LIBRO VENTESIMOTTAVO

Insino ad ora fra tante nazioni che invasero queste nostre province,

non s'erano ancora intesi i _Turchi_; ma perchè niuna ne mancasse,

ecco, che ne sorge una più potente e più terribile dell'altre.

Gl'Imperadori Ottomani non è, come volgarmente si crede, che al lor

fasto ed alterigia, ed all'immoderata sete di dominare unicamente

appoggino la pretensione che vantano tenere sopra il nostro Reame.

Eglino pretendono, che dopo la presa di Costantinopoli, e d'aver

vinto e morto l'Imperador Costantino Paleologo ultimo Imperador Greco,

essendosi ad essi trasferito l'Imperio di Oriente, possano con ragione

riunire a quell'Imperio tutto ciò che ora si trova da altri occupato,

ed in mano di stranieri Principi. Pretendono, che l'Italia e molto

più le nostre province, particolarmente la Puglia e la Calabria, loro

s'appartenga, come a veri e legittimi successori di Costantino M. e

degli altri Imperadori d'Oriente. Essi vantano, e così han mostrato

di essere colle opere, d'imitare i Romani; e forse se si riguardano le

loro ampie conquiste ed i progressi che han fatti dall'anno 870 in qua,

gli acquisti loro non sono stati minori di quelli de' Romani, ed han

mostrato sempre, che non men che fecero i Romani, si nutrisce in loro

la pretensione di farsi Signori d'Italia e del Mondo.

Scipione Ammirato[72] fa vedere, che i progressi fatti da' Turchi

dall'anno 870, quando chiamati dai Persiani, dal Monte Caucaso, dove

primieramente abitavano, incominciarono a metter piede nell'Asia,

insino a' tempi suoi, cioè nel 1585, che non erano scorsi più che 715

anni, furono assai maggiori di quelli, che in altrettanto spazio di

tempo aveano fatti i Romani. E quantunque non si fossero resi Signori

dell'Italia e della Francia, come furono i Romani; nulladimanco erano

Signori dell'Egitto e dell'Armenia e d'altre province nell'Asia che

non ne furono i Romani, e dell'Illirico e della Pannonia non è alcun

dubbio, che posseggono parte molte maggiore che non possedevano i

Romani. Essi a gran passi s'ingegnarono sempre di camminare alla

Monarchia del Mondo, e resi padroni di tante e si sterminate province,

altro ad essi non restava di sottoporre alla loro dominazione, che

Costantinopoli capo dell imperio, e così estinguere affatto i Greci,

che insino a tempi del Re Alfonso aveano seduto in quella sede.

Furono perciò rivolti tutti i loro pensieri a quest'impresa, la quale

finalmente fu riserbata a _Maometto X_ Re de' Turchi e della famiglia

ottomana di quel nome II, il quale essendo succeduto nel 1451 a'

Regni paterni, pose ogni studio di venire a capo dell'impresa. Con

formidabili eserciti e stupende armate cinse finalmente nel 1453 per

mare e per terra la città di Costantinopoli: Costantino Paleologo

che n'era Imperadore, non potendo resistere a tante forze erasi,

per difender la sua persona, chiuso nella città. Invano si cercavano

aiuti da' Principi cristiani, li quali fra di lor guerreggiando, poca

cura prendeansi della ruina dell'Imperio d'Oriente, non ostante che

i Pontefici romani gl'incoraggiassero e scongiurassero a prenderne la

difesa. Solo il nostro Re Alfonso offerì soccorsi, perchè quella città

sede dell'imperio non cadesse in mano d'Infedeli; ma mentre Alfonso

s'affanna e gli affretta, ecco che Maometto a' 29 maggio di quell'anno

1453 espugna la città, prende e fa morire in quella l'Imperador

Costantino e tutta la nobiltà, ed in un istante si rende Signore

non meno della città che dell'imperio di Costantinopoli. Così finì

l'Imperio greco, che era durato 1127 anni. Non meno che il _Romano_,

che sotto Augusto cominciò e finì in Augustolo; così il _Greco_

cominciò sotto Costantino M. figliuolo d'Elena e venne a mancare sotto

Costantino Paleologo figliuolo parimente di Elena.

Trasferito in cotal guisa l'Imperio da' Greci a' Turchi, Maometto

fu gridato Imperadore de' Turchi. I progressi da lui fatti da poi

furono stupendi e portentosi, lasciando stare da parte l'altre cose

di minor conto, egli nel 1460 occupò l'Imperio di Trebisonda, e

fece mozzare il capo al Re David. Nel 62 s'insignorì dell'isola di

Metelino. L'anno 70 tolse a' Vinegiani l'isola di Negroponte. Nel 73

vinse in battaglia Usum Cassano Re di Persia, come ch'egli altre volte

fosse stato vinto da lui. L'anno 75 tolse a' Genovesi Caffa. Nel 77

costrinse i Vinegiani a dargli Calcide e Scutari, ed a pagargli un

censo l'anno per lasciargli navigare ne' suoi mari. Ed avendo per

tante vittorie pieno l'animo di concetti vasti e smisurati, e sopra

tutto acceso di desiderio ardentissimo di mettere piè nell'Italia,

pretendendo che l'Imperio di quella a se, come a vero e legittimo

Signore s'appartenesse, per virtù dell'Imperio costantinopolitano da

lui acquistato, i Vinegiani per divertirlo da' loro Stati, e perchè

maggiormente non gli angustiasse, gl'insinuarono che lasciata l'impresa

dell'isola di Rodi, dove stava allora impegnato Maometto per toglierla

a' Cavalieri gerosolimitani, verso la Puglia nel Regno di Napoli

drizzasse la sua armata; poichè in vece di un'isola avrebbe acquistato

un floridissimo e vastissimo Regno[73]. Angelo di Costanzo rapporta,

che Lorenzo de' Medici per mezzo d'alcuni mercatanti che negoziavano

ne' paesi del Turco, invitasse Maometto che venisse nel Regno. E può

esser vero l'uno e l'altro, che non meno i Vinegiani, che i Fiorentini,

nemici allora di Ferdinando, l'avessero stimolato.

Dimostrarono a Maometto, come l'alterigia ed ambizione d'Alfonso era,

se non al presente, nel tempo a venire per dover nuocere non meno ad

esso che a loro; anzi molto più a lui, essendo l'impresa più giusta

rispetto alla religione, più agevole per lo poco tratto del mare Jonio,

che divide ambi i loro Regni, e più favorita da' Principi cristiani.

Maometto ancora per diverse cagioni era contra il Re Ferdinando

oltramodo sdegnato, e vie più d'ogni altra cosa per aver porto quella

State medesima soccorso a Rodi, ch'egli indarno avea oppugnato; sicchè

non fu difficile a Fiorentini disporlo all'impresa[74].

Lasciata adunque Maometto l'impresa di Rodi, nel 1480 navigò sino alla

Velona, da dove mandò Acubat suo Bassà per questa spedizione, il quale

nella fine di giugno di quell'anno giunse in Puglia con un'armata

poderosissima, e posti a terra, oltre della fanteria, cinquemila

cavalli di gente bellicosissima, cinse di stretto assedio la città

d'Otranto. In questa città non vi eran di guarnigione che mille

combattenti, ed altri 500 ne avea portati allora da Napoli Francesco

Zurolo. I cittadini più che i soldati fecero valorosa difesa, ma contro

sì potente e numeroso esercito nulla valse la loro costanza. In men di

un mese fu presa la città per assalto, dove entrati furiosamente quei

Barbari non vi fu crudeltà che non praticassero: incendj, ruberie,

morti, violazion di vergini e quanta immanità usarono nella presa di

Costantinopoli, altrettanta in Otranto vi fu praticata. Molti cittadini

furon fatti passare a fil di spada, come si fece in Costantinopoli,

ma con sorte disuguale; poichè l'ossa di coloro rimasero per sempre in

suol nemico esposte alla pioggia e mosse dal vento, nè furon curati; ma

le ossa di questi d'Otranto, scacciati dopo un anno i Turchi, e tornata

sotto la dominazione di Ferdinando, furono a gara onorate non meno da'

paesani, che da Papa Sisto e dal Duca di Calabria Alfonso.

Presa questa città, avendo Maometto richiamato a se Acmet, questi,

ubbidendo al suo Signore, lasciò in suo luogo Ariadeno Baglivo di

Negroponte con settemila Turchi e 500 cavalli, ed egli con dodici

galee, con la preda fatta nel sacco di quella città, s'avviò per

Costantinopoli. Ariadeno volendo proseguire le conquiste pensava

d'occupar Brindisi e porre l'assedio ad altre città, tanto che si vide

il Regno in grandissimo pericolo di perdersi.

Ferdinando, vedendosi in tali angustie, scrisse a quasi tutti i

Principi d'Europa per soccorso, e mandò subito a chiamar Alfonso da

Toscana, perchè lasciata quella impresa venisse tosto a soccorrere il

Regno. Il Duca di Calabria abbandonò la guerra di Toscana, e lasciò in

pace i Fiorentini, e giunto in Napoli a' 10 di settembre di quest'anno,

avendo raccolta un'armata di 80 galee, con alcuni vascelli, ne diede

il comando a Galeazzo Caracciolo, il qual giunto coll'armata ne' mari

d'Otranto diede molto spavento all'esercito nemico, e poco appresso

vi venne il Duca di Calabria accompagnato da gran numero di Baroni

napoletani. Il Re d'Ungheria cognato del Duca vi mandò 1700 soldati

con 300 cavalli Ungari; ed il Papa v'inviò un Cardinale con 22 galee

de' Genovesi: tanto che l'esercito del Duca si pose in istato di

fronteggiare con quello de' Turchi, li quali, dopo molte scaramucce,

finalmente furon ridotti a ritirarsi dentro Otranto, dove per molto

tempo intrepidamente si difesero. Ma la morte opportunamente accaduta

a' 3 maggio dell'entrato anno 1481 dell'Imperador Maometto, liberò il

Regno da questi travagli: poichè Ariadeno giudicando, che per la morte

di Maometto il soccorso che aspettava sarebbe giunto molto tardi, si

risolvè a render la Piazza in poter d'Alfonso; ed essendogli stati a'

10 agosto accordati onorati patti, rese la piazza che per un anno era

stata sotto la lor dominazione, ed imbarcatosi con le truppe sopra la

sua armata, prese il cammino di Costantinopoli.

Questa opportuna morte non solo diede spavento a' Turchi d'Otranto, ma

anche ad un esercito di 25m. uomini che appresso la Velona erano venuti

a danno d'Italia, i quali se ne ritornarono tutti addietro. Alfonso

lieto di sì buon successo, licenziò i soldati Ungari, e vittorioso

ritornò in Napoli, dove trovò il soccorso che gli era venuto da

Portogallo e da Spagna, l'uno di 19 caravelle ed una nave, e l'altro di

22 navi, e, regalati i lor Comandanti, gli licenziò tutti. Vi morì in

questa guerra il fiore de' Capitani e dei Cavalieri del Regno veterani

e famosi, perchè vi morì Matteo di Capua Conte di Palena Capitano

vecchio, e per tutta Italia riputato insigne; vi morì Giulio Acquaviva

Conte di Conversano, il quale avea avuti i supremi onori della milizia

dal Re Ferdinando: morì ancora D. Diego Cavaniglia, Marino Caracciolo

ed un gran numero di Cavalieri molto onorati[75]. Nel sacco che

fu fatto da' Turchi in Otranto passarono a fil di spada più di 800

cittadini, l'ossa de' quali fur fatte da Alfonso seppellire con molto

onore e religione, e ne portò molti in Napoli, che, come scrive il

Galateo[76], fece riporre nella chiesa di Santa Maria Maddalena, donde

poi furon trasferite nella Chiesa di S. Caterina a Formello, ove ora si

adorano come reliquie di Martiri.

E per non venire a parlar di nuovo de' disegni che han sempre, insino

a' dì nostri tenuti i Turchi sopra la conquista di questo Regno,

degl'inviti che sono loro stati fatti da' nostri Principi cristiani

medesimi, i quali infra di loro guerreggiando, sovente per divertire

le armi del nemico, ricorrevano al Turco: dico ora, che mi si presenta

l'occasione, che quantunque nel Regno di Ferdinando e de' successori

Re aragonesi, non tornassero ad inquietare queste nostre province, non

era però che per gli acquisti grandi che nelle vicine parti faceano, da

tempo in tempo non ci portassero spavento e timore.

Morto _Maometto II_, che per avere acquistati due Imperi e dodici

Regni, e preso più di ducento città de' Cristiani, fu gridato I.

Imperadore de' Turchi; _Bajazet II_ suo figliuolo che gli succedette

nell'Imperio, con non interrotto corso di fortuna, fece altri

progressi; poichè nel 1484 prese la Valacchia, e nel 92 occupò i monti

Cerauni e tutto il tratto dell'Albania, e si sottomise tutte quelle

genti che viveano libere. Quindi molte famiglie, per non vivere in

ischiavitù, fuggirono da que' luoghi, e si ricovrarono nelle più vicine

parti ed alcune nel nostro Regno. Vi vennero perciò i _Castrioti_ ed i

_Tocchi_ che possedevano in quelle province buone Signorie. Vi venner

molti _Albanesi_; ond'è che da nostri Re fur loro assignate varie Terre

per luogo d'abitazione e tuttavia ancor vi dimorano. Sottomise poi

Bajazet al suo Imperio nel 1499 Modone e Corone città della Morea, e

nell'anno seguente tolse a' Vinegiani Mero città. _Selim I_ figliuolo

di Bajazet nel 1514 vinse in battaglia Ismaele Re di Persia, e 'l

cacciò nelle campagne Calderane. L'anno seguente ruppe e fece prigione

il Capitan Generale d'Aladola Re della Cappadocia, a cui mozzò il capo,

ed il mandò a' Vinegiani per segno della vittoria. Nel 1516 superò

combattendo Campsone Soldano d'Egitto, e messolo in fuga il costrinse

a morirsi; nel corso della qual piena e gloriosa victoria, vinto ed

impiccato l'altro Soldano, prese il Cairo, soggiogò Alessandria, e

fattosi Signore dell'Egitto, acquistò anche Damasco capo e sede del

Regno di Soria.

_Solimano II_ figliuolo di Selim tolse nel 1521 agli Ungheri Belgrado;

nel 22 cacciò la religione di S. Giovanni dall'isola di Rodi, ed

acquistò all'Imperio suo quell'isola nobilissima. Nel 26 diede di

nuovo una terribil rotta agli Ungheri, nella quale restò morto il

misero lor Re Lodovico. Nel 29 occupò Buda, e nel 24 tolse il Regno

al Re di Tunisi. Nel 37 oltre molti danni fatti a' Vinegiani, a'

quali saccheggiò il Zante e Citera, spianò ancora Egina, prese Paro

e fece tributaria Nasso. Nel 39 prese Castel Nuovo, ove tagliò a

pezzi la miglior milizia che avessero mai avuta gli Spagnuoli. _Selim

II_ figliuolo di Solimano, tolse ai Vinegiani il deliziosissimo

Regno di Cipro, dopo avere con potentissima armata cercato di

soggiogare Malta nuova Residenza de' Cavalieri gerosolimitani. Con

tal occasione ne venne a noi la famiglia _Paleologa_, di cui si legge

in Napoli il tumulo nella chiesa di S. Giovanni Maggiore rapportato

dall'Engenio[77]. _Amurat III_ figliuolo di Selim, ancorchè per le

continue guerre ch'egli ebbe a sostenere col Persiano, non inquietasse

le province cristiane, tennele però in grandissimo timore. Ma i suoi

successori _Maometto III_ ed _Acmet_ tolsero a' Vinegiani Candia,

gran parte della Dalmazia, la Bosnia, la Schiavonia; ed in breve

quasi tutto il lido del mare superiore, che diciamo ora Adriatico,

opposto a' mari d'Otranto e della nostra Puglia, passò sotto la lor

dominazione. Caddero questi sterminati acquisti, e s'estinsero tanti

Reami e Ducati. Caddero i Duchi d'Atene, i Duchi di Durazzo, i Despoti

dell'Arta Principi della Morea nella Grecia, i Duchi d'Albania, i

Principi d'Achaja e tanti altri Signori e Baroni che lungo sarebbe

a raccontargli. Ed essendo ne' loro Dominj succeduto un sì potente e

terribile nemico pur troppo a noi vicino, e che non altro tratto ci

divide, se non che il golfo di Vinegia e quello di Otranto; quindi

nacquero i continui timori, e le spesse scorrerie e saccheggi d'alcune

Città e Terre della Puglia e della Calabria.

Quindi si diede occasione a spessi ricorsi, che da Principi disperati

e da Baroni malcontenti, si faceva a loro, con sovente sollecitargli,

offerendo facile la conquista del Regno. Quando, come diremo appresso,

il Re Ferdinando fermò la pace col Pontefice Innocenzio VIII alcuni

Baroni, temendo della poca fede del Re, consultarono per loro quiete di

doversi mandare Ambasciadori a Bajazet, acciò che loro somministrasse

pronto soccorso, invitandolo alla conquista del Regno. Furono perciò

sovente invasi i nostri mari, e quelli di Gaeta furono scorsi e dati

sacchi funestissimi a quella città. E nei seguenti anni, Paola e S.

Lucido in Calabria, Sorrento e Massa incontro Napoli, furono da' Turchi

con lagrimevol strage saccheggiate, e gli abitanti fatti schiavi[78].

Nell'Imperio di Carlo V, il Principe di Salerno profugo da' suoi

Stati, non trovando udienza in Francia, ebbe ricorso a Turchi, a' quali

dipinse facile l'impresa del Regno, e fece mettere in mare una potente

armata per invaderlo.

Nel Regno di Filippo II suo figliuolo le spedizioni contra Turchi

furono assai spesse e strepitose; onde cotanto rilusse la fama di D.

Giovanni d'Austria, che in mare gli vinse e debellò: ed essendosi

accesa fiera ed ostinata guerra tra questo Re col Pontefice Paolo

IV, questi non contento d'aver fatta lega col Re di Francia e con

altri potentati, chiamò anche l'armata del Turco in suo aiuto per

assaltare il Regno. E fra noi è ancor rimasa memoria della congiura

che _Tommaso Campanella_ con altri Frati domenicani Calabresi nel 1599

avea ordita per dar le Calabrie in man de' Turchi; li quali da poi

nel 1621 con buona armata vennero ad invadere Capitanata e occuparono

Manfredonia, e dopo averla tenuta per qualche tempo, datole un fiero

sacco, abbandonarono l'impresa. Infinite scorrerie fecero ne' nostri

mari, riducendo molti nostri Regnicoli in ischiavitù. Ed in quest'anni

1716 e 1717 se non avessero avute in Ungheria due strane rotte dalle

vittoriose armi imperiali colla perdita di Temisvar e di Belgrado,

minacciavano l'Italia e queste nostre province, che corsero gran

pericolo. Ma fattasi ora col Turco tregua per venti anni, si è veduta

cosa che non videro mai i nostri maggiori, cioè traffico e commercio

aperto fra noi ed il Turco. Se durasse, ci vedremmo almeno per quanto

corre il mare Adriatico, liberi da corsari e non esposti que' lidi a

tanti danni e riscatti; poichè dall'aver vicino sì potente nemico, e

per poco tratto i nostri lidi divisi dai suoi, si è ricevuto ancora

l'incomodo di spesse scorrerie da' corsari barbareschi nelle terre

poste ne' lidi dell'Adriatico e delle Calabrie, e la desolazione di

molte famiglie, che per redimere dalle loro mani i loro parenti, si

sono impoverite, dovendo pagare grosse somme per gli riscatti. Carlo V

per tener guardati da quei pirati i nostri lidi fece costruire molte

torri per le marine del Regno, gravandolo d'eccessive spese per le

provvisioni che bisognò somministrare a' Torrieri. Quindi per sovvenire

a questi bisogni sursero le religioni della _Redenzione de' cattivi_,

che da Spagna a noi ci vennero, e molti altri luoghi Pii che tengono

destinate le loro rendite per lo riscatto.

L'opera non può negarsi che non sia molto pietosa, ed in Spagna, che

patisce i medesimi travagli da' pirati Algerini e dell'altre coste

di Tunisi e di Barberia e da' corsari Mori, è soprammodo cresciuta,

vedendosi per ciò eretti grandi Conventi di religiosi destinati a

quest'opera della redenzione, e ricchissimi di rendite; ma non può

negarsi ancora, che per questo istesso i Turchi esercitino l'arte

piratica, riuscendo ad essi molto utile e fruttuosa; onde quasi tutti

vi si applicano perchè sanno, che ridotti i cristiani in servitù,

vengono tosto immense somme per redimergli. All'incontro essi non

riscattano niuno di loro, se avviene che capitino essi in mano de'

cristiani; gli lasciano stare, nè se ne prendon pensiero; e quindi

i cristiani non s'invogliano a far prede e corseggiare i loro mari,

com'essi fanno de' nostri. Se noi non curassimo di riscattar i nostri,

certamente che si dismetterebbe presso loro il corseggiamento, e

forse si vivrebbe assai meglio, senza sospetti e senza timori ed in

maggior quiete. Ma di ciò sia detto a bastanza, richiamandoci il nostro

istituto a parlar di Ferdinando, e d'una nuova e più insidiosa congiura

orditagli ora da' suoi Baroni.

Istoria civile del Regno di Napoli, v. 7 · 第 11 / 51 题