III.

Una bella mattina i padroni di sior Antonio se lo videro capitare

in casa tutto fidente nelle lettere commendatizie del Consigliere

imperiale, d'Isidoro, e dell'Arcidiacono, e non poterono ritenere

una solenne risata nel dargli l'annunzio che mentre egli faceva il

viaggio la polizia metteva in prigione l'avvocato Manin, e il letterato

Tommaseo....

È più facile immaginare che descrivere l'espressione del viso di sior

Antonio a tale dolorosa sorpresa. Sbalordito, mutolo e quasi scemo,

non sapeva più che pensare, gli pareva che le cose di questo mondo

si fossero capovolte, tutti i galantuomini andavano in prigione ed

erano obbligati di fuggire, e gli usurpatori, ossia i ladri, facevano

da giudici, perchè gli stranieri gli parevano ladri in scala grande,

introdotti con violenza in casa altrui.

Gli restava la lettera pel segretario, la quale gli servì ad ottenere

il permesso di entrare in prigione per vedere suo figlio. Favore che lo

umiliava, perchè gli veniva concesso da coloro che egli giudicava come

i veri colpevoli, persecutori degli innocenti; come i veri turbatori

dell'ordine sociale, che non avevano altro diritto di comandare che

quello ottenuto dalla forza brutale; che li rendeva gli oppressori d'un

paese che era stato il loro maestro di civiltà!.... La sua coscienza

era la sola norma della sua ingenua politica, e gli pareva che il

semplice buon senso dovesse essere la sola base del diritto, e andare

al di sopra della ragione di Stato.

Quante lezioni di scaltra diplomazia gli dovettero inculcare i padroni

per salvarlo dal pericolo d'essere arrestato anche lui, e messo in

prigione insieme col figlio, perchè si ostinava a voler dire ai giudici

apertamente e schiettamente quanto egli credeva fosse davvero giusto

ed onesto; quando invece era tutto il contrario, perchè l'usurpazione

era un diritto, la forza un'autorità, l'amore di patria una colpa,

il desiderio di liberarla dall'oppressione un grave delitto di Stato!

L'ipocrisia diventava una necessità, l'umiliazione davanti la potenza

dei nemici una assoluta necessità, per salvare le vittime cadute

nelle loro mani. Sior Antonio sbuffava, incrociava le sopracciglia,

batteva i piedi, ma doveva piegarsi, se voleva vedere suo figlio, e non

nuocergli.

Finalmente potè essere condotto alle carceri criminali, accompagnato da

un impiegato che assistette all'intervista del detenuto con suo padre.

Ma quelle porte chiuse, quei catenacci, quelle chiavi, quell'aria

uggiosa e ammuffita del carcere gli misero nelle ossa un ribrezzo che

gli faceva tremare i ginocchi. Quale triste domicilio per un giovane

avvezzo all'aria aperta e profumata delle montagne!

Il povero Tiziano era pallido, smunto, cogli occhi pesti, come un

uomo sepolto vivo. Il padre ne fu desolato, lo abbracciò teneramente,

gli teneva serrate le mani, aveva gli occhi gonfi di lagrime, e gli

mancavano le parole.

Tiziano gli fece animo, gli chiese notizie di sua madre, di Maria,

degli amici, del paese, di tutti di casa, compreso Fido, e con

dei giri di parole procurò di sapere se Michele fosse salvo. Sior

Antonio dapprima non capiva niente, ma poco a poco incominciò a

famigliarizzarsi col linguaggio arcano degli schiavi, vide come si

doveva esprimere il pensiero velato, mascherato, allusivo, senza

compromettere nessuno; e strizzando l'occhio a Tiziano gli disse:

— A proposito devo dirti che l'uccellino che cantava così bene

nell'orto di sior Iseppo, e che volevano accalappiare per metterlo

in gabbia, non si è lasciato prendere ed ha spiccato il volo sulle

montagne....

L'allusione era troppo poco velata perchè l'impiegato che assisteva al

dialogo non dovesse comprenderla, ma finse di non aver inteso e lasciò

andare la cosa senza osservazioni.

Tiziano avendo capito che l'amico era in salvo si rasserenò alquanto, e

procurò d'infondere coraggio a suo padre, si mostrò sempre dignitoso, e

ritornò alla sua prigione rasserenato ad aspettare il processo che gli

facevano i tedeschi, perchè egli italiano, amava l'Italia.

Sior Antonio aveva saputo che i personaggi più cospicui, e le famiglie

più stimabili di Venezia si erano rese invano garanti perchè l'avvocato

Manin venisse processato a piede libero, e vedendo che non c'era nulla

a sperare da un governo spietato e sospettoso, e convinto che bisognava

forse aspettare lungamente l'esito del processo, voleva ritornarsene in

Cadore dove lo chiamavano il dovere e le necessità degli affari, ma i

suoi buoni padroni lo forzarono a rimanere con loro, procurando così al

padre ed al figlio l'unica consolazione alla quale potevano aspirare,

quella di vedersi qualche volta, e di essere vicini.

Allora il bravo cadorino per togliere la moglie dall'ansiosa

aspettativa, decise di mandare sue notizie all'arcidiacono non

dimenticando i prudenti consigli di lui, e quelli dei padroni, che

gli raccomandavano tanto d'essere guardingo e di misurare le parole,

e fatto anche un po' esperto per l'esercizio dei dialoghi che teneva

con suo figlio nel parlatorio del carcere, si accinse a scrivere con

somma precauzione, quanto desiderava di far noto ai parenti ed agli

amici. Ma fra il bisogno di render conto d'ogni cosa, e il timore di

compromettere qualcuno con imprudenti espressioni, egli si trovò nel

più grave imbarazzo, e costretto di pesare ogni pensiero, e di misurare

ogni parola, rimaneva lungamente colla penna in mano, prima di scrivere

una linea. Ogni pagina gli costava sudori, tuttavia scrisse a varie

riprese le seguenti lettere, che dobbiamo pubblicare come documenti

indispensabili che servono a far conoscere il successivo sviluppo degli

avvenimenti che interessano il presente racconto.

«Reverendissimo Signor Arcidiacono

Vengo con questa mia a renderle conto del mio viaggio, che è stato

faticoso per la Nina, e per l'umile sottoscritto, però siamo giunti

entrambi in buona salute. Ho lasciato la Nina sotto la campana di

Mestre, e sono arrivato a Venezia coll'ajuto di Dio. Le persone che

io doveva vedere sono in villeggiatura, e quindi non possono giovarmi

come io sperava. Mi sono assai sorpreso del loro gusto di ritirarsi

in campagna nel cuore dell'inverno, ma Ella sa benissimo, Signor

Arcidiacono che a questo mondo si fa sempre quello che si può, e non

sempre quello che si desidera. Ho veduto mio figlio che sta bene di

salute, quantunque starebbe meglio a casa, ma questo per ora non è

possibile, perchè Sua Maestà imperiale reale ed apostolica, colla

sua eccelsa volontà, si degna di tenerlo in prigione, del che siamo

rispettosamente dolenti. Intanto rimango a Venezia per vedere se sarà

liberato dalla giustizia di Sua Maestà, con tutto rispetto parlando.

Vado ogni giorno in chiesa a San Marco e mi raccomando caldamente alla

Madonna della Consolazione, che si trova sotto un arco a sinistra del

coro, — la Madonna non la consolazione — la quale mi manca del tutto,

per i supremi voleri dell'altefatta Sua Maestà.

Null'altro per ora avendo da aggiungere, la prego, reverendissimo

Signor Arcidiacono, di compatirmi sempre, salutandomi la Maddalena, a

nome anche di Tiziano che le raccomanda il cane, e li saluta tutti,

lei compreso, ed anzi per il primo, colle quali cose, malgrado le

amarezze che mi rendono stupido, la prego di tenermi pel primo della

parrocchia nell'ossequioso rispetto col quale me le dichiaro, e sono

suo obbligatissimo e affettuoso

Il roccolo di Sant'Alipio · 第 12 / 38 题