Insino ad ora fra tante nazioni che invasero queste nostre province,
non s'erano ancora intesi i _Turchi_; ma perchè niuna ne mancasse,
ecco, che ne sorge una più potente e più terribile dell'altre.
Gl'Imperadori Ottomani non è, come volgarmente si crede, che al lor
fasto ed alterigia, ed all'immoderata sete di dominare unicamente
appoggino la pretensione che vantano tenere sopra il nostro Reame.
Eglino pretendono, che dopo la presa di Costantinopoli, e d'aver
vinto e morto l'Imperador Costantino Paleologo ultimo Imperador Greco,
essendosi ad essi trasferito l'Imperio di Oriente, possano con ragione
riunire a quell'Imperio tutto ciò che ora si trova da altri occupato,
ed in mano di stranieri Principi. Pretendono, che l'Italia e molto
più le nostre province, particolarmente la Puglia e la Calabria, loro
s'appartenga, come a veri e legittimi successori di Costantino M. e
degli altri Imperadori d'Oriente. Essi vantano, e così han mostrato
di essere colle opere, d'imitare i Romani; e forse se si riguardano le
loro ampie conquiste ed i progressi che han fatti dall'anno 870 in qua,
gli acquisti loro non sono stati minori di quelli de' Romani, ed han
mostrato sempre, che non men che fecero i Romani, si nutrisce in loro
la pretensione di farsi Signori d'Italia e del Mondo.
Scipione Ammirato[72] fa vedere, che i progressi fatti da' Turchi
dall'anno 870, quando chiamati dai Persiani, dal Monte Caucaso, dove
primieramente abitavano, incominciarono a metter piede nell'Asia,
insino a' tempi suoi, cioè nel 1585, che non erano scorsi più che 715
anni, furono assai maggiori di quelli, che in altrettanto spazio di
tempo aveano fatti i Romani. E quantunque non si fossero resi Signori
dell'Italia e della Francia, come furono i Romani; nulladimanco erano
Signori dell'Egitto e dell'Armenia e d'altre province nell'Asia che
non ne furono i Romani, e dell'Illirico e della Pannonia non è alcun
dubbio, che posseggono parte molte maggiore che non possedevano i
Romani. Essi a gran passi s'ingegnarono sempre di camminare alla
Monarchia del Mondo, e resi padroni di tante e si sterminate province,
altro ad essi non restava di sottoporre alla loro dominazione, che
Costantinopoli capo dell imperio, e così estinguere affatto i Greci,
che insino a tempi del Re Alfonso aveano seduto in quella sede.
Furono perciò rivolti tutti i loro pensieri a quest'impresa, la quale
finalmente fu riserbata a _Maometto X_ Re de' Turchi e della famiglia
ottomana di quel nome II, il quale essendo succeduto nel 1451 a'
Regni paterni, pose ogni studio di venire a capo dell'impresa. Con
formidabili eserciti e stupende armate cinse finalmente nel 1453 per
mare e per terra la città di Costantinopoli: Costantino Paleologo
che n'era Imperadore, non potendo resistere a tante forze erasi,
per difender la sua persona, chiuso nella città. Invano si cercavano
aiuti da' Principi cristiani, li quali fra di lor guerreggiando, poca
cura prendeansi della ruina dell'Imperio d'Oriente, non ostante che
i Pontefici romani gl'incoraggiassero e scongiurassero a prenderne la
difesa. Solo il nostro Re Alfonso offerì soccorsi, perchè quella città
sede dell'imperio non cadesse in mano d'Infedeli; ma mentre Alfonso
s'affanna e gli affretta, ecco che Maometto a' 29 maggio di quell'anno
1453 espugna la città, prende e fa morire in quella l'Imperador
Costantino e tutta la nobiltà, ed in un istante si rende Signore
non meno della città che dell'imperio di Costantinopoli. Così finì
l'Imperio greco, che era durato 1127 anni. Non meno che il _Romano_,
che sotto Augusto cominciò e finì in Augustolo; così il _Greco_
cominciò sotto Costantino M. figliuolo d'Elena e venne a mancare sotto
Costantino Paleologo figliuolo parimente di Elena.
Trasferito in cotal guisa l'Imperio da' Greci a' Turchi, Maometto
fu gridato Imperadore de' Turchi. I progressi da lui fatti da poi
furono stupendi e portentosi, lasciando stare da parte l'altre cose
di minor conto, egli nel 1460 occupò l'Imperio di Trebisonda, e
fece mozzare il capo al Re David. Nel 62 s'insignorì dell'isola di
Metelino. L'anno 70 tolse a' Vinegiani l'isola di Negroponte. Nel 73
vinse in battaglia Usum Cassano Re di Persia, come ch'egli altre volte
fosse stato vinto da lui. L'anno 75 tolse a' Genovesi Caffa. Nel 77
costrinse i Vinegiani a dargli Calcide e Scutari, ed a pagargli un
censo l'anno per lasciargli navigare ne' suoi mari. Ed avendo per
tante vittorie pieno l'animo di concetti vasti e smisurati, e sopra
tutto acceso di desiderio ardentissimo di mettere piè nell'Italia,
pretendendo che l'Imperio di quella a se, come a vero e legittimo
Signore s'appartenesse, per virtù dell'Imperio costantinopolitano da
lui acquistato, i Vinegiani per divertirlo da' loro Stati, e perchè
maggiormente non gli angustiasse, gl'insinuarono che lasciata l'impresa
dell'isola di Rodi, dove stava allora impegnato Maometto per toglierla
a' Cavalieri gerosolimitani, verso la Puglia nel Regno di Napoli
drizzasse la sua armata; poichè in vece di un'isola avrebbe acquistato
un floridissimo e vastissimo Regno[73]. Angelo di Costanzo rapporta,
che Lorenzo de' Medici per mezzo d'alcuni mercatanti che negoziavano
ne' paesi del Turco, invitasse Maometto che venisse nel Regno. E può
esser vero l'uno e l'altro, che non meno i Vinegiani, che i Fiorentini,
nemici allora di Ferdinando, l'avessero stimolato.
Dimostrarono a Maometto, come l'alterigia ed ambizione d'Alfonso era,
se non al presente, nel tempo a venire per dover nuocere non meno ad
esso che a loro; anzi molto più a lui, essendo l'impresa più giusta
rispetto alla religione, più agevole per lo poco tratto del mare Jonio,
che divide ambi i loro Regni, e più favorita da' Principi cristiani.
Maometto ancora per diverse cagioni era contra il Re Ferdinando
oltramodo sdegnato, e vie più d'ogni altra cosa per aver porto quella
State medesima soccorso a Rodi, ch'egli indarno avea oppugnato; sicchè
non fu difficile a Fiorentini disporlo all'impresa[74].
Lasciata adunque Maometto l'impresa di Rodi, nel 1480 navigò sino alla
Velona, da dove mandò Acubat suo Bassà per questa spedizione, il quale
nella fine di giugno di quell'anno giunse in Puglia con un'armata
poderosissima, e posti a terra, oltre della fanteria, cinquemila
cavalli di gente bellicosissima, cinse di stretto assedio la città
d'Otranto. In questa città non vi eran di guarnigione che mille
combattenti, ed altri 500 ne avea portati allora da Napoli Francesco
Zurolo. I cittadini più che i soldati fecero valorosa difesa, ma contro
sì potente e numeroso esercito nulla valse la loro costanza. In men di
un mese fu presa la città per assalto, dove entrati furiosamente quei
Barbari non vi fu crudeltà che non praticassero: incendj, ruberie,
morti, violazion di vergini e quanta immanità usarono nella presa di
Costantinopoli, altrettanta in Otranto vi fu praticata. Molti cittadini
furon fatti passare a fil di spada, come si fece in Costantinopoli,
ma con sorte disuguale; poichè l'ossa di coloro rimasero per sempre in
suol nemico esposte alla pioggia e mosse dal vento, nè furon curati; ma
le ossa di questi d'Otranto, scacciati dopo un anno i Turchi, e tornata
sotto la dominazione di Ferdinando, furono a gara onorate non meno da'
paesani, che da Papa Sisto e dal Duca di Calabria Alfonso.
Presa questa città, avendo Maometto richiamato a se Acmet, questi,
ubbidendo al suo Signore, lasciò in suo luogo Ariadeno Baglivo di
Negroponte con settemila Turchi e 500 cavalli, ed egli con dodici
galee, con la preda fatta nel sacco di quella città, s'avviò per
Costantinopoli. Ariadeno volendo proseguire le conquiste pensava
d'occupar Brindisi e porre l'assedio ad altre città, tanto che si vide
il Regno in grandissimo pericolo di perdersi.
Ferdinando, vedendosi in tali angustie, scrisse a quasi tutti i
Principi d'Europa per soccorso, e mandò subito a chiamar Alfonso da
Toscana, perchè lasciata quella impresa venisse tosto a soccorrere il
Regno. Il Duca di Calabria abbandonò la guerra di Toscana, e lasciò in
pace i Fiorentini, e giunto in Napoli a' 10 di settembre di quest'anno,
avendo raccolta un'armata di 80 galee, con alcuni vascelli, ne diede
il comando a Galeazzo Caracciolo, il qual giunto coll'armata ne' mari
d'Otranto diede molto spavento all'esercito nemico, e poco appresso
vi venne il Duca di Calabria accompagnato da gran numero di Baroni
napoletani. Il Re d'Ungheria cognato del Duca vi mandò 1700 soldati
con 300 cavalli Ungari; ed il Papa v'inviò un Cardinale con 22 galee
de' Genovesi: tanto che l'esercito del Duca si pose in istato di
fronteggiare con quello de' Turchi, li quali, dopo molte scaramucce,
finalmente furon ridotti a ritirarsi dentro Otranto, dove per molto
tempo intrepidamente si difesero. Ma la morte opportunamente accaduta
a' 3 maggio dell'entrato anno 1481 dell'Imperador Maometto, liberò il
Regno da questi travagli: poichè Ariadeno giudicando, che per la morte
di Maometto il soccorso che aspettava sarebbe giunto molto tardi, si
risolvè a render la Piazza in poter d'Alfonso; ed essendogli stati a'
10 agosto accordati onorati patti, rese la piazza che per un anno era
stata sotto la lor dominazione, ed imbarcatosi con le truppe sopra la
sua armata, prese il cammino di Costantinopoli.
Questa opportuna morte non solo diede spavento a' Turchi d'Otranto, ma
anche ad un esercito di 25m. uomini che appresso la Velona erano venuti
a danno d'Italia, i quali se ne ritornarono tutti addietro. Alfonso
lieto di sì buon successo, licenziò i soldati Ungari, e vittorioso
ritornò in Napoli, dove trovò il soccorso che gli era venuto da
Portogallo e da Spagna, l'uno di 19 caravelle ed una nave, e l'altro di
22 navi, e, regalati i lor Comandanti, gli licenziò tutti. Vi morì in
questa guerra il fiore de' Capitani e dei Cavalieri del Regno veterani
e famosi, perchè vi morì Matteo di Capua Conte di Palena Capitano
vecchio, e per tutta Italia riputato insigne; vi morì Giulio Acquaviva
Conte di Conversano, il quale avea avuti i supremi onori della milizia
dal Re Ferdinando: morì ancora D. Diego Cavaniglia, Marino Caracciolo
ed un gran numero di Cavalieri molto onorati[75]. Nel sacco che
fu fatto da' Turchi in Otranto passarono a fil di spada più di 800
cittadini, l'ossa de' quali fur fatte da Alfonso seppellire con molto
onore e religione, e ne portò molti in Napoli, che, come scrive il
Galateo[76], fece riporre nella chiesa di Santa Maria Maddalena, donde
poi furon trasferite nella Chiesa di S. Caterina a Formello, ove ora si
adorano come reliquie di Martiri.
E per non venire a parlar di nuovo de' disegni che han sempre, insino
a' dì nostri tenuti i Turchi sopra la conquista di questo Regno,
degl'inviti che sono loro stati fatti da' nostri Principi cristiani
medesimi, i quali infra di loro guerreggiando, sovente per divertire
le armi del nemico, ricorrevano al Turco: dico ora, che mi si presenta
l'occasione, che quantunque nel Regno di Ferdinando e de' successori
Re aragonesi, non tornassero ad inquietare queste nostre province, non
era però che per gli acquisti grandi che nelle vicine parti faceano, da
tempo in tempo non ci portassero spavento e timore.
Morto _Maometto II_, che per avere acquistati due Imperi e dodici
Regni, e preso più di ducento città de' Cristiani, fu gridato I.
Imperadore de' Turchi; _Bajazet II_ suo figliuolo che gli succedette
nell'Imperio, con non interrotto corso di fortuna, fece altri
progressi; poichè nel 1484 prese la Valacchia, e nel 92 occupò i monti
Cerauni e tutto il tratto dell'Albania, e si sottomise tutte quelle
genti che viveano libere. Quindi molte famiglie, per non vivere in
ischiavitù, fuggirono da que' luoghi, e si ricovrarono nelle più vicine
parti ed alcune nel nostro Regno. Vi vennero perciò i _Castrioti_ ed i
_Tocchi_ che possedevano in quelle province buone Signorie. Vi venner
molti _Albanesi_; ond'è che da nostri Re fur loro assignate varie Terre
per luogo d'abitazione e tuttavia ancor vi dimorano. Sottomise poi
Bajazet al suo Imperio nel 1499 Modone e Corone città della Morea, e
nell'anno seguente tolse a' Vinegiani Mero città. _Selim I_ figliuolo
di Bajazet nel 1514 vinse in battaglia Ismaele Re di Persia, e 'l
cacciò nelle campagne Calderane. L'anno seguente ruppe e fece prigione
il Capitan Generale d'Aladola Re della Cappadocia, a cui mozzò il capo,
ed il mandò a' Vinegiani per segno della vittoria. Nel 1516 superò
combattendo Campsone Soldano d'Egitto, e messolo in fuga il costrinse
a morirsi; nel corso della qual piena e gloriosa victoria, vinto ed
impiccato l'altro Soldano, prese il Cairo, soggiogò Alessandria, e
fattosi Signore dell'Egitto, acquistò anche Damasco capo e sede del
Regno di Soria.
_Solimano II_ figliuolo di Selim tolse nel 1521 agli Ungheri Belgrado;
nel 22 cacciò la religione di S. Giovanni dall'isola di Rodi, ed
acquistò all'Imperio suo quell'isola nobilissima. Nel 26 diede di
nuovo una terribil rotta agli Ungheri, nella quale restò morto il
misero lor Re Lodovico. Nel 29 occupò Buda, e nel 24 tolse il Regno
al Re di Tunisi. Nel 37 oltre molti danni fatti a' Vinegiani, a'
quali saccheggiò il Zante e Citera, spianò ancora Egina, prese Paro
e fece tributaria Nasso. Nel 39 prese Castel Nuovo, ove tagliò a
pezzi la miglior milizia che avessero mai avuta gli Spagnuoli. _Selim
II_ figliuolo di Solimano, tolse ai Vinegiani il deliziosissimo
Regno di Cipro, dopo avere con potentissima armata cercato di
soggiogare Malta nuova Residenza de' Cavalieri gerosolimitani. Con
tal occasione ne venne a noi la famiglia _Paleologa_, di cui si legge
in Napoli il tumulo nella chiesa di S. Giovanni Maggiore rapportato
dall'Engenio[77]. _Amurat III_ figliuolo di Selim, ancorchè per le
continue guerre ch'egli ebbe a sostenere col Persiano, non inquietasse
le province cristiane, tennele però in grandissimo timore. Ma i suoi
successori _Maometto III_ ed _Acmet_ tolsero a' Vinegiani Candia,
gran parte della Dalmazia, la Bosnia, la Schiavonia; ed in breve
quasi tutto il lido del mare superiore, che diciamo ora Adriatico,
opposto a' mari d'Otranto e della nostra Puglia, passò sotto la lor
dominazione. Caddero questi sterminati acquisti, e s'estinsero tanti
Reami e Ducati. Caddero i Duchi d'Atene, i Duchi di Durazzo, i Despoti
dell'Arta Principi della Morea nella Grecia, i Duchi d'Albania, i
Principi d'Achaja e tanti altri Signori e Baroni che lungo sarebbe
a raccontargli. Ed essendo ne' loro Dominj succeduto un sì potente e
terribile nemico pur troppo a noi vicino, e che non altro tratto ci
divide, se non che il golfo di Vinegia e quello di Otranto; quindi
nacquero i continui timori, e le spesse scorrerie e saccheggi d'alcune
Città e Terre della Puglia e della Calabria.
Quindi si diede occasione a spessi ricorsi, che da Principi disperati
e da Baroni malcontenti, si faceva a loro, con sovente sollecitargli,
offerendo facile la conquista del Regno. Quando, come diremo appresso,
il Re Ferdinando fermò la pace col Pontefice Innocenzio VIII alcuni
Baroni, temendo della poca fede del Re, consultarono per loro quiete di
doversi mandare Ambasciadori a Bajazet, acciò che loro somministrasse
pronto soccorso, invitandolo alla conquista del Regno. Furono perciò
sovente invasi i nostri mari, e quelli di Gaeta furono scorsi e dati
sacchi funestissimi a quella città. E nei seguenti anni, Paola e S.
Lucido in Calabria, Sorrento e Massa incontro Napoli, furono da' Turchi
con lagrimevol strage saccheggiate, e gli abitanti fatti schiavi[78].
Nell'Imperio di Carlo V, il Principe di Salerno profugo da' suoi
Stati, non trovando udienza in Francia, ebbe ricorso a Turchi, a' quali
dipinse facile l'impresa del Regno, e fece mettere in mare una potente
armata per invaderlo.
Nel Regno di Filippo II suo figliuolo le spedizioni contra Turchi
furono assai spesse e strepitose; onde cotanto rilusse la fama di D.
Giovanni d'Austria, che in mare gli vinse e debellò: ed essendosi
accesa fiera ed ostinata guerra tra questo Re col Pontefice Paolo
IV, questi non contento d'aver fatta lega col Re di Francia e con
altri potentati, chiamò anche l'armata del Turco in suo aiuto per
assaltare il Regno. E fra noi è ancor rimasa memoria della congiura
che _Tommaso Campanella_ con altri Frati domenicani Calabresi nel 1599
avea ordita per dar le Calabrie in man de' Turchi; li quali da poi
nel 1621 con buona armata vennero ad invadere Capitanata e occuparono
Manfredonia, e dopo averla tenuta per qualche tempo, datole un fiero
sacco, abbandonarono l'impresa. Infinite scorrerie fecero ne' nostri
mari, riducendo molti nostri Regnicoli in ischiavitù. Ed in quest'anni
1716 e 1717 se non avessero avute in Ungheria due strane rotte dalle
vittoriose armi imperiali colla perdita di Temisvar e di Belgrado,
minacciavano l'Italia e queste nostre province, che corsero gran
pericolo. Ma fattasi ora col Turco tregua per venti anni, si è veduta
cosa che non videro mai i nostri maggiori, cioè traffico e commercio
aperto fra noi ed il Turco. Se durasse, ci vedremmo almeno per quanto
corre il mare Adriatico, liberi da corsari e non esposti que' lidi a
tanti danni e riscatti; poichè dall'aver vicino sì potente nemico, e
per poco tratto i nostri lidi divisi dai suoi, si è ricevuto ancora
l'incomodo di spesse scorrerie da' corsari barbareschi nelle terre
poste ne' lidi dell'Adriatico e delle Calabrie, e la desolazione di
molte famiglie, che per redimere dalle loro mani i loro parenti, si
sono impoverite, dovendo pagare grosse somme per gli riscatti. Carlo V
per tener guardati da quei pirati i nostri lidi fece costruire molte
torri per le marine del Regno, gravandolo d'eccessive spese per le
provvisioni che bisognò somministrare a' Torrieri. Quindi per sovvenire
a questi bisogni sursero le religioni della _Redenzione de' cattivi_,
che da Spagna a noi ci vennero, e molti altri luoghi Pii che tengono
destinate le loro rendite per lo riscatto.
L'opera non può negarsi che non sia molto pietosa, ed in Spagna, che
patisce i medesimi travagli da' pirati Algerini e dell'altre coste
di Tunisi e di Barberia e da' corsari Mori, è soprammodo cresciuta,
vedendosi per ciò eretti grandi Conventi di religiosi destinati a
quest'opera della redenzione, e ricchissimi di rendite; ma non può
negarsi ancora, che per questo istesso i Turchi esercitino l'arte
piratica, riuscendo ad essi molto utile e fruttuosa; onde quasi tutti
vi si applicano perchè sanno, che ridotti i cristiani in servitù,
vengono tosto immense somme per redimergli. All'incontro essi non
riscattano niuno di loro, se avviene che capitino essi in mano de'
cristiani; gli lasciano stare, nè se ne prendon pensiero; e quindi
i cristiani non s'invogliano a far prede e corseggiare i loro mari,
com'essi fanno de' nostri. Se noi non curassimo di riscattar i nostri,
certamente che si dismetterebbe presso loro il corseggiamento, e
forse si vivrebbe assai meglio, senza sospetti e senza timori ed in
maggior quiete. Ma di ciò sia detto a bastanza, richiamandoci il nostro
istituto a parlar di Ferdinando, e d'una nuova e più insidiosa congiura
orditagli ora da' suoi Baroni.