NOTE DEL TRASCRITTORE:

Sono state adottate le seguenti convenzioni:

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_DELLA ILLUSTRAZIONE_

DELLE LINGUE ANTICHE, E MODERNE

E PRINCIPALMENTE DELLʼITALIANA

PROCURATA NEL SECOLO XVIII.

~DAGLʼITALIANI~

~_RAGIONAMENTO_

STORICO, E CRITICO~

=DI CESARE LUCCHESINI=

_CONSIGLIERO DI STATO_

DI S. M. LʼINFANTA DUCHESSA DI LUCCA

DELLA LINGUA ITALIANA

E DELLE ALTRE LINGUE MODERNE

~DʼEUROPA~

_PARTE I._

~LUCCA~

PRESSO

FRANCESCO BARONI STAMPATORE REALE

_MDCCCXIX._

_Ut in magna silva boni venatoris est, indagantem feras quam plurima

capere, nec cuiquam culpae fuit non omnes cepisse, ita nobis satis

abundeque est tam diffusae materiae, quam suscepimus, maximam partem

tradidisse._

Column. de Re Rust. Lib. V. Cap. I.

~PARTE~ I.

_Della lingua Italiana, e dellʼaltre

lingue moderne dʼEuropa._

_INTRODUZIONE_.

LʼItalia, che allʼaltre nazioni dette lʼesempio, ed aprì la strada a

scuotere il giogo della barbarie, e dellʼignoranza, non cessò mai dopo

quellʼepoca di somministrare uomini chiarissimi in ogni scienza in

ogni arte in ogni disciplina. Le parti tutte deʼ sacri studj, e deʼ

filosofici, le scienze naturali e le matematiche, la giurisprudenza,

la storia con tutto ciò che da lei dipende o serve a rischiararla,

lʼeloquenza, la poesia, le lingue straniere, e la nativa, tutto

in somma ebbe fra noi coltivatori diligenti, e felici, che a se

procacciarono, non meno che alla Patria, gloria immortale. Divisa

in piccoli stati fra lor discordi fu debole, e quindi rimase preda

dellʼarmi straniere; ma gli stessi suoi vincitori mentre ne esaltavano

la dolcezza del clima, e la fecondità del suolo, o ne involavano le

ricchezze, ammiravano la dottrina, e lʼingegno deʼ suoi abitatori.

Laonde aʼ nostri maggiori neʼ secoli XV. e XVI. si può applicare ciò

che della Grecia disse Orazio in quei notissimi versi _Graecia capta

ferum victorem cepit et artes intulit agresti Latio._

Nè dallʼetà precedenti fu degenere quella a noi più vicina, voglio

dire il Secolo XVIII. La memoria di tanti uomini insigni, che esso ha

prodotti, e di tante opere classiche, che in esso han veduta la luce,

è tuttora così recente e viva, che questʼasserzione mia non abbisogna

di prove. Pure ad onor dellʼItalia, sarebbe a desiderarsi, che non so

bene se dica modestia o timore non avesse distolto lʼegregio storico

dellʼItaliana letteratura dallʼestendere ancora a questo le sue fatiche.

Il supplire al silenzio del Tiraboschi appartiene agli uomini eruditi,

deʼ quali abbonda IʼItalia, ed io sarò lietissimo, se le mie parole

ad alcuno di loro serviranno dʼeccitamento per farlo. Prendendo però

a descrivere ciò che daglʼItaliani si è operato nel Secolo XVIII.

intorno al coltivamento delle lingue antiche e moderne e della natìa

principalmente non intendo di percorrere sì fatto arringo, nè pure in

parte. Ho voluto piuttosto adoperarmi di rendere allʼItalia una gloria,

che da alcuni pure si vorrebbe torle. Si concede, che essa abbia poeti

famosi, e buoni storici e chiari oratori: non le si nega molta lode

nelle scienze sacre e nelle profane; e molto plauso si fa aʼ suoi

antiquarj. Ma per ciò che spetta alle lingue, che chiamano dotte, par

che da alcuni si accusino i nostri dʼaverne alquanto trascurato lo

studio. Quindi ho reputato, che debba riuscir non inutile lʼesaminar

alquanto, se questa accusa sia giusta, o almeno fino a qual segno

possa apparir tale. Ma più grave rimprovero meriterebbono, se avendo

pur coltivate le lingue straniere avesser poi trascurata la propria. E

sebbene di ciò niuno ci accagioni, pure mi è grato il ricordare coloro,

che al coltivamento della propria lingua hanno data opera diligente,

e coi precetti o collʼesempio hanno porto altrui eccitamento per

farlo. Il quale eccitamento io credo, che rendersi debba vie maggiore,

richiamando appunto alla memoria le utili fatiche da tanti Scrittori

chiarissimi sostenute per lʼillustrazione della stessa lingua.

Io confesso, che a trattar degnamente il mio argomento mancano a me

parecchi ajuti necessarj, e quelli principalmente dellʼerudizione e

dellʼingegno per richiamarmi alla mente le cose fatte daglʼItaliani,

e darne retto giudizio. Mi mancano altresì molti libri, senza il

soccorso deʼ quali mal si possono intraprendere sì fatte trattazioni.

Il piacere però, che tutti provano in rammentare le glorie della

patria mi ha fatto dimenticare la debolezza delle mie forze, e mi sono

accinto alla impresa. Comincerò dal parlare della Lingua Italiana

chʼesser deve lo scopo principale del mio ragionamento, e a questa

succederanno, come appendice, le altre moderne lingue dʼEuropa. Passerò

poi alle antiche ed a quelle che chiamano _esotiche_, sì antiche, che

moderne. Non pretendo però di noverare tutti coloro, che in questo

genere scrivendo sono degni di qualche lode, ma ne tralascerò molti per

non diffondermi troppo, e stringerò il mio discorso agli uomini più

illustri, ricordandomi di quel detto di Columella, che ho scelto per

epigrafe: _ut in magna silva boni venatoris est, indagantem feras quam

plurimas capere, nec cuiquam culpae fuit non omnes cepisse, ita nobis

satis abundeque est tam diffusae materiae, quam suscepimus, maximam

partem tradidisse_.[1] Potrei forse passare sotto silenzio ancora più,

e diversi Scrittori, le opinioni e le opere deʼ quali condanno. Siccome

però essi hanno ottenuto qualche plauso e forse tuttora lʼottengono da

alcuni, perciò ho creduto non doverli dimenticare.

Debbo finalmente avvertire, che fra glʼItaliani porrò ancora quegli

stranieri, che in Italia menarono una gran parte della loro vita, e

molto più se di quì trassero i mezzi per coltivare i loro studj, e

scrivere le opere loro. Così fecero i dotti Maurini autori della storia

letteraria della Francia; così il dottissimo Tiraboschi nella storia

della letteratura Italiana.

_Dellʼorigine e dei caratteri

delle moderne lingue dʼEuropa._

~CAPO~ I.

Il chiarissimo Sig. Ab. Denina autor fecondo di molti libri ha scritto

alcune dissertazioni su lʼorigine, le differenze, e i caratteri delle

moderne lingue dʼEuropa, che si leggono negli Atti dellʼAccademia

delle scienze e belle lettere di Berlino, e in parte ancora stampate

separatamente.[2] A me rincresce di non avere questʼopera e di non aver

lette che sole tre delle sue molte dissertazioni, e sono quelle, che

discorrono le cause della differenza delle lingue, e dellʼorigine della

lingua Tedesca.

A tre classi egli riduce le cause delle differenze, che si osservano

tra le lingue figlie di una stessa madre; cioè fisiche, morali, e

miste. Causa fisica è per lui la diversità della pronunzia. I popoli

barbari, che invaser lʼItalia furon costretti dʼavvezzarsi alla lingua

latina; ma per quella difficoltà, che si prova da prima nellʼintender

bene o bene esprimer qualche voce straniera, ora cambiarono qualche

vocale o qualche consonante, ora tolsero, o aggiunsero qualche lettera

o sillaba in principio in mezzo o in fine. Ora lʼalterazione in questa

guisa fatta a una lingua si chiama fisica dal Signor Denina, perchè

egli derivata la crede dal clima o dalla organizzazione deʼ nuovi

abitanti. Ma io dubito, che volendo questo scrittore comparir filosofo

sottile e profondo abbia traviato dal retto sentiero della verità. In

fatti io non so bene qual sia il clima che ama una vocale piuttosto che

un altra e fa accorciar le parole di qualche sillaba. Nè vedo pure come

una certa conformazione di muscoli o di nervi o di non so che altro

possa produr questo. E son dʼavviso che se nel cuore della Svezia o

della Danimarca o della Germania si trasferisse una colonia toscana o

lombarda, e a questa si consegnasse qualche fanciullo appena nato di

si avvezzerebbe alla lingua di queʼ coloni nè la difformerebbe con

accorciamenti o mutazioni, e pure il clima sarebbe diverso dal Toscano

e dal Lombardo, e tal sarebbe la sua organizzazione qual lʼavrebbe

sortita nascendo. Il solo uso lunghissimo e costante forma la pronunzia

e quei barbari giunti in Italia alterarono la lingua latina non pel

clima, in cui eran nati, non per la naturale organizzazion loro, ma per

la lingua alla quale eran avvezzi. Non giudico necessario dʼillustrare

la mia obiezione con maggiori argomenti, e senza più passo alle cause,

che lʼautore chiama morali, e sono le seguenti. 1. Alcuni nomi imposti

alle cose hanno origine dai paesi, daʼ quali queste si traevano, come

_Arazzi_ dalla città dʼAras, _guanti_ in Francese _gands_ da Gand

nella Fiandra[3]. 2. Altre voci provengono da una specie dʼironia, per

cui significano lʼopposto di ciò che dovrebbero significare, onde in

Francese _phoebus_ e _galimathias_ indicano un cattivo stile. 3. Le

cose stesse sono chiamate diversamente in diversi luoghi secondo gli

aspetti diversi, sotto i quali esse possono esser considerate: così

la cosa stessa si chiama in Italiano _posata da porre, o posare_ e

_couvert_ in Francese da _couvrir_. 4. La stessa voce, o almeno simile,

in diverse lingue significa diverse cose, perchè queste si possono

considerare sotto il medesimo aspetto, e reca per esempio la voce

_brod_ la quale[4] significava nutrimento in generale, e _brodo_ in

Italiano vuoi dire una certa bevanda, e in Tedesco _pane_. Alcune però

di queste son tenui mutazioni delle lingue già formate, non di quelle

che nascono; laonde non tendono al vero scopo della dissertazione cui

lʼautore non sempre ha avuto in mira. Egli ha dimenticato altresì

una parte di quello che aveva promesso. Perchè in principio oltre

alle cause da lui chiamate fisiche e morali avendo indicate ancor

le miste, di queste poi non ha fatto parola. Alla dissertazione

aggiunse un supplimento, che non rimedia a questo difetto, e solamente

rischiara alquanto le cose già dette, recando lʼetimologia di parecchie

voci. Ma se alcune di queste etimologie sono commendabili per una

certa spontanea naturalezza, che si concilia la persuasione altrui,

o per acutezza dʼingegno, con cui son derivate non senza molta

verisimiglianza, altre ve nʼha troppo forzate. Tali a cagion dʼesempio

sono quelle di _Kein_ (che in Tedesco significa nessuno) da οὺχ ἕν;

di _von_ (_da proposizione nella stessa Lingua_) da ἀφʼ ὤν; e più

altre.

Lʼaccusa medesima vuolsi dare alle due dissertazioni _sullʼorigine

della lingua Alemanna, e sullʼorigine comune delle lingue Alemanna,

Schiavona, o Polacca, e Latina, e su quella dellʼItaliana_. Il Signor

Denina è sollecito di mostrare la somiglianza, che queste lingue hanno

colla Greca, nella qual cosa più altri Scrittori lʼhanno preceduto, e

seguitato. La trova egli 1. in alcune voci per mezzo dellʼetimologia,

di che ho già detto abbastanza: 2. nella terminazione dellʼinfinito,

che in Tedesco è in _en_ e in Greco in ειν; e in alcuni dialetti

in ην o in μεν. 3. in quellʼaumento della sillaba _ge_, che in

Tedesco prende il tempo preterito. E giudica questo aumento simile

alla reduplicazione deʼ Greci, e dice: _il est vrai que les Allemands

sʼeloignent un peu de la pratique des Orientaux: car au lieu de

redoubler les consonnes initiales des verbes ils leur ont substituè

le g peut être parceque cela étoit plus facile, mais il nʼest pas

douteux que cela ne soit venu des langages de lʼAsie mineure dʼou

est sortie la grecque, et que ce redoublement ne se soit affoibli ou

perdu en sʼavançant vers le Nord et en sʼeloignant de sa source_. Il

_ge_ aggiunto nella lingua Tedesca al tempo preterito è una particela

inseparabile, di cui sʼignora adesso il significato, ma certamente

nellʼantico Teutonico, significava qualche cosa. Si vede anche ora,

che in alcune voci composte indica moltiplicità, unione di cose, onde

per esempio da _mein_ mio, si fa _gemein_ comune, da _balken_ trave

si fa _gebalke_ le travi del tetto. Io non so, se ancora in altro

senso si usasse, e come o perchè si adoperasse per indicare il tempo

preterito; ma nellʼignoranza stessa in cui siamo intorno a ciò parmi,

che si possa asserir con certezza, che niuna somiglianza ha quella

particola colla _reduplicazione_ deʼ Greci. Questa non è una particola

o preposizione inseparabile, ma un aumento, di cui non è nota lʼorigine

e il motivo; laonde è diversa essenzialmente, lʼaggiunta adoperata dai

Tedeschi da quella dei Greci. Arroge a ciò, che la _reduplicazione_ deʼ

secondi forse non era usata nei tempi più remoti, come dubitano alcuni

solenni Grammatici, osservandosi, che nel dialetto Jonico non rare

volte si tralascia.[5] Or supponendo, che una colonia Greca, passasse

a popolare il paese, che poi si chiamò Germania, questo avvenimento

esser deve antichissimo, giacchè niuna storia ne fa menzione; quindi

non poteva essa recare in quelle terre lʼuso della reduplicazione, e

recarvelo in modo, che sempre si adoperi, ove il verbo non sia composto

con una particella inseparabile, mentre nella Grecia essa non era anche

introdotta, e in tempi assai posteriori lʼuso non ne era così costante

e universale.

Checchè sia di questo non si può dubitare, che qualche somiglianza non

si scorga fra la lingua Tedesca, e la Greca: ma questa somiglianza

non conduce il Sig. Denina a credere, che la prima sia figlia della

seconda, e piuttosto vorrebbe, che amendue provenissero da una

madre comune. Questa dirsi potrebbe la Scitica, ove si prestasse

fede alle ingegnose ipotesi del Bailly del Court de Gebelin, del

Wachter, dellʼIhre, ed altri. LʼAccademico di Berlino però rigettando

quellʼopinione arbitraria ama meglio di ricorrere alla lingua deʼ

Traci o dei Frigi, ma a me non pare, che il suo avviso sia più fondato

del primo. Altre osservazioni domanderebbero le altre dissertazioni,

non giudico però necessario di trattenermi più a lungo intorno ad un

autore, dotto certamente e rispettabile, ma che in questo argomento, se

non erro, troppo ha seguito congetture non sempre felici.

Della illustrazione delle lingue antiche e moderne e principalmente dell'italiana procurata nel secolo XVIII. dagli Italiani - Parte I · 第 1 / 15 题