Il seguente Capitolo satirico contro i Villani è contenuto in un
volumetto miscellaneo della Trivulziana, segnato [47, 1] in-4º, car.
got. mm. 160 × 110, fol. 11, s. l. n. d. probabilmente della fine
del secolo XV o del principio del XVI[265]; nel titolo stampato sulla
custodia moderna, il Capitolo che si legge nel fol. 9 r. e t. e quello
che noi ripublichiamo, che occupa i fogli 10 e 11, sono attribuiti a
Cecco d'Ascoli. Il primo Capitolo è una delle solite serie di proverbi
tanto frequenti nella fine del sec. XV, ed è per noi importante
soltanto per l'attribuzione che vi leggiamo negli ultimi versi:
e quisti versi sono provati
cecho d'asculi fo l'autore
Finita la frotola al vostro honore.
Ci limiteremo a parlare del secondo. Tutti i poemetti popolari italiani
della preziosa collezione trivulziana hanno nel primo foglio una nota
manoscritta dell'abate Carlo (1715-1780) che aveva l'abitudine di fare
delle annotazioni sopra ogni opera che acquistava, e di riportare,
per le opere anonime, le supposizioni che correvano in quel tempo
tra i bibliografi. Non abbiamo alcun dato, eccetto quello fornitoci
dagli ultimi versi del primo Capitolo, per poter accertare la verità
di questa attribuzione del secondo Capitolo satirico allo Stabili. Il
Novati, pubblicando alcune lettere giocose attribuite all'Ascoli[266],
nelle quali è fatta con molto umorismo l'apologia della potenza
sovrumana del denaro, osservava che, a meno di non voler ammettere che
nel secolo XV esistesse un oscuro poeta collo stesso nome dell'autore
dell'_Acerba_, esse andavano certo in quel tempo sotto il nome dello
Stabili, ma il Castelli le ritiene apocrife[267]; molto probabilmente
anche questo Capitolo, in cui, prima della _Sferza_, erano raccolte
tutte le accuse che si scagliavano in quel tempo contro i villani, se
non uscì dalla penna dell'infelice astrologo di Carlo duca di Calabria,
era attribuito certamente a quello spirito bizzarro. Possiamo vedere
qualche accenno, per quanto vago, di satira contro i villani, anche
nelle lettere giocose attribuite dal Novati allo Stabili; così nella
prima, l. 5: «_Villani, rustici,_ et vani vos (denarii et floreni)
habentes, sapientes et nobiles reputantur, tenentur et amantur......» e
nella seconda, l. 13: «Ubi nos sumus (denarii) ibi superbia invenitur,
facimus _natos de stercore_ nobiles nuncupari.......» Nella seconda
specialmente, come è facile vedere, l'anonimo autore raccoglie la nota
storiella della vilissima origine del villano che abbiamo incontrato
per la prima volta nella satira del Matazone, e colpisce l'alterigia
dei villani arricchiti a cui già aveva accennato nella prima, e che
doveva essere in quel tempo uno dei temi prediletti di satira[268].
Nel riprodurre dalla rara stampa della Trivulziana questo Capitolo
attribuito allo Stabili[269], non abbiamo aggiunto che la punteggiatura
e fatte poche correzioni, essendo persuasi che in questi documenti che
hanno scarsissimo valore letterario e sono importanti soltanto per lo
studio dei rapporti fra le diverse classi sociali di quel tempo, sia
inutile fatica il cercare di correggere i versi ipermetri o mancanti
di qualche piede. Molto probabilmente questa satira contro i villani,
come quella che abbiamo riprodotto nel Capitolo primo, doveva formar
parte del repertorio dei Cantastorie, e in questo caso nel canto si
compensavano le differenze prosodiche. Notiamo l'accenno ai versi
53-54 del favore accordato dai villani ai giullari che cantavano sulle
piazze le avventure dei Paladini; il pubblico che stava a sentirli
era certamente composto per la maggior parte da gente di campagna che
accorreva alla città nei giorni di mercato.
O malvaso rio villano
da un rabioso cano
tu fusti ingenerato;
inimico de l'alto dio
tu sei maluasio e rio, 5
in corpo a la tua madre
comenciasti a biastemare
il sancto paradiso.
Tu porti in dosso il biso[270]
dentro la magagna, 10
per tore una castagna
destrugeresti il mondo.
E gategia a tondo a tondo
e impie la sua testa,
ma non ama festa, 15
inimico al degiunare.
El villano è traditore
le giudeze e doctore,
in ogni catiuanza[271]
balla e mena (a) danza[272]. 20
L'eretico in la fede
Da i cuppi in su non crede.
In prima chel uada a mesa,
la boca sua s'apresta
l'impe il suo botazo,[273] 25
dopo tole il suo botazo
el mena e batte l'ale
chel par un ocastrello,
el fumo i ua al ceruello.
E comencia a cingliatare, 30
delle correge il sa ben trare.
Dopo tol la chiauarina[274]
e quale la stambechina[275]
e tira via corrando
chel par che l'habia bando. 35
E non po stare poco in chiesa,
la panza sua gli pesa
el se la frega con le man
e poi dixe col piouan:
El serìa hora hauer beuto; 40
el mal villan cornuto
giamai no po aspetare
chel prete se parta da l'altare
e che torni in sagrestia.
El villan non sa l'aue maria 45
nè alcuna oratione;
per sua diuotione
el fa gl'incantamenti.
El di di san Zoanne
vano a trovar la festa, 50
e dicen che moria
non po esser di questo anno.
Se glie chi canta d'Orlando
stan diuotamente:
De dio nè di sancti 55
non vol udire niente.
El nascere o il morire
fano a guisa d'un porcello:
mai non s'empe el suo budelo.
Son malvagi e mal nasciuti 60
l'uno e l'altro si fan cornuti.
Robanse le moglie
in villa fra le foglie,
e le mandragole fano,
e fuori per li piani 65
s'amaciano como cani[276].
Fanno la recolta
ogni cosa menan in volta,
e consumano el paese;
le forche del paese, 70
non li pono castigare.
S'el to terren vo' far arare,
volen la prestanza.
Sempre inganar ti vole,
le dopio di parole. 75
El gode a le tue spese.
A casa tua è cortese
ven con raxon fatta,
(h)a sempre qualche natta;
ven per traparte 80
e ben sa tutta l'arte.
Le gran catiuo e tristo,
dopo chel tarà visto
venne a casa toa tirato
e sempre accompagnato, 85
e castagna apresso al foco
e netta le soe ciauate.
Dice cha formazo e late
e chel ge par un bel piacere.
Quando ven po al partire 90
el te dà di cinque luno
e mal dice di ciascuno.
El mal villan ingrato
el to bosco ta tagliato
e se lo porta a casa sua. 95
De la gallina che coua
non te dà mai pullixino,
la le man fatte a uncino.
El non teme una frulla[277],
perchè la testa i brulla; 100
e se gli uolta il ceruello,
a lato porta el cortello,
sempre il te menaza
cum una malvagie faza,
e non uole odire rason, 105
le becho e de monton
e come non se vede
dauer fioli si crede[278].
El vilan mai pensa ben
el tuo bestiame ten, 110
mangiasi il capret(t)o
la piegora e l'agneletto
e dice chel lupo è stato.
El tuo bo ta scortegato,
e dice che le morto; 115
per darte alcun conforto,
el te porta a cha la pelle,
e con sue stracia gonelle
par che sia malenconioxo.
El mal vilan doloroso 120
dapo' il se na ride,
dice al compagno: vide
che gli la ho calata[279],
e poi de brigata
deuentano soldati, 125
e con sue falsitade
le dano scaco mato,
da poi van difato
a casa de suoi villani
e si dano sagramenti. 130
A tutti caua gli denti
ogni cosa mena a fasso,
se questo non mel credi
domandane a Pietro Tasso.
Se dal vilan dei hauere, 135
mai non te vol pagare
se pur tu el fai grauare;
rompe la testa al messo,
poi gli dà un capon lesso
nel suo carniero 140
e poi gli mostra il sentiero.
E senza alcun dinaro,
el vilan si sta al pagliero.
Se ben hauesse desinato
el mangia un altra volta, 145
e via fa la ricolta
chel par un tamburino;
e goza d'acqua in lo vino
el mal vilan non vole.
Il se adormenta in su le tole 150
el comenzia a sornacchiare[280];
adagio tul poi chiamare,
el te responde a bombardele[281],
el caga il sangue e le budele,
cum l'asino il se alenato, 155
quel porco auinato.
Il comenza a sperzurare,
biastema dio e la matre,
e tole in man la spada,
e qui convien che vada, 160
al pezo che po andare;
el vilan non sa fare
alcun atto honesto,
non sa lege ne testo
ne alcun comandamento 165
pur che l'habia l'argento,
sempre del tuo restella.
Sel te mena castela ovasela
sei passa per lo canale
el comenzia a misurare, 170
e tole via l'usolo
e se l'impe con lo parolo
el te fa bona misura;
senza prete la bateza.
Non sia niuno chi creza 175
ch'el vilan dica mai vero,
de ogni ben le ligiero.
Se tu havessi mille carte
il te le mette in bisquizo,
per ch'el trota con lo mizo 180
el suo visin l'accusa;
el vilan mena la musa
e dice che non è uero;
ancor non si contenta
la tua vigna ha uendemiato 185
e poi dice le tempestato,
il ti chiama po a uedere
ma el ver non poi sapere.
Il vilan vene in citade
con le legne sul mercato; 190
in megio gli ha piantato
legne di salese o di noxe.
Dice chen seche e stasonate,
e che di marzo son tagliate;
e stassi così apogiato 195
che loyca ha studiato,
ch'el par un bel castrone.
Lo re d'ogni giottone,
le mal bategiato
el ta segato il prato, 200
e po acusa el tuo vicino.
L'ingrossa di mal fare;
el spirito suo crudele
a Cristo de del ferro
siando in croce posto[282]. 205
A caxa toa vien tosto,
e sempre si lamenta
e dice: la somenta
non credo sia questo anno.
El par che sia d'afanno 210
triste e tribulato,
ch'el par madonna Honesta[283]
ch'el se mente per la gola,
el to ricolto inuola
et impe il suo granaro, 215
e po cerca comperare,
e così rico douenta,
perchè le della somenta
del traditor Cain.
El ceso con lo lin, 220
faxoli cum le roveglie,
e tutte l'altre maraveglie
il suo terren sa fare.
El vilan ta domandato
che uol esser tuo compare, 225
e giura su l'altare
che non farà mai bene
del ben del tuo vicino;
la nocte col matino
el te roba e va in striazo 230
se in villa tu voi stare
per darte alcun piacere,
el vilan non te vol vedere.
De quel del tuo misere
l'ingana ogni daciere 235
e fa d'ogni car doi,
e pur a li amisi soi;
e questo bon pato fano,
s'el vilan te vol salutare
el te giura la moria,
ceruellari e pomonceli 240
e si dissen vilania
. . . . . . . . . . .
Chal profondo sian andati
A ciò che la somente 245
Del vilan mai non si trovi.
3.