La guerra, che per invito di Lodovico Sforza mosse Carlo VIII Re di
Francia, ad Alfonso II, il quale, morto suo padre, fu subito in Napoli
con grande celebrità incoronato Re per mano del Cardinal Borgia[200],
è stata cotanto bene scritta da Filippo Comines Signor d'Argentone,
Scrittor contemporaneo e che fu da Carlo adoperato ne' maneggi più
gravi di quella spedizione, da Francesco Guicciardino e da Monsignor
Giovio, che a ragione potremmo rimetterci alle Istorie loro: ma
poichè non fu da Principe savio mossa guerra alcuna, che insieme non
si proccurasse farla apparire giusta, non avendo i nostri Scrittori
palesate le ragioni, onde i Franzesi per tale la dipinsero al loro
Re; perciò non ci dee rincrescere di scoprirle ora, che ce ne vien
somministrata l'occasione. Prima di muoverla, e dopo gl'inviti del
Moro, furono esaminate le pretensioni del Re con solenne scrutinio,
e trovatele a lor credere, sussistenti, persuasero al Re esser dal
suo canto somma giustizia di poter unire alla Corona di Francia
il Regno di Napoli. Essi appoggiavano la pretensione sopra questi
fondamenti. _Renato d'Angiò_, che, come si è veduto ne' precedenti
libri, perduto il Regno avea lasciato a Giovanni suo figliuolo la
speranza di ricuperarlo dalle mani di Ferdinando I d'Aragona, mentre
visse Giovanni, non potè vedere alcun buon esito di quella guerra;
poichè Ferdinando, sebbene dopo la morte del padre Alfonso fosse stato
assaltato e da lui e da' principali Baroni del Regno, nondimeno con
la felicità e virtù sua, non solamente si difese, ma afflisse in modo
gli avversari, che mai più, nè in vita di Giovanni, nè di Renato, che
sopravvisse più anni al figliuolo, ebbe nè da contendere, nè da temere
degli Angioini. Morì finalmente Renato, e non lasciando di se figliuoli
maschi, ma solamente una figliuola femmina, da chi nacque il Duca di
Lorena, fece erede in tutti i suoi Stati e ragioni _Carlo_ figliuolo
del Conte di Maine suo fratello[201].
(Questa figlia era _Violante_, la quale si maritò con _Ferry II_ di
Lorena Conte di Vaudemont, dal qual matrimonio nacque _Renato Duca
di Lorena_, che fu invitato da _Innocenzio VIII_ all'impresa del
Regno. Lasciò sì bene _Renato_ padre di Violante un'altra figliuola
femmina, _Margherita_ vedova del Re d'Inghilterra, alla quale nel suo
testamento lasciò le rendite del Ducato di Bar; ma a _Renato_ figliuolo
di _Violante_ lasciò il Ducato stesso di Bar, siccome si legge nel
suo Testamento, fatto in Marsiglia nell'anno 1474, che dettò in lingua
franzese, trascritto da _Lunig Tom 2_ p. 1278. Anzi in questo istesso
suo _Codice Diplomatico_ pag 1291 si legge ancora un Istromento di
donazione che fece la vedova Regina d'Inghilterra _Margherita_ al
suddetto Renato suo Padre, di tutte le sue ragioni, che avea nel
Ducato di Bar, le quali furono trasferite a _Renato di Lorena_ suo
nipote in virtù dei detto suo testamento, e poichè allegava, che suo
avo non potesse negli altri suoi Stati posporlo a _Carlo Conte di
Maine_, ch'era collaterale, come figlio di suo fratello, quando era
egli nella linea discendente, essendo figliuolo di sua figlia: perciò
pretendeva appartenersegli non meno il Ducato d'Angiò, ed il Contado di
Provenza, che il Regno stesso di Napoli e di Gerusalemme. E per questa
pretensione i Duchi di Lorena discendenti da _Renato_ fra gli altri
loro titoli presero ancor quello di Duchi di Calabria, e nelle loro
arme inquartarono eziandio quelle di Sicilia e di Gerusalemme; siccome
può osservarsi dalle lor monete impresse da _Baleicourt_ nel _Traité
Historique et Critique sur l'origine, et Généalogie de la Maison de
Lorraine_. Il qual Autore notò assai a proposito p. 28 _Explication
des Monnoies_, che i Duchi di Lorena prima di questo maritaggio di
_Violante_ con _Ferry di Lorena Conte di Vaudemont_, non inquartavano
le armi di Sicilia e di Gerusalemme, nè s'intitolavano _Duchi di
Calabria_, siccome fecero da poi i suoi discendenti, e proseguono
tuttavia fino al presente a fare; senza che mai i Re di Spagna glielo
avesser contraddetto; anzi a' tempi nostri, essendo accaduta nel
mese di marzo del 1729 la morte del Duca di Lorena Leopoldo padre
del presente Duca Francesco regnante, nelle pompose esequie, che
l'Imperadore Carlo VI fecegli celebrare nell'Imperial Chiesa di Corte
degli Agostiniani in Vienna, nel Mausoleo e nelle iscrizioni fra le
sue armi, si vedevano inquartate quelle di Sicilia e di Gerusalemme,
e fra i suoi titoli si leggeva anche a lettere cubitali quello di DUX
CALABRIAE).
Non fu già questo Carlo figliuolo di Giovanni, come con errore
scrissero alcuni moderni[202], fu sì bene nipote di Renato, ma di
fratello, non di figliuolo. _Carlo_ morì poco da poi parimente senza
lasciar figliuoli, e lasciò per testamento la sua eredità a _Lodovico
XI_ Re di Francia, ch'era figliuolo d'una sorella di Renato[203]. Molte
clausole di questo testamento, che fu fatto da Carlo in Marsiglia
a' 10 decembre del 1481, si leggono nel primo tomo della Raccolta
dei Trattati delle Paci tra' Re di Francia con altri Principi, di
_Federico Lionard_, stampato in Parigi l'anno 1693, dove istituisce
suo erede universale _Lodovico_, che chiama perciò suo consobrino, e
dopo lui Carlo il Delfino di Francia figliuolo di Luigi, al quale non
solo ricadde, come a supremo Signore, il Ducato di Angiò, nel quale,
per esser membro della Corona, non succedono le femmine, ma entrò
nel possesso della Provenza, e per vigore di questo testamento potea
pretendere essergli trasferite le ragioni, che gli Angioini aveano
sopra il Reame di Napoli. Ma Luigi fu sempre avverso alle cose d'Italia
e, contento della Provenza, non inquietò il Regno. Morto Luigi, essendo
continuate queste ragioni in _Carlo VIII_ suo figliuolo, giovane avido
di gloria, entrò, a' conforti d'alcuni che gli proponevano questa
essere occasione d'avanzar la gloria de' suoi predecessori, nella
speranza d'acquistar coll'arme il Regno di Napoli.
Ma in questi principi surse il Duca di Lorena per suo competitore;
poichè essendo il Re per coronarsi nell'età di 14 o 15 anni, venne da
lui il Duca a dimandare il Ducato di Bar ed il Contado di Provenza.
Appoggiava la sua pretensione per essere egli nato da una figliuola di
Renato, e per conseguenza non aver potuto Renato preporre Carlo ch'era
nato da suo fratello a lui, ch'era nato d'una sua propria figliuola. Ma
replicandosi in contrario, che nella Provenza non potevan succeder le
femmine, gli fu renduto il Ducato di Bar, ed intorno alla pretensione
della Provenza, fu stabilito che fra quattro anni si avesse a conoscere
per giustizia delle ragioni d'amendue sopra quel Contado. Narra Filippo
di Comines che fu uno del Consiglio destinato all'esame di queste
ragioni, che non erano ancora passati i quattro anni che si fecero
avanti alcuni Avvocati provenzali, cavando fuori certi testamenti del
Re Carlo I fratello di S. Lodovico e d'altri Re di Sicilia della Casa
di Francia, in vigor de' quali diceano, non solo appartenersi al Re
Carlo il Contado di Provenza, ma il Regno ancora di Sicilia, e tutto
ciò che fu posseduto dalla Casa d'Angiò; e che il Duca di Lorena non
vi potea pretendere cos'alcuna, non solo perchè Carlo ultimamente
morto Conte di Provenza figliuolo di Carlo d'Angiò Conte di Maine e
nipote di Renato, avea per suo testamento istituito erede Lodovico XI,
ma ancora perchè Renato l'avea preferito al Duca di Lorena, ancorchè
nato di sua figliuola, per eseguire le disposizioni de' suddetti
testamenti fatti da Carlo I d'Angiò e dalla Contessa di Provenza sua
moglie. Aggiungevano parimente che il Regno di Sicilia ed il Contado di
Provenza, non potevano esser separati: nè potevano in quelli succeder
le donne, quando v'erano maschi della discendenza. E per ultimo che
oltre Re Carlo I, coloro che a lui successero nel suddetto Regno,
fecero consimili testamenti, come fra gli altri Carlo II d'Angiò suo
figliuolo.
Per questi ricorsi de' Provenzali, e per avere il Re Carlo insinuato
a que' del Consiglio, che s'adoperassero in modo ch'egli non perdesse
la Provenza, finiti i quattro anni, il Consiglio portava in lungo la
deliberazione per istancare il Duca, e non potendolo più trattenere,
finalmente il Duca, scoverta la volontà del Re e di coloro del suo
Consiglio, si partì dalla Corte mal soddisfatto e molto adirato con
loro.
In questi tempi, quattro o cinque mesi prima di questa sua partenza
dalla Corte, gli fu fatto l'invito, che nel precedente libro si è
narrato, dal Papa e dai Baroni ribelli per la conquista del Regno, del
quale se egli se ne avesse saputo ben servire, s'avrebbe potuto mettere
in mano il Regno di Napoli; ma la sua lentezza e tardanza fa tale che
il Papa ed i Baroni resi già stanchi e fuori di speranza, per averlo
sì lungamente aspettato, s'accordarono con Ferdinando: onde il Duca con
molto rossore ritornossene al suo paese, nè da poi ebbe egli mai alcuna
autorità appresso il Re.
Intanto crescendo il Re Carlo negli anni, vieppiù cresceva nel
desiderio di passare in Italia alla impresa del Regno; nè mancavano i
suoi Consultori tutto dì stimolarlo, dicendogli, che il Regno di Napoli
s'apparteneva a lui. In questo mentre capitò a Parigi il Principe di
Salerno, il quale non fidandosi delle parole di Ferdinando, uscì,
come si disse, dal Regno, e prima con tre suoi nepoti, figliuoli
del Principe di Bisignano, andò a Vinegia, dove egli avea molte
amicizie. Quivi prese consiglio da quella Signoria, dove le paresse
meglio ch'eglino si ricoverassero o dal Duca di Lorena, o dal Re di
Francia, o da quello di Spagna. Filippo di Comines, che mostra nelle
sue Memorie aver tenuta grande amicizia col Principe di Salerno,
narra che avendo di ciò tenuto discorso col Principe, gli disse che i
Viniziani lo consigliavano che ricorresse al Re di Francia; poichè dal
Duca di Lorena, come uomo morto, non era da sperarne cos'alcuna. Il
Re di Spagna non bisognava allettarlo a quella impresa, ma doveasene
guardare, poichè se egli avesse il Regno di Napoli con la Sicilia e gli
altri luoghi nel golfo di Vinegia, essendo già molto potente in mare,
in breve porrebbe in servitù tutta Italia: onde non vi restava che il
Re di Francia, dal quale, e dall'amicizia ch'essi v'aveano, s'avrebbero
potuto promettere un Regno placido e soave. Così fecero, e giunti
in Francia furono con lieto viso ricevuti, ma poveramente trattati.
Penarono per due anni interi, assiduamente insistendo che si facesse
l'impresa del Regno; ma poichè il partito di coloro che dissuadevano il
Re, era de' più prudenti e solamente alcuni favoriti che vedendo la sua
inclinazione, per adularlo, l'instigavano al contrario, perciò erano
menati in lungo, un giorno con isperanza e l'altro senza.
Quello che poi gli fè dar tracollo fu, come s'è detto, l'invito di
Lodovico Sforza, il quale vedendo che non in altra guisa avrebbe
potuto rapire al nipote il Ducato di Milano, se non con porre
sossopra il Regno ad Alfonso, che s'opponeva a' suoi disegni per gli
continui ricordi che ne avea dalla Duchessa di Milano moglie del Duca
e sua figliuola, trattò efficacemente questa venuta, ed inviandovi
Ambasciadori per affrettarla, finalmente rotto ogni indugio, si dispose
Carlo al passaggio d'Italia.
(Le convenzioni ed articoli accordati tra _Carlo_ e _Ludovico Sforza_,
si leggono presso Lunig[204]).
Partì il Re da Vienna nel Delfinato a 23 agosto del 1494, tirando
diritto verso Asti: passò a Torino, indi a Pisa, donde partitosi venne
a Fiorenza, per passare a Roma[205].
(Giunto in Fiorenza il Re _Carlo_, diede fuori un _Manifesto_, nel
quale dichiarava a tutti ch'egli veniva per conquistar il Regno di
Napoli, non solo per far valere le sue ragioni che vi avea: ma perchè
conquistato avesse più facile e pronto passaggio per invadere gli
Stati del Turco, e vendicare le devastazioni e le stragi che sopra il
sangue Cristiano facevano que' crudeli e perfidi Maomettani; cercando
perciò a tutti passaggi, ajuti e vettovaglie per le sue truppe, per le
quali avrebbe soddisfatto i loro prezzi. Leggesi il manifesto presso
Lunig[206]).
Intanto Re Alfonso intesa questa mossa avea disposto un esercito in
campagna nella Romagna verso Ferrara, condotto da Ferrandino Duca di
Calabria suo figliuolo, ed un'armata per mare a Livorno e Pisa, di
cui ne fece Generale D. Federico suo fratello; ma quando intese che
Re Carlo a grandi giornate con tanta prosperità, secondandogli ogni
cosa, s'approssimava a Roma, mandò ivi Ferrandino a trattar col Papa
per la salute del Regno. Ma non erano minori l'angustie nelle quali,
approssimandosi l'esercito di Carlo alle mura di Roma, si trovava
Papa Alessandro, poichè vedendolo accompagnato dal Cardinal di S.
Pietro in Vincoli, e da molti altri Cardinali suoi nemici, temeva
che il Re, per le persuasioni de' medesimi, non volgesse l'animo a
riformare, come già cominciava a divulgarsi, le cose della Chiesa:
pensiero a lui sopra modo terribile che si ricordava con quai modi
fosse asceso al Pontificato, e con quai costumi ed arti l'avesse poi
continuamente amministrato[207]. Ma il Re che sopra ogni altra cosa
non desiderava altro più ardentemente che l'andata sua al Regno di
Napoli, lo alleggerì di questo sospetto, mandandogli Ambasciadori a
persuadergli, non essere l'intenzione del Re mescolarsi in quello che
apparteneva all'autorità pontificale, nè dimandargli se non quanto
fosse necessario alla sicurtà di passare innanzi; onde fecero istanza
che potesse il Re entrare col suo esercito in Roma, perchè entrato che
fosse, le dissensioni state fra loro si convertirebbero in sincerissima
benivolenza. Il Papa giudicando che di tutti i pericoli questi fosse
il minore, acconsentì a questa dimanda; onde fece partire di Roma il
Duca di Calabria col suo esercito, il quale se n'uscì per la porta
di S. Sebastiano l'ultimo di decembre di questo medesimo anno 1494,
nell'istesso tempo, che per la porta di S. Maria del Popolo v'entrava
coll'esercito franzese il Re armato.
Dimorò Carlo in Roma da un mese, non avendo intanto cessato di mandar
gente a' confini del Regno, nel quale già ogni cosa tumultuava, in
modo, che l'Aquila e quasi tutto l'Apruzzo avea, prima che 'l Re
partisse di Roma, alzate le di lui bandiere: nè era molto più quieto
il resto del Reame, perchè subito che Ferdinando fu partito da Roma,
cominciarono ad apparire i frutti dell'odio, che i popoli portavano
ad Alfonso: laonde esclamando con grandissimo ardore della crudeltà e
superbia d'Alfonso, palesemente dimostravano il desiderio della venuta
de' Francesi[208].
Alfonso, intesa ch'ebbe la partita del figliuolo da Roma, entrò in
tanto terrore, che dimenticatosi della fama e gloria grande, la quale
con lunga esperienza avea acquietata in molte guerre d'Italia, e
disperato di poter resistere a questa fatale tempesta, deliberò di
abbandonare il Regno, e dettando l'istromento della rinunzia Giovanni
Pontano, coll'intervento di Federico suo fratello, e de' primi Signori
del Regno[209], rinunziò il nome e l'autorità reale a Ferdinando
suo figliuolo, con qualche speranza, che rimosso con lui l'odio sì
smisurato, e fatto Re un giovane di somma espettazione, il quale
non avea offeso alcuno, e quanto a se era in assai grazia appresso
a ciascuno, allenterebbe peravventura ne' sudditi il desiderio de'
Franzesi. Questo consiglio, pondera il Guicciardino, che se si fosse
anticipato, forse avrebbe fatto qualche frutto, ma differito a tempo
che le cose non solo erano in troppo gran movimento, ma già cominciate
a precipitare, non ebbe più forza di fermar tanta rovina.
Ceduta ch'ebbe Alfonso al figliuolo Ferdinando (il quale non passava
l'età di 24 anni) la possessione del Regno, e fattolo coronare e
cavalcare per la città di Napoli, non trovando nè giorno, nè notte
requie nell'animo, entrò in sì fatto timore, che gli pareva udir che
tutte le cose gridassero _Francia, Francia_; onde deliberò partir
subito da Napoli e ritirarsi in Sicilia, e conferito quel ch'avea
deliberato solamente con la Regina sua matrigna, nè voluto a' prieghi
suoi comunicarlo, nè col fratello, nè col figliuolo, nè soprastare pur
due o tre giorni solo per finir l'anno intero del suo Regno, si partì
con quattro galee sottili cariche di molte robe preziose, dimostrando
nel partire tanto spavento, che pareva fosse già circondato da'
Franzesi. Si fuggì por tanto a Mazara Terra in Sicilia della Regina
sua matrigna, stata a lei prima donata da Ferdinando Re di Spagna suo
fratello, la quale volle anch'ella accompagnarlo.
Narra Filippo di Comines, che allora si trovava Ambasciadore del
Re di Francia in Vinegia, che con meraviglia di ciascuno si sparse
per tutto il Mondo, specialmente in Vinegia, cotal novella. Alcuni
dicevano, ch'egli fosse ito al Turco; altri per dar favore alle cose
del figliuolo, il quale non era odiato nel Regno così com'esso. Ma
colui, che de' Re aragonesi scrisse con molto biasimo e molta acerbità,
e forse più di quel che meritavano, non tralasciò di dire, che fu
sempre d'opinione, ch'egli ciò facesse per vera pusillanimità. Giunto
in Sicilia, dopo essere stato alquanto a Mazara, passò a Messina, ove
ritirossi a menar vita religiosa, servendo in compagnia de' Frati a
Dio in tutte l'ore del giorno e della notte, con digiuni, astinenze e
limosine; e narra ancora lo stesso Autore, che se morte non l'impediva,
avea deliberato di far sua vita in un monastero di Valenza, e quivi
vestirsi da Religioso. Ma non avendo ancor finito dieci mesi dopo il
suo ritiramento in Sicilia, fu egli assalito da una crudele infermità
d'escoriazione e da renella, che incessantemente gli dava acerbissime
punture e tormenti, tollerati però da lui con maravigliosa costanza e
pazienza; e finalmente aggravato dal male, con grandissimo rimordimento
delle sue colpe, finì i giorni suoi a' 19 novembre dell'anno 1495 del
47 anno, e quattordici giorni di sua età, dopo aver regnato un anno
meno due giorni. Fu con reali esequie seppellito nella maggior Chiesa
di Messina, ove ancora s'addita la di lui tomba.
Di questo Principe, e per lo suo corto regnare, e perchè era tutto
dedito alle armi, non abbiamo tra le nostre prammatiche alcuna sua
legge, ancorchè non impedisse il progresso delle lettere nel suo
Regno; ma come nudrito in mezzo alle armi, non fu cotanto quanto suo
padre amante de' Letterati; e Giovanni Pontano, come si è veduto nel
precedente libro, non ebbe molta occasione d'esser appagato di lui,
anzi agramente si vendicò della di lui ingratitudine con quell'Apologo
dell'Asino, che trasse de' calci a chi gli porse ajuto. Fu però insieme
magnifico e pietoso. Edificò due famosi palagi di diporto nella regione
Nolana ed in Poggio reale: amò assai i Frati bianchi di S. Benedetto
dell'Ordine di Monte Oliveto, al di cui Monastero in Napoli donò, come
altrove fu detto, molte entrate. Diede anco principio alla nuova chiesa
dei Monaci Cassinesi di _S. Severino_, non parendogli convenevole, che
due Corpi di Santi così insigni, Sossio e Severino, dovessero giacere
in due piccole Chiesette; e se le narrate disavventure non l'avessero
impedito, le avrebbe dato quel fine e posta in quella magnificenza,
nella quale oggi si vede.