Il grido di Viva San Marco della prima rivoluzione di Venezia è
stato criticato come inopportuno e municipale; ma esso sorgeva
spontaneo dalla tradizione storica, dalle memorie domestiche, dalla
fede religiosa del popolo veneziano, rinvigorito dall'aspetto dei
monumenti, dalla insigne basilica, dalle colonne e dal leone della
piazzetta, che ricordavano la repubblica che vantava quattordici
secoli d'indipendenza. Dopo la sua caduta, Venezia non aveva veduto
che la demagogia e la invasione straniera, il popolo non conosceva
altri governi possibili; insorgendo contro l'Austria, Venezia ignorava
la rivoluzione di Milano che si compieva nello stesso giorno, non
sapeva che cosa avrebbero fatto gli altri paesi, le era impossibile di
rappresentarsi istantaneamente il grande concetto della unità italiana.
Al colosso che cadeva essa non poteva sostituire un'incognita, un
mito futuro; ma vi sostituiva un nome immortale, il governo de' suoi
antenati, la cui bandiera aveva dominato i mari, ed era stata onorata
non solo dall'Europa, ma dai popoli più lontani.
Non era una sollevazione premeditata che la spingeva alla rivoluzione
con piani studiati e preconcetti, era l'indignazione unanime, spontanea
d'un popolo mite e civile angariato da odiose vessazioni, umiliato
nei sentimenti più delicati della sua dignità, offeso nelle sue più
sante memorie, risvegliato dall'esempio di Roma risorta, incoraggiato
dalle rivoluzioni di Parigi e di Vienna; era un entusiasmo passionato,
un'ebbrezza accompagnata da tutti i lirismi della poesia, da tutte le
imprudenze dell'ignoranza. Tutti quei popolani avevano avuto un padre
devoto a San Marco come sior Antonio, un nonno come Taddeo, che accanto
al focolare domestico, aveva le cento volte rammentato ai nipoti le
pompe de' suoi tempi, le feste religiose e civili del governo caduto.
E tutti avevano detestato le sevizie dell'Austria, e ritenevano come un
insulto gli arresti dei più degni cittadini, l'invasione dei croati, e
la bandiera gialla e nera che sventolava sulle antenne che rammentavano
le glorie veneziane, di Cipro, Candia, e Morea.
In quei giorni febbrili del primo risorgimento pareva che il leone di
bronzo agitasse le ali sulla colonna di granito della piazzetta, e il
sole che dardeggiava i suoi raggi in quegli occhi lucenti li faceva
brillare d'un fuoco scintillante, che pareva precedere un tremendo
ruggito. Al solo guardarlo, il popolo si sentiva trascinato al grido
d'entusiasmo di Viva San Marco!...
Manin, liberato improvvisamente dal carcere, non ebbe il tempo di
rivestirsi completamente cogli abiti che gli recarono gli amici, e
venne trasportato in trionfo sulle spalle del popolo, calzato con uno
stivale in un piede ed una pantofola nell'altro. Tommaseo uscito a capo
scoperto dovette accettare il berretto d'un popolano. La liberazione di
Manin è ricordata da una medaglia che rappresenta questa scena, colla
iscrizione: — _Liberato dal popolo il 17 marzo liberatore del popolo il
22 marzo 1848._
Dopo la presa dell'arsenale, e la capitolazione degli austriaci, i
nostri due cadorini, lieti della libertà e desiderosi di rivedere le
loro montagne, partirono da Venezia.
Usciti dalle vie tumultuose, ove il popolo faceva gazzarra fra gli
evviva alla patria indipendenza entrarono in gondola, e solcarono
la calma e silenziosa laguna, che sotto un cielo sereno, e davanti a
quegli azzurri orizzonti non pareva destinata alle orribili scene di
fuoco e di sangue che dovevano consacrare la sua libertà. A Mestre
rividero la Nina la quale appena riconosciuti i padroni li salutò con
allegri nitriti, ben felice di lasciare la stalla chiusa per ritornare
ai freschi pascoli delle Alpi. Trovarono Treviso nell'esultanza,
costituito in governo provvisorio coi suoi bravi ministri, delle
finanze, delle pubbliche costruzioni, dell'istruzione e del culto, e
perfino col dicastero della guerra e diplomazia, al quale non mancavano
altro che gli ambasciatori e i soldati. Rividero con gioja l'ampio
letto del Piave, che dietro la corrente delle sue limpide acque portava
l'aria fresca del Cadore. Si arrestarono per riposarsi alquanto a
Conegliano, ove Tiziano contemplava estatico il ridente panorama dei
colli sormontati dai ruderi delle torri medioevali, in fianco al tempio
greco di casa Gera, stupendo prospetto che si sostituiva davanti i
suoi sguardi alle tetre mura del carcere; e finalmente sulla sera
attraversarono Ceneda, e giunsero a Serravalle ove passarono la notte.
Al mattino seguente si alzarono per tempo, la Nina riposata e nutrita
largamente di biada si mostrava ben disposta d'intraprendere col
consueto vigore le salite faticose dei monti. Uscivano dalla stretta
gola di Serravalle quando il sole nascente indorava i tabernacoli
di Sant'Augusta scaglionati sulla montagna, mentre la valle opposta
appariva ancora confusa nell'ombra. La brezza mattutina increspava
le acque dei laghetti, e agitava le canne palustri, che mandavano
quel lieve bisbiglio che trascina la fantasia a pensieri vaganti
nell'infinito, e dispone lo spirito ad una dolce malinconia.
Giunti al lago morto scesero di timonella per rendere meno penosa
l'ardua salita alla povera bestia che ansava, e la seguirono a piedi,
silenziosi. Tanto il padre che il figlio erano invasi da molteplici
pensieri, che le emozioni varie, i tumulti e gli entusiasmi dei giorni
trascorsi avevano assopiti, ma che rigermogliavano rigogliosi nel
silenzio e nella pace di quelle solitudini montane. Alle amarezze
del passato remoto, alle soddisfazioni del presente, succedevano
le incertezze dell'avvenire. In tempi di rivoluzione la vita è una
continua vicenda di burrasche interrotte da brevi bonaccie. Non si è
usciti felicemente da un pericolo che già minacciano nuove peripezie.
— Quale sarà l'avvenire?... Sior Antonio vedeva torbido, e temeva
rappresaglie e vendette austriache. Egli si rammentava le parole del
Consigliere imperiale, che l'Austria non cederebbe mai i suoi domini in
Italia, e che sarebbe sempre sostenuta dalla Confederazione germanica,
che trovava utile di fissare i suoi confini in casa degli altri.
E gli si affacciavano alla mente tutte le difficoltà d'una guerra
nazionale, contro potenze sostenute da eserciti regolari, e munite
d'armi e materiali che mancavano intieramente all'Italia. E il suo
primo entusiasmo per la libertà si attutiva davanti ai nuovi pericoli
che sovrastavano al paese, egli vedeva la vita di suo figlio esposta
ai rischi d'una probabile difesa della patria, le proprietà violate e
manomesse dalla guerra, le famiglie angariate, le seghe minacciate di
saccheggi, gli operai dispersi, gli affari incagliati da disordini e
disastri.
Tiziano invece sognava placidamente le dolcezze dell'amore e della
pace domestica, nella indipendenza, e nella libertà. Egli s'immaginava
finito per sempre il dominio straniero, e incominciata per la patria
una nuova êra, piena di dignità, di felicità, di ricchezze. E Maria
stava in cima de' suoi pensieri, come l'angelo sorridente della nuova
fortuna, la meta di tutte le sue aspirazioni, il supremo compenso delle
sue pene, delle sue fatiche, la consolazione della sua vita.
Ciascuno guarda l'avvenire colla propria lente, ma l'avvenire nessuno
lo vede, e la lente non fa che riprodurre quello che si trova nel
cervello del riguardante, cioè le speranze e i sogni della gioventù, o
il senno dell'esperienza nell'età più matura.
Così divagando colla fantasia fra mille cose diverse e confuse,
costeggiando i monti franosi di Fadalto, i nostri viaggiatori senza
quasi avvedersene giunsero a Santa Croce ove si arrestarono per
rinfrescare la Nina, e far colazione. Dopo un conveniente riposo
risalirono nel loro veicolo e proseguirono la strada in fianco al lago
che si stende fino ai colli d'Alpago, alle falde del bosco Cansiglio.
Attraversato il Piave a Capodiponte si avviarono verso Longarone, ove
fecero un'altra sosta, prima di riprendere la strada per Castellavazzo,
e sempre in riva della Piave, e in fianco d'alte montagne raggiunsero
il paesello di Termine, ed entrarono finalmente in Cadore.
Perarolo è l'emporio generale del legname cadorino, e presenta il
carattere speciale di questa regione alpina, che mostra tutta la sua
ricchezza forestale nelle taglie ammonticchiate davanti le chiuse che
sbarrano il fiume torrente, e con voce locale si chiamano _cidoli_.
Quando si apre il _cidolo_ le taglie scendono pel torrente ed entrando
nei canali artificiali vanno ad alimentare le centotrentadue seghe che
sorgono sul Piave da Perarolo a Longarone, e che forniscono in media
dai tre ai quattro milioni d'assi all'anno, le quali legate a fasci
con cavicchie di faggio, e gettate in acqua, in una specie di bacino
di carenaggio, vanno a formare circa 3200 zattere, che galleggiando
sul fiume e sulle lagune giungono a Venezia dove vengono spedite ai
magazzini della penisola, o caricate sui bastimenti partono per la
Sicilia, le Isole Jonie, la Grecia, Malta, Alessandria d'Egitto e di
colà sul dorso dei cammelli entrano talora fino nel centro dell'Africa.
A Perarolo molti zatteri, segatini, e menadàs vedendo sior Antonio
con suo figlio si fecero loro incontro, plaudendo clamorosamente alla
liberazione di Tiziano, e in breve tempo la timonella fu circondata
da amici, da conoscenti e da curiosi che udite le novelle di Venezia
corsero a propagarle nel paese, e a spiegare le bandiere tricolori che
erano già pronte nelle case.
Fu non piccola difficoltà liberarsi da quella folla che seguiva i
reduci fino sulla strada detta la cavallera, che sale sul monte in
zig-zag con arditissime curve.
Finalmente giunti al sommo della salita, vennero salutati da un ultimo
applauso, e da un ultimo addio, ed entrarono nel bosco che domina la
valle di Caralte appiè di altissimi monti, sul margine d'un profondo
burrone, dal quale si ode il cupo mormorìo della Piave che batte le sue
onde spumanti nelle pareti di macigno della sua base. Quando ebbero
percorso il lungo tratto di via che attraversa i boschi, e s'interna
nei prati, e giunsero a quel punto dove la strada esce all'aperto,
Tiziano scorgendo Montericco e i ruderi dell'antico castello, sentì che
il cuore gli batteva precipitoso, e guardando a quei gruppi d'alberi
che gli nascondevano il nido diletto, provava quella beatitudine, che è
così bene espressa sui volto ascetico dei santi, che in un'estasi soave
travedono il paradiso, nei dipinti dei pittori insigni delle vecchie
scuole italiane.
Sul tramonto del sole passavano per Tai, e sull'imbrunire entrarono
in Piave, e poterono raggiungere la loro dimora senz'essere veduti
da nessuno. Non ebbero nemmeno bisogno di picchiare alla porta. Fido,
riconosciuto da lontano il passo della Nina, s'era messo ad abbajare,
e saltando all'uscio con indizi evidenti d'impazienza e di gioja
domandava che si corresse ad aprire. Bortolo, che dopo l'arresto di
Tiziano aveva veduto il cane costantemente malinconico, accovacciato
in un angolo della cucina o della stalla, vedendolo colle orecchie
tese stare in ascolto e poco dopo saltare in piedi, balzare verso la
corte abbajando e agitando la coda, comprese subito ciò che voleva
dire la buona bestia, e corse ad aprire. Poco dopo, la timonella coi
viaggiatori, entrava nel cortile, e Fido vi saltava dentro, prima
che avessero il tempo di discendere, e con dimostrazioni di letizia
convulse e rumorose accarezzava i padroni, poi correva tutto intorno
alla corte con allegri abbajamenti, come per avvertire quelli di
casa, e tutto il vicinato del felice avvenimento, e non finiva più
di manifestare in varie forme le ripetute prove della sua immensa
contentezza. Intanto la Betta era accorsa col fanale acceso, seguita
dalla padrona che s'era gettata nelle braccia del figlio.
I baci, le carezze, le domande e le risposte durarono un bel pezzo
mentre che Bortolo conduceva in stalla la Nina, la stropicciava
affettuosamente, le lavava gli occhi e la bocca, le apparecchiava
un buon letto di paglia, e finalmente tutti entrarono in casa. Era
bello trovarsi ancora riuniti intorno a quel santo focolare, da ove
erano stati rapiti e divisi dalla violenza di stranieri dominatori
che non avevano altro diritto che quello della forza. Era una grande
consolazione sedere a quella mensa di famiglia, ove da padre in figlio
s'erano succedute parecchie generazioni di galantuomini, che prima
di dormire in pace nella tomba, avevano trasmesso nei figli dei loro
figli il loro tipo caratteristico, le loro abitudini, la lingua e le
storie del paese, gli affetti e le memorie domestiche. E quella sera la
cena fu lunga, e i racconti infiniti. Maddalena non poteva saziarsi di
contemplare suo figlio, lo trovava patito, sofferente, voleva conoscere
i suoi dolori, dividere le ansie della prigione e i pericoli del
processo ascoltando il suo racconto, e godeva di udire dalla voce del
marito la collera dei Veneziani contro i tedeschi, la loro concordia
nel manifestarsi malcontenti e decisi di finirla, l'entusiasmo
del popolo, lo sgomento delle truppe, l'audacia fortunata di Manin
all'arsenale, la sua fermezza e la sua autorità, quando imponeva a
tutti l'ordine, la concordia, la disciplina; e si esaltava ella stessa,
quando Tiziano esclamava:
— Ah se il nonno Taddeo avesse udito nuovamente quelle grida di — Viva
San Marco! — che avevano risuonato alle sue orecchie al tempo della
repubblica!... se avesse assistito all'imbarco dei tedeschi, mentre la
bandiera italiana sventolava sulle antenne della piazza!...
La Betta ascoltava in silenzio, rideva e piangeva, Bortolo interrogava,
voleva che gli spiegassero minutamente ogni cosa, s'inteneriva o si
accendeva di sdegno secondo le impressioni ricevute, e così passarono
una gran parte della notte, e non si decisero di andare a letto che
quando cascavano tutti dal sonno, e che mancava l'olio alla fiorentina.
Sior Antonio ritornato nella sua camera dopo la lunga assenza,
faceva gli elogi della bontà dei padroni, che lo avevano ospitato e
consolato con tanta cordialità, descriveva alla Maddalena il lusso del
palazzo, le diceva che aveva dormito in un letto da principe, sotto un
baldacchino di damasco... poi mettendosi in testa il berretto da notte
conchiudeva:
— Dopo tutto questo non vi sono stanze reali, nè letti sontuosi dove
si stia meglio della nostra camera, e del nostro letto, e stirandosi
le stanche membra sotto la vecchia coperta di lana, si addormentava
profondamente.
Il giorno appresso essendosi già sparsa per tutto il Cadore la notizia
della partenza delle truppe austriache di Venezia e dalle provincie,
e del ritorno dei Larese, la loro dimora fu invasa dai parenti, dagli
amici, dai conoscenti, e dai curiosi, avidi di abbracciare i reduci, e
di udire le novelle della rivoluzione.
L'Arcidiacono accorse fra i primi a congratularsi con Tiziano per la
sua liberazione, ed a ringraziare sior Antonio delle sue lettere.
E più tardi si vide comparire anche il Consigliere imperiale con
tanto di coccarda italiana sulla bottoniera, col viso atteggiato ad
uno sberleffo che voleva essere un sorriso di compiacenza, ma che
malgrado lo sforzo non riusciva all'intento. Fra le visite più gradite
Tiziano potè abbracciare strettamente il suo caro Isidoro Lorenzi che
gli portava i saluti di Maria, e veniva ad invitarlo a passare tutto
l'indomani al roccolo di Sant'Alipio.
Tiziano non si fece pregare, e di buon mattino attraversò il bosco
dei larici, ed entrò in quel delizioso romitaggio la cui lontananza lo
aveva fatto soffrire più di tutto nei carcere di Venezia.
Isidoro era uscito per tempo per predisporre coi suoi amici la
convocazione della Comunità Cadorina, e Maria aspettava Tiziano
alla finestra. Quando lo vide entrare diede un guizzo, scese
precipitosamente la scala, e corse ad incontrarlo. Tiziano la prese
per le mani e le depose un bacio sulla fronte; si dissero delle
parole confuse dalla commozione pronunciate colle labbra tremanti,
e s'avviarono a quel padiglione di verdura che il giovane aveva
denominato il nido di Montericco. Il sole brillava nel cielo sereno,
l'aria leggiera era pregna d'esalazioni resinose, la Piave sussurrava
fra i sassi del suo letto, e si udiva il muggito delle mandre che
uscivano dalle cascine per abbeverarsi nel torrente, e un lieve
stormire di fronde confondeva tutti quei suoni lontani col canto degli
uccelli, col ronzio degl'insetti, e col soave mormorìo delle loro
confidenze. Tutte le angoscie passate apparvero a Tiziano come le
dolorose impressioni d'un sogno svanito. Quale cambiamento di scena!
dalle tetre mura, dalle doppie inferriate, dalla triste solitudine
e dall'afa nauseante della prigione, egli era passato rapidamente
all'entusiasmo turbinoso d'una rivoluzione popolare, e da quei fragori
assordanti, si trovava trasportato come per incanto fra le armonie
soavi della natura, davanti l'aspetto ridente delle montagne, delle
colline boscose, della vallata pittoresca, nel nido di Montericco
accanto a quella bella fanciulla, fra i profumi della terra e delle
piante.
L'ebbrezza della libertà, della gioventù, della vita lo tenevano
sollevato dalle cose terrene, in un etere splendido, sottile, in
un'estasi di delizie sovrumane; e così assorti entrambi in un magico
prestigio, rimasero lungamente in silenzio a sentirsi vivere in quella
strana esistenza.
Finalmente ruppero il silenzio per raccontarsi le reciproche
impressioni dei giorni dolorosi. Essa gli narrò il raccapriccio provato
alla notizia dell'arresto, le ansietà di quei giorni pieni di amarezza,
le preghiere che aveva fatte al cielo per la sua liberazione, la
felicità nell'udire l'annunzio del vicino ritorno. Egli le raccontò
i dolorosi pensieri del carcere, le soavi rimembranze del passato
che venivano a rendere più desolante la sua prigionia, e a fargli
doppiamente sentire la privazione della libertà, la mancanza d'aria e
di luce, le ore solitarie passate sul pagliericcio della prigione coi
pensiero intento al roccolo di Sant'Alipio, a quel nido di Montericco,
veduti da lontano fra le nuvole, come un paradiso antecipato sulla
terra, che forse non lo avrebbe mai più consolato nella vita.
E ai lunghi discorsi affettuosi, succedevano nuovi silenzi ancora più
eloquenti, e quando la bocca taceva parlavano gli occhi, quell'arcano
linguaggio che senza alfabeto scritto, nè segni convenzionali, imprime
e scolpisce con indelebili impronte. Così si amavano profondamente,
senza aver mai pronunciata una parola d'amore.
Nella prima infanzia crebbero insieme come fratelli, poi divennero
colleghi nella scuola della maestra; e nei giuochi giovanili Tiziano
prediligeva Maria, era sempre il suo confidente, il protettore, l'amico
inseparabile, che essa chiamava in soccorso in ogni pericolo. Quella
grazia e quella forza si erano legate insieme fino dai primi anni della
vita come l'edera e la quercia che nascono da vicino, la pianticella
rampicante si attacca al tenero arboscello e crescono insieme
congiunti, e l'albero diventa il gigante della foresta, senza essersi
mai diviso dalla sua fedele compagna, che gli si è radicata intorno, e
vive della vita di lui. Una tale affezione, subì naturalmente tutto il
successivo sviluppo della loro esistenza. L'inclinazione naturale fra i
bimbi divenne predilezione, simpatia, amicizia cordiale, e tenerissimo
amore, passando lentamente, gradatamente, insensibilmente, alle
successive trasformazioni, come l'infanzia passa alla gioventù, alla
pubertà, ed alla età virile. Le separazioni subite a vari intervalli
spingevano a queste modificazioni, che ad ogni ritorno crescevano d'un
grado. La predilezione si trasformò in amicizia dopo la separazione
del seminario; l'amicizia divenne amore dopo l'assenza degli studi
universitari, ma l'intervallo del carcere fece crescere grandemente
questa passione che s'era accesa nella solitudine, e nella sventura.
E nelle successive trasformazioni di questo affetto non c'era mai
stato un momento nel quale la parola — ti amo — avesse potuto uscire
opportunamente dalle loro labbra; e come essi ignoravano l'origine del
loro amore così non potevano ammetterne il fine, pareva che le loro
anime si fossero amate in una vita antecedente all'umana esistenza, e
certo quell'amore avrebbe sopravissuto alla tomba, «Ti amo» non è che
un presente che può stare anche senza passato e senza futuro. Tutti
gli amanti si promettono un'amore immortale, essi sentivano un amore
eterno, infinito. L'amore era per essi come Dio, superiore ad ogni
volgare dimostrazione lo sentivano dentro nell'anima, ma non avrebbero
potuto esprimerlo con umane parole. Ecco perchè non s'erano mai detto
— ti amo — parola che avrebbero trovata fredda, insignificante, ed
inutile. Tale era il loro amore, tale lo sentivano espandersi d'intorno
negli aliti della natura, nelle oscillazioni, dell'aria, nell'azzurro
del cielo, nell'infinito universo; era una fiamma che ardeva perenne,
e mandava scintille, un olezzo di fiore che imbalsama l'aria. Nei
loro silenzi le anime rapite in un estasi soave volavano in un'etere
celeste, come due angeli insieme congiunti nell'adorazione dell'ente
supremo raffigurati da fra Angelico in mezzo alle nuvole illuminate da
raggi divini. E dopo quei voli vorticosi scendevano a riposarsi sulla
terra, e trovandosi seduti vicini nel nido di Montericco, riprendevano
tranquillamente a parlare delle cose mortali.
Michele, il loro amico d'infanzia, tornava in campo sovente nei loro
dialoghi. Rammentavano la sua vivacità, i suoi motti, la sua fortuna
d'essere sfuggito agli artigli dell'aquilotto bicipide, e in pari tempo
al grugno dell'Orso, e lo attendevano di ritorno dall'esiglio.
S'intrattenevano con tali discorsi quando i latrati di Turco li
avvertirono che Isidoro rientrava al roccolo. Tiziano gli corse
incontro, si strinsero al seno affettuosamente, e Turco, riconosciuto
subito l'amico del padrone, e il compagno di caccia, gli saltò addosso
con ripetute dimostrazioni di letizia.
Maria rientrò in casa per assistere la vecchia serva negli apparecchi
del desinare, che un'ora dopo era servito in tavola sulla loggia, ove
i tre amici sedettero lietamente davanti il prospetto di quei monti e
di quelle valli che formavano per loro le gigantesche pareti della più
meravigliosa sala del mondo.
Dopo il pranzo Isidoro tirò fuori la sua pipa, ma rammentandosi la
dimostrazione italiana di astenersi dal tabacco, domandò ridendo a
Tiziano:
— È permesso di fumare?..... il tabacco di contrabbando?...
— È permesso qualunque tabacco — gridò Tiziano — e viva finalmente la
libertà!...
Passarono un bel giorno, e separandosi a notte avanzata, Tiziano
ed Isidoro si diedero appuntamento per l'indomani nella sala della
Comunità ove erano convocati i rappresentanti di tutto il Cadore.
Quando Tiziano fu solo nella sua camera aperse le finestre. La
luna spandeva sui monti la sua candida luce, tutto era pace e
silenzio. Pensò a Maria, al dolore che provava ogni qual volta doveva
lasciarla, anche per poche ore, sentì come senza di lei fosse un vuoto
insopportabile nella vita, e il mondo apparisse una triste solitudine,
gli parve dunque necessario di trovare il modo di averla sempre vicina,
e non ce n'era che uno solo, quello di farla sua moglie. Di ciò non le
aveva mai parlato, ma sentiva benissimo che non ce n'era bisogno, e che
fra loro il matrimonio doveva essere sottointeso. E questo desiderio
ardente del suo cuore diventava anche un obbligo di galantuomo, perchè
vicino a lei si sentiva rapito da tali ebbrezze, da diventar cieco, con
grave pericolo di entrambi.
In un trasporto d'amore, egli avrebbe potuto dimenticare tutti i doveri
della vita, e trascinare colei che adorava fino all'orlo della colpa.
Maria rimasta orfana della madre essendo ancora bambina, era cresciuta
nella libertà della natura fino al tempo che venne istruita da una
brava e saggia maestra, che seppe non guastare la semplicità della sua
vita innocente, secondata dall'affetto d'un padre affettuoso probo ed
onesto, il quale era così alieno dal male che non poteva sospettarlo
negli amici, e lasciava la figlia insieme a tutti i suoi colleghi dei
primi anni, con la buona fede dell'uomo intemerato. Offendere quella
fiducia, tradire quell'uomo, non era possibile coi costumi semplici ed
onesti del Cadore, e Tiziano non si sarebbe mai perdonato un errore che
avesse macchiato la candida veste di sposa di colei che doveva entrare
nella sua famiglia, e portare il suo nome onorato. E così si decise a
non tardare più oltre a rendere sacro e rispettabile il suo amore colla
promessa di sposo, che assicurava la sua felicità, e giustificava la
sua condotta.
Con l'animo lieto, e la coscienza serena per la presa determinazione,
dormì tranquillamente tutta la notte, del sonno del giusto.
Alzatosi di buon mattino, andò a trovare sua madre, la prese per mano,
la condusse nello scrittoio ove sior Antonio allineava i suoi conti,
e confidò ai genitori riuniti il suo amore, e il desiderio di farsi
sposo; che venne accolto da entrambi con sincera soddisfazione, perchè
amavano e stimavano Isidoro, e sua figlia Maria, ed erano lieti di
accoglierla in casa come una figlia. E fu subito stabilito che dopo
la riunione nel palazzo del Comitato, sior Antonio andrebbe al roccolo
di Sant'Alipio, a domandare formalmente ad Isidoro Lorenzi la mano di
sposa di sua figlia, ed a fissare i preliminari del matrimonio.