_Ritorno ai remoti tempi pei Metodi. — Primi Metodisti. — Grecismo. —
Ricostituzioni da Gregorio al secolo XI. — Da Guido al secolo XVII. —
Da Rousseau al compimento delle scuole teoretiche del suo tempo._
L’antica Sapienza, nelle cose ritenute divine, mise uno studio
profondo, scrutatore, minuzioso; oppure, quasi ad eccesso di riverenza,
non s’attentò penetrarvi e fece nulle o scarse ricerche.
Se non regge lo scrupoloso confronto in fra i sistemi musicali
moderni, e per lo meno riescono inutili i ragionamenti sulla preminenza
relativamente ai genj del canto che, come abbiamo osservato, presso a
ciascuna nazione serbano le loro impronte speciali e caratteristiche,
per modo da rendersi tutti assolutamente indipendenti, e di non
ammettere giudizio assoluto di prevalenza se non ai riguardi del
bello universale, assoluto; facilmente s’intende quanto mal fondate
riuscirebbero e vane le discussioni sui migliori o meno acconci sistemi
degli antichi; ed a storico omaggio basterà ricordarli.
L’Indo e la Cina colla immobilità inerente ai religiosi principj,
per le espressioni de’ loro canti tennero ai modi che non lasciano
penetrarne la origine, seguono ancora i sistemi usati da immemorabile.
E quindi, quanto più antichi, tanto più oscuri; quanto antiquati, tanto
più ignoti.
Al misticismo dei Nagini (note personificate), dei Gandorva (musici),
dei Silfi (suoni dell’aria), mandati da Brama per mezzo di Visnù,
risalgono quei sistemi. Un Beherata fu indicato dal Balbo come il primo
ed immutabile metodista.
Coloro che più dappresso alle remote epoche conobbero i costumi di
quei popoli, e con ecletico studio si valsero della prima sapienza,
naturalmente ne interpretarono meglio le dottrine; e nelle loro
imitazioni ci lasciarono le traccie men dubbie delle antichissime
norme.
Tornar dovremo adunque ai miti della antica Grecia e alle filosofiche
disquisizioni che teorizzando sull’arcano linguaggio, lo fecero di
comprensione universale, di appartenenza enciclopedica, di cosmologica
armonia.
E come vedemmo in capo a queste memorie, dovremmo ricercare le leggi di
quel linguaggio in bocca d’ogni poeta e d’ogni filosofo, nei trattati
di tutte le scienze.
I canti della vetusta sapienza religiosa, morale, politica, a Rama, a
Krisna, a Teuto, a Vodan, stanno a prova immutabile dell’espressione
poetica nata coll’uomo.
Chirone, il contemplatore della natura, insegna la musica ad Esculapio
e ad Achille.
Demodoco, amoroso cantore, palesa in Omero il linguaggio di Venere e di
Marte.
Erméte in Grecia, od Irminsul nella Sassonia, interpreta il voler degli
Dei.
Orfeo, figlio a Calliope, sapiente nelle celesti e umane cose, svela
col canto i misteri Isiaci agli Egizi ed agli Argonauti. — Lino rivela
ai pastori il metodo d’Esiodo[160].
Fenio celebra alla corte d’Ulisse la fedeltà di Penelope. — Tirteo
insegna i canti guerreschi[161].
Tamiri, nipote d’Apollo, ingentilisce Odrisa e la Tracia colla musica;
come la impiega Taléte a Mileto.
Non è strana quest’arte al severo Licurgo, che sente ed ammira le prime
regole date da Tepandro alla lira.
Lasso d’Ermione fu il primo a scrivere norme musicali ai tempi di Dario
Istaspe.
Jagnide frigio, padre di Marsia, primo a cantare inni agli Dei.
Filoxene introduce canti effeminati e molli, colle sue _Niglarie_, onde
Aristofane lo riprende.
Epigonio e Simmico dilatano il poter delle corde in concerto col canto.
Diodoro v’aggiunge e perfeziona la fistula.
Ippaso di Metaponte, Teone di Smirne, Corebo figlio d’Ati re di Lidia,
Licaone di Samo, Teofastro di Pierio, Istieo di Colofone, introdussero
i musici a interessanti ricerche.
A Frinni, a Epigonio, a Lisandro, devesi considerabile perfezionamento
dell’arte.
S’attribuiscono sistemi antichi sui rapporti degl’intervalli armonici
a Didimo e a Tolomeo, dei quali Boezio trae il tetracordo, o _Lira di
Mercurio_.
Timoteo di Mileto coi varj modi della sua, eccita o calma i furori
d’Alessandro.
In Menalippo, in Pitoclide ed in Ferecrate, riconosce Plutarco altri
sistemi e perfezionamenti delle varie cetre.
D’Euclide d’Alessandria non sono smarriti alcuni insegnamenti, sui
quali specialmente e su quelli d’Aristoxene, capo di setta musicale ed
autore il più antico che ci resti in tale scienza, sembra che Aristide
Quintiliano aguzzasse l’ingegno. Da questo autore, che scrisse dopo di
Cicerone, abbiamo la divisione della Melopea in _ypatoide_, _mesoide_,
e _netoide_, a seconda dei modi e delle estensioni dei canti.
Vennero poi Alipio, Censorino, Gaudenzio, Nicomaco e Bacchio, dai quali
tutti avemmo pratiche ed utili nozioni[162].
Speciali nozioni teoriche ci lasciava anche Platone, classificando,
come altrove abbiam detto, i diversi elementi della musica in tre
ordini; primo de’ quali, la _parola_, _mele_ o sostanza musicale; a cui
segue il _ritmo_ o misura; infine il _suono_ o l’accordo[163].
Aristoxene di Taranto, suddetto, discepolo di Aristotile, dava nuovo
impulso alla _ritmica_ colle sue controversie sulle divisioni e misure
e sui rapporti dei suoni che ci furono tramandati.
Portico quindi trova acconcio suddividere le Platoniane massime di cui
era seguace, distinguendo le parti musicali, in _metrica_ pei versi,
_poetica_ pei tuoni e gli accenti, _ritmica_ per la danza, _ipocritica_
per la pantomima, _organica_ pegli istrumenti, _armonica_ per il canto.
Nozioni ci lasciava il divino Socrate che comprendevano le armonie de’
cieli: altre il fantastico Pitagora, il quale nelle voci degli animali
e nel fremito degli elementi riconosceva le anime trasmigrate; come
i Zoroastri e i Magi Persiani sentivano l’accordo degli _Spirti del
cielo_ coi _genj viventi_; ma più che dagli insegnamenti misteriosi
degli uni e degl’altri maestri, fu scuola reale e più valida la
tradizione.
Tradizione è la Scuola Aristoxenica che riportavasi unicamente al
giudizio dell’orecchio, all’opposto dei Pitagorici che s’atteneano
alla precisione del calcolo. Fra le quali scuole tenne il mezzo quel
Tolomeo, celebre matematico, che scrisse in greco stile i _Principj
dell’armonia_, verso i tempi dell’imperatore Antonino. Alle formulate
tradizioni di quest’autore, s’informarono poi fra i latini, Boezio ai
tempi di Teodorico, Marziano, Cassiodoro e Sant’Agostino.
Tradizione è la legge de’ canti degli Egizj e degli Ebrei; e mentre
dell’ebraica musica non resta nozione alcuna, ad onta de’ sforzi
dell’Ugolini per darcene qualche traccia nel suo _Tesoro dell’Antichità
sacra_, la tradizione serba tuttora qualche nozione degli ebraici
canti.
Canti peraltro senza misura, in conformità alla libera sillabazione
della ebraica poesia. Ond’è che nessun vero metodo poteano aver
lasciato gli autori di quei cantici; nè a stabili norme aveano dovuto
attenersi i grandi Cori salmodiaci levati dalle vette dell’Ebal e da
quelle del Garisim[164].
Naturalissimo è adunque che, anche i primi ebrei fatti seguaci del
Cristo cantassero i nuovi versetti vangelici coll’usanza tenuta
per quelli dei salmi: e non può dirsi scoperta del Martini, nè del
Chateaubriand, il ritenere che dell’ebraiche maniere sentissero i primi
canti cristiani; come poi è ben provato che, questa chiesa pei primi
metodi del suo canto esteso anche alle nuove poesie metriche nello
stile greco e latino, ricorse ai ritmi dei greci, conseguenti ai ritmi
della misurata loro poesia.
Tradizione è ancora quella degli Armeni, degli Abissinj e degli Arabi.
I maestri non fanno che tramandare a memoria agli scolari le arie
tradizionali, colle modificazioni di loro talento.
Adraste si fece autore d’alcuni primi libri versanti sul canto e sulla
musica, ispirati alle asiatiche maniere ed ai greci concetti.
Gli arcani libri di scienza, custoditi gelosamente ne’ templi, solo in
premio della virtù e dietro lunghe prove, comunicavansi agli iniziati,
fuori dalle mure delle città (ἔκας δημος), nelle accademie, dove
gli studj non venissero penetrati, nè turbati dal popolo i mistici
linguaggi, nè gli esercizj de’ canti portassero altrui turbamento.
Altrove, rimasero in doppia urna serrati i libri Sibillini; quindi
distrutti.
Le reliquie delle antiche dottrine da cui Roma trasse gran parte di sua
sapienza furono sepolte sotto la base dell’Apollo Palatino da Augusto,
quasi geloso dell’avvenire; come nella segreta grotta d’Egeria rimaneva
celata la fonte d’onde Numa avea tratti i suoi riti[165].
Alle tradizionali maniere dei greci canti parve attenessero i famosi
maestri Seneca e Burro educando l’animo ancora innocente del figlio
d’Agrippina alle virtuose discipline. Troviamo infatti Nerone sulla
mesta _Torre_ d’onde contempla Roma investita dalle fiamme, che accorda
al suono dell’arpa il canto coltivato con successo fin dall’infanzia,
ripetendo, come sulla scena di un teatro, i versi e le antiche frasi
sopra l’incendio di Troja[166].
Tradizione di commisto stile fu adunque il canto della primitiva chiesa
cristiana; ed ecco al 4.º secolo, il primo sistema Ambrosiano, che
conservandoci le memorie dell’antica greca melodia, regola il nuovo
canto religioso.
Il milanese vescovo intese ridonare alla sua chiesa le espressioni
della primitiva; e spedì periti in Oriente a raccogliere dalle
originali fonti, i resti delle antichissime intonazioni di antifone e
salmi.
Di questa riforma, scrisse il can. Gaetano Barbati nelle sue note alla
_Storia universale_: «Dal poco che sappiamo, sembra in antico vi fosse
grande mescolanza ed arbitrio nel canto ecclesiastico. La semplicità
nascea necessariamente dalla scarsezza di mezzi; ma alcuni teneano
all’ebraico, altri al jonico, altri a un misto. Sant’Ambrogio volle
riformarlo partendo dalla melopea greca. Il sistema musicale de’ Greci
era diviso in tetracordi, e nei modi che ne derivano. Ambrogio, visto
che molte melodie sacre erano, se non melodie greche trasportate,
almeno motivi composti sopra i modi musicali di quel popolo, e che
non passavano i limiti di una ottava, pensò al sistema tetracordo
dei Greci, sostituire il più semplice e facile dell’ottava, derivando
dai Greci i _quattro modi_ primordiali che divennero base del canto
ecclesiastico. Stabilì dunque questi modi:
dorico re, mi, fa, sol, la, si, do, re,
frigio mi, fa, sol, la, si, do, re, mi,
lidio fa, sol, la, si, do, re, mi, fa,
misolidio sol, la, si, do, re, mi, fa, sol.
Così ne venne un canto ritmico, scaduto, più consono colla musica greca
che non il canto gregoriano, il quale procede generalmente per note di
valor eguale, riuscendo più monotono e senza cadenze.»
Anche per le divisioni della battuta, s’attenne Ambrogio alle greche
tradizioni, che più fedelmente però si videro conservate ancora nel
decimo secolo dalla celebre scuola dei _Cantori di san Gallo_ in
Svizzera, e quali erano state adottate nei primi Inni cristiani, di
cui ci dà indubbie prove Thierfelder nel suo lavoro _De Christianorum
psalmis et hymnis usque ad Ambrosii tempora_ (Lipsia); per le quali
storiche notizie ivi rimetto il lettore[167].
Però il milanese vescovo ne’ suoi recitativi di sapore greco, o _canto
piano_, lasciò trasparire anche le melodie delle popolari canzoni
di tradizione più recente; della cui mistura tentò poi Gregorio il
depuramento.
Il Magno pontefice propostosi di recare anche nella liturgia l’unità
caratteristica della Chiesa[168], ritoccò il libro delle preghiere di
papa Gelasio, costituì il messale romano; tolse il ritmo del verso, la
accentuazione della parola, e così quella certa figurazione profana che
traspariva dagl’inni d’Ambrosio meno severo riformatore; rese dunque il
canto più piano ancora, per cui fu detto _canto fermo_; e faticò per
ricondurre con questo i rituali ad una semplicità ritenuta da lui più
consonante alle origini, e più opportuna alla immutabilità cristiana.
I Milanesi peraltro rimasero saldi al rito e canto Ambrosiano: Gallia
e Spagna tennero il loro, pure d’origine greca, e che poi cessò per
la prima, come abbiam veduto, sotto Carlo Magno, per l’altra nell’XI
secolo, ai tempi di Gregorio VII: l’Oriente conservò canti e cerimonie
che tuttavia si ripetono sotto le cupole di Kief, di Mosca e di
Costantinopoli.
E di Gregorio scrisse il Cantù nel libro _I Papi_ (cap. XVII): «Nel
sinodo romano stabilì, non convenire ai gravi costumi di diaconi e
preti il dissolversi nella vanità d’imparare la musica, sconvenendo al
maestoso contegno delle spirituali funzioni il perdere nei passaggi
e nei gorgheggi la compostezza degli animi, e consumarvi la voce
destinata a predicare la divina parola e assodare nelle cristiane
virtù. Pertanto deputa suddiaconi e chierici inferiori a cantare i
salmi e le sacre lezioni in tono grave, serio e posato. A tal uopo
istituì scuole, ch’egli in persona dirigeva, e che duravano ancora
trecent’anni di poi; e Agostino, andando in Inghilterra, ne menò seco
qualche cantore, che fece allievi nelle Gallie.
Accortosi come dei quindici toni della musica gli ultimi otto non
siano che ripetizione dei sette primi, concepì l’idea che sette
segni bastassero per tutti i toni, purchè si replicassero alto e
basso, giusta l’estensione del canto, delle voci e degli stromenti.
Ma quali note servissero al _canto gregoriano_ non si sa, se non
che si menzionano lettere dell’alfabeto, chiavi e linee in su e
in giù. Quella maestosa melodia, ove ci furono conservate preziose
reliquie dell’ammirata musica antica de’ Greci, crebbe splendore al
culto divino, con motivi semplici e grandiosi, che poi s’andarono
dimenticando fin alla profanità de’ nostri giorni, in cui la devozione
è distratta da arie guerresche e da cori teatrali.»
Il violento avversario della simonìa e del concubinato, l’eroe delle
interminabili lotte per le investiture, il giurato nemico d’Enrico
IV, l’altero ma grande pontefice Gregorio VII — mal sofferendo la
licenza anche nel linguaggio de’ templi, si rese adunque il primo noto
e rispettato metodista, e stabilì alcune leggi onde si potesse cantare
con qualche norma sicura e secondo una scuola: mentre per lo innanzi
vagava senza regola alcuna a capriccio di qualunque capo-corista
che proposta una cantilena trovata o tradizionale, si faceva imitare
dagl’altri, insegnandola _ad orecchia_; altro modo non lasciando, e
nessun dato, nessun documento.
Staforsto nella sua _Storia della Chiesa_ (al tomo III) accenna
ad alcune indicazioni o note preesistenti; e Walter, nel _Lexicon
Diplomaticum_, dà una raccolta d’antiche foggie di scrittura e dei
vetusti modi del canto: ma realmente i primi documenti attendibili
risalgono dall’epoca di questo pontefice d’una certa scuola iniziatore
(1073).
Resta però sempre la scarsezza delle _cifre_, la incertezza della
scrittura loro, e la mancanza d’ogni altro segno variante. È da
presumere ristrettissima la estensione della cantilena, se un secolo
dopo la vediamo comprendersi in sole quattro righe, mentre allora
nessun _rigo_ la dinotava. Così riguardo ai timbri delle voci, non si
vede ancora esempio alcuno di _chiavi_, che compariscono poi in numero
di tre nel secolo XII, e di cinque nel XIII. In quanto ai modi di
canto, bisogna ancora imaginare una pratica meglio applicata e nulla
più; se nessun dato sicuro guidava il cantore alla intuonazione, se era
a suo capriccio l’andamento, chè i _tempi_ conosciuti non erano ancora;
se infatti il genere del canto era slegato e unissono sempre, ammenochè
qualche voce non rimanesse talvolta scoperta per proporre al coro la
cantilena, o per cadenzare con qualche gorgheggio.
Che se monotone eran le solfe, il complesso delle voci alte, medie
e basse che anche allora si usavano, qualche tratto che naturalmente
colorivasi colle terze, il piano e il forte, il lento e l’allegro, e
la sobrietà medesima, e il sentimento negli esecutori, davano ai canti
cert’aria che non era sprovvista, come vorrebbero alcuni, di melodia.
Restava però la confusione tonale, che abbiamo accennata nel procedere
delle composizioni ai tempi che seguirono il gregoriano.
Il concorso de’ popoli diversi e barbari nella confessione cattolica,
le mescolanze poscia causate dalle prime crociate e la mancanza d’una
regola perfetta di notazione, non poteano certo impedire le licenziose
sortite dalle otto scale degli Antifonarii; nè le parole piane ed i
suoni uniformi ivi fissati bastavano a ritenere il genio della nuova
lingua e della rinata poesia.
Furono musicisti che sostennero la necessità di otto tuoni; altri di
nove; e dodeci, quattordici, quindici perfino ne ammisero.
Basta consultar l’opera dell’Ab. Gerbert — _De cantu et musica sacra_
— per riscontrare qual numero considerevole d’autori si son pronunziati
diversamente su questa importante questione.
Fra le tonalità fluttuanti e le forme indecise, i cantori a trasformare
i chiesastici cantifermi: e i papi, e i frati, e i dottori, a cercar
norme regolatrici.
All’entrare dell’anno millesimo compariscono già alcuni altri
metodisti, che tentano nell’opere loro di volgere ad un cammino
uniforme, o di raccogliere almeno e collegare le svariate forme de’
bassi tempi, porgendo regole meno vaghe di quelle licenziose del popolo
e in pari tempo meno esclusive ed austere de’ gregoriani grecismi.
Aaron, abate di San Martino in Cologna, scrisse: _De utilitate cantus
vocalis et de modo cantandi atque psallendi_; mentre, nell’istessa
epoca e nella medesima città, sortiva il trattato: _Ars cantus
mensurabilis_, annunciato di Francone colognese, che fu maestro a Liegi
nel 1050.
Secondo quelle norme, colle modificazioni dalla propria fantasia
suggeritegli, dettò Abelardo insegnamenti di canto all’amante sua, ed
ai monaci di Saint-Denis e del Cluny ove finì la vita nel 1142.
Ma il novatore che nel secolo undecimo avea facilitata l’arte del
canto, e dava in due libri il maraviglioso suo metodo musicale, fu il
celebre italiano Guido Donati d’Arezzo, abbate Benedettino. Questi
sostituì alle sei lettere dell’alfabeto romano, di cui servivasi il
cantofermo gregoriano, le sillabe _ut, re, mi, fa, sol, la_, ch’egli
trasse dai primi versi dell’inno: _Ut queant laxis_ etc.
Chiesto a Roma da papa Giovanni XIX, Guido diffuse di là il nuovo
sistema, ritenuto infatti una maraviglia. E tale apparir doveva in
quel tempo, scrisse M. Brossard analizzando le ingegnose scoperte
dell’Aretino (Dictionnaire de la Musique); «perocchè quella invenzione
apprendeva in un anno ad un fanciullo ciò che un uomo maturo poteva
appena imparare in dieci e vent’anni.» Questo è il _Solfeggio_.
Nella _mano armonica_ Guido mostrò il rapporto de’ suoi exacordi coi
cinque tetracordi dei Greci; lasciando a successivi studj una settima
nota segnata _B_, che levata di un tuono sopra il _la_, dovea dare
all’orecchio l’effetto simile a quello che i corpi angolosi e duri
fanno alla mano (B quadro); mentre colla levatura d’un mezzo tuono
soltanto la nota dolcemente scorreva (B molle), come alla mano un corpo
molle o rotondo[169].
È ben vero che alcuni eruditi non negando a Guido l’introduzione de
_la Portée_, vorrebbero contestargli l’invenzion delle note, facendola
risalire fino ai tempi d’Esdra, ma da tanta distanza ne convengono
perduto il sistema, e vengono ad inferirne la prevalenza italiana[170].
Per Guido dunque anche i canti trovarono una regola facile e varia.
Chè, prima di queste felici combinazioni, al dir del De Muri, le voci
erravano senza regola, nè raggiungeasi quell’accordo di più musici
che — dolcemente cantando formavano una voce sola, non per la semplice
unità, ma per la soave mistione, da cui l’antico nostro _discantare_
— o prima forma di _contrappunto_; l’etimologia della qual parola
comprova appunto la notazione primitiva.
All’abuso poi del discantare antico, Giovanni De Muri inveì colla
seguente curiosa apostrofe:
«Heu! proh dolor! His temporibus aliqui suum defectum inepto proverbio
colorare moliuntur. Ist est, inquiunt, novus discantandi modus,
novis scilicet uti consonantiis. Offendunt ii intellectum eorum qui
tales defectus agnoscunt, offendunt sensum; nam inducere cnm deberent
delectationem, adducunt tristitiam. O incongruum proverbium! o mala
coloratio! irrationabilis excusatio! o magnus abusus, magna ruditas,
magna bestialitas, ut asinus sumatur pro homine, capra pro leone,
ovis pro pisce, serpens pro salmone! Sic enim concordiae confunduntur
cum discordiis, et nullatenus una distinguatur ab alia. O! si antiqui
periti Musicae doctores tales audissent Discantatores, quid dixissent?
quid fecissent? Sic discantantem increparent et dicerent: Non hunc
discantum quo uteris de me sumis. Non tuum cantum unum et concordantem
cum me facis. De quo te intromittis? Mihi non congruis, mihi
adversarius, scandalum tu mihi es; O, utinam taceres! Non concordas,
sed deliras et discordas[171].
Cosa poi avrebbe detto il buon De Muri se fosse giunto a sentire la
_Dissertazione sulla Musica moderna_ di J. J. Rousseau, in cui questo
acuto ingegno, pur lasciando sussistere il dubbio se il De Muri sia
l’Aretino, dà per sicuro che Guido rese un cattivissimo servigio
alla musica, guastando col suo metodo la greca semplicità primitiva,
distruggendo tutto quello ch’era in uso da duemila anni; e insegnò agli
uomini a cantare difficilmente!?
«Peccato, disse Rousseau, ch’egli non abbia trovato sul suo cammino dei
musici così indocili come i moderni» i quali non vollero accettare il
_Progetto de’ nuovi segni_ da lui offerto all’Accademia delle scienze
nel 22 agosto 1742!
S’avrebbe forse acquetato il De Muri in onta a tanta contraddizione,
per l’onore che il filosofo poi gli faceva di renderlo una gloria
della nazionalità francese, negandolo agl’inglesi cui lo aveva dato
Gesner scrivendolo De-Murià, ed agli italiani che lo pretendevano di
loro famiglia pel solo fatto ch’era nato in Perugia, e che fra Roma e
Bologna avea ispirato il suo genio e formata la sua sapienza, mentre
in Parigi aveva avuta cattedra di dottore, ed aggiunta una _S_ al
primitivo suo nome[172]?!
Dopo Guido d’Arezzo, l’autor del _Micrologo_, che compendia tutte
le regole dell’arte (e che si ritiene esistente alla biblioteca di
Leiden), il Marchetto da Padova fu primo che scrisse di musica e di
canto, al tempo di Roberto di Napoli (1309).
Marchetto intitolò i suoi trattati: _Lucidario per l’arte della musica
piana_; e _Pomario dell’arte della musica misurata_; i quali esistono
nella biblioteca Ambrosiana[173].
Quindi Parmigiano e Fisifo, ai quali s’attribuisce l’idea e lo
sperimento degli accordi che si dicono _dissonanti_.
Del secolo del Marchetto raccolse poi le composizioni, gli scritti, e
i maestri più celebrati, quell’Antonio Squarcialupi che abbiamo trovato
maestro in S.ta Maria del Fiore.
Come più tardi Coussemaker nel Belgio, si fece interprete e storico de’
monumenti musicali dell’età di mezzo.
Contemporaneo, o poco dopo al Marchetto scrisse delle proporzioni e
degli intervalli del canto, il sunnominato De Muri di Perugia, dottore
a Parigi nel 1330; il quale compose un libro sulla _teoria della
musica_ — _Speculum Musicae_ — diviso in tre parti, che peraltro non
fu stampato e di cui rare copie rimangono. Qualche moderno attribuiva
a lui erroneamente le scoperte di Guido, e la invenzione della figura e
del valor delle note; mentre all’Aretino e alla sacra scienza soltanto,
come ben scrisse G. Pacini, devesi il moderno musicale linguaggio[174].
Già dal XII secolo studiati i timbri delle voci e regolati colle chiavi
d’_Alta_ o contralto, _Media_ o tenore, _Infima prima_ o basso, s’erano
successivamente estesi con quelle di _Alta prima_, o mezzo soprano, e
_Canto_, soprana voce.
Egli è veramente dall’opera di que’ primi studj, che gli antichi
messali, i corali, i salteri, gli antifonari, presentano altrettanti
testi d’originali invenzioni melodiche; modelli di espressioni
profonde del sentimento; metodi caratteristici dove alla poca parte
del ritmo supplisce la intonazione sorgente di armonie che spiegano le
diverse impressioni dell’anima nel tempo stesso che l’onda melodica
per quella stessa incertezza vaga e indistinta del ritmo non agita
violentemente, ma dispone alle manifestazioni sublimi, al raccoglimento
ed alla preghiera. La quale impressione tanto più ammirabile viene
da quegl’esempj, quanto in essi maggiore semplicità e imperfezione di
mezzi si riscontra.
Che se più tardi i libri musicali chiesastici s’infiorano di qualche
arteficio, e si rivestono delle ricchezze versate in loro nuovamente
dal Palestrina, non fanno che conciliare le tendenze de’ tempi; e
lungi da insegnare una confusion di concetti e un abbandono del vero
senso pel capriccio delle figure, come apparirebbe dalle osservazioni
del Biaggi[175], ammaestrano a salvare la purezza della melodia dallo
scandalo profano, con inusitato splendore[176].
Era il secolo fortunato in cui ridestavansi le arti e s’incamminavano
al grande sviluppo in cui le abbracciarono i sommi cinquecentisti.
Era quando il Guido Reni (nato a Bologna nel 1375), figlio a un
sonatore di liuto, amoreggiava colle due belle sorelle la musica e la
pittura, disposandone poi la minore con tanta grandezza.
Succedea Leonardo da Vinci, che per giungere al posto sublime nel
tempio dell’arti, cominciava infocandone i genj col canto e colla lira;
per cui poi tante nozioni musicali sparse nei sapienti artistici suoi
trattati.
Rifulgea la sapienza de’ Veneziani; e fra le arti dei mosaicisti e
dei dipintori tabulari, ai tempi di Bellino e dei Muranesi, la veneta
magistratura dei Pregadi decreta «l’assegno di un ducato al mese ad
otto puti diaconi veneti che imparino a cantare nella Cappella di san
Marco» dov’era già stabilita una scuola nel 1403.
Iniziava così quelle istituzioni inerenti a’ suoi Spedali, che si
trovarono nel secolo 18.º ricolme di fama, e in numero di quattro,
dette le Scuole dei _Mendicanti_, della _Pietà_, dell’_Ospedaletto_,
degl’_Incurabili_; ne’ quali pii stabilimenti educavansi al canto
ed alla musica un gran numero di ragazze povere, per la esercitazion
delle quali, nuovi oratorj e melodrammi sopra latino testo, annualmente
comporre dovevano i maestri, la cui eletta schiera inaugurossi con quel
Giovanni Spataro, che fu anche trattatista pel canto nel 1531, e col
Vicentino di cui diremo, ed alla quale poscia appartennero Caldara,
Gasparini, Buranello, Hasse, Trajetta, Sarti, Sacchini, Anfossi,
Bertoni, oltre ai ricordati specialmente in queste memorie, e tanti
altri.
Così tardar non dovea aprirsi le scene presso ai Conservatorj; e
si ritenne primo teatro _pubblico_ in Italia quello a san Giovanni
Grisostomo, esclusivo ai canti rinati col 17.º secolo.
La città di Fano tenne dietro a Venezia per possedere un siffatto
edificio, a popolarizzazione dell’arte, che s’era fatta patrimonio
delle corti e della aristocrazia, a stimolo de’ genj e a procaccio di
lavoro a gran numero d’artisti.
A Milano invece s’accolse l’idea delle scuole sotto la protezione
del potere; e Luigi Sforza, chiamato da Lodi il Gafori, dove nel 1450
era celebre maestro, fondò ivi pure un primo conservatorio o scuola
Gafurea.
Anche a Brescia questa si diffuse, e nel 1508 _Gafurius Franchinus_ vi
pubblicò un’opera speciale _Sul Canto_.
Su quei dettati e sulle pratiche apprese nelle venete cantorìe,
Costanzo Porta (Vedi pag. 103-143), progredì alla riforma della scuola
lombarda, ond’egli ne fu poi detto anche il fondatore.
Ma veramente dal Gafori e dal Marchetto patavino si possono
classificare i primi trattati ed opere della letteratura dell’arte.
Aaron Pier-Francesco, che avea scritto _Della Musica_, Venezia 1523,
aggiunge un _Trattato sui tuoni del Canto figurato_, 1525, migliorando
le _Cleonide Armonie_, nel 1497, pure in Venezia comparse.
Analogo libro pubblica in Verona nel 1529 Rossetto Blasio, dotto
maestro; e nuovi trattati a Venezia Lodovico Foliano nell’anno stesso;
e Stefano Vanneo in Roma nel 1533.
Per questi nuovi sistemi, imitati e progrediti ben presto in tutte le
altre città, crollarono con altrettanta prontezza quelle mostruose
usanze che non trovando altro campo da esercitarsi colle nuove
esperienze dell’arte, s’erano riparate presso le primitive scuole
chiesastiche, e ne aveano recata la corruzione. Le rappresentazioni
melodrammatiche eseguite in apposite pubbliche sale, liberarono la
chiesa dalli sconci spettacoli medioevali, in cui, cherici mascherati
sceneggiavano cantando le _Lodi delle Passioni_. Caddero le congreghe
enigmatiche de’ musicisti Belga, che furono anche dette, scuole di
calcolo geometrico, e di gergo diabolico, le quali sorrette più
ch’altro dalla altrui cupidigia di novità, erano state fortunate
fino allora di seminare sventura e corruzione nel bel _linguaggio
degl’angioli_. Cominciò Marcello II escludere un tale genere di
profanatori dal tempio; e i nuovi canti della _Messa_ che porta il suo
nome, mercè la stella subito comparsa del Palestrina, arrestarono tutti
quelli che per la prima volta erano venuti ad usurpare l’onore della
pubblicazione per le stampe[177], eclissando d’un sol tratto la fama
dei Villaercht, degli Arkadelt, dei Morales, e del medesimo Goudimel.
Alla prima scossa italiana dagli stranieri sistemi de’ canti, benchè
lenta anche questa e combattuta, auspice pure di più ampia liberazione,
successe analoga riforma presso ad altra nazione, relegata sempre però
nel bujo e nel complicato di sua natura.
Sui primordj del 1500, la purezza del sentimento combatte colla
passione religiosa e la loro espressione s’informa nuovamente in
Germania colle norme di Martin Lutero e colle sue riforme ai corali
di Erfurt e di Wittemberg, delle quali i Meistersinger eressero quei
rigorosi codici della _Tabulatura_, che marcano quasi un’epoca di
schiavitù al canto alemanno, e in cui si successero rozzi ministri
rivolti per altro a conservar la grandezza delle antiche espressioni.
Qui vedemmo Polz, Rossemblüt, Walter, ed altri.
E la Spagna inquisitoriale non meno severamente, nei metodi di quel
tempo s’attenne al _Labyrintho_ di Giov. Mena per quei canti che ad una
regola dovevano ufficialmente assoggettarsi.
Più dotto e più libero nella Svizzera Enrico Lorit detto Glareanus,
perchè nato a Glaris nel 1488, celebre pei suoi talenti musicali e
per l’amicizia di Erasmo e de’ più reputati sapienti del suo tempo,
mostrasi seguace di Guido.
Ivi parimenti Giovanni Calvino, nato a Noyon nel 1509, celebre per
la sua riforma religiosa che penetrò fin nella Scozia, spinse vie
maggiormente il sistema metrico salmodiale, in onta alla maestà dei
cori e alla semplicità del canto fermo.
Contro alla quale tendenza ultramontana, antispontanea, e complicata
perfino colla politica, e d’altra parte contro alla libertà licenziosa
delle chiese italiane, intesero a provvedere i padri del Concilio di
Trento (1545), facendosi essi medesimi prescrittori e metodisti[178].
Inutilmente: chè la serenità non procede dalla confusione e dalle
agiatezze; ed era dalla solitudine e dalla sventura, scuola de’ grandi,
che Palestrina dovea ridonare il metodo di semplicità e di grandezza.
I Francesi, curiosi sempre, adottano per la loro metropolitana
l’_Officium Stultorum_, vecchio normale di popolari cantilene adattate
alle funzioni religiose, fra le quali brilla la _Canzone dell’Asino_
che per tre volte i fedeli ripeteano nella messa di Natale. _Tale
Officium stultorum ad usum Metropoleos ac primatialis ecclesiae
Sennonensis_, conservasi nella Biblioteca Parigina[179].
Peraltro, Burtius Nicola, a Parigi, nel 1487, avea già diffuso un
compendio del metodo di Guido.
In Baviera similmente la scuola fondata da Orlando s’attiene più vicina
a quella italiana, sia pei canti chiesastici come per quelli di camera
e di teatro[180].
Carlo Valgulio nativo di Brescia, pubblica in patria (presso Angelo
Britannico) nel 1507, una traduzione latina del libro _La Musica_, di
Plutarco, e vi aggiunge un suo lungo preambolo, illustrazione sapiente
più che spiegazione felice.
Guglielmo monaco, cantore, erige _de praeceptis artis musicae_; e
Severo Manlio Boezio, famoso pavese, il suo _de Istitutionis_.
Il prete Don Nicola Vicentino, ricordato dal Calvi nella storia degli
Scrittori vicentini, pel suo libro — _Dell’antica Musica ridotta alla
pratica moderna_ — pubblicato in Roma nel 1555, apparisce come un primo
raggio di quella luce che dovea farsi ben tosto anche nella piacevole
scienza; ed egli inventando l’_Archicembalo_ (o primo pianoforte)
comparso a Vicenza nel 1554, accompagnando col nuovo istrumento i
suoi canti, contribuisce a un nuovo metodo ed allo sviluppo del canto
medesimo[181].
Anche un Freschi Giovanni trattò la scienza musicale ed i canti[182].
Sulle complicate novazioni intanto de’ cantori e musicisti e
specialmente sulla usanza de’ _Canoni_, a imitazione de’ metodi Greci
sulle divisioni de’ Monocordi o rapporti degli Intervalli, di cui
trattava allora a Roma il chiaro monaco Adoramno, e sulle introdotte
_Fughe in conseguenza_, il Gioseffo Zarlino di Chioggia, riformatore
di canti già da noi celebrato, pubblica i suoi sistemi in Firenze nel
1589.
Delle sue dottrine inizia la scuola in Venezia, influendo notabilmente
sulle produzioni ed esecuzioni dei Gabrieli allora viventi.
Nelle sue ricerche discopre nuovi veri, e lascia: le _Istituzioni
armoniche_ (1536); le _Dimostrazioni armoniche_ (1571); i _Supplimenti
musicali_ (1588); opere queste dedicate a Diedo patriarca, ad Alvise
Mocenigo doge, a Sisto V papa.
Scrisse venticinque libri in latina lingua — _De re musica_ —
ovvero, _de utraque musica, per insegnare_, come egli promettea nei
_Supplementi, molte cose utili pell’acquisto della vera intelligenza
della musica, e dilettevoli insieme_; opera che purtroppo andò
smarrita, e giudicasi rimasta inedita, benchè da quanto ne scrive
Francesco Sanseverino[183] apparisca che di que’ giorni fosse di
pubblica ragione.
Facciasi la stessa lamentanza sui di lui scritti — _Il perfetto
musico; l’Africa musicale_, — di cui egli stesso fa cenno nelle
_Dimostrazioni_.
Si riprodussero le opere del Zarlino in Venezia nel 1602, tre anni dopo
la sua morte, essendosi già prima rapidamente sparse in tutta Italia
e fra l’estere nazioni; e specialmente in Francia, dove la fama del
veneto autore si mantenne chiarissima per quasi due secoli, secondo
i giudizj del padre Merçenne e d’Alberto Bannius, come quella del più
grande autore che fino ai loro tempi avesse scritto di musica.
Il medesimo suo Aristarco, il contemporaneo Galileo, fu costretto a
confessare che «a quest’huomo esemplare di costumi, et di vita, et di
dottrina, deve il mondo per le molto belle fatiche ch’egli ha fatte;
particolarmente intorno alla musica, perpetuo obbligo, dalle quali si
trae cognizioni d’infinite cose, e senza esse ne sarebbero la maggior
parte degli huomini al bujo[184].»
Il cav. Bottrigari si fece Scoliaste delle opere del Zarlino; ed
il celebre canonico Ottusi ridusse in tavole i Zarliniani precetti,
l’illustrò, li sostenne e difese a tutta possa.
Viene poi lodato fra gli italiani, da Roselli, Sansovini, Doglioni,
Foscarini, Doni, Zeno, Martini, Tiraboschi.
Fra gli Spagnuoli, tuttochè prevenuti pel loro illustre Salinas, dai
Sampillas, Eximeno, Areaga, e Requeno.
Fra gli Inglesi, da Burney. Tra i Francesi, oltre i nominati, da
Baunio, Razier, Barette, Thuan, Pietro Bayle, Brossard e Rousseau. Fu
detto che quest’ultimo sembra aver disposto alfabeticamente nel suo
Dizionario di musica la teoria Zarliniana con poche altre aggiunte,
per tal maniera che l’abate Requeno non esita chiamarlo _plagiario del
Zarlino_. Prima di Rousseau io riscontro la medesima colpa in Brossard;
e parmi che Requeno a quello avrebbe potuto dire _plagiario del
plagiario_ più esattamente.
Confutando le varie maniere de’ Canoni antichi e quelle del suo tempo,
il Zarlino aprì il campo alle successive più vaste osservazioni, ed
agli esempj del Bontempi e del Tartini, trattatista esso pure famoso
della musica levata a scienza fisico-matematica e fondatore d’un
_sistema_ che eclissa quelli di Démos, di Sauveur, di Soaitti, di
Boisgelou, di Couperin, di Rameau, e delle cui sperienze d’Alembert,
Blainville, Brossard e i ginevrini Serre e Rousseau fecero pure tanto
tesoro.
È da notarsi, come dice Zarlino, che a quella specie di _Fughe_,
chiamate anche _perpetue_, in cui i cantori incominciavano l’un dopo
l’altro, ripetendo tutti il medesimo canto, mettevansi in fronte le
regole che insegnavano come doveansi cantare: e questi avvertimenti
indicati per _Canoni_, diedero un tale nome a quelle composizioni.
I compositori dunque più originali di tali intrecci cantabili, nel
secolo XVI si fecero autori di tali regole dalle cui imitazioni
nacquero i più complicati sistemi.
Anton-Francesco Doni prete fiorentino, che pubblicò a Venezia nel 1544
un _Dialogo della musica, canto e tenore_, trattò le cose musicali
così che, anche per queste, s’ebbe il titolo di _bizzarro_ fra gli
accademici _Peregrini_ (1570).
I _Trattati_ del Doni Giov. Batt., pur fiorentino venuto un secolo
dopo, scritti nel 1647, coi primi non confondibili, meritarono invece
d’essere raccolti nuovamente e pubblicati per cura di Anton-Francesco
Gori, ed essere coronati colle aggiunte del padre Martini, Firenze
1763.
Il cieco Salinas di Burgos, abate di san Pancrazio, concentrato nelle
matematiche, ai tempi del primo Doni appunto, scrisse latinamente il
suo _Trattato di musica_, che fu gradito da Paolo IV e dal Duca d’Alba,
e fu tradotto e impresso a Salamanca, 1592, dove egli era maestro.
Meibomio quindi trasse a nuovo studio la greca melopea, traducendone
gli autori; come l’inglese Wallis riprodusse l’armonia di Tolomeo
(1640-50)[185].
Il padre Merçenne e il padre Kircher, parimenti nel colmo di quel
secolo, trattarono speculativamente l’_Armonia universale_ e le _Teorie
de’ suoni e de’ canti_. Il primo compendiò con eclettico studio quanto
i precedenti scrittori e metodisti aveano lasciato fino al suo tempo
intorno alle cose musicali e suddividendo in opportune proposizioni i
suoi _Libri Harmonicorum_ (1635), trattò in ispecialità _de’ cantibus;
de compositione, de canendi methodo et de voce_ — ai lib. VII e VIII.
Ma meno felice d’invenzione che non fosse stato nelle matematiche,
e meno celehre per le musiche che nol fosse per l’intimità sua col
Descartes, Marino Merçenne frate dei Minimi a Parigi, trasse da
Platone, Aristotile, Plutarco, dai _Rudimenti musicali_ di Euclide
pubblicati a Parigi nel 1557, dalle Introduzioni di Alypio e di
Geneseo, e da quelle del suo contemporaneo Bacchio Seniore (1623);
trasse da Guido e dal Galileo, e dai compositori francesi celebrati
alla sua epoca, Guedronio, De Coussu, e De Caurroy, le sue dottrine;
onde per l’arte sua di sapere impiegare ingegnosamente le altrui idee,
fu detto da suoi: _le tres-minime Per... le bon Larron_...
Alle tante cacofonie intese portare qualche rimedio il Thibaut col
suo libro _Della purezza della Musica_, stimato anche dagli alemanni.
Fra questi, dopo Paolo Hofheimerus di Norimberga, 1539, erasi levato
Kircherus Atanasio, che stampava a Roma _Musurgia universitatis_, 1650.
La _Musica speculativa_ trovò altresì eccellenti trattatisti in Pietro
Mengoli di Bologna (1670); e in un Vallotti Francesco Antonio di
Padova, più tardi.
La _Storia della Musica_, fino alla metà del XVII secolo, ebbe un buon
espositore in Angelino Buontempi (1660)[186] l’autore del _Paride_.
La _Cartella di Musica_ del padre Banchieri olivetano, nel 1614,
mostrò in maniera fissa e positiva il compimento della scuola cantabile
lasciata sospesa da Guido, e il cui perfezionamento fu attribuito al De
Muri, o secondo altri[187], ad Erricus Puteanus, rettorico di Milano
intorno al 1600; mentre in tutti i corali monastici e nelle cappelle
s’avea già studiato in varie forme quella indispensabile graduazione.
E di quell’epoca (1600) riportandosi alle bibliche tradizioni, scrisse
_De Musica Haebreorum_, un Gaffarelli in Francia; oltre ai precitati
ricercatori in argomento (pag. 247). De’ canti in genere lesse
parecchie orazioni a Parigi un Gian Francesco Vandinelli, 1625.
Gli _Alberi musicali_ di Lorenzo Penna, in analogia al _Musico pratico_
del Bononcini, non furono inutili tabellarj alla condotta ed alla
misurazione del canto.
La _Musica moderna pratica_, del 1658, di Giov. Andrea Herbst, data
alla luce in Francfurt, fu un buon metodo per esercitare la voce;
e indusse forse a più vaste osservazioni il padre G. B. Martini,
relativamente agli accenti alla famosa sua _Melopea_ quando questi
ricompendiò in Bologna la storia musicale fino al 1784.
Non parlo quindi d’altri tedeschi che metodizzarono nelle loro profonde
e gelose scuole clesiastiche, chè ogni vangelica cattedrale vanta
istituzioni di studiosi _maestri cantori_.
Altrettante _Opere teoriche-pratiche e di disciplina
artistico-chiesastica_ vantano Spagna e Portogallo; per cui, gara ne
nacque fra i due popoli, e non è ancora spenta: chè nella patria de’
metodisti e compositori, Marcos de Portugal, Pedro Thalesio, Jorge
de Monte Mayor, Garcia de Resende, Gil Vicente, Gregorio Silvestre,
Francisco Manuel de Mello, e re Don Giovanni IV, musico e fondatore
di gran biblioteca d’arte, ancora in oggi un Gioacchino Vasconcello
di Porto raccoglie oltre 400 musicisti portoghesi (dei quali pochi
soltanto son ricordati dal Fétis), e li magnifica rispetto agli
Spagnuoli; dando però interessanti notizie e quadri sinottici sulla
storia della r. Cappella portoghese dal secolo XV ai giorni nostri, cui
rimando il lettore[188].
In Francia, un generale _Codice della Musica_ fu compilato da Rameau,
il cantor di Dijone, ma non fu attivato; ond’ebbe a dirsi che le teorie
di quell’autore sortirono la rara sorte di far fortuna senz’essere da
alcuno mai lette.
I _Problemi musicali_ del balbuziente Sauveur (1716), e la _nuova
maniera di compor canto fermo_, del dizionarista Sebastiano Brossard,
credo che abbiano goduto in quell’epoca (1730) il medesimo privilegio.
Il _Dizionario della Musica_ di quest’autore tratto dal Zarlino,
com’ebbe infatti servito a I. I. Rousseau per l’erezione del suo,
Zarliniano ad uso francese, si può dir sia passato agli archivj siccome
minuta abbandonata; e il medesimo Brossard pensò regalare al Re pe’
suoi musei, anche le sue dissertazioni sul canto, per procurar loro la
custodia almeno, se non ne prevedea la lettura[189].
Ma veniva ben a farsi leggere ed ammirare dagli italiani e dagli
stranieri, Tartini Giuseppe, nato in Pirano, 1692, genio musicale
europeo, che alla fama della pratica sua direzione alla cappella
illustre di Sant’Antonio in Padova (1721), durata per quasi
cinquant’anni, aggiunse il grido del suo _Trattato di Musica_ (1754),
in cui una teoria magistrale e profonda è spiegata.
Tutti i maestri dell’arte consultarono il suo sistema, come aveano
accolte con trasporto le sue composizioni. Le speculazioni dell’arte in
questo autore famoso non sono confuse od arbitrarie, ma ogni artificio
musicale è impiegato a proposito, ogni finezza si deduce naturalmente.
È mirabile poi, in mezzo alle complicate e profonde teorie, scorgere
sempre in Tartini il rispetto alla semplicità ed al purismo del canto;
vedere quel calcolatore tranquillo innanzi alle più astruse ricerche
della scienza, maravigliare alla sua volta ed esaltarsi per poche note
facilmente e spontaneamente cantabili. Eccone la sua confessione, che
meglio d’ogn’altro giudizio, nella materia in cui riguardiamo un tal
metodista, lo caratterizza.
«L’anno decimoquarto del secolo presente (1714), nel dramma che si
rappresentava in Ancona, v’era su ’l principio dell’Atto terzo una
riga di recitativo non accompagnato da altri stromenti che dal basso;
per cui tanto in noi professori, quanto negli ascoltanti si destava
una tal e tanta commozione di animo, che tutti si guardavano in faccia
l’un l’altro, per la evidente mutazione di colore che si faceva in
ciascheduno di noi. L’effetto non era di pianto (mi ricordo benissimo
che le parole erano di sdegno), ma di un certo rigore e freddo nel
sangue che di fatto turbava l’animo. Tredici volte si recitò il
dramma, e sempre seguì l’effetto stesso universalmente; di che era
segno palpabile il sommo previo silenzio, con cui l’uditorio tutto si
apparecchiava a goderne l’effetto.»
Ecco il gran trattatista, il sacerdote delle armonie che s’umilia
confuso a un semplice raggio della divinità pura del canto.
E questa fede si può dir che il Tartini l’abbia compendiata nel
melodico adagio della sua famosa _Sonata dell’Imperador_, Carlo
VI, cui l’avea dedicata, e nella quale, come scrisse Beiriot, il
violino armonioso, toccante e pieno di grazia, prese la prima volta
l’espressione drammatica[190].
Per le novità della immaginazione e le preziose sue ispirazioni
fece dimenticare il fiorentino Veracini (o Vernacini) che avea tanto
temuto[191], e lasciò all’arco di Nardini suo allievo la eredità de’
suoi canti.
Nel 1770 finì l’esistenza consacrata tutta all’arte, nella quale avea
trovate le più vive emozioni e i conforti contro al mal genio della sua
donna che, non dissimile alla Santippa di Durante, gli avea cagionata
tanta persecuzione da prima, poi tanta guerra.
Per simil modo, il Tartini fu ritenuto nuova difesa al mal genio che
contro la buona scuola del canto, malgrado tante luci rinate a suo
splendore, non cessava dagli attacchi, rinnovandoli in famiglia quando
gli stranieri si davano vinti.
Compositore, animator prodigioso di quello strumento che meglio ai
canti si presta, maestro e direttore provetto di cantori e di teatri,
ben potea direttamente abbattere la nuova reazione sollevata dagli
armonicisti del suo tempo, dal lucchese Boccherini e dal Valmadrera,
mentre Stamitz, Gairniès, Lalande, Rousseau, piegavansi ammirati e
persuasi al suo consiglio.
E credo volesse alludere alla sua perdita, Santa Rosa, quando accennò
che dopo il 1770, non si udì che — _cantare in sulla cetra il Miserere
— collo stile da farsa o da commedia_. —
Farò memoria che non estraneo alle trattazioni Tartiane compariva in
quel tempo il libro del Pizzati: _La scienza de’ suoni e dell’armonia
diretta specialmente a render ragione de’ fenomeni e conoscere la
natura e le leggi della medesima, ed a giovare alla pratica del
contrappunto_. (Venezia 1782, in foglio picc. con Tavola degli esempj).
Don Giuseppe Pizzati gesuita era nato in Piovene di Vicenza nel 1732,
dove, dopo d’essere stato professore di fisica in Siena, riduceasi
a morire nel 1803. Il suo lavoro versava anche sulle cose vocali e
del canto, benchè non lo accennasse; e perchè d’altre classiche opere
generalmente men noto, servì forse meglio di comoda base a più recenti
scritti che in ispecialità sulla fonetica si diedero per originali.
Anche Nanni Domenico, il facondo toscano archeologo sigillario, nel
1756 pubblicava in Firenze un libro, _Della disciplina del canto
ecclesiastico antico_; recando meglio che novità, nuovo ricordo e quasi
ammonizione a non disertare dall’antico per le aberrazioni recenti col
buon progresso incamminate.
Ad analogo scopo erasi adoprato il vescovo Francesco Cirillo pel canto
delle chiese spagnuole, ma spingendo le sue opinioni così, da provocare
una controdifesa alla musica modernamente introdotta (1649).
Ai principj antichi più sobriamente risalivano tessendo le loro
opere: Trezza Giuseppe — _Il Cantore Ecclesiastico_ — Padova 1698;
Tevo Zaccaria — _Il Musico Testore_ — Venezia 1706; Eulero Leonardo,
Petropoli 1739; Frisio Paolo, Lucca 1759; il dialogista Bergamasco,
1761; e quello Pisano, Sacchi Giovenale, 1786; Benvenuto di S.
Raffaele, 1792.
Allora Vincenzo Manfredini, veneto, stampava a Bologna, 1788, la
_Difesa della Musica moderna e dei suoi celebri esecutori_; dove anche
un Francesco Tognetti, i _Progressi musicali_ propugnava.
Nel 1774, usciva a Roma l’opera di Antonia Eximeno — _Origine e regole
della musica colla storia del suo progresso_; nelle cui lotte per gli
storici svolgimenti arieggia l’opera che Pietro Laurembergius nel 1642
intitolava: _Musomachia, id est bellum musicale_.
In varie regioni progredirono colla storia musicale altri scrittori
nel passato secolo, fra quali: Giuseppe Fux, Vienna 1725; Jean-Teofilo
Wald, Magdel 1781; Bethizy, Parigi 1764; Philodem, Berlino 1796; Burney
Carlo, Londra 1776-1789; Gaultier Luigi autor di un _Trattato contro i
balli e le cattive canzoni_ di cui fu fatta una versione dal francese,
a Venezia nel 1787. Bourdelot, La Haye 1743; De la Borde, _Essai sur la
Mus._ Parigi 1780; e l’ab. Martino Gerbert, _de la Mus. et ses effets_,
Amsterdam 1725 — _de Cantu et Mus. sacra_, 1744[192].
Si noti però un Gerbert, abate di Bobio, maestro a Reims, arcivescovo
di Ravenna, poi papa col nome di Silvestro II, matematico, musicista e
scrittore, morto nel 1003 al tempo del quale riscontrasi l’altro monaco
Remi d’Auxerre, versato pure nelle cose musicali, commentatore dei
Salmi, di Quintiliano, ed Hucbald.
Anche la storia musicale delle regioni a noi più remote ebbe
ricercatori.
De la Laubère descrivendo il regno di Siam (Amsterdam 1700), raccolse
le canzoni di quel popolo e ne spiegò i loro modi.
Sôma giunse a formare un _trattato di musica Indiana_, interpretando
approssimativamente il più antico trattato indigeno tramandato col nome
di _Sangita Ratnakara_ ed altri modi di canto consimili. — Horn Carlo
Edwardo pubblicò in Londra, 1813, un libro sulla _Melodica indiana_. —
Willard, a Calcutta, nel 1834, un _trattato di musica dell’Indostan_.
Rossellini s’intrattenne sul canto della Cina, osservato quale
_monumento civile_. — Champollion di quello Egiziano, come
_grammatica_.
Rawlinson, intese a spiegar la storia del canto
Assiro-Fenicio-Caldeo-Babilonese, dalle imagini de’ monumenti[193].
Federico Reise, maestro nel Brasile, indagò le _Musiche Indiane e
Brasiliane_, Monaco 1824; Bachmann ritornò sulle antiche di cui già
avea trattato (Erlangen 1792); Zalluski Carlo su quelle Cinesi, Venezia
1853; Breton Ernesto sulle Ateniesi, Parigi 1862.
Salvador Daniel descrisse il canto dei Kabili in relazione a quello
degli Arabi.
E tante storie delle _Missioni_ e de’ _Viaggi_ ci diero più o meno
contezza dei canti presso i popoli selvaggi, i quali benchè raccolti
da regioni in latitudine diverse, confermano l’osservazione della
comune loro povertà, causata principalmente dal breve numero di suoni
che entrano nei loro concetti melodici, e quindi monotoni nelle forme.
A mo’ d’esempio, i canti de’ Caraibi neri s’aggirano su quattro note
soltanto, e traggono tutto il loro spirito dal ritmo marcatissimo,
come riscontrasi nella Polynesia (Nuova Zelanda), nel Canadà, e
nell’Australia; il che risveglia il sospetto d’un’origine ebraica. Così
il canto dell’Affrica, che sente peraltro di più alle forme dell’Arabia
e di Egitto[194]. Anche i Cinesi e Malesi appariscono usi a cantare sur
una scala di sole cinque note, sprovvista di mezzi tuoni e quindi anche
di significazione melodica.
Nè ciò fa meraviglia se osservasi che anche presso popoli più civili,
adesso tanto progrediti nell’arte, anticamente limitavansi i canti
formali a scale di poche note. Vedemmo de’ Greci, de’ Romani e dei
primi Cristiani. Ne abbiamo prove dalle raccolte fatte per Carlo
Magno, colle quali il suo genio intese formare la storia popolare delle
Gallie[195]; dagli antichi corali della chiesa d’Occidente e Orientale,
dove Sant’Anastasio in Alessandria aveva un recitativo più piano
ancora dell’Agostiniano; dal trattato di S. Odone, della cui _melodia
organizzata_ conservò traccie ancora il Gafori accanto i non meno piani
riti Ambrosiani[196].
Che se nelle chiese greche, copte, siriache, etiopie, armene e di
tutta l’Asia, riscontransi i canti ornati d’appoggiature, di gruppi,
trilli e portamenti, con antico stile immobile e inveterato, come ogni
canto popolare orientale, questo dobbiamo attribuirlo alle tradizioni
spontanee degli esecutori, al di fuori delle strette forme metodiche.
Fra gli Arabi più vaghi e licenziosi, s’indicano come storiografi della
musica: El Kindi (Ahmed), figlio di Osman Jahja (o Mekki) raccoglitore
di canti, che lasciò due libri e una introduzione, ed altra raccolta di
14,000 modi cantabili; Koraiss, autore della _Scienza de’ Canti_, an.
838 di C.; El Fârâbi, _secondo maestro_, che diè un _Trattato_, fra gli
anni 900-950 di C.
Ali-Ibn-Nafi-Serjab, cantore e poeta, che stabilì in Andalusia una
scuola, continuata poi dal figlio Abderrahman, ambi celebri non meno
in Ispagna che a Bagdad, ove voglionsi conservati i loro libri (821). E
nella stessa epoca, Ishak, figlio d’Ibrahim, di Koufta, famoso cantore,
ed egli pure cantore e suonator di liuto, prezioso al suo Califfo
come la gioventù, la gioja e la vita, cui parea che al suo canto _si
estendesse il proprio impero_, lasciò numerosi libri di canti, di
suoni, di ritmi, di biografie e notizie di cantori, di metodi e di
battute, perocchè di quest’uso, a lui che batteva con canna di bambuk,
s’attribuisca l’invenzione; competitore del sommo Mocharik alla corte
di Aaron-Rascid, per cui finì in esilio. Pel predetto Califio anche
Jélih, della Mecca, raccolse _i cento canti_.
Dinanir, allieva di Besl e di Ibrahim suddetto, che rifiutò la mano di
Akid cantore perchè mediocre, si fa autrice d’un libro _la grazia dei
canti_, che però a noi non pervenne.
Rimane tradizionale la perfezione delle sue espressioni, e qualche
canto a lei attribuito.
Agani fece una collezione generale delle canzoni arabe sotto il
Califfato. — _Kosegarten_. —
Tutti li surriferiti trattati musicali, e tante altre opere che veniamo
in corso di storia accennando, parlano necessariamente del canto, come
quello che è parte prima ed essenziale della musica, e gli storici
speciali di questa, dovettero nei loro lavori cominciare dall’istinto
naturale del canto, dalla rivelazione spontanea d’esso alla umanità,
come quella delle lingue[197]; e quindi tutti dovettero per lungo
tratto intrattenersi quasi esclusivamente del canto, perocchè l’arte
della musica propriamente detta ben più tardi comparve.
Fu detto infatti, che la vera storia della musica armonica non cominciò
che verso il 1370, ed anche il Fétis, maestro belga, vorrebbe questo,
per opera dell’inglese Dunstaple e dei belgi Binchois e Dufay[198]; ma
noi vedemmo già d’onde abbiano tratta origine le prime armonie, e qui
basta ricordare che Isidoro di Sicilia, meno superbamente, rinviene
la _diafonia_, la _organazione_, il _discanto_, nelle forme dei secoli
precedenti; e nel corso di questa istoria è dichiarato a quanti d’ogni
paese per una sistemazione musicale, all’accordo vocale e istrumentale
intendessero; mentre ai riguardi della antichissima musica quasi tutta
al solo canto ristretta, d’altronde oscura, limitata ed incerta, e da
ogni scrittore necessariamente indicata, io mi tenni conciso.
Or seguitiamo coi trattatisti ultimi dello scorso secolo.
Contemporaneo e sopravissuto di pochi anni a Gianfilippo Rameau e
a Giuseppe Tartini fu lo scrutatore, compositore e dizionarista
musicale J. J. Rousseau, che di lor fu ammirato[199]. Inutile
parlar di quest’ingegno versatile, ma non sempre coerente, e nella
bell’arte ossequioso più che profondo. Critico e non maestro, oratore
e non artista, giudica in base all’erudizione ed al pensamento. Nel
ragionamento pone le basi colla serietà di un filosofo oriundo dal
suolo ove avea seminato Calvino, e negli argomenti sorvola colla
leggerezza e il rigoglio della scuola fraucese. Con questo istinto,
anche nelle trattazioni che alla musica si riferiscono, conchiude
finalmente come fautore del genio della elettiva sua patria, e per
questo non bada a detrarre ad altri, od arrogare ai suoi gli altrui
meriti incontestati. Basta a provarlo la insistenza di ritenere
il Lulli francese; ad eguagliarla, vorrebbesi in oggi l’impudenza
d’asserir Parigino il Rossini, perchè in Francia trasse lunga dimora.
Non per questo mancarono sapienti giudizj e confessioni sincere
dall’autorità di quel trattatista. Specialmente apprezzabili sono le di
lui sentenze intorno al canto. Questo, conviene anche Rousseau che deve
sempre signoreggiare la musica.
La vera armonia piacevole e costante deve sortire da ciò ch’egli chiama
_Unità di melodia_.
L’armonia non è che un piacere di pura sensazione, e il godimento de’
sensi è sempre breve; mentre il piacere della melodia e del canto è un
piacere d’interesse e di sentimento che parla al cuore, e che l’artista
può sostenere a lungo e rinnovare a forza di genio.
Rammenta certa Opera di Venezia tutta piena di canto, nell’udizione
della quale lungi d’essersi mai annojato, per quanto fosse lunga, vi
prestò sempre una attenzione novella, ascoltandola con più interesse
alla fine, di quello che al cominciamento. Ciò necessariamente, egli
dice, perchè quella Musica cantava sempre e l’armonia non la soffocava,
ma non facea che animarla, rinforzarla, determinarla; ed era questa la
sua _Unità di melodia_.
Il canto francese, scriveva egli intorno il 1770, lungi dall’acquistare
alcuna perfezione, diviene di giorno in giorno più languido e goffo
(lourde). Questo però volea attribuito al cattivo sistema vocale, di
cui egli tentò dare una riforma. Lodò i compositori italiani, i quali
appropriavano opportunamente le parti alle voci che le doveano cantare.
Non negò all’Italia il vero linguaggio musicale; e come una specie
di satira ai suoi, facendo quasi l’apologia della nostra lingua e
del nostro canto, e generando in essi non indifferenti querele, dettò
in tale argomento filosoficamente la famosa sua _Dissertazione sulla
Musica francese_: dedicò la prima parte al canto, che trae seco come
accompagnamento l’armonia; trattò in secondo luogo della misura, che
disse essere alla melodia come la sintassi al discorso.
La musica in generale ei la distingue _naturale_ e _imitativa_; la
prima limitata ai fisici effetti che agiscono sui sensi, l’altra
esprimente le passioni, parlante all’anima.
L’armonia, avendo il suo principio nella natura, è la medesima
presso tutte le Nazioni, o se pure qualche differenza riscontrasi, è
introdotta da quella della melodia. Per il che dalla melodia soltanto
egli fa derivare il carattere speciale d’una musica nazionale, ed
essendo questo principalmente marcato dalla lingua, da questa il canto
risente la maggiore influenza.
Si può concepire, disse argutamente il filosofo, lingue più o meno
proprie alla musica; se ne può concepire improprie affatto. Tale
potrebbe essere una che non fosse composta che di suoni misti, di
sillabe mute, sorde o nasali, con poche vocali sonore, molto consonanti
ed articolazioni, e che mancasse d’altre condizioni essenziali alle
cadenze ed al tempo. — Cerchiamo per curiosità cosa risulterebbe della
musica a tale lingua applicata.
Primieramente, il difetto di sonorità nelle vocali obbligherebbe a
darne molta alle note; e perchè sorda la lingua, la musica sarebbe
stridente. In secondo luogo, la durezza e frequenza delle consonanti
forzerebbe ad escludere alcune parole, e non procedere sulle altre che
per intonazioni elementari; e la musica sarebbe insipida e monotona;
la sua andata sarebbe inoltre lenta e nojosa per la medesima ragione,
e qualora si volesse affrettarne un poco il movimento, la sua celerità
rassomiglierebbe a quella di un corpo duro e angoloso girantesi sul
pavimento.
Siccome una tal musica sarebbe spoglia d’ogni gradita melodia, si
cercherebbe supplirvi con bellezze fittizie e poco naturali; la si
sovracaricarebbe di modulazioni frequenti e regolari, ma fredde, senza
grazia, senza espressione. S’inventerebbe de’ gorgheggiamenti, cadenze,
portamenti di voce, e d’altri ornamenti posticci che si prodigherebbero
nel canto, le quali cose senza renderlo meno piano non lo farebbero
che più ridicolo. La musica con tutta questa sguajata acconciatura
resterebbe languida, inespressiva, senza imagini, priva di forza
e di energia, pingerebbe pochi oggetti in molte note, come quelle
scritture gotiche, le di cui linee ripiene di segni e di figure non
contengono che due o tre parole, e che racchiudono poco senso in grande
spazio. L’impossibilità d’inventare canti aggradevoli, obbligherebbe i
compositori a volgere tutte le loro cure all’armonia, e in mancanza di
bello reale, v’introdurrebbero bellezze di convenzione non aventi altro
merito che la difficoltà superata: in luogo d’una buona musica, la si
imaginarebbe sapiente; per supplire al canto, si moltiplicherebbero
gli accompagnamenti; per togliere l’insipidezza s’aumenterebbe la
confusione; si crederebbe far musica, e non si farebbe che rumore. —
_Voces praetereaque nihil._ —
Se carattere d’ogni musica nazionale è la lingua, esso principalmente
si fonda sulla prosodia; perocchè le diverse misure della musica vocale
non poterono nascere che dalle diverse maniere di poter dividere il
discorso e collocare le brevi e le lunghe le une rispetto alle altre;
ciò che evidentissimo si mostra nella greca musica, nella quale tutte
le misure non erano che le formule d’altrettanti ritmi forniti dalla
disposizione delle sillabe e de’ piedi di cui la lingua e la poesia
erano suscettibili. Di maniera che, quantunque si possa molto bene
distinguere nel ritmo musicale le misure della prosodia, del verso e
del canto, sarà indubitabile la musica più aggradevole esser quella
in cui queste tre misure concorrono insieme e quanto più è possibile
perfettamente.
La supposta lingua adunque, infelice nella prosodia, poco marcata,
senza esattezza e precisione, non avente le lunghe e le brevi combinate
fra loro nella durata e nel numero dei rapporti semplici e propri a
rendere il ritmo gradevole, esatto e regolare; che ha le lunghe più o
meno lunghe, le brevi più o meno brevi, sillabe nè brevi nè lunghe,
indeterminate e quasi incommensurabili; tale lingua naturalmente
comunicherà alla musica nazionale le irregolarità tutte della sua
prosodia; il recitativo se ne risentirà specialmente; non si saprà come
accordare il valor delle note a quello delle sillabe; si dovrà cangiare
ad ogni istante di tempo; tutti i movimenti sortiranno poco naturali
e senza precisione; l’idea dell’eguaglianza de’ tempi si perderebbe
interamente nello spirito del cantore e dell’uditore — nel capriccio
de’ compositori...
Con qualunque arte, infatti, si cercasse coprire i difetti d’una tal
musica, sarebbe impossibile ch’ella potesse piacere mai ad altre
orecchie che a quelle dei naturali del paese ove ella sarebbe in
uso....
Se v’ha in Europa una lingua propria alla musica, è certo l’italiana,
perchè è dolce, sonora, armoniosa, accentata più che ogni altra; e
queste quattro qualità sono precisamente le più convenevoli al canto.
Le inversioni di cui questa lingua è suscettibile, sono favorevolissime
alla buona melodia; per esse la frase musicale si sviluppa in
maniera più grata e interessante. Le sospensioni e le tronche parole,
sconosciute ad altre lingue, che rendono così famigliare alla musica
la sua costituzione felice, non possono essere supplite da chi non
le possede che per mezzo di silenzj, che non sono mai canto, e che
in certe occasioni mostrano piuttosto la povertà della musica che le
risorse del musicista.
Gl’Italiani pretendono che la melodia francese sia piana e senza
alcun canto. Tutte le nazioni neutre confermano unanimemente il loro
giudizio su questo punto. Milord Shaftesbury ebbe a dire, che coll’uso
di parlar francese in Inghilterra, divenne in moda anche tale musica:
ma ben presto la musica italiana, mostrandoci la natura più da vicino,
ci disgustò di quella, e ce la fece riconoscere così piana, goffa o
sguajata, com’è di fatto.
I Francesi accusano di bizzarria e barocchismo l’italiano canto: ci
sembra, dissero i neutri, che non possa più osarsi un tal rimprovero
a quella melodia dappoichè s’è fatta intendere fra noi; è un fatto che
questa musica mirabile non ha che a mostrarsi qual è per giustificarsi
di tutti i torti di cui la si accusa.
Rousseau ama meglio credere che gli uni e gli altri s’ingannino,
piuttosto che dover acconsentire che, _nelle contrade dove le scienze e
le arti tutte sono pervenute a sì alto grado, la musica sola sia ancora
da nascere_ — ed aspetti il suo essere dall’avvenire.
Non sembra ch’egli scrivesse appunto per le questioni del 1870?!..
Egli segue: i meno prevenuti fra noi s’accontentarono dire che la
musica italiana e la francese son buone entrambi, ciascuna nel suo
genere, e per la lingua che a ciascuna è propria. Ma oltrechè le altre
nazioni non convengono in tale giudizio, resta sempre a sapere quale
delle due lingue può comportare il miglior genere di musica.
Rousseau, dichiarandosi in quello stato necessario per pronunziare
in una tale questione spassionato, cioè di buona fede, e versato
egualmente ne’ due stili e fornito di quelle cognizioni indispensabili
a giudice competente, motivò per tal modo il suo consiglio, velando
però la definitiva sentenza purtroppo severa pe’ suoi.
Ho preso dalle due musiche alcune arie egualmente pregiate ciascuna nel
suo genere, e spogliando le une de’ loro portamenti e cadenze, le altre
delle note sott’intese, le ho solfeggiate esattamente sulle note, senza
alcun ornamento, e senza fornir niente di mio nè al senso nè al legame
della frase: nè vi fu dubbio per la decisione.
Altra prova più decisiva.
Feci cantare ad italiani le più belle arie di Lulli, — (tanto vantato
dai francesi e ritenuto come lor gloria nazionale, mentr’il fiorentino
non facea che adattarsi alle loro maniere; per quella guisa che anche
un Verdi mostrò poi di saper attagliarsi a’ gusti stranieri) —; e
diedi a trattare a musici francesi arie di Leo e di Pergolese: ed
ho rimarcato che questi, benchè fossero ben lontani da cogliere il
vero gusto di tali pezzi, essi ne sentivano peraltro la melodia, e ne
tiravano alla loro maniera frasi cantabili e gradevoli.
Ma gl’Italiani solfeggiando molto esattamente le arie francesi le più
patetiche, non hanno potuto mai riconoscervi nè frasi, nè canto; non
erano per loro che note poste senz’ordine e come per caso, musica priva
di senso; essi le cantavano precisamente come voi leggereste parole
arabe scritte in carattere francese.
Non pertanto, i musicisti francesi pretenderebbero ricavare un
vantaggio da questa notabile differenza: _noi eseguiamo la musica
italiana_, essi dicono con la loro baldanza accostumata, e gl’_italiani
non possono eseguire la nostra, dunque la nostra è migliore_.
Non s’avvedono che dovrebbero tirarne una conseguenza totalmente
contraria, e dire: _dunque gl’italiani hanno una melodia e noi non ne
abbiamo_.
Terza esperienza di Rousseau.
Vidi a Venezia un Armeno, uomo di spirito, che non avea intesa mai
musica, e davanti il quale si eseguiva in uno stesso concerto, un
monologo francese, ed un’aria di Galuppi. L’uno e l’altra cantati
furono mediocremente da francesi, e male da italiani. Rimarcai
nell’Armeno, durante tutto il canto francese, più sorpresa che piacere;
ma osservarono tutti gli assistenti, dalle prime battute dell’aria
italiana, che il suo viso e i suoi occhi si raddolcivano; egli era
incantato; seguiva coll’anima le impressioni della musica, e benchè
egli non intendesse la lingua, i semplici suoni gli causavano un
sensibile rapimento. D’allora in poi non gli si potè più fare ascoltare
alcun’aria francese.
Il francese filosofo ed autore dell’_Indovino del Villaggio_[200],
che tanti fatti l’hanno reso dubbioso perfino della esistenza d’una
francese melodia, e gli hanno fatto supporre che questa potrebbe
essere niente altro che una specie di _canto-piano modulato_; che non
ha niente d’aggradevole in sè, e non piace che coll’ajuto di qualche
ornamento arbitrario, e soltanto a quelli che sono convinti di trovarlo
bello.
Che tale musica è sopportabile appena alle stesse orecchie francesi
quand’ella è eseguita da voci mediocri che mancano d’arte per farla
valere; mentre ogni voce è buona per la italiana; perchè le bellezze di
tal canto sono nella medesima musica, a differenza che quelle del canto
francese non sono che nell’arte del cantante.
Alla perfezione della melodia italiana, trova il concorso delle tre
condizioni indispensabili — _la dolcezza della lingua — l’arditezza
delle modulazioni — la rigorosa precisione del tempo_ — d’onde tutte le
attrattive e la energia.
Perocchè quando si comincia a conoscere la melodia italiana, vi
si rilevano da prima le grazie, onde non la si crederebbe atta ad
esprimere che sentimenti di dolcezza; ma per poco che se ne studj il
suo carattere patetico e tragico, si è ben tosto sorpresi della forza
che l’arte dei compositori le presta.
Egli è per le modulazioni sapienti, per l’armonia semplice e pura,
pegli accompagnamenti vivi e brillanti, che que’ canti divini straziano
o inebbriano l’anima, mettono lo spettatore fuor di lui stesso, e gli
strappano ne’ suoi trasporti, gridi di cui giammai le tranquille opere
francesi furono onorate.
Il prodigio di que’ canti non è estraneo a quella _unità di melodia_
cui gli italiani compositori si conformano con tanta cura che degenera
qualche volta perfino in affettazione; regola d’altronde indispensabile
e non meno importante nella musica quanto l’unità d’azione nella
tragedia.
Riconosciuta la potenza della musica italiana, ai tempi di Rousseau,
e il primato assoluto di que’ canti «capi d’opera del genio, che
strappano lagrime, che offrono quadri i più toccanti, che pingono le
situazioni più vive, che trasfondono all’anima tutte le passioni che
esprimono» il medesimo autore ci lascia la immagine del vero stato
del canto francese nella sua epoca. «I Francesi, egli dice, danno il
nome d’_arie_ a quelle insipide canzonette che frammettono nelle scene
delle lor _Opéra_, mentre chiamano _monologhi_ per eccellenza quelle
trascinate e nojose lamentazioni, cui non manca perchè assopiscano ogni
uditore, se non che siano cantate senza grida e con precisione...
Le parole delle _ariette_ francesi, sempre staccate dal soggetto,
non sono che un miserabile gergo melato, che si è troppo felici di
non intendere; una collezione fatta a caso di poche parole sonore
che la nostra lingua può fornire, girate e rigirate in ogni maniera,
eccetto quella che potrebbe darvi un senso: e su queste impertinenti
_amphigouris_ i nostri musicisti consumano il loro gusto e il loro
sapere, e gli attori i loro gesti e i loro polmoni. Innanzi a questi
stravaganti pezzi le nostre donne vengono meno d’ammirazione; e la più
chiara prova che la musica francese non sa nè piangere, nè parlare, è
il non poter ella sviluppare quel poco di bello di cui è suscettibile,
se non nelle parole di niun significato...
I nostri musicisti più che si sforzano di raggiungere gli effetti
prodigiosi de’ canti italiani, più si scostano dalla possibile via; e
se m’è permesso di dirvi naturalmente quello che penso, io trovo, che
quanto più la nostra musica in apparenza si perfeziona, più ella in
fatto si guasta.
Era forse necessario ch’ella venisse a questo punto, per avvezzare
insensibilmente le nostre orecchie a rigettare i pregiudizj della
abitudine ed a gustare canti diversi da quelli con cui le nostre
nutrici ci addormentavano. Prevedo che per portarla al mediocrissimo
grado di bontà di cui è suscettibile, bisognerà presto o tardi
cominciare per rediscendere o rimontare al punto in coi Lulli l’avea
collocata...»
Cessate le velleità de’ cantori dell’epoca di Rousseau, tornò la musica
infatti, od apparve nella più povera infanzia dinanzi ai classici
colossi italiani; e a tanti esempj, ed a furia d’imitazione, veggonsi
in oggi i progressi di quella nazione che parea più inclinata ad
emularli!...
_Scuole metodo-pratiche del secolo XVIII. — Dal metodo primario
didascalico, a quello superiore analitico. — Trattatisti._
Appena si tacque l’_Uomo della natura e della verità_, e con questa
vera divisa del Filosofo _Vitam impendere Vero_, fu nel 1778 deposto
nella tomba, sorse un altro celebre trattatista del canto, non meno
osservatore e pratico, ed esclusivo nella materia, un maestro che
raccoglieva in sè le condizioni per le quali soltanto il Boezio voleva
che si potesse accordare _l’onore del nome di Musicista_. Quello cioè
che «pratica la musica non solamente pel ministero servile dei diti
o della voce, ma che possede questa scienza pel ragionamento e la
speculazione.»
Ma per la luminosa comparsa del perfetto metodista del vero canto per
l’arte nobilitato, doveano prima seguire alle teoriche ricerche le più
alte sperienze: ed ecco, offerivasi un’altra schiera di veri maestri ed
artisti, che come roccie granitiche, non più pieghevoli e trabalzate da
nessuna corrente, compirono il purificamento di quell’onda melodiosa e
soave, onde poi dar si potesse un saggio di canto perfetto.
Domenico Gizzi, nato in Arpino nel 1684, allievo di Angiolino e del
Carissimi; compagno a Porpora e a Durante, maestro del Conti; potè dare
alla bella scuola quella piega elegante e sapiente che rese celebre il
suo nome nel suo grande allievo.
Questi, Gioacchino Conti, che si fece chiamare _Gizziello_, per
gratitudine e venerazione al suo istitutore, fu non solo uno de’
cantanti più celebri del XVIII secolo, ma un religioso indicatore
delle maniere più pure e dei mezzi meglio opportuni a mantenere il bel
canto. Non erano tanto per lui la sorpresa dell’estensione, o la forza
d’effetto, quanto la rigorosa intonazione e la facile scorrevolezza.
Il canto per lui non dovea essere diletto all’uditore e pena al
cantante; ma delizia ad entrambi.
Si comprenderà il significato di questa mia osservazione sui modi del
Gizziello, ponendo mente a una nota del Grétry, che si trova al tomo
I, pag. 268 della sua opera _Essais sur la Musique_. «Io vidi a Roma
il famoso cantore Gizziello, che costumava inviare il suo proprio
accordatore nelle case dove voleva mostrare i suoi talenti, temendo
sempre che il clavicembalo _fosse troppo alto_, o non fosse _perfetto
nell’accordo_.»
Non eran per lui gli sforzi atletici del suo predecessore nella fama
europea, il cavaliere Baldassar Ferri, Perugino, fiorito intorno il
1660; che eseguiva esercizj sul trillo cromatico in un solo fiato,
mantenuto fino a quattordici battute di tempo ordinario[201].
L’agilità pel Gizziello era figlia della facilità e della naturalezza.
Fu degno emulo del Farinelli.
Carlo Brioschi, detto Farinelli, napoletano, gran musicista, celebrato
per la più bella voce che abbia potuto mai esistere, che univa alla
conoscenza profonda della musica, il gusto più squisito, e che a
meriti sì rari aggiungeva una bontà d’animo proverbiale, esordì a Roma
nel 1722, e dopo essere stato la ammirazione e la delizia dei teatri
d’Italia, cantò con sommo plauso a Londra (1734) e passò in Ispagna.
Qui nuovo Davidde, cominciò per sanare colle dolci sue note il malato
spirito del re Filippo V, onde pei favori di questo e della regina
Elisabetta, divenne l’idolo ed il buon genio di quella corte.
Mille prodigj narransi per la potenza del suo canto; di mille omaggi
cittadini e stranieri lo fanno le storie rivestito: a noi basta citarlo
come fautore della bella scuola del canto.
Dopo la morte di Filippo V, benchè richiesto anche da Ferdinando VI, si
ritirò a Bologna, ove cessò di vivere il 15 luglio del 1782[202].
Imitatore distinto di questi illustri italiani, fu Gilles Giovanni di
Tascona (Provenza), che a un bell’ingegno accoppiava grandi virtù, e
che in Francia avrebbe assai giovato al perfezionamento del canto se in
giovane età la morte non l’avesse rapito.
Cominciò corista col Campra nella metropolitana d’Aix, ove dirigeva la
cappella l’ab. Guglielmo Poitevin. Studiando sulla propria voce, e sui
nuovi modi dei famigerati artisti italiani, propose i suoi metodi al
vescovo di Rieux, che lo inviò alla cappella di san Stefano di Tolosa.
Nel frattempo questo posto era stato assegnato al Farinelli, il quale
però nobilmente lo cesse al suo concorrente, sforzandolo d’accettare
una dimissione che li onorò entrambi egualmente.
Da alcune opere del Gilles lasciate alla cappella che dirigeva in
Tolosa, ove morì nel 1705, appariscono i suoi buoni studj e le riforme.
Così Karsten, primo cantante nel real teatro di Stoccolma, divenuto
segretario del Re Gustavo III; Karsten reso celebre alla Svezia, come i
nipoti per le arti sorelle all’Italia ed Europa[203].
Adolfati Andrea di Venezia, allievo del Galuppi, provò una nuova misura
di tempo, insegnò il bel canto, lo espresse nelle sue opere, fino al
1750, in cui morì egli pure a 40 anni.
Suo concittadino e contemporaneo, fu un cantore dilettante, allievo
di Bissi, e di Lotti, certo Alberti Domenico, non indegno emulo di
Farinelli. E da questa scuola, Conservatorio dell’Ospedaletto da noi
a suo luogo accennato, ricomparve pure intorno a quell’epoca una
Gabrielli Francesca ferrarese detta la Gabriellina, che di quella
istituzione lasciò prove non isfuggite alla storia (1770); nè i musici
Scotto ed i Zanetti, erano quivi ancora dimenticati.
Fiorì in pari tempo pure in Venezia un Tommaso Albinoni egregio cantore
e maestro, la cui scuola giovò alla Affabili per diffondere anche in
Germania (1725) il metodo risorto nel canto.
Tosi, cantante nel 1723, non si limitò ad eseguire, ma ricercò e
raccolse appassionatamente le migliori _Opinioni di cantori antichi e
moderni_, facendone a sè e ad altri tesoro.
Egizio e Bernacchi di Bologna, diedero risultamenti felici di
educazione vocale, accettati dai cantanti per tradizione e per pratica,
meglio che per teoria.
Amadori a Roma, Redi a Firenze, Peli a Modena, Vallotti a Padova,
Pugnani a Torino, Gervasoni a Piacenza, Brivio a Milano, furono docenti
di canto, che senza tante pretese di scienza e di teorie, formarono
cantori incomparabili, interpreti di quella scuola sublime nella sua
semplicità, che pur non era ancora corrotta prima del nostro secolo.
Giambattista Mancini, Ascolano, maestro alla imperial Corte di Vienna,
nel 1774 dettò _Le Osservazioni pratiche sul canto figurato_, esponendo
realmente le varie eleganze di questo, per modo da far dimenticare
quelli antichi _Compendj-Regole_ di canto fermo o semifigurato, o
_Principj_ per cantare gli otto toni ecclesiastici, o _Elementi_
di figurato e semifigurato, che più o meno succinti, tratti dalle
introduzioni ai corali, o da lavori frateschi, anonimi o con beate
indicazioni, andavansi ristampando a facile e comoda usanza.
Ma anche questi nuovi figuristi del canto, compreso il padre Martini,
dappoi venuto a confutarli furono freddi osservatori che s’attennero
più alla parte materiale che allo spirito del canto, e furono, dirò
così, i fisici della bell’arte; i nuovi lavoratori che apparecchiarono
il terreno a coltivazion più elevata; i regolatori dell’organismo per
cui il soffio animatore non dovea trovare più inciampo.
Infatti il Tosi ed il Mancini fissano il modo di disporre la bocca,
_come quando sorride naturalmente_; piantano la linea perpendicolare
de’ denti; segnano la apertura media e regolare; scostano all’indietro
le braccia per lasciar libero il movimento del petto.
Albanese, confermando l’utilità dell’atteggiamento sorridente, che
per giunta _fà sempre piacere_, ferma la bocca nei passaggi, ne’ quali
_tocca alla gola d’agire e null’altro_ (Lettere 1773).
Il Martini negli _Accenti della voce_ fa consistere la varietà
dei coloriti; e indicandoli coi soliti segni con cui gli antichi
maestri figurarono le diverse emissioni, alcuni ne marca nuovamente
con legature e mordenti, spiegandone gli effetti in base sempre
agli atteggiamenti di gola ed a seconda delle sue dilatazioni o
ribattimenti[204]. Sente di quel meccanico, per cui gli alemanni Herbst
e Petris accentavano nelle loro _Musiche pratiche_[205].
Col padre Martini peraltro si può dire formata l’arte del canto, e come
tale ormai riconosciuta.
Il bolognese maestro, che tenne per cinquantanove anni scuola alla
cappella di san Francesco, che dalle passate ricerche, da tante recenti
sperienze, e dalla sapienza di tanti illustri contemporanei, aveva
potuto attingere, e illuminar la sua mente speculativa, compendiò le
teorie dell’arte; e coronò il bell’edificio, lasciando una _Storia
della Musica_, e fondando una scuola divenuta celebre per la solidità
delle dottrine ivi insegnate e pel gran numero d’eccellenti professori
sortiti.
Godeva il Martini d’una reputazione europea come il più sapiente de’
musicisti; egli era in corrispondenza coi più grandi personaggi del
suo tempo, quali Federico II di Prussia e Clemente XIV; gli uomini più
istruiti, i compositori più illustri lo consultavano con deferenza e si
appoggiavano all’autorità delle sue decisioni, come fece Gluck in una
circostanza solenne.
Egli richiamò la scuola de’ compositori al sano principio che la base
della musica dev’essere il canto; e fermo alle antiche tradizioni,
di cui fè la storia, 1757, lasciò scritto che «per apprendere e
impossessarsi dell’arte del contrappunto è necessario comporre sopra il
canto fermo[206].»
Egli ebbe il contento di benedire e coronare la feconda giovanezza di
Mozart. L’autore del _Don Giovanni_ avea 14 anni quando ricevette dalle
mani di quel venerando scienziato, nel 1770, il diploma di membro della
Accademia Filarmonica di Bologna.
Il padre Martini ebbe inoltre tanta fortuna di lasciare il deposito
delle sue buone tradizioni immediatamente ad un allievo che gli fu
emulo nella fama. Stanislao Mattei, frate esso pure del medesimo
ordine, che s’acquistò celebrità nell’insegnamento del contrappunto, e
di questo fu il primo maestro nel nuovo Liceo Comunale di Musica creato
a Bologna nel 1804; d’onde così presto uscirono in sì gran numero
celebri compositori, fra quali, Pilotti, Tesei, Tadolini, Salieri,
Morlacchi, Donizzetti[207], Pacini e Rossini.
Ma se la scuola musicale era ovunque fondata sur un metodo ormai
vasto e sicuro, questo mancava ancora per la scuola del canto; che
pel procedere appunto della scienza speculativa, era tenuta ancor
macchinale.
L’arte del canto era formata; la scienza aveale svelate tutte le sue
ricerche e suggeriti i mezzi più acconci, ma quelle e questi non avea
ancora disciplinati, per modo da porgere una norma non dubbia e sicura,
una via non confusa, breve, retta, tendente a una meta ben definita.
Questa meta, pel progresso appunto dell’arte, non presentavasi
più unica, facile, distinta come quella a cui tendevano le scuole
antiche, e le riforme clesiastiche e quelle della infanzia drammatica;
nuovi porti adesso venivano dischiusi ai novelli argonauti vaghi
dell’aureo tesoro musicale; diverse vie per raggiungerlo. Di queste le
principali e nel genere loro ormai demarcate, e ch’io non dubiterei
a rassomigliare quasi alle vie di terra o di mare, si presentarono:
la scuola stabile pel canto comune o corale, e quella più vaga e
indefinita, la scuola del bel canto drammatico e figurato. Quindi la
necessità de’ metodi rispettivi.
I filosofi, delle scienze benemeriti esploratori, aveano vagato anche
pei campi musicali, e se non sempre o specialmente s’erano riferiti
colle loro indagini alla parte vocale, non poca luce anche su questa vi
aveano diffusa.
Dopo Rousseau, il quale per facilitare lo studio musicale, nel 1742
avea proposto di sostituire alle note le cifre, attraverso tutte le
peripezie cui van soggetti quegli uomini che s’affaticano all’utile e
al bene, due scuole in Francia erano sorte: quella generale di Pietro
Galin per lo studio del canto; e quella speciale di Choron per le
finezze della bell’arte.
Di questa avremo in seguito a intrattenersi.
Cominciò Galin, raccogliendo l’idea di Rousseau e perfezionandola, a
dare il suo _Cronomerista_ o tavola figurativa delle durate; quindi
il _Meloplasto_, o formatore del canto — di cui Wilhem ampliandolo, ne
fece il suo _Indicatore vocale_, ed anche il nostro Luigi Felice Rossi
ebbe a servirsi nel metodo da lui proposto.
Con tali trovati pose base alla sua scuola nascente, della quale potè
produrre nel 1818 le norme speciali.
Aimé Paris, continuò l’opera troncata insieme alla vita del Galin
suo maestro ed amico; e compì a Strasburgo, nel 1829, il sistema
divisore, colla invenzione della sua _Lingua delle durate_, mezzo
maravigliosamente semplice ed efficace a facilitare l’insegnamento e
la pratica della lettura misurata; e modificò naturalmente il metodo
Galiniano.
Più tardi Emilio Chevé, non senza il concorso della brava Nanine sua
moglie, sorella a Paris, lo completò, confermando così col suo nome
quel _Metodo elementare di musica vocale_ tanto divulgato, e formando
la triade fondatrice della scuola che dai tre maestri si noma.
Da quanto ho detto, facilmente rilevasi che il merito della scuola
Galin-Paris-Chevé, verte meglio sulla materialità che sullo spirito
dell’insegnamento: non pertanto, e perchè gli autori saviamente in
esso si attennero a quella parte cui soltanto un metodo può e deve
applicarsi perchè l’opportuno loro sistema realmente facilita la
conoscenza della musica vocale e quindi giova meglio e dispone alla
scuola più libera quanto elevata che apparecchia e forma l’artista; e
perchè finalmente quel metodo concorse a generalizzare il canto corale
moderno; porremmo qui qualche cenno di suo propagamento.
Dopo parziali ma felici sperimenti, nel 1.º ottobre 1842 fu
introdotto dal medesimo Chevé nel Ginnasio militare di Lione, sotto
la sorveglianza del capitano d’Argy, e dopo soli sei mesi di studio
a cinque lezioni per settimana, i soldati allievi offersero tale
programma d’una mattinata che parea impossibile a’ cantori i più
provetti.
Ben venti prove di canti classici e complicati sostennero; onde la
relazione fatta dal corpo del Ginnasio, constatò — la maraviglia e
la commozione destate da tali risultamenti, ottenuti in sì breve
tempo, con elementi ingrati e di cui la volontà non era stata
consultata[208]. —
A richiesta del Chevé, un Giurì composto, fra gli altri, de’ celebri
Berlioz, Reber, Elwart Maillart, Prudent, David, Hiller, Meyerbeer,
Kastner, Offenbach, Kreutzer, Lefébure-Wély, Vieuxtemps, Massé,
bandì a tutte le Società corali francesi e straniere un concorso
internazionale basato su Programma _senza precedenti sino allora_,
fra cui: — esecuzione di tre cori a piacere; coro inedito composto
per la circostanza e fornito dal Giurì, comunicato 24 ore prima della
pubblica prova; solfeggio a prima vista di coro simile distribuito
seduta stante; scrittura d’aria sotto il dettato. — Quest’aria inedita,
fornita dal Giurì, dovea essere vocalizzata ad ogni Società dal
rispettivo direttore; e ciascun concorrente obbligato a dare il suo
esemplare scritto nella chiave e tonalità che il Giurì prescriveagli.
Malgrado che da’ componenti il Giurì nessuno appartenesse alla scuola
di Chevé, malgrado la massima pubblicità e le reiterate istanze fatte a
tutte le società corali e scuole di musica note, nessuna, ad eccezione
della Società corale della scuola Galin-Paris-Chevé osò affrontare lo
strano e difficile sperimento.
La prova fu fatta nella sala di S.ta Cecilia, il 12 giugno 1862, in
presenza di meglio che mille e cinquecento spettatori.
Per la prima volta s’udì ivi una massa di 180 individui, non musicisti
di professione, cantare in pubblico a prima lettura, e al dettato d’un
vocalizzo trascriverlo ed eseguirlo in tutte le chiavi e in tutti i
tuoni.
Il Giurì a unanimità dichiarò, che la Società avea subìto nel modo più
soddisfacente la prova.
Il metodo di tale Scuola fu adottato dai principali Istituti a Parigi
ed in Francia; in tutte le Scuole Comunali di Ginevra, e di quel
Cantone.
L’Ateneo delle Arti decretò a quella Scuola medaglia d’oro (1861); la
Esposizione Univ. di Londra (1862), la _medaglia unica_; il Congresso
scientifico di Chambery (1863) emise il voto che il suo metodo sia
generalmente adottato pel canto sacro e profano. Parecchi illustri
maestri e metodisti, fra quali il Wilhem, in tutto o in parte si
valsero di quel sistema.
Altri riputati scrittori e maestri, anche in Francia, pur ritenendo
quelle basi in generale, non mancarono di studiarvi attorno, portando
modificazioni o aggiungendo di proprio, e fra questi Halévy, che nel
suo _Metodo per la lettura_ ha lavorato cinque anni: ma la Commissione
che sopraintendeva nel 1852 alle scuole di Parigi non potè sanzionar
quella dottrina, nè la pubblica opinione accettarne i criteri.
Al primo Congresso musicale tenuto in Napoli nel settembre del 1864,
gl’italiani maestri seriamente fissaronsi sulla nuova teorica,
valutandola in preferenza d’ogn’altra; e l’illustre Casamorta,
direttore dell’Istituto di Firenze, specialmente consigliò le
semplificazioni in quella proposte, per la loro ragionevolezza e pei
vantaggi mirabili che ne derivano[209].
Il maestro napolitano Carlo Caputo eletto membro e relatore d’una
Commissione nominata da quel Municipio per istudiare i metodi corali
e riferire al Congresso pedagogico ivi indetto pel 1870[210], onde
proporre quello che si ritenesse il migliore, o formulare i criteri su
quali dettarne uno di nuovo, in un dotto scritto con cui io corroboro
le memorie surriferite, presi in disamina i quesiti che i fondatori e
continuatori della scuola Galin-Paris-Chevé si proposero di risolvere,
conchiuse per la bontà incontestata di quel metodo che a tutte le
proposte risponde.
Osserva in ispecialità che per quella teoria musicale ragionata, gli
allievi sono condotti facilmente alla intonazione esatta e sicura
di qualunque intervallo più difficile e disparato ne’ tre generi
_diatonico_, _cromatico_ ed _enarmonico_; in quest’ultimo specialmente,
del cui studio efficace i migliori metodisti lamentano la mancanza,
e quindi la somma difficoltà della pratica. Pratica che il Choron
nella sua _Enciclopedia Musicale_ dichiara _erronea_ in tutti quelli
che si fondano sulla teoria de’ _semituoni_, nella falsità de’ quali
convengono le opinioni di Rousseau, di Fétis, De La Fage, e Boucheron,
mentre il Candiotti[211], il Mascitelli[212] nelle sue _illusioni
acustiche_, e tanti altri razionalisti la sostengono assolutamente
_impossibile_.
Il Caputo invece, rassicurando sulla possibilità pratica, accetta
il metodo di Chevé che insegna con la massima facilità la _Scala
enarmonica_.
Conviene con questo autore nei mezzi adottati per facilitare
il solfegio anche ai riguardi della nomenclatura delle note, a
modificazione dell’attuale sistema oscuro e insufficiente alla
indicazione degli intervalli. A riparo di tale inconveniente, dopo
le osservazioni e i tentativi di M.r Sauveur[213], di Rousseau[214],
dell’Euchero[215], del Pintado[216], fatto riflesso alla opportunità
del solfeggiare secondo la scuola tedesca colle lettere gregoriane, dà
a divedere il Caputo che le riforme semplici e logiche sperimentate
nelle rispettive scuole corali, e suggerite dai riputati nostri
professori, quali il Luigi Felice Rossi nella _pratica per
l’insegnamento del canto corale_[217], e dallo Stefano Tempia suo
continuatore, da Beniamino Carelli _sull’arte del Canto_[218], dal
Casamorta nelle letture all’Accademia musicale di Firenze[219], e dal
medesimo relatore nel propostosi _Manuale di Corodagogia_[220], sono in
gran parte desunte dall’opera del Chevé.
Così in quanto riguarda alle ricerche per una perfetta intonazione, che
_deve pensarsi nella mente prima di emettere le voci_; e che _non deve
cercare ajuto in veruno istrumento e specialmente dal pianoforte_; in
onta alle prevalse opinioni sostenute principalmente dal Gervasoni,
e secondo i precetti di Choron, il quale nega recisamente che non si
possa cantare intuonato senza il soccorso degli strumenti, non essendo
questi che una imitazione più o meno imperfetta della voce umana, per
la maggior parte, e specialmente i polipetri, più o meno falsi, e tutti
solo approssimativamente intonati; onde il Choron medesimo dichiarava
essere i suoi esercizj senza accompagnamento, perchè tutti gli studj
di canto debbono farsi in tal modo, e l’uso diverso reca gravissimi
inconvenienti[221].
Insiste finalmente sulla opportunità di quel metodo al _mutuo
insegnamento_, e ciò nell’interesse generale della creazione in
Italia del canto popolare più che in quello speciale della formazione
dell’artista[222] questione ormai trattata e risolta in Francia per
opera di Pollet; in Germania per Zelter e Marx[223]; e in Inghilterra
per Bell, Lancaster, Curven, e per Boequilon-Wilhem[224], iniziatori
di quel sistema mutuo all’insegnamento del Canto, che è la _sacca da
viaggio_ del povero[225], salute morale e fisica del fanciullo[226],
elemento di sociale riforma, bisogno non soddisfatto degli italiani.
Il metodo Galin-Paris-Chevé, chiude Caputo, — anche indipendentemente
dalla sua ortografia — pure utilissima perchè rende accessibili e
facili a tutti le idee nascoste sotto le più complicate combinazioni
de’ caratteri presenti, e perchè alletta col pronto risultato e col
risparmio d’un tempo prezioso, specialmente a chi deve impiegarlo pel
_pane_ ad altre fatiche, porge pure nella parte teoretica, chiarezza,
semplicità, precisione; nelle sue deduzioni è esclusa l’assurda formola
— _oportet discentem credere_ —; è ispirato ai più sacri principj
dell’arte, e però i mezzi di cui si serve non possono essere che buoni.
Malgrado tutti gli ostacoli dei partigiani della _routine_ (così faceva
mio nonno), tale metodo ha fatto la sua strada e tende sempre più a
diffondersi e stabilirsi.
Gli attuali direttori della Scuola Chevé inoltre, allo scopo di rendere
qualunque professore idoneo ad insegnare col loro metodo, pubblicavano
una Guida che traccia il programma di ciascuna lezione.
Questo adunque potrà assicurare il pronto e facile apprendimento della
musica vocale, e soddisfare ai riguardi delle didattiche cognizioni
relative.
Veniamo adesso alle norme che, stabilite le basi, le forme e gli
elementi, dovrebbero ajutare a portare il canto materialmente appreso,
a quelle regioni dove stanno riposti i segreti più gelosi dell’arte, le
espressioni e gli incanti della bellezza.
Molti maestri s’attentarono di dettar quelle norme, credendo,
nella sperienza propria o sugl’altri, d’aver trovati i mistici fili
regolatori. — Il vedremo.