declivi ornati d'alberi ramosi che sporgono

le loro braccia ritorte fra le fabbriche e i muri cadenti coperti

di edere, dietro i quali si vedono i lontani boschi di larici dalle

fogliette glauche, che rendono più dolci i passaggi dalle tinte

cariche e cupe del primo piano al fondo cinereo dell'Antelao che spicca

maestoso sull'azzurro del cielo.

A Costa un ponte d'un solo arco s'innalza sull'acqua del torrente a 59

metri, e, appoggiandosi sulle roccie sparse d'abeti che crescono fra i

crepacci, congiunge le due rive e conduce sulla strada di Cibiana. Nel

1823 il monte franato fermò il corso del Boite per 12 ore, e finalmente

rotta la diga, le acque si versarono furiosamente nella valle e

alzandosi fino a 25 metri, inondarono Perarolo apportando desolazioni e

rovine.

Anche Vodo offre amenissimi paesaggi e prospettive stupende; monti

sparsi di boschi, seguiti da altri monti e da altri boschi a tinte

sempre più digradanti quanto più si allontanano dalla vista, con

declivi a dolcissime curve e toni sempre più languidi e sfumati che

finiscono con nude roccie grigie filettate di neve e confuse colle

nuvole.

Presso l'antichissimo paesello di San Vito, il Pelmo presenta le

sue sterili roccie che ascondono orridi precipizi dietro ai verdi

promontori ricoperti di fittissimi boschi, che lo fanno sembrare

ancora più squallido e nudo. La campagna vicina è sguarnita d'alberi,

meno qualche frassino sparso qua e là, che colle sue foglie oscure

spicca sul verde tenero dei larici. Dirimpetto al villaggio, a

destra del Boite, presso alcuni avanzi d'una strada abbandonata, si

trovano traccie di villaggi scomparsi, e si scorge una miniera di

ferro abbandonata, che si scavava al tempo della repubblica veneta.

Nel 1848 le donne di questo paese preferivano ancora il pittoresco

costume antico. Adesso appena qualche vecchia ne conserva le ultime

traccie che stanno per perdersi nella comune uniformità. Vestivano una

sottana nera, increspata di dietro ed orlata al basso da una frangia

scarlatta. Panciotto rosso filettato di nero con sovrapposta pettorina

quadrangolare a fondo rosso, ornata traversalmente da galloncini,

e orlata di frangie d'oro o d'argento secondo il caso di festa o

di lutto. Mettevano al collo una collana di grossi coralli, o una

catenella d'argento, portavano in testa un cappello largo e rotondo in

cima stretto al basso, e senza falde, come quello dei sacerdoti armeni;

usavano calze rosse e scarpe scollate.

Gli abitanti d'Oltrechiusa sono generalmente tenaci dei loro diritti,

laboriosi e interessati; le donne hanno aspetto maschile, fisonomie

gravi, andamento risoluto. Sono molto amanti della vita domestica e

patriarcale, e si conobbero famiglie composte di cinquanta persone, e

di sette matrimoni, che vivevano in perfetta armonia.

Calvi che era grande ammiratore della natura si piaceva assai fra quei

monti, ove ad ogni svolta di strada si presentano nuovi oggetti degni

d'attenzione, e stupendi prospetti. Si arrestava in contemplazione

nei siti più pittoreschi, si animava alla difesa della patria, che

la natura aveva dotata delle Alpi, come formidabili fortezze, ai

confini. Conversava con piacere cogli abitanti, nei quali ammirava la

semplicità unita al buon senso, la sobrietà che risparmia i frutti

del lavoro, la lealtà ardimentosa, la cordiale e franca ospitalità,

virtù indigene d'un paese poco noto, e così degno d'essere conosciuto.

E andava ambizioso d'essere scelto per guidare quella gente nelle

battaglie dell'indipendenza, e di poter vietare agli stranieri la

violazione di quei focolari che raccoglievano famiglie così oneste, e

così degne della libertà. E andava studiando, e indicando tutti i mezzi

più opportuni per resistere all'invasione, con lavori che rendessero

inespugnabili quei passaggi.

I cadorini avevano costruito a pochi passi da Chiapuzza a sinistra del

Boite un lungo fossato, formando un terrapieno col materiale scavato

a guisa di parapetto verso settentrione, che veniva sorvegliato da

sentinelle, ma il luogo parve poco atto ad una lunga difesa, e venne

deciso per consiglio del capitano, di disporre perchè la difesa

maggiore in caso di bisogno si portasse alla Chiusa, presso Venàs.

Uno dei primi lavori, in questa località, fu quello di rompere un

tratto di strada che dal precipizio di Chiusa va verso Peaggio,

rendendo il sito rovinoso e impraticabile, franando con mine la

roccia fino al letto del Boite, e formando, all'altezza di circa 20

metri, sulla rupe che sovrasta la strada, un pianerottolo sul quale

collocarono dapprima un cannone, e più tardi due, levandone uno da

Treponti. Nè vi fu bisogno d'altri lavori, essendo tutta quella linea

perfettamente difesa dalla natura selvaggia, dalle rupi a picco,

irte, scoscese, rotte da dirupi alpestri e franosi. Fatti alla Chiusa

questi apparecchi vennero posti sotto la custodia della guardia Civica

di Venàs, il cui comandante era Federico Albuzzi, antico soldato di

Napoleone, che seppe organizzare perfettamente la difesa di quel punto

importante.

Compiuta questa prima ispezione e ritornati in Pieve posero mano

ad altre disposizioni non meno gravi e necessarie. Calvi si occupò

particolarmente dei soldati, il suo compagno costituì l'ufficio

del Comitato di difesa nel palazzo della Comunità. Si nominarono

i segretari, i cancellieri, ed un cassiere, e vennero elette varie

commissioni per tutelare l'ordine interno, con l'appoggio della guardia

civica, dispensata dal servizio attivo, ed incaricata di sorvegliare

l'annona e le proviande militari, con facoltà di requisire viveri,

rilasciando viglietti di credito.

Sior Antonio venne utilizzato negli uffici, ove la sua probità lo

rendeva autorevole, e il suo odio per la dominazione straniera gli

era sprone a spingere la resistenza con tutte le forze del paese.

Il Consigliere imperiale vedendolo salito al potere lo trattava con

deferenza marcata, non più come un inferiore, ma come un eguale.

Le amministrazioni dei boschi e della giustizia rimasero affidate alle

autorità che non abbandonarono il loro posto, ma che non ebbero mai

nulla da fare perchè l'amore della patria, come una nuova religione

aveva fatto dimenticare le questioni dei confini privati, erano cessate

le liti, le gare, le discordie, e fino la menzogna, l'ubbriachezza

e la bestemmia. Ogni colpa era giudicata come un offesa a Pio IX,

ogni offesa al creduto redentore d'Italia come un insulto alla patria

risorta. Non si pensava più che a combattere per la salvezza del

territorio sotto la protezione di Dio.

Quando i _Corpi franchi_ furono bastantemente istruiti per stare

in fila e comprendere il comando, vennero passati in rassegna dal

Comandante davanti il Comitato, nella piazza di Pieve, ove la gente

era accorsa in folla da ogni parte per vederli passare. La Maddalena

e la Betta si affrettavano a giungere sul luogo con altre donne del

paese che avevano i loro figli nella milizia. Maria e le sue amiche

volendo vedere gli amanti, i fidanzati, i padri, i fratelli sotto le

armi, accorrevano esse pure. All'ora fissata sfilarono in bell'ordine

colle bandiere spiegate, al suono del tamburo, col viso animato rivolto

al Comandante, e un aspetto così risoluto e marziale che eccitava

l'entusiasmo degli spettatori, i quali applaudivano clamorosamente

coi soliti evviva. Tiziano, Michele e Isidoro erano stati nominati

ufficiali, e marciavano alla testa del loro drappello. Il padre di

Maria aveva passati i quarant'anni, ma la vita di cacciatore e l'amore

di patria gli conservavano il vigore della gioventù. Bortolo era

semplice soldato, ma alla Betta pareva un eroe, e vedendolo passare

colla testa alta in mezzo de' suoi colleghi non potè frenare delle

lagrime di soddisfazione e d'orgoglio che le rigarono le guancie.

Essendo stato fissato il giorno seguente per la partenza dei _Corpi

franchi_, i militi passarono la sera nelle loro famiglie fra teneri

addio, e voti ardenti per la vittoria. Maddalena e la Betta recitarono

il rosario insieme ad altre madri, che invocavano la protezione del

cielo sulla patria, e sui figli.

Sior Antonio incontrando per via sior Iseppo gli offerse una presa di

tabacco, dicendogli:

— Ci siamo... e che il cielo ci aiuti!...

Al che l'altro rispose:

— E ci salvi dai tedeschi.... e dai matti!....

Nel roccolo di Sant'Alipio fu una vera festa. Gli ufficiali vennero

invitati da Isidoro a bere il bicchiere della partenza alla salute

d'Italia. Egli era andato a snidare dalla cantina alcune vecchie

bottiglie di vino di Conegliano, riservate per le grandi occasioni, e

le aveva portate nella loggia ove si erano accesi molti lumi. La bella

Maria faceva gli onori di casa, ma versando il vino nei bicchieri le

sue mani tremavano.

Essa restava sola, con una vecchia serva, nel suo romitaggio; suo

padre, il suo fidanzato, e i loro amici partivano per la guerra. In

tutte le case non rimanevano che le donne, i vecchi, e i fanciulli,

e per quanto sia grande l'amore del paese, il momento d'una partenza

per affrontare pericoli non può a meno di affliggere grandemente le

anime affettuose. Tutti non ritornano mai, chi avrebbe mancato?... Tale

preoccupazione velava il volto della fanciulla di profonda mestizia,

e qualche lagrimetta furtiva spuntava da' suoi begli occhi, mentre le

labbra tentavano invano di sorridere. Tiziano voleva farle coraggio,

ma egli stesso non si sentiva abbastanza forte per infonderle quella

sicurezza che gli mancava.

Michele colla solita spensieratezza raccontava ai colleghi i suoi

stratagemmi per cavare un po' di denaro dallo zio, ma osservava che

gli orsi sono troppo sobrii per comprendere e compatire i bisogni degli

altri animali. Solitari, selvaggi, non vorrebbero mai uscire dalla loro

caverna. Ad ogni domanda ragionevole oppongono un ruggito, e bisogna

prenderli col miele.

Quella sera parlarono molto di Calvi, delle sue belle qualità, della

simpatia che ispirava a quanti lo avvicinavano. Maria che lo aveva

veduto alla rassegna osservò che aveva una fisonomia dolce e giovanile,

e gli pareva impossibile che potesse avere l'energia necessaria alla

sua missione.

— Lo vedremo davanti il nemico... soggiunse Isidoro — l'ardire viene

dal pericolo e dalla responsabilità.

Passeggiarono lungamente sotto agli alberi al chiaror della luna,

Tiziano e Maria poterono ritirarsi in disparte per qualche istante

senza essere osservati, e ripetersi quelle eterne parole d'amore, le

più antiche e le più nuove del mondo, sempre eguali in apparenza, ma

applicate ad infinite varietà di sensazioni, brevi ed ardenti, che

sono ricordi e promesse, sante come le preghiere che si innalzano agli

esseri superiori, insidiose come le tentazioni del diavolo, divine e

pericolose ad un tempo.

Ad ora avanzata ciascheduno si ritirò alla propria dimora per prendere

un po' di riposo; ma quella notte fu vegliata da molti sull'insonne

letto; madri, amanti, sorelle, versarono molte lagrime nel segreto

della solitudine e del silenzio.

Ma il sole nascente non vide che entusiasmi, ardore di battaglie,

uomini vigorosi che partivano decisi di dar la vita per la salvezza e

l'onore del paese, e donne rassegnate ad ogni sacrifizio.

Il primo fatto d'arme ebbe luogo in Oltrechiusa. La mattina del 2

maggio, duemila uomini circa del reggimento Provaska, con 52 Ulani

a cavallo, insieme con molti _Jegher_ e gran numero di Sizzeri

dell'Ampezzano, e dei vicini comuni tedeschi, messisi in marcia

comparvero improvvisi sul confine, e uccisa la sentinella cadorina, lo

varcarono, disponendosi in lunga fila dal Boite alla strada, e dalla

strada più in su sulle roccie.

Dato il segnale d'allarme al presidio, i cadorini si avanzarono verso

il nemico, e gli abitanti di Chiapuzza e di San Vito data mano alle

campane si misero a suonare a stormo per avvertire la popolazione

dell'imminente pericolo. Intanto un ufficiale austriaco si era avanzato

con bandiera bianca domandando di parlamentare cogli avversari. Ignazio

Galeazzi, comandante d'uno dei corpi franchi, gli andò incontro.

L'ufficiale tedesco mostrando la capitolazione di Udine invitava i

Cadorini a sgombrare il passo, consigliandoli ad accettare gli stessi

patti.

Il comandante italiano gli rispose che i Cadorini avevano giurato

d'impedire agli austriaci di varcare le Alpi, che erano al loro posto

per la difesa del paese, e che sarebbero morti prima di mancare al

dovere.

Intanto che aveva luogo questo dialogo, l'annunzio dell'avvicinarsi

dei tedeschi si era diffuso in tutto il Cadore, e le campane di tutte

le parrocchie rispondevano al primo segnale, sollevando in massa gli

abitanti, che correvano al luogo minacciato. L'ufficiale austriaco,

udendo il suono delle campane che echeggiava dovunque, domandò al

giovane avversario che cosa significasse quello scampanio, al che egli

rispose:

— Le campane suonano o la vostra o la nostra agonia....

E si vedeva da lontano scendere dalle montagne quelle popolazioni

decise di contendere il passo agli invasori. Gli abitanti di Venàs

avevano portato fuori dalla loro chiesa un antico vessillo di S.

Marco, che nel cinquecento aveva condotto alla vittoria i loro padri;

e da ogni parte spuntavano le guardie civiche seguite da turbe armate

ove c'erano giovani e vecchi, ricchi e poveri, donne e fanciulli,

accompagnati dai loro preti, e si vedevano avanzarsi rapidamente,

minacciosi, perchè quantunque non avessero che schioppi da caccia,

lancie conficcate in bastoni, forche e falci da fieno, spiedi, scuri e

coltelli, tuttavia quelle armi agitate in aria luccicavano da lontano

confusamente con strani bagliori.

A quella vista il nemico aveva sospesa la marcia, e s'era disposto in

ordine di battaglia un miglio distante dalla linea di difesa.

Calvi con una rappresentanza del Comitato era accorso sul luogo,

accompagnato dai Corpi franchi, che fece schierare in due ali per

un gran tratto della strada, sul grande declivio che si distende

lungo le pertinenze dell'Antelao, attraversando anche il Boite, e

penetrando oltre il fiume nei boschi che dominano la strada. Era uno

spettacolo stupendo: da una parte le truppe regolari austriache, le

assise uniformi, i migliori fucili, gli ufficiali esperti al comando,

i soldati disciplinati ed avvezzi al maneggio delle armi; dall'altra

parte i Corpi Franchi, e le guardie Civiche, vestiti in varie forme

paesane, e seguiti da un'accozzaglia disordinata di gente, tutta

una popolazione sollevata in massa, ed accorsa colle sue donne, i

bambini, ed i vecchi, intorno alle loro bandiere ed agli stendardi

della parrocchia, che gridavano, urlavano, mandavano esclamazioni di

entusiasmo ed evviva, anelanti di slanciarsi sui tedeschi, mentre le

campane continuavano il loro lugubre scampanio.

I tedeschi stavano immobili nella loro posizione, i cadorini

attendevano con impazienza l'ordine di assalire gl'invasori.

Quest'ordine non si fece attendere lungamente.

Erano circa le due pomeridiane, quando il capitano Calvi comandò

all'unico tamburino che aveva al fianco di dare il segnale della

marcia, e gridò:

— Avanti!... — ed egli primo colla sciabola sguainata s'avanzò sulla

strada verso il nemico, accompagnato dal rappresentante del Comitato.

Al primo tocco del tamburo, la voce — avanti avanti — era passata di

bocca in bocca, e si era fatta il grido universale. L'ala destra dalle

alture fino al Boite fu la prima a dare l'attacco. La fucilata cominciò

nel sito più alto sotto le roccie, dove alcuni esperti cacciatori erano

saliti rapidamente per sorprendere un drappello di tirolesi che stavano

su quelle alture a bivacco, e con fucilate ben dirette li posero in

fuga. Gli austriaci risposero con una scarica di plotone, ma i cadorini

gettandosi a terra scansarono le palle, e ricaricando i fucili,

continuarono ad avanzare a passo di corsa.

La popolazione quasi inerme seguiva la marcia dei militi con grida

spaventose, con ululati selvaggi, che echeggiavano sinistramente pei

monti. La fuga dei tirolesi aveva animato maggiormente i cadorini, che

raddoppiarono le scariche, cercando di mirare diritto cogli _stutzen_,

di colpire con precisione, e di avanzare sempre con coraggio.

Eppure tanto quei soldati improvvisati, quanto lo stesso loro capitano

non avevano ancora veduto il fuoco d'una battaglia, e Calvi confessò

francamente che sentiva per la prima volta il fischio d'una palla

nemica.

All'ardito avanzare dei cadorini, seguiti da quella massa dall'aspetto

imponente e bellicoso, i tedeschi incominciarono a retrocedere, e

si vedeva da lontano che passavano dietro le valanghe di neve che

ingombravano ancora il terreno, e si ritiravano verso Ampezzo. Tuttavia

le palle piovevano come grandine, ma non arrestavano la marcia di

quegli animosi difensori delle Alpi. Giunti al confine dove la strada

fa una svolta, il nemico collocato in posizione vantaggiosa, si arrestò

e si mise a bersagliare i cadorini con vivissimo fuoco.

Calvi inebbriato dall'ardore della lotta saltò sul parapetto della

strada, e sollevando sulla punta della spada lo stampato della

capitolazione di Udine, ed agitando colla sinistra un fazzoletto rosso,

sfidava il nemico in atto di scherno. Una salva di moschetteria fu

la risposta, ma egli rimase illeso fra le palle che gli fischiarono

intorno.

Quest'atto coraggioso, questa fortunata incolumità fra i proiettili,

infuse tale audacia nei suoi, che cacciatisi dietro di lui che

avanzava, si precipitarono con ardito slancio fra i nemici e li posero

in fuga.

Alle sei della sera i tedeschi erano in piena ritirata; i fucilieri

dell'ala destra dei Corpi Franchi occuparono le posizioni dei nemici,

li bersagliarono dalle loro trincee d'Acquabona, ed assistettero allo

spettacolo del loro ritorno, che mise in fuga ed in iscompiglio gli

abitanti d'Ampezzo.

I cadorini animati dalla lotta avrebbero voluto inseguire il nemico,

e vendicarsi dei traditori Ampezzani, che avendo in altra epoca fatto

parte del Cadore, s'erano poi gettati in braccio dell'Austria, e le

servivano di guida per invadere le terre dei loro fratelli. Ma la

prudenza del Comitato li obbligò a fermarsi e ad attendere il mattino

seguente per prendere una decisione, impiegando la notte a sorvegliare

il confine, ed a guardarsi bene da qualunque sorpresa.

Meno qualche ferito leggermente non si ebbero a deplorare altri danni;

si seppe poi che gli austriaci ebbero morti e feriti, ma in piccol

numero, per la pronta ritirata, che li pose in salvo dal tiro preciso

dei fucilieri delle Alpi.

Durante la notte gli abitanti di Pieve collocarono ingegnosamente

sopra un carro l'unico cannone che restasse disponibile dei cinque

mandati dal governo di Venezia, e trovato a caso un uomo che sapesse

maneggiarlo lo spedirono in Oltrechiusa, scortato da altri drappelli

d'armati accorsi da ogni parte all'annunzio della battaglia.

Al mattino seguente Calvi dispose le due ali come il giorno prima, e

i combattenti pieni di ardore marciarono verso il confine decisi di

dare una buona lezione ai tirolesi, quando con generale sorpresa videro

comparire una bandiera bianca portata da una commissione composta

di un capitano tedesco, del capo comune d'Ampezzo, e da una decina

d'ampezzani che venivano a parlamentare.

Ricevuti dai capi Cadorini giustificarono i fatti del giorno innanzi,

dimostrarono l'inutilità pei destini d'Italia, d'una lotta fra cadorini

ed ampezzani, e mostrandosi desiderosi di vivere in buona armonia coi

vicini, proposero di smettere le armi, riprendendo le usate relazioni

di concordia. I Cadorini aderirono alla proposta e di comune accordo

venne pattuito un armistizio coll'obbligo reciproco di rispettare i

confini. È facile immaginare l'esultanza dei vincitori pei risultati

ottenuti. Gli evviva all'Italia ed a Pio IX accompagnati da canzoni

patriotiche salivano al cielo, ripetuti dagli echi dei monti. Lasciato

uno dei Corpi Franchi a custodia del confine, gli altri ritornarono a

Pieve, e il popolo accorso in massa rientrò alle sue case, soddisfatto.

Il roccolo di Sant'Alipio · 第 17 / 38 题