_Casaletto, 15 ottobre._
_Ill.mo Signore_,
L’altra sera ci siamo separati in un modo un po’ diverso dal solito;
temo ch’Ella mi abbia preso a noia, e non oso più venire al Fortino.
Eppure non può credere quanto io desideri di ritrovarmi con Lei! Non mi
vergogno a dirlo, dal giorno in cui Galosso è passato all’altra vita,
non ho più avuto un momento di vera allegria. Quando la S. V. Ill.ma
tornerà in città, io resterò solo come un cane. Pensando a questo,
mi ricordo della sensazione che provavo da bambino, quando mia madre,
dopo avermi coricato, se ne andava col lume. Ora mi rannicchiavo, ora
balzavo a sedere sul letto; tendevo gli orecchi, e tutt’a un tratto
vi mettevo dentro le punte dei due indici; chiudevo gli occhi per non
vedere il lupo, il babau o le streghe, e li spalancavo subito perchè mi
si gelava il sangue.
L’idea della sua partenza risveglia in me non solo la memoria
delle mie paure infantili, e di certi terrori che mi assalirono
in circostanze speciali, ma anche tristi presentimenti e pensieri
penosi, che mi ronzano intorno come uno sciame di mosconi arrabbiati.
Qui lei potrebbe, dire: — Che allocco! Cosa importa a me delle sue
fantasticaggini! Voglio spendere il mio tempo dove e come mi piace. — E
avrebbe non una, ma diecimila ragioni.
Contuttociò io faccio un cuor risoluto, e la prego e la riprego di
rimanere al Fortino fino alla metà del mese venturo. Ouf! Ecco fatto!
Lo scrivere questo mi ha proprio sollevato: mi pare d’aver dato sfogo
a un affare di grande, di suprema importanza. Qui lei fa una spallata
e pensa: — Ma è matto! — Ebbene no, non ho mai avuta la mente tanto
lucida come in questi giorni; e non sono niente contento, stavo meglio
quando l’avevo più ottusa. Torniamo all’argomento.
Oramai il caldo se n’è andato, il freddo non è ancora venuto: cosa
vuole di più? Questa è la vera stagione di stare in campagna. A mio
parere Ella è nata per viverci tutto l’anno. Ho notato che contempla
spesso e volentieri la infinita grandezza della natura. In città vi
sono troppe case e troppe cose fra la natura e noi, non le pare?
Lei ha la mente osservatrice, e questo è il più gran baluardo contro
alla noia. E se mai l’aiuterò anch’io a combatterla, nella misura
delle mie deboli forze. Metterò a sua disposizione la mia conoscenza
delle cose di questo paese, acquistata gradatamente e non senza fatica.
Prometto di divertirla. Vi saranno giorni in cui le parrà d’aver letto,
che so io? una novella del buon tempo antico; sere in cui le parrà di
essere stato al teatro.
Tempo fa anch’io andavo a caccia; ho poi lasciato, perchè mi si era
intenerito il cuore in modo straordinario.
Se l’animale, a cui sparavo, restava lì sul colpo, lo raccoglievo,
lo intascavo e tiravo via tranquillo; ma se lo vedevo svolazzare,
dibattersi, soffrire, ahimè! non mi bastava più l’animo nè di
pigliarlo, nè di finirlo, e cominciavo a imprecare contro a me stesso,
a far atti di compassione, a dire parole di scusa. Così non porto più
che l’ombrello od il bastone.
Torniamo a bomba, torniamo agli anni in cui ero appassionato per questo
barbaro spasso. Al presente ci sono cinque cacciatori a Casaletto,
allora erano almeno una dozzina. Spesse volte si usciva tutti insieme.
Trovato un bel campo di stoppie o di trifoglio, si cominciava a
cacciare. I miei compagni si mettevano a girellare, fischiavano una
schioppettata qui, un’altra là, e passavano oltre.
— To’ to’ — dicevo io alla mia fida cagnetta — hai visto che bel
lavoro? Ora tocca a noi. Rifacciamoci da capo, e attenzione. — E mi
rimettevo in cerca, adagino adagino, calcando e ricalcando tutte le
orme, passando e ripassando in tutti i solchi, senza tralasciare nè
un cespuglietto nè una piota. Frugato diligentemente il primo campo,
entravo in un altro; e a farla corta, e senza vantarmi, empivo quasi
sempre la carniera proprio là dove i miei amici credevano di non aver
lasciato più nulla.
Questo per dire che anche nei luoghi più esplorati, c’è sempre da
riesplorare.
Io per me non credo sia necessario andare oltremonte od oltremare,
navigare sotto l’ardente linea o verso il freddo polo, per vedere cose
nuove.
Chi piglia diletto nell’informarsi dei costumi della gente e nel
filosofare sulla virtù e sui vizi, e gode indagarne le cause e gli
effetti, troverà dappertutto pascolo abbondante alla sua curiosità.
Chi volesse conoscere minutamente due miglia (per lungo e per largo)
del proprio paese, dovrebbe mettere la mente in moto assai più di tanti
statisti, economisti, letterati, scienziati, filosofi che vanno di qua
e di là con la persona, per vedere come si governa, si traffica, si
studia e si passa questa grama vita in molte parti dell’orbe sublunare.
Casaletto non è che un villaggio, un povero villaggetto, ma chi potesse
penetrare in certe case e in certi cuori, scoprirebbe strani segreti, e
troverebbe materia per più d’un volume.
A che cercar lontano, quando ogni palmo della terra che abbiamo sotto
i piedi è un piccolo mondo? Ma bisogna aprir bene gli occhi, imparare
a vedere, a osservare. Dico bene? Non è questo un ragionare a filo di
logica? Non è parlare in punta di forchetta?