CAPITOLO VI.

_Governo del Cardinal Pompeo COLONNA, creato Vicerè in luogo

dell'ORANGES, grave a' sudditi, non tanto per lo suo rigore, quanto per

le tasse e donativi immensi, che coll'occasione dell'incoronazione,

e del passaggio di Cesare in Alemagna, per la natività di un nuovo

Principe, e per le guerre contra al Turco riscosse dal Regno._

Eletto il Principe d'Oranges per l'impresa di Fiorenza, fu ne' principj

di luglio del passato anno 1529 rifatto in suo luogo il Colonna. Costui

fu il primo Cardinale, ch'essendo ancora Arcivescovo di Monreale,

si vide in qualità di Vicerè e Capitan Generale governare il Regno.

In altri tempi, quando chi era destinato a' ministerj della Chiesa,

non poteva impacciarsi ne' negozi ed affari del secolo, avrebbe ciò

portato orrore; ma ne' pontificati d'Alessandro VI, di Giulio II (di

cui scrisse Giovanni Ovveno[362], che avendo deposte le chiavi, e

presa la spada, attese più alle arti della guerra, che al ministerio

sacerdotale) di Lione (che come dice il Guicciardino[363], niente

curando della Religione, avea l'animo pieno di magnificenza e di

splendore, come se per lunghissima successione fosse disceso di Re

grandissimi, favorendo con profusioni di regali Letterati, Musici e

Buffoni) di Clemente VII (nel di cui tempo gli abusi della Corte di

Roma eran trascorsi in tanta estremità, che fu desiderato un Concilio

per estirparli) non parevano queste cose strane. Non dava su gli occhi,

che un Arcivescovo insieme e Cardinale, lasciata la sua Cattedra,

governasse Regni e Province da Vicerè e da Capitan Generale. E tanto

meno stranezza dovea apportare il Cardinal Colonna, il quale niente

curando delle cose della Religione, fu tutto applicato alle armi, ed

agli amori, siccome correva la condizione di que' tempi.

Egli nella sua adolescenza fu applicato da Prospero Colonna suo zio

all'esercizio dell'armi, e militò sotto il G. Capitano, dando pruove

ben degne del suo valore. Poi stimò meglio lasciar la guerra, e

ritirarsi in Roma, dove si diede allo studio di lettere umane, e nella

poesia fece maravigliosi progressi, e per ciò fu molto stimato dal

Minturno[364], e dagli altri Letterati del suo tempo. Essendo costume

de' Poeti eleggersi un'Eroina, onde ispirati da quel Nume con maggior

fervore e vena poetassero, così ancora fece il Colonna, il quale

acceso fortemente dell'avvenenza e venustà di D. Isabella Villamarino

Principessa di Salerno, cantò di lei altamente, e per cui compose

molti versi, che ancor si leggono. Fu carissimo ancora alla cotanto

celebre D. Vittoria Colonna sua parente, di cui parimente cantò le

sue lodi e' suoi pregi; e per mostrare al mondo quanto le donne gli

fossero a cuore, compose un giusto volume delle loro virtù, lodandole

e defendendole da tutti quelli, che le soglion biasimare[365].

In premio di queste sue fatiche, essendo morto il Cardinal Giovanni

Colonna suo zio, Giulio II lo creò Vescovo di Rieti. Lione X, a cui

assai più aggradivano le sue maniere e la sua letteratura, l'innalzò a

più grandi onori: oltre averlo fatto passare a più sublimi Cattedre, lo

creò Vicecancelliere della Sede Appostolica, e finalmente Cardinale.

Ma Clemente VII l'odiò sopra modo, siccome colui, che aderendo,

come tutti gli altri Colonnesi, alle parti imperiali, continuamente

s'opponeva al suoi pensieri. Ed il Cardinale col favor di Cesare

fatto più ardito e fastoso, non si conteneva di parlar pubblicamente

di lui, come di asceso al Papato per vie illegittime; e magnificando

le cose operate dalla Casa Colonna contra altri Pontefici, aggiungeva

esser fatale a questa famiglia l'odio de' Pontefici intrusi, e ad essi

l'esser ripressi dalla virtù di quella. Di che irritato il Pontefice

pubblicò un severo Monitorio contra di lui, citandolo a Roma sotto

gravissime pene: nel qual anche toccava manifestamente il Vicerè di

Napoli, ed obbliquamente l'Imperadore. Il Cardinal Pompeo non lasciò

di vendicarsene, quando entrati i Colonnesi in Roma, saccheggiarono

tutta la suppellettile del Palazzo Pontificio e la Chiesa di S.

Pietro; onde avvenne, che assicurato il Papa per la tregua fatta per

quattro mesi con D. Ugo Moncada, scomunicando, e dichiarando eretici

e scismatici i Colonnesi, privò ancora il Cardinale della dignità

Cardinalizia. Trovavasi allora il Cardinale in Napoli, il quale

intesa la sua privazione, non stimate le censure del Papa, pubblicò

un'appellazione al futuro Concilio, citando Clemente a quello, con

proporre l'ingiustizia e le nullità de' monitorj, censure e sentenze

contra di lui e' Colonnesi pubblicate; e dai partigiani de' Colonnesi,

di questa appellazione ne furono affissi più esemplari in Roma di notte

sopra le porte delle Chiese principali ed in diversi altri luoghi, e

disseminati per Italia.

(Questi Atti del Cardinal _Pompeo Colonna_ contra _Clemente VII_ sono

stati raccolti ed impressi nelle collezioni di _Goldasto_; de' quali

non si dimenticò _Struvio_[366], che l'avvertì pure scrivendo alla

pag. 1262, _Extant Acta Pompeii Cardinalis, adversus Clementem VII apud

Goldastum_. L'esempio di _Carlo V_ rese frequenti, mentre durarono le

brighe con questo Pontefice, le appellazioni contra i Monitorj, censure

ed ogni altro atto Papale, al futuro Concilio. Anzi l'appellazione

interposta dall'Imperadore, contiene una formola assai notabile;

poichè si dimandano al Papa gli Apostoli (vocabolo forense) cioè le

lettere dimissoriali per la trasmissione degli atti al futuro Concilio,

affinchè intanto egli non procedesse, nè innovasse cos'alcuna. Ecco

le parole, colle quali egli termina quella dotta e grave risposta

fatta a _Clemente VII_ siccome si leggono, ed in _Goldasto_, ed in

_Lunig_[367]. _Nos enim, quum ex his, et aliis satis notoriis causis

turbari videremus universum Ecclesiae et Christianae Religionis statum

ut nobis, ac ipsius Reipublicae saluti consulatur, pro his omnibus

ad ipsum Sacrum Universale Concilium per praesentes recurrimus,

ac a futuris quibuscunque gravaminibus, eorumque comminationibus

provocamus, appellamus et supplicamus a Vestra Sanctitate ad dictum

Sacrum Concilium, cujus etiam officium per viam querelae his de causis

implorandum censemus: petentes cum ea, qua decet instantia, Apostolos

et litteras dimissorias, semel, bis, ter, et pluries nobis concedi, et

de harum praesentatione testimoniales litteras fieri, ac expediri in

ea qua decet forma, quibus suis loco et tempore uti valeamus. Et quum

ad haec solemniter peragenda ejusdem Sanctitatis Vestrae praesentiam

habere nequeamus, ut inde futuris forsan gravaminibus occurramus, has

nostras ejus Nuncio Apostolico penes nos agenti et Legationis munere,

nomine Vestrae Sanctitatis fungenti, per actum publicum coram Notario

et Testibus exhibendas intimandasque censuimus. Dat. Granatae die 17

Septembris 1526._)

Durarono le suddette aspre contese finchè non seguì la pace, conchiusa

tra il Pontefice e Cesare in Barcellona; in vigor della quale

restando assoluti tutti quelli, che in Roma, o altrove aveano offeso

il Pontefice, fu il Cardinale restituito alla prima dignità, ma non

mai alla grazia del Papa; e per questi successi vie più entrato in

sommo favore dell'Imperador Carlo V, questi lo nominò Arcivescovo di

Monreale, Chiesa, come ciascun sa, di ricchissime rendite in Sicilia;

e partito l'Oranges per l'impresa di Fiorenza, trovandosi il Cardinale

in Gaeta, gli diede il governo del Regno, creandolo suo Vicerè.

Giunto il Cardinale a Napoli, trovò il Regno per le precedute calamità

e disordini, non men esausto di denari che pieno di dissolutezze. I

suoi predecessori per le precedute guerre e rivoluzioni, dovendo più

attendere alle cose della guerra, trascurarono gli esercizi della

giustizia; e l'Oranges più col suo esempio che per trascurarne il

castigo, ne' giovani Nobili avea introdotta un'estrema licenza e

dissolutezza con grande oltraggio della giustizia. Non pure i Grandi

del Regno, ma i semplici Gentiluomini privati, toglievano alla scoverta

dalle mani della giustizia i delinquenti, oltraggiavano i popolari, si

ritenevano le mercedi ai poveri artigiani, e talora richieste, erano

battuti. I Potenti dentro le loro case tenevano uomini scellerati per

ministri delle loro voglie, nè li Capitani di giustizia vi potevano

rimediare: i loro Palagi erano divenuti tanti asili, e coloro che

v'entravano, ancorchè rei di mille delitti, eran ivi sicuri, e se

talora venivano estratti dalla giustizia, erano i birri bastonati,

perseguitali e costretti a renderli.

Il Cardinale nel principio del suo governo, seguitando le vestigia de'

suoi predecessori, lasciava correre i disordini, come per l'innanzi

camminavano: poi vedendo le cose ridotte all'ultima estremità, si

riscosse alquanto. Fece tagliar la mano a Giovan-Battista d'Alois di

Caserta suo valletto, il quale nella sua anticamera avea data una

guanciata ad un altro suo servidore; ed ancorchè Vittoria Colonna

si fosse mossa sin da Ischia a dimandargli il perdono, fu l'opra sua

tutta vana; e l'istessa Isabella Villamarino Principessa di Salerno,

cotanto da lui celebrata ne' suoi versi, non potè impetrar altro, che

siccome dovea recidersi la mano destra, si troncasse la sinistra,

come, fu eseguito[368]. Fece impiccare nella piazza del Mercato

Cola Giovanni di Monte, che nel 1525 era stato Eletto del popolo,

ed era allora Maestrodatti delle contumacie di Vicaria, e Giulio suo

fratello parimente Maestrodatti, per mille ruberie, falsità ed altri

enormi delitti, dei quali furon convinti. Ed essendo un malfattore

scappato dalle mani del Bargello, ricovrato nel palazzo del Principe

di Salerno, minacciò al Principe la confiscazione dei suoi beni

se non lo consegnava in poter della Corte, da chi fu prontamente

ubbidito; e negli ultimi suoi giorni i rigori che usò con Paolo

Poderico leggermente indiziato d'aver avuta mano nell'assassinamento

del Conte di Policastro, sarebbero trascorsi in crudeltà e manifeste

ingiustizie, se non fossero stati ripressi da Tommaso Gramatico nostro

Giureconsulto, che si trovava allora Giudice di Vicaria. Questi rigori

giovaron non poco a tener molti in freno, ma non che la giustizia

riprendesse affatto il suo vigore. Questa parte stava riserbata a _D.

Pietro di Toledo_ suo successore, il quale, come diremo, appena giunto

la rialzò tanto, che in una medaglia che si coniò a suo tempo in Napoli

colla giustizia cadente e da lui rialzata, meritò che se gli ponesse il

motto: _Erectori Justitiae_.

(Questa Medaglia in vano a Napoli ricercata, si conserva nel Museo

Cesareo di Vienna, è per quel che si sappia, sin qui non ancor

impressa. È di bronzo di mezzana grandezza: da una parte ha l'effigie

del _Toledo_ con barba lunga, ed intorno PETRUS TOLETUS OPT. PRIN. e

dall'altra l'imagine dell'istesso _D. Pietro_, sedente, che avanti a'

suoi piedi ha la Giustizia in ginocchione, la quale è innalzata dal suo

braccio destro, ed intorno il motto: ERECTORI JUSTITIAE).

Ma il governo del Cardinal Colonna riuscì a' Napoletani pur troppo

grave per li bisogni, che occorsero nel suo tempo di nuove tasse

e donativi. Essendo ancora l'Imperadore a Bologna, venne nuova di

Spagna, avere l'Imperadrice partorito un figliuolo: onde in Napoli,

nella fine di gennajo di quest'anno 1530 nell'istesso tempo, che si

facevano feste e tornei, si pensava per la natività di questo Principe

a far nuovo dono a Cesare. Si era parimente appuntato il dì della sua

incoronazione, e fu destinato quello di S. Mattia, giorno a lui di

grandissima prosperità, perchè in quel dì era nato, in quel dì era

stato fatto suo prigione il Re di Francia; ond'era di bene che in quel

dì stesso assumesse i segni e gli ornamenti della dignità Imperiale.

Prese per tanto in Bologna nel dì statuito per mano del Pontefice

la Corona Imperiale; della prima si era già coronato in Aquisgrana

colla corona di Carlo Magno: si fece anche da Monza venire in Bologna

l'altra di ferro, che parimente con molta solennità ricevette dal Papa:

il dì poi di S. Mattia 24 febbraio fu coronato con l'altra d'oro, e

con molto strepito di trombe e d'artiglierie fu acclamato Augusto.

Il Guicciardino[369] narra, che questa coronazione si fece ben con

concorso grande di gente, poichè da Napoli, e da altre parti d'Italia

vi accorsero infiniti, ma con picciola pompa e spesa; ed ancorchè la

spesa fosse picciola, da Napoli però gli furono dal Principe di Salerno

per questa incoronazione mandati 300 mila ducati.

Si affrettò tanta celebrità per la premura che avea Cesare di passare

tosto in Alemagna, così per dar sesto alli tanti sconvolgimenti,

che in quella Provincia avea apportati l'eresia di Lutero; come per

l'elezione del Re de' Romani, che e' proccurava far cadere in persona

di Ferdinando suo fratello. Gli erano perciò venute premurose lettere

di Germania, che lo sollecitavano a trasferirsi colà: gli Elettori

e gli altri Principi della Germania ne facevano istanza per cagion

delle Diete: Ferdinando per essere eletto Re dei Romani; e gli altri,

riputando, che tante rivoluzioni nate per causa di Religione non

potessero sedarsi, che per via d'un Concilio, lo sollecitavano ancora

a questo fine.

Partì per tanto l'Imperadore da Bologna per Germania alla fine di

marzo, nell'istesso tempo, che il Papa partì per Roma, e giunto a' 18

giugno in Augusta trovò ivi i Principi di Germania, che l'aspettavano

per la Dieta, che dovea tenersi contra l'eresia di Lutero. Ed essendo

stato a' 3 agosto di quest'anno ucciso in battaglia il Principe

d'Oranges, rimase il Cardinal Pompeo non più Luogotenente, ma assoluto

Vicerè del Regno.

Intanto l'Imperador Carlo dimorando in Germania, era tutto inteso a

dar sesto a quelle Province, e proccurare l'elezione del Re de' Romani

per suo fratello, come felicemente gli riuscì: poichè nel principio del

nuovo anno 1531 fu eletto Ferdinando, e coronato in Aquisgrana.

Ma le infelicità di questo Regno bisogna confessare essere state

sempre pur troppo grandi e compassionevoli; poichè essendo dominato da

piccioli Re, come furono gli Aragonesi di Napoli, non avendo questi

altri Dominj, onde potevan ritrarre denaro, era cosa comportabile

e degna di compatimento, che nei bisogni della guerra i sudditi

contribuissero talora alle spese. Ma chi avrebbe creduto, che Napoli

caduta ora sotto un Principe cotanto potente, Signore di due Mondi, a

cui, non pur l'oro della Spagna, ma quello delle Nuove Indie veniva a

colare, si vedesse sempre in necessità, spesso si sentissero ammutinati

i suoi eserciti per mancanza di paghe, e si udissero continuamente

richieste di nuovi sussidj e donativi?

L'altra infelicità che sperimentò questo Regno fu, che quando ebbero

finito i Franzesi, ricominciarono i Turchi. Fu veduto perciò sempre

combattuto, e posto in mezzo a soffrire intollerabili spese, o sia per

la guerra degli uni, o per lo timore (ch'era peggiore della guerra)

degli altri. Solimano Imperador de' Turchi si preparò in quest'anno

con potentissimo esercito per invadere l'Austria, e cingere nuovamente

di stretto assedio Vienna; e nell'anno seguente si vide passare con

grandi apparati in Ungheria, onde fu obbligato Cesare ad apparecchiarsi

ad una valida difesa. Mancavano però denari e gente per resistere a

tanto nemico: perciò fu da Cesare insinuato al Cardinal Vicerè, che

per li bisogni di questa guerra, proccurasse, che da Napoli si facesse

altro più grosso donativo. Il Cardinale a 11 luglio di quest'anno 1531

fece, secondo il costume, convocar un general Parlamento in S. Lorenzo,

ove esposti i desiderj di Cesare, proccurò, esagerando il bisogno,

persuadere i Baroni, e i Popoli ad assentirvi, e che il donativo fosse

almeno di ducati seicentomila. I Deputati all'incontro, ancorchè

mostrassero la prontezza del loro animo di farlo, nulladimeno gli

posero innanzi gli occhi la loro impotenza: trovarsi il Regno affatto

esausto, e per gli preceduti flagelli di guerra, di fame e di peste,

quasi del tutto ruinato: ricordassesi, che nell'occasione della sua

coronazione s'erano mandati in dono a Cesare per lo Principe di Salerno

ducati trecentomila; onde erano in istato cotanto miserabile, che

avevano bisogno di maggior compatimento: che con tutto ciò per mostrare

al lor Principe la prontezza del loro animo profferivano donargli

ducati trecentomila. Ma stando il Cardinale inflessibile, ed ostinato

alla prima dimanda, fu forza alla fine d'offrire in donativo li ducati

seicentomila da pagarsi però fra quattro anni, per potersi frattanto

riscuotere dalle tasse, che a proporzion de' fuochi s'imponevano. Si

diede al Principe di Salerno la commessione di portare il donativo; e

con tal occasione si domandò nuova conferma de' vecchi Capitoli, e si

cercarono a Cesare nuove grazie, le quali nel seguente anno, stando

egli in Ratisbona, le concedette, e ne spedì privilegio colla data di

Ratisbona, sotto li 28 luglio del 1532, che si leggono fra' privilegi

e grazie della Città e Regno di Napoli[370]; ma il denaro di questo

donativo fu impiegato la maggior parte a pagare la soldatesca, ch'era

in Toscana, ed a soldare, ed in Napoli e nell'altre parti delli Regni

dell'Imperadore, più genti, per accrescere i suoi eserciti.

Intorno al medesimo tempo vennero al Cardinale cinque Prammatiche

stabilite dall'Imperadore, mentre era in Germania, alcune delle quali

riguardavano quest'istesso fine di ricavar denari. Il Cardinale non

vi fece altro, che pubblicarle; onde possiamo con verità dire, che il

medesimo non promulgasse fra noi legge alcuna.

Per la prima stabilita ad Ispruch a' 5 luglio 1530, e pubblicata

dal Cardinal in Napoli a' 3 gennajo del seguente anno 1531,[371] fu

dichiarato, che così nelle alienazioni fatte da' privati, come dalla

sua Regia Corte, niente pregiudicasse a' venditori, per esercitar

il patto di ricomprare, il trascorso del tempo dal primo di marzo

dell'anno 1528 per tutto febbrajo del 1530, come quello che fu pieno

di rivoluzioni, guerre ed altre calamità: e che per ciò, quello non

ostante, potessero i venditori e la Corte esercitarlo.

Per la seconda data in Gante a 4 giugno del 1531, e pubblicata dal

Cardinale a' 27 luglio del medesimo anno, si dà a tutti licenza di

poter armare navigli contra gl'Infedeli, e scorrere i mari per difesa

delle marine del Regno[372].

La terza spedita a Brusselles a' 15 marzo del 1531, e pubblicata dal

Cardinale all'ultimo di settembre del medesimo anno, rivoca tutte le

concessioni, grazie, mercedi, provvisioni, immunità ed altre esenzioni,

che si trovassero concedute da' Vicerè passati, confermando solo

quelle fatte dal Principe d'Oranges, ed incarica al Tesoriere, al Gran

Camerario e suo Luogotenente l'esazione delle rendite del suo Fisco,

prescrivendo loro con premura le leggi, onde l'Erario s'augumenti, e

sia bene amministrato[373].

Nella quarta stabilita parimente in Brusselles a' 20 decembre del

detto anno 1531, e promulgata in Napoli dal Cardinale a' 17 febbrajo

del seguente anno 1532, si prescrivono rigorose leggi a' Questori,

ed a tutti gli Ufficiali, che riscuotono e distribuiscono il denaro

regio, di tener minuto conto della loro qualità, peso e valore, con

darne esattissimo conto a' Ministri del suo Tribunale della Regia

Camera[374].

Finalmente nella quinta, data in Colonia a' 28 gennajo del seguente

anno 1532, e pubblicata dal Cardinale a' 17 febbrajo del medesimo

anno, si dichiara, che i Vicerè non possono conferir ufficj nel Regno,

che oltrepassano la rendita di ducati cento, spettando questi alla

collazione del Re: e quelli, che essi possono conferire di ducati

cento, in questa somma vada compreso, non pure ciò, che agli Ufficiali

è stabilito per lor salario, ma quanto esigono d'emolumenti, e d'ogni

altro diritto[375].

Pochi mesi da poi ch'egli pubblicò questa Prammatica, finì il Cardinale

il suo governo colla vita; poichè solendo nell'està di quest'anno

1532 spesso portarsi a diporto nel suo giardino di Chiaja, andatovi

una mattina de' principj di luglio col Conte di Policastro suo grande

amico, mangiò ivi de' fichi, e poco dopo il pasto sopraggiuntagli

una febbre lenta, in pochi dì gli tolse la vita in età di 53 anni.

Fu fama, che ne' fichi gli fosse stato dato il veleno per opera d'un

tal Filippetto suo Scalco, il quale sapendo l'uso del suo padrone,

che in quel giardino soleva spesso mangiar de' fichi, glie li avesse

attossicati. Narra Gregorio Rosso[376] Scrittor coetaneo, che fu

riputato gran maraviglia, che il Cardinal morisse, e non il Conte di

Policastro, il quale quell'istessa mattina avea pure mangiati fichi

col Cardinale. Da chi fosse venuto il colpo, varia fu la fama, alcuni

pensarono che Filippetto da un gran personaggio di Roma, capitalissimo

nemico del Cardinale, fosse stato corrotto a far questo. Altri ne

allegavano per autori i parenti di quella gran Dama cotanto da lui

celebrata ne' suoi versi, i quali mal volentieri soffrivano, che come

avea fatto il Petrarca della sua Laura, avesse voluto far egli, con

scegliersi per soggetto delle sue rime una lor parente. Ma Agostino

Nifo celebre Medico di quell'età, che fu chiamato alla sua cura, e che

fu presente all'apertura del suo cadavere, costantemente affermava, non

esservi trovato alcun segno di veleno nelle sue viscere. Paolo Giovio,

che scrisse la vita di questo Cardinale, inchinò a credere il medesimo,

attribuendo la cagione della sua morte all'uso smoderato della neve,

ch'era solito, secondo l'uso dei Romani, bere due ore dopo il cibo

mescolata col vino per rinfrescarsi. Il suo cadavere fu seppellito

nella Chiesa di Monte Oliveto, ove non ha molti anni si vedeva il suo

tumulo; ma poi fur trasferite le sue ossa nella Cappella de' Principi

di Sulmona della famiglia Launoja. Morto che fu, insino alla venuta del

successore, prese il governo del Regno il Consiglio Collaterale, Capo

del quale si trovava allora D. Ferrante D'Aragona Duca di Montalto. E

subito che il Papa con estremo suo giubilo ebbe intesa la di lui morte,

provvide il Vice-Cancellierato della Sede Appostolica, e la maggior

parte de' suoi Beneficj al Cardinal Ippolito de' Medici suo nipote, che

si trovava allora partito per Germania[377].

Intesa dall'Imperador Carlo la morte del Cardinale, provvide tosto

il Viceregnato in persona di _D. Pietro di Toledo_ Marchese di

Villafranca, che si trovava seco in Germania, il quale il primo

d'agosto, essendo partito da Ratisbona, ove stava l'Imperadore, giunse

in Napoli a' 4 di settembre, e nel seguente dì prese il possesso della

sua carica.

Ma poichè il governo che tenne costui del Regno, fu il più lungo

di tutti gli altri, avendolo amministrato per lo spazio di ventuno

anni e mezzo, nel qual tempo avvennero fra noi successi notabili; e

da lui cominciò Napoli a prender quella forma, e quella politia, la

quale tiene molto rapporto alla presente: per ciò sarà bene, che la

narrazione di tanti memorabili avvenimenti si rapporti nel seguente

libro di quest'Istoria.

Istoria civile del Regno di Napoli, v. 7 · 第 41 / 51 题