_Politia delle nostre Chiese durante il Regno degli Aragonesi insino
alla fine del secolo XV, e principio del Regno degli Austriaci._
Siccome si è potuto osservare ne' precedenti libri di quest'Istoria,
i Pontefici romani, dopo essere interamente estinto lo Scisma, si
occuparono più nelle guerre d'Italia, e a favorire, o contrastare
uno de' Principi contendenti, che alle spedizioni contra i Turchi,
o ad altre più grandi imprese. Si applicarono ancora, cominciando
da _Calisto III_ agl'interessi della propria Casa, e ad ingrandire i
loro parenti e nipoti: instituto che continuato da' successori portò
in Italia nelle loro private famiglie due grandi Signorie, quella
di Fiorenza nella Casa de' Medici, e l'altra di Parma in quella de'
Farnesi; e coloro, che non ebbero opportunità d'innalzarli cotanto,
li provvidero almanco di ampi Stati ed estraordinarie ricchezze.
_Alessandro VI_ svergognò il Pontificato, perchè tutta la sua avarizia,
tutta la sua ambizione e crudeltà, e tante altre sue scelleratezze
le indirizzò a questo fine, d'innalzar Cesare Borgia suo figliuolo da
privato ad assolute ed independenti Signorie.
L'avidità di cumular tesori e tirar denaro in Roma da tutte le parti
e per ogni cosa, li tenne solleciti, di stender la loro giurisdizione
sopra il temporale; dì ricevere le appellazioni in ogni sorta di
causa, e di tirare in fine tutte le liti in Roma. Si tirarono ancora
le collazioni di quasi tutti i Beneficj, colle riserve, grazie,
aspettative, prevenzioni, annate e pensioni; e la maggior parte
de' Beneficj più doviziosi furono posti in commenda. Tutti gli
Arcivescovadi, Vescovadi, Badie, Priorati e Prepositure furono tirate
in Roma. Le Indulgenze, che a questi tempi più del solito erano
concedute da' Pontefici, le dispense, le decime, che erano imposte a'
Cleri, e tanti altri emolumenti tiravano alla Camera Appostolica grandi
ricchezze.
Ma sopra ogni altro dagli _Spogli_, particolarmente in Italia, si
ricavavano somme considerabilissime. Ancorchè il Concilio di Costanza
avesse proccurato porvi freno, con tutto ciò, morto il Beneficiato,
prima che che se gli fosse dato il successore, ciò che lasciava,
applicavasi alla Camera del Pontefice. Si mandavano Collettori e
Sottocollettori per tutto, li quali con severe estorsioni mettevano in
conto di spoglie eziandio gli ornamenti delle Chiese, e davano molta
molestia agli eredi, anche sopra i beni acquistati dal defunto con
industria, o cavati dal suo Patrimonio; ed in dubbio di qual qualità
fossero i beni, sentenziavano a favor della Camera: e coloro che ad
essi si opponevano, eran travagliati con scomuniche e censure.
In Francia e nella Germania tutte queste intraprese trovarono delle
opposizioni, ed in Ispagna la legge degli Spogli fu ristretta a'
soli Vescovi. Ma nel nostro Reame, come si è veduto nel XXII libro di
quest'Istoria, mentre durò il Regno degli _Angioini_ ligi de' Pontefici
romani, si sofferirono queste ed altre cose peggiori.
Trasferito poi il Regno agli _Aragonesi_, Alfonso I e gli altri Re
suoi successori della Casa d'Aragona, ancorchè seguendo gli esempi di
Spagna; non piacesse loro usare que' forti ed efficaci rimedi, che si
cominciavano a praticare in Francia; con tutto ciò andavano medicando
le ferite con unguenti e con impiastri, affin di togliere, come meglio
potevano, almeno gli abusi più gravi ed intollerabili. Essi, perchè i
pregiudizi sofferti da' loro predecessori non loro ostassero, tiravano
il titolo di regnare non già dagli _Angioini_, ma dagli _Svevi_ e
dall'ultimo Re Corradino, per l'investitura che ne fece al Re Pietro
d'Aragona marito di Costanza figliuola del Re Manfredi.
Alfonso I nel Conclave, che nell'anno 1431 si tenne per l'elezione del
nuovo Pontefice, proccurò che i Cardinali promettessero con giuramento
di non pretendere più _Spogli_; ond'essendo l'elezione seguita in
persona d'Eugenio IV, nell'investitura che questo Pontefice gli diede
del Regno di Napoli, per quel che s'apparteneva agli Spogli e frutti
delle Chiese vacanti, espressamente fu dichiarato, che si dovesse il
tutto regolare _JUXTA CANONICAS SANCTIONES_. Quindi per tutto il tempo,
che corse nel Regno de' Re d'Aragona, anche di Ferdinando il Cattolico,
insino ai principj del Regno dell'Imperador Carlo V, fu presso noi
introdotto stabile costume e pratica, che quando moriva alcun Prelato
o Beneficiato, non solamente di quelle Chiese e Beneficj ch'erano di
regia collazione, o presentazione, ma universalmente di tutte le Chiese
e Beneficj del Regno, si dava dal Cappellano Maggiore la notizia della
vacanza a' nostri Re, da quali per le loro Segreterie si spedivano
commessioni a persone, che lor fossero più a grado, affinchè in nome
della regia Corte ne prendessero il possesso, facessero degli _Spogli_
esatto e fedele inventario, e quelli insieme co' frutti, che andavano
maturando in tempo delle vacanze, conservassero in beneficio del
successore, senza che vi s'intromettesse la Camera Appostolica. Da
poi, conferitasi la Chiesa o Beneficio, si presentavano dal provvisto
le Bolle, e dato a quelle l'_exequatur Regium_, spedivasi ordine al
Commessario regio conservatore degli _Spogli_ e de' frutti suddetti,
acciò immettesse il provvisto nella possessione, e nell'istesso tempo
gli dasse i frutti. Gli esempi di questa pratica ne' Regni d'Alfonso
I, di Ferdinando I e del Re Federico, si descrivono in una consulta,
che il Duca d'Alcalà fece al Re Filippo II nel 1571, mentr'era Vicerè
del Regno[306]; ed insino a D. Ugo di Moncada, nel Regno di Carlo
V, tal'era il costume, ancorchè a tempo di Ferdinando il Cattolico
non si tralasciasse da Roma, quando le veniva in acconcio, di far
delle sorprese, siccome finalmente le riuscì nel 1528, quando essendo
accaduto nel precedente anno il sacco di Roma, Clemente VII per cavar
denari per suo riscatto, destinò Commessarj per tutto, li quali a torto
e a diritto esigessero spogli, annate e quanto potevano per far denari,
come vedremo ne' seguenti libri di quest'Istoria.
Ferdinando I non tralasciò, per quanto potè, andar incontro ad altri
abusi: egli, come si è veduto, regolò la prestazione delle _collette_,
e l'altre immunità pretese da Cherici o Diaconi _Selvaggi_: ripresse
gli attentati d'Innocenzio VIII[307], e cose maggiori se ne potevano
sperare da' suoi successori, se li tanti disordini accaduti poi nel
Regno, non li avessero costretti a pensare alla conservazione del
medesimo ed alla propria loro salute e scampo.
Ferdinando il Cattolico non discostandosi da' costumi spagnuoli, usava
piacevolezza e lentezza. Quindi nè molto si badò a' progressi, che
tuttavia gli Ecclesiastici facevano in distender la loro giurisdizione,
ed ampliare i loro Tribunali, in guisa, che fu duopo ancor ad essi
stabilire vari Riti (siccome fece l'Arcivescovado di Napoli) per meglio
regolarli e molto meno si badò agli eccessivi acquisti, che non tanto
le chiese, quanto i monasteri facevano de' beni temporali.
_Monaci e beni temporali._
Gli Aragonesi, ed infra gli altri il Re Alfonso II, arricchirono
cotanto i Religiosi di _Monte Oliveto_, che siccome fu veduto nel
XXV libro di questa Istoria, di buone Terre, di grandi e magnifiche
abitazioni, e di preziosa suppellettile, gli fornirono. Di che però
que' Monaci ne furono a coloro gratissimi; poichè nella loro bassa
e povera fortuna non mancarono sovvenirgli, e si legge ancora una
compassionevole lettera scritta da Alfonso II, mentre dimorava in
Sicilia, a' PP. Olivetani di Napoli, pregandoli, come fecero, che si
ricordassero di lui nelle loro orazioni, raccomandandolo a Dio, al
quale era piaciuto di ridurlo in quello stato lagrimevole, perchè
avesse di lui pietà e misericordia. E nelle calamità della Regina
Isabella, moglie del discacciato Re Federico, gli Olivetani con molta
gratitudine la sovvennero: poichè avendo, come si disse, presa la
risoluzione di ritirarsi in Ferrara, s'era quivi co' suoi figliuoli
ridotta in tanta povertà, che se gli Olivetani non la soccorrevano di
300 ducati l'anno, non poteva vivere; di che questa savia Regina per
sua lettera, scritta da Ferrara, rende loro molte grazie, che in quelle
avversità le avessero usata tanta gratitudine[308]
Nel principio del Regno degli Aragonesi, Alfonso I ad imitazione di
molti Conventi, che s'erano fondati in Ispagna, portò a noi l'ordine
di _S. Maria della Mercede,_ istituito per la _redenzione de' Cattivi_
dalle mani degl'Infedeli: egli fu il primo che nell'anno 1442,
secondo il diploma che rapporta il Summonte[309], fondò in Napoli un
monastero di quest'Ordine, dotandolo di molti beni, e concedendogli
molti privilegi. Il qual Ordine in tempo degli Austriaci fu da poi
accresciuto d'altri monasteri in Napoli ed altrove.
Ma niun Ordine fu cotanto celebre, e che più si allargò di quanti ne
furono in questo secolo istituiti, quanto quello de' _Minimi_, surto
in Calabria, e che ebbe per autore _Francesco di Paola_, nome della
Terra, ove e' nacque. Si dissero prima _Romiti di S. Francesco_,
perchè, secondo narra Filippo di Comines Signor d'Argentone[310] (che
trovandosi allora nella Corte del Re Luigi XI ebbe congiuntura di
trattarvi, quando da questo Re fu chiamato in Francia) egli dall'età
di dodici anni infino alli quarantatrè, quanti ne avea, quando venne
e lo conobbe in Francia, avea menata una vita di Romito, abitando
sempre in una spelonca sotto un altissimo sasso. Non mangiò in tutto il
corso di sua vita nè carne, nè pesce, nè uova, nè latte, astenendosi
di quasi tutti i cibi comuni all'uman genere. Era egli uomo idiota
e senza lettere, nè giammai avea appresa cos'alcuna. Ciò che, come
narra Comines, dava maggior ammirazione per le risposte prudenti e
savie, che egli faceva. La fama di tanta e sì estraordinaria austerità
e ritiratezza lo rese celebre per santità in tutta Europa, ond'era
chiamato il _Sant'uomo di Calabria_.
Luigi XI Re di Francia fu assalito a questi tempi d'una stravagante
infermità, la quale l'avea quasi alienato di mente, e ridotto a far
cose straordinarie e pazze. Si era chiuso nel suo castello di Plessis
di Tours e pieno di sospetti fece ben chiudere il palazzo, dentro il
quale niun personaggio voleva che s'alloggiasse, per grande che fosse.
Desideroso di ricuperar sua salute, mosso dalla fama del Sant'uomo
di Calabria, mandò un suo Maestro di Casa a torlo, ma non volendo
quegli partire senza commessione del Papa e del suo Re, fu duopo,
che Federico allora Principe di Taranto figliuolo del Re Ferdinando,
andasse in compagnia dell'Inviato franzese a torlo dalla spelonca, e
lo condussero in Napoli, dove dal Re e dai suoi figliuoli fu ricevuto
con somma stima ed onore Ciò che diede ammirazione fu, che essendo
uomo idiota e semplice, ragionava con esso loro, con tanta saviezza,
come se fosse nutrito ed allevato in Corte. Passò poi in Roma, dove
fu da' Cardinali accolto con grande onore, e molto più dal Pontefice
Sisto IV, dal quale ebbe tre segrete e lunghe udienze, facendolo sedere
presso a lui in sedia splendidamente ornata. Rimase il Pontefice così
sopraffatto della prudenza delle sue risposte, che gli diede autorità
di poter istituire un novello Ordine chiamato da lui _de' Romiti di S.
Francesco_. Partito da Roma e giunto in Francia, con maggiori onori fu
ricevuto dal Re: tutto ansioso di riaver la sanità, gli andò incontro
e vedutolo, s'inginocchiò a' suoi piedi, istantemente pregandolo,
che gli concedesse sanità e lunghezza di vita; ma egli saviamente,
e come ad uom prudente si conviene, gli rispose. E narra Monsignor
d'Argentone, ch'egli sovente l'avea inteso ragionare in presenza di
Carlo poi Re, e dov'erano tutti i Grandi del Regno, di molte cose con
tanta sapienza, che in un uomo idiota e senza lettere era impossibile,
che senza divina ispirazione potesse favellarne; ma poichè, mentre egli
scriveva, era costui ancor vivo, e come e' dice, si poteva cangiare
in meglio, o in peggio, perciò di lui non faceva più parola. Alcuni
della Corte del Re si ridevano della venuta del Romito, chiamandolo per
beffe il _Santuomo_; ma dice questo Scrittore, che costoro parlavano
così, perchè non erano informati, come lui, della stravaganza del male
del Re, nè aveano vedute le cose, che glie ne diedero cagione, ed il
desiderio grandissimo, che avea di liberarsene.
Ancorchè il Re Luigi niente impetrasse per l'intercessione di questo
Santuomo, poichè il male se gli accrebbe in guisa, che non guari da
poi gli tolse la vita: con tutto ciò Carlo VIII suo figliuolo, che gli
succedè nel Regno, l'ebbe in somma stima e venerazione, ed in suo onore
nell'entrata del parco della città di Tours, fece poi edificare una
chiesa, onde in Francia cominciò il suo nascente Ordine ad introdursi;
ed avendo Francesco fatta poi quivi la sua dimora, in poco tempo molti
monasteri furono ivi costrutti.
In Napoli, il primo che s'ergesse, fu in luogo a que' tempi solitario,
dove era una piccola cappella dedicata a _S. Luigi_ Re di Francia;
ond'è che ora quel monastero ritenga ancora il nome di quel Santo.
In Calabria fondò anch'egli un picciolo monastero de' suoi Religiosi
vicino a Paola sua patria. Se ne fondarono parimente in Roma; onde poi
si diffuse quest'Ordine per tutte l'altre province d'Europa, essendo
stata la sua Regola confermata da' Pontefici successori di Sisto, da
Alessandro VI e da Giulio II, ed in Napoli e nel Regno si moltiplicaron
poi i monasteri di questo Ordine in non picciol numero; e col mezzo
delle loro particolari divozioni, che ancor essi inventarono, crebbero
in ricchezze, e loro abitazioni in fabbriche magnifiche, dotate d'ampie
rendite in quello stato, che ora ciascun vede.