ADOLFO VENTURI.

L'arte italiana, verso la metà del secolo XVI, era stata vinta

dall'antichità classica; e la sua natura male traspariva sotto il peso

delle corazze e degli elmi, il viluppo delle clamidi e dei pepli. Non

parlava più nell'idioma di Dante, non diceva nella lingua del popolo;

perchè dai fòri, dai templi, dalle terme una folla di statue era uscita

come una fuga di bianche ombre a inaridire il suolo toccato dai loro

calzari. La tradizione cristiana e le forme neo-latine cessarono; e

l'imitazione dell'antico determinò un'arte tutta a formule grammaticali,

entro cui più non era l'anima illuminata dalla fede, lo spirito della

vita nuova. Passarono il nuovo Achille chiomato, coi muscoli gonfi, la

testa incassata nell'elmo; Ercole poderoso e Bacco ubbriaco, ma tutti

quegli eroi, quei Semidei e quegli Dei rivissero in una cerchia angusta,

senz'aria. Il popolo li aveva dimenticati, elaborando le immagini della

Vergine, del Cristo e dei Santi; e l'umanesimo che li aveva scavati, non

s'era accorto di dare alla luce mummie, non corpi vivi.

La maschera antica rimase confitta sulla faccia dell'arte lungo il

secolo XVII, benchè i barocchi ne torcessero in un ghigno le labbra, e

la sciupassero ognor più nelle loro gazzarre carnevalesche. La maschera

apparve tra i blocchi di marmo, i dirupi di macigno e i torrenti di

bronzo; e intanto nelle magnifiche pompe, ne' meravigliosi apparati da

festa, nell'aggrovigliarsi di giganti, nel ritorcersi de' colonnati dei

curvi edifici, non v'era rifugio per l'anima in cerca di pace e di

affetti. Giunto il secolo XVIII, l'arte si immiserisce, si gingilla,

prende gaie proporzioni minori, si attorciglia com'edera, si volve a mo'

di chiocciola, si rompe in ischegge, esce in isprizzi, si riversa nelle

cascatelle d'Arcadia. E le figure umane perdono le ossa, e si

sprigionano con le chiome al vento, e le braccia in atteggiamento

sgangherato o convulso, da enormi cappe di marmo, o tra roccie e nuvoli.

Allora fu che l'antichità classica attrasse di nuovo, come sirena a'

suoi amplessi, l'artista moderno. Benedetto XIV dal trono bandiva la

crociata per il classicismo; e Winckelmann suonava a raccolta intorno ai

simulacri greco-romani. Tutta l'arte ricadde nell'imitazione! Quando,

verso la metà del secolo XVI, era avvenuto lo stesso fenomeno del

sopraccaricarsi dell'antico sul nuovo, l'arte, già arrivata al massimo

grado di sviluppo e prossima a ingrandire e a gonfiare, pareva

continuare le forme precedenti, pure impregnandosi delle forme romane

imperiali; ma nel secolo XVIII l'antico entra bruscamente in mezzo alla

folla de' cicisbei. L'allegria era finita, il chiasso e le monellerie

dovevano cessare, perchè s'avanzava con grave cipiglio, severo,

altezzoso il vecchio tiranno. Proprio allora che l'arte, senza idealità,

si volgeva alla vita sociale, rifacendone le smorfie, ripetendone gli

scrosci di risa, riflettendone la caricatura, ma pure trovando un tesoro

di osservazioni e di verità tra le mani di Watteau, dei Longhi e di

Chodowjecki, di Leon Ghezzi, di Hogarth e Goya, sopraggiunsero

l'erudizione, la filosofia, la scienza ad arrestare l'arte che dalla

natura traeva nuove forze e fiori di bellezza. Il grave Mengs richiamò

in onore i principî dei Carracci; e Winckelmann col suo entusiasmo

ideale per la bellezza antica, stringeva tutti in ammirazione innanzi

alla civiltà che a Pompei, ad Ercolano risorgeva come fenice dalle

ceneri.

Allora fu che il Canova (nato l'anno 1757), moveva i primi passi

nell'arte, e meditava sui gessi cavati da opere d'arte greca e romana

nella galleria Farsetti a Venezia; e sentiva come lo studio del nudo

fosse per la scultura la rigenerazione. Il giovinetto però, come un uomo

del Medioevo, a cui la bellezza ignuda era causa di terrore e di

scrupolo, opera dello spirito del male, scrive sotto l'Euridice studiata

dal vero: _memento mori!_ La mano di una Furia esce dalle vampe che si

innalzano ai piedi della figura, e le afferra la destra per trarla nel

Tartaro. Così l'arte voleva spiegare ciò che un antico non aveva d'uopo,

e svelava l'allegoria, senz'accorgersi che, tolto il velo, doveva

ricorrere, come nel Medioevo, ai cartellini, ai nastri con le scritte,

ai segni ideografici, ai simboli. L'imitazione dell'antico non poteva

farsi senza commenti e dilucidazioni, perchè il pubblico, non avvinto

dalla tradizione alla classica civiltà tanto differente dalla sua, non

la capiva più. Vero è che il Canova fu aiutato dal senso vivissimo della

realtà, dalla sincera natura di veneto, nel tradurre, e specialmente in

giovinezza, i soggetti mitologici; e se nel suo primo lavoro dell'Orfeo

e Euridice, compiuto a sedici anni, traspaiono la titubanza e

l'inesperienza dell'adolescente, nel successivo gruppo d'Icaro e Dedalo

è una vivezza naturalistica tutta nuova. Dedalo sta per annodare un'ala

al figlio giovinetto, ad Icaro, e gli raccomanda con paterno amore di

tenersi lontano dai vapori delle onde e dal sole cocente, e lo fissa

ansioso in volto; ed egli abbassa gli occhi, quasi per nascondere il

desiderio di sollevarsi a volo audace. Tuttavia anche qui il Canova

volle indicare con diligenza il modo di allacciatura dell'ala, le corde,

gli strumenti fabbrili, tutto il meccanismo dell'operazione di Dedalo.

Sempre così tra i moderni, quando l'arte esprime idee de' tempi lontani

dalla nostra vita materiale, intellettuale e sociale, e, nonostante

tutti quei particolari a schiarimento della rappresentazione e i

richiami simbolici, non riesce a raccontare ai molti, e ai retori parla,

e coi retori vive. Mentre nel Rinascimento, dopo la grande diffusione

della cultura classica per opera degli Umanisti, era possibile innanzi

alle forme ricavate dall'antico che arte e pubblico si intendessero,

nella seconda metà del secolo XVIII non era possibile più; perciò l'arte

andava perdendo il suffragio popolare, e si rivolgeva ai pochi che

vivevano nelle biblioteche. E come smarriva il suo fine, perdeva pure il

suo fondamento e il punto d'appoggio nell'architettura. Quei gruppi,

quelle statue, che si reggono artificialmente, fuori dalle nicchie e

dagli intercolonnî, dagli edificî e dalle piazze, sembrano mancare di

tetto, di parenti, di patria. Quando l'arte era il frutto spontaneo

della civiltà italiana, serviva sempre agli usi della vita, al decoro

della casa, del palazzo signorile, della chiesa e del comune, e aveva la

sua destinazione pratica, coordinata ad altre cose belle e grandi. Sul

limitare del secolo nostro invece ogni arte vive a sè, senza il suo

sfondo naturale, separata da ciò che l'attornia, nell'astrazione. La

formula dell'arte per l'arte, formula di collettori egoisti e di spiriti

gretti e sterili, già si determina, e spezza l'armoniosa unità delle

arti. In quel tempo di disgregamento nelle forme e di sfacelo negli

ideali, il Canova si afferrò all'antico, come ad àncora di salvezza,

illuso come gli altri del suo tempo, anzi più d'ogni altro, che si

potesse ridare la vita ad una salma. Per raggiungere il suo scopo di

sollevare a dignità l'arte, egli agognava di recarsi a Roma, e vi si

recò infatti a ventidue anni. Alla sua immaginazione di artista, le

rovine di Roma, opera di giganti, gli archi sotto cui passavano nelle

quadrighe i trionfatori, i colossi che sembrano come atlanti sollevare

la terra, esercitarono un influsso potente, un imperio, come e più che

sugli altri artisti di ogni età. Il Canova rimaneva lungamente innanzi

ai Dioscuri del Quirinale, forte animatissima riproduzione romana di un

gruppo greco, e all'Apollo del Belvedere, buona copia d'un bronzo

antico, che Winckelmann additava, come esemplare solenne della bellezza

classica. Quelle traduzioni e copie, e le altre di opere greche eseguite

in Roma, dopo l'ultimo secolo della Repubblica, non potevano fornire un

vero saggio della idealità e del purissimo sentimento della bellezza

greca, perchè erano come studiate pagine di prosa traducenti un canto

immortale. E quelle pagine erano anche guaste, e cioè i restauri avevano

falsato il carattere di quei marmi, e la tarda levigazione ne aveva

sfiorata la modellatura. Da quelle statue dei Dioscuri e dell'Apollo era

possibile ricavare de' canoni, come fece il Canova, e non penetrare

nell'intimità, nel carattere della forma, nell'anima dell'arte greca, e

discoprire il diapason più perfetto della bellezza. Le copie, anche

fedeli ed antiche, mancano del sentimento dell'opera originale, ne

rendono le proporzioni, non tutto lo spirito del suo creatore, non il

vivo tocco della sua mano, non la diretta e pronta osservazione della

natura e della vita. Oltracciò nella copia traluce sempre il carattere

dell'esecutore, e si manifestano le abitudini della sua mano e le

predilezioni del suo gusto. Nelle copie romane di opere greche la

fattura è meno sottile, il costume più pomposo, la ricerca del

particolare più insistente. E quante idealità dovettero venir meno nelle

copie, quanti segni che sembrarono insignificanti, ed erano invece i

segni delle aspirazioni di un popolo! Chi direbbe, ad esempio, che

l'artista il quale dia alla Vergine neri e non biondi i capelli,

distrugge l'idealità bionda della bellezza muliebre nel mondo classico;

la idealità della bellezza di Afrodite, bionda come il fulgore

dell'aurora rappresentata dalla dea? Non si tratta di sottigliezze, no!

Un'opera d'arte non si rifà, non si traduce, senza scemarne l'essenza e

farne svanire il profumo. D'altronde innanzi al Canova erano

principalmente copie romane, le libere patetiche figure della decadenza

ellenica, e quelle dell'epoca alessandrina in cui la grandiosità della

forma muscolare, la complessa ingegnosità della composizione, la

violenza della espressione, non avrebbero dovuto servire di modello alle

generazioni nuove. Tutta l'arte del Cinquecento stette attonita innanzi

al gruppo rodiese del Laocoonte, lo copiò, ne fece suo sangue; e la

Decadenza si affrettò. E l'arte che stava innanzi ai Dioscuri e

all'Apollo del Belvedere nella seconda metà del secolo XVIII doveva

preferire i Caracci al Mantegna, le opere dell'inoltrato Rinascimento

alle più gentili creazioni, alle più ingenue e candide forme del secolo

decimoquinto. Innanzi ai Dioscuri ed all'Apollo, il Canova disconosceva

i suoi Veneziani, che, a suo dire, avrebbero pensato e composto meglio

se fossero stati a Roma, quasi che Gian Bellino e Giorgione, Tiziano e

Paolo non giungessero nella forma alle maggiori altezze, e quasi che,

col guardare all'antico, Pietro Lombardo, nella scultura, avesse

guadagnato di cavalleresca eleganza nel rappresentare i _zentilomeni_

della Serenissima e Alessandro Vittoria di energia nel rendere i

veneziani lupi di mare. Ma il Canova aveva detto a sè medesimo che

conveniva vedere “la natura con l'occhio dell'antico„, mentre non era

possibile veder bene a traverso quella lente d'ingrandimento e per

soprappiù impura. A persuaderlo tuttavia di guardare a quel modo

concorse Gavino Hamilton di Scozia, a cui il Canova, che lo incontrò a

Roma, portò affetto e stima come a Mentore suo. Eppure quando si vedono

nel museo della Villa Borghese le pitture di Gavino Hamilton vaporose,

violacee, false, non si riesce a comprendere quale strana aberrazione di

idee e di gusto fosse a Roma nell'anno di grazia 1780. Forse la mano

dell'Hamilton non era docile al pensiero, e questo era assai più libero

e giusto di quella, a giudicare dall'opera _Schola picturæ italicæ_, ove

l'Hamilton raccolse, benchè con criteri eclettici, molti capilavori

dell'arte italiana. Avesse o no l'Hamilton un influsso sullo spirito del

Canova, egli è certo che, nonostante le regole che si imponeva e gli

esempi anche non buoni sotto gli occhi suoi, e mentre l'arte del suo

tempo pareva distruggere i corpi, il Canova d'un tratto, come per

incanto, diede alle sue figure un'apparenza logica e ritmica; una forma,

non più a strappi e a spezzature, ma svolgentesi, disegnantesi nello

spazio in una linea continua. Così nel monumento di papa Clemente XIV ai

Santi Apostoli in Roma; il quale quantunque ispirato ai mausolei de'

pontefici in San Pietro, in ispecial modo a quello di Alessandro VIII,

ha una linea che gira naturalmente, nobilmente dall'alto della piramide

del monumento giù per le cornici dell'urna e i corpi della Temperanza e

della Mansuetudine. La Temperanza si china in atto di abbandono sulla

tomba papale, immagine del dolore che il Canova figurò sulle sue stele

sepolcrali, segno della malinconia dell'anima sua. Il dolore della terra

circonda le tombe e i mausolei da lui scolpiti, non la speranza del

cielo. La Mansuetudine stessa con le mani incrocicchiate e china la

testa, medita sul triste destino, che tolse dalla terra il pontefice

venerato. Sempre nei monumenti sepolcrali ed onorarî del Canova, sembra

che il fato persegua il mortale, e non gli dia che eredità di dolori e

di lagrime. La immagine della Pietà, sculta dal Canova, è quella di una

madre addolorata, con le braccia cadenti, tutta avvolta nel velo; in

un'altra statua della Mansuetudine si vede una giovane meditabonda,

accasciata, quasi orba di affetti. In un gruppo Venere si strugge di

dolore appoggiata alla spalla di Adone; il genio funebre della tomba di

papa Rezzonico esala l'anima dagli occhi; passano, in un bassorilievo,

in lugubre ammanto Ecuba e le venerande donne di Troia; in un gruppo

Amore si abbandona sull'omero di Psiche tristemente; e nella tomba

dell'Alfieri piange l'Italia, in forma di Cibele, madre dei numi; si

recano lagrimanti al mausoleo di Cristina d'Austria arciduchessa, le

Vestali e le Età; portansi i drappi ai volti o le mani alla fronte le

fanciulle allegoriche dei monumenti di Volpato, di Falier, del conte di

Souze, del principe di Orange, della contessa d'Haro, dei Mellerio, del

conte Tadini, ecc. Mai sulle tombe aleggia la speranza; il dolore copre

di funebre manto i freddi marmi, e circonda la salma dei defunti: dolore

pacato però, blanda costernazione, lagrime tranquille, melanconia

diffusa nel marmo. Non roteano alle fanciulle gli occhi per ispasimo

sotto le palpebre, come ne' monumenti sepolcrali dei barocchi; ma nelle

tonde loro orbite cadono le ombre di lutto dalle sopracciglia. Clemente

XIV è in cattedra, stende il braccio e la mano protettrice sui fedeli.

Similmente, in molti mausolei papali del quattrocento in poi, il

pontefice appare anche nei sepolcri, fastoso come se fosse portato sulla

cattedra in trionfo, in pontificali paludamenti, con la tiara, e in atto

di benedire l'orbe cattolico; ma il Canova, a cui l'idea del fasto,

dell'impero parve non propria in un mausoleo, si attenne nel monumento

di papa Rezzonico al tipo di quello che si vede in San Pietro di

Alessandro VII, raffigurato in ginocchio come innanzi a un altare o alla

maestà dell'Eterno. Ed ecco il capolavoro del Canova, Papa Rezzonico che

mormora con tremule labbra la preghiera, tutt'assorto in Dio, mentre due

leoni posano nel basso, custodi della tomba sacra: l'uno con gli occhi

spalancati sembra mandare dalle aperte fauci un ruggito, l'altro china

la testa e chiude nelle grotte degli occhi le pupille di fuoco. Il Genio

antico con le ali di cigno tiene la face riversa; e la Religione, con la

croce nella destra s'avanza, e poggia la sinistra sul coperchio

dell'urna. Qui pienamente si manifesta la forza del Canova nella figura

del Papa e nei due leoni, mentre nel Genio funebre e nella Religione fu

schiavo delle convenzioni del tempo. La Religione sembra una fantasima

dalla smisurata fronte traforata da spilloni, col manto che come un

baldacchino la ricopre e con la veste pesante come un materasso e la

sottoveste per giunta. Quanto lontana l'allegoria dalla Religione che il

Canova vide nel quadro di Tiziano al palazzo ducale in Venezia, giovane,

ardente, con le auree chiome sparse, nel fulgore della luce! La sua è

invece sopraccarica di simboli, reca una scritta sulla benda che le

traversa la fronte, un'altra sulla cintura, i raggi sul capo come la

figura del Sole nel medioevo, la croce come una Sant'Elena. Anche negli

antichi monumenti vi furono figure allegoriche, pazientemente

elaboratesi nei secoli, come le Arti liberali e le Virtù; ma i loro

simboli erano nel comune linguaggio, e non erano d'impaccio all'artista

nel rendere l'espressione delle figure, mentre l'allegoria nuova non

dall'intimità del sentimento, ma dall'apparenza traeva il valore, la

ragione d'essere, epperò rimaneva un logogrifo scolpito. In altro modo

si allontanano dall'arte moderna il genio funebre con la face riversa,

la Speranza e la Carità in veste romana, a bassorilievo nell'urna di

Papa Rezzonico: esse appartengono a un mondo immaginario, lontano da

quello ove il Papa rivolge il pensiero al cielo, e sono fuor di posto in

quel luogo sacro alla fede.

Questi errori si dimenticano, quando si guardi Clemente XIII nel

raccoglimento della preghiera, nell'augusta solennità pontificale e

nella semplicità dell'anima pia, e quando si scorga lo studio posto dal

Canova nell'opera. Vi è l'accuratezza straordinaria dell'artefice che

rende il lustro piviale di broccato, le pieghe fitte del camice, il

manto serico del genio e le sue ali leggiere di cigno, la criniera

arruffata del re della foresta e i suoi unghioni lucenti e il pelo del

corpo e le narici umide e fumose. Gli scalpelli, i trapani, le gradine

gareggiano nel rendere al vero le superfici dolci o scabre, opache o

lucenti; e nel tempo in cui la scultura pareva rendere i corpi di

bambagia o di porcellana, il Canova, col variare dei mezzi tecnici e

degli effetti, secondo la natura e la scorza e il carattere delle cose,

segna il principio di un'êra nuova.

Ma il connubio dell'antico col nuovo, al limitare del secolo XIX, era

fantasia di eruditi, non una pratica ricerca. Il genio funebre del

mausoleo di Papa Rezzonico riapparirà nei monumenti Mellerio, Stuart e

in altri; la Carità e la Speranza scolpite in bassorilievo sull'urna

papale, ingrandiranno e sul _lectus_, sulla _sella_, sul _bisellium_

classici diverranno i prototipi delle canoviane rappresentazioni; ma il

nuovo sparirà sempre più. La mescolanza ineguale dell'antico col nuovo,

che forma la figura della Religione, finirà col predominio dell'antico

in un tutto più finito e più equilibrato, ma anche più materiale e più

gelido.

Il mutarsi delle condizioni sociali e dei costumi favorì il predominio.

I nomi degli eroi di Plutarco erano sulle labbra dei cittadini; Bruto

riviveva nella rettorica repubblicana; le dame vestivano

archeologicamente con le vesti alla Diana, le tuniche alla Minerva, i

veli alla Vestale. Chaussard poteva descrivere l'Olimpo pagano disceso

al parco di _Bagatelle_, seguire i passi di Ebe, cadere in ginocchio

innanzi a Venere, adorare le Grazie, ammirare Giunone, sfogliare le rose

di Flora. L'arte romana e l'arte greca erano di moda dovunque,

trionfavano col David in Francia, nel 1783 al Salon, col quadro degli

Orazi, nel 1789 coi quadri di Bruto e di Paride con Elena; si

affermavano con lo scultore Julien, autore della Galatea e del

Gladiatore morente, e con Moitte, Roland e Chaudet. Il David ed il

Canova, capi riconosciuti del movimento artistico, non vedono altro che

gli eroi e gli Dei del mondo antico, e non trattano soggetti cristiani.

Uno solo di questi piacque invero al Canova, che più volte lo ripetè, la

Maddalena penitente, ma perchè si prestava allo studio del nudo che il

Cristianesimo in genere voleva bandito. Nel panteon della storia il

David come il Canova scelsero le figure e le gesta dei Grandi da

scolpire: Luigi David talora per adombrare in esse gli uomini l'opera

della Rivoluzione francese, Antonio Canova per ricordare i canti di

Omero o per onorare la virtù. I bassorilievi rappresentanti la morte di

Priamo, Socrate che prende congedo da' suoi, Socrate che beve la cicuta,

Telemaco che ritorna ad Itaca, ed altri, si compongono di figure tutte

tagliate di profilo e rigide; nelle statue invece Canova talora ricorda

la grazia vaporosa, la dolcezza molle dei decadenti del secolo XVIII in

quella specie di abbandono, di stanchezza, di floscezza del marmo

levigato. La sensualità sua si esprime, più che in altra opera,

nell'Amore e Psiche, gruppo composto nel 1787. Amore solleva Psiche

nelle braccia, con una mano le regge il seno e con l'altra

carezzosamente la testa, la quale indietro si riversa, e volgesi con

occhi d'amore, con mormorii e baci a Cupido, mentre gli stende le

braccia intorno al capo a mo' di ghirlanda. Cupido avvicina le labbra

alle labbra di Psiche, e sospende il volo come farfalla sul calice d'un

fiore.

Come si vede, il corpo nell'opera del Canova si disgombra dal carico

delle vesti e dalla soma dei drappi, secondo le teoriche del Mengs che

il nudo fosse il linguaggio proprio della scultura. Tanto parve naturale

quell'abbandono d'ogni spoglia nel marmo che al Denon, il quale accusava

lo scultore di aver effigiato nudo Napoleone, rispose Ennio Quirino

Visconti che il nudo meglio risveglia l'idea dell'eternità, non essendo

mutabile come il vestimento, e che sotto la forma angolare delle nostre

vesti il nudo non può indicarsi, come già si indicò sotto le pieghe del

pallio greco e della toga romana. Il nudo esce tornito, liscio,

accarezzato dalle mani del Canova, non sodo, senza vene ed arterie sotto

l'epidermide, e non libero come ne' tempi antichi, ma con la pudica cura

d'involarsi agli sguardi, tanto che la Venere di Canova della galleria

Pitti potrebbe sembrare Susanna che voglia nascondersi agli occhi dei

Vecchioni.

L'alabastrina trasparenza dei corpi si assoggetta ai canoni del

Winckelmann nel profilo con la linea diritta della fronte e del naso,

nella fronte _brevis_ di Marziale o _tenuis_ di Orazio, nei capelli ad

arco concorrenti a formare l'ovale del volto, nelle ciglia sottili e nel

mento di rotondità graziosa. La fronte doveva essere uguale alla

lunghezza del naso e all'altro tratto, dalla estremità del naso al

limite del mento; e così via tutto il corpo umano era stretto nelle

formule, e intanto il carattere sotto quell'algebra del bello sparisce.

Beatrice ritratta dal Canova sembra un'imperatrice velata. Laura ed

Eleonora nei busti che le raffigurano potrebbero sembrare

_merveilleuses_ del Direttorio, come Calliope, Erato, Elena, Corinna,

pure scolpite in busto dal Canova, e come quelle teste ideali di donna

che egli inviò in dono al conte Sommariva, al Quatremère de Quincy, al

duca di Wellington e ad altri, tutte con un'acconciatura del capo

studiatissima, tale che la Albrizzi lodava l'opera particolare del

maestro nel condurre in marmo la chioma d'una sua figlia ideale, appunto

perchè l'aveva dedicata alla Francia nella quale è sì ingegnoso lo

studio del calamistro. Ma niuna si distingue per alcun tratto

fisionomico o iconografico, per una particolare impronta o per

espressione nelle orbite ovali. Sono teste muliebri, alla romana o alla

greca, con le guance ammorbidite e i piani del volto tondeggianti e

lisci, con riccioli sulla fronte e le treccie ben pettinate e annodate;

ma non respirano e stanno in un'atmosfera fredda senza lampi di

pensiero.

Il Canova nello scolpire ritratti dal vero, nello studio delle fisonomie

tanto varie e mobili, avrebbe richiamata la forza naturalistica della

sua tempra veneziana; ma egli rifuggì dal ritratto. “Si ricusò per

quanto potè, così scrive Antonio d'Este suo discepolo, di fare ritratti,

e se ne modellò o scolpì fu mosso sempre dall'affezione o da gravi

motivi.„ Come uno scultore degli Augusti, egli diede a' suoi personaggi

l'aspetto eroico o divino, chè i Romani avevano ridotta la Divinità,

così altamente ideale con Fidia, a prendere l'aspetto dei mortali. E

quindi Ferdinando I prese nell'opera del Canova le vestimenta di Marte,

l'elmo laureato, la corazza e il paludamento; Giorgio Washington,

“l'amico del genere umano,„ sembrò Cesare intento a scrivere i suoi

commentarii; l'imperatrice Maria Luigia divenne l'immagine della

Concordia diademata, con lungo scettro nella destra e una patera nella

sinistra; Leopoldina Esterhazy si atteggiò come una Musa sul Parnaso,

Paolina Borghese in guisa di Venere vincitrice, Maria Elisa, principessa

di Lucca, come la Musa Polinnia; Letizia Bonaparte ricordò Agrippina, e

Napoleone I parve Cesare Augusto con asta nella destra e il globo

sormontato dalla Vittoria alata.

Due grandi specie formano, all'infuori de' ritratti e de' monumenti

sepolcrali, le opere del Canova: le une erano una reminiscenza di

Arcadia, e rappresentano immagini già preferite nell'adornamento di

salotti, di alcove e di giardini, e quindi Danzatrici, Grazie, Veneri,

Endimioni; le altre, grandi esercitazioni accademiche, ricercano la

forza dei Dioscuri del Quirinale, e sono le figure tragiche dell'Ercole

che scaglia Lica, Perseo, Ettore, Aiace, Damosseno e Grengante, Teseo

vincitore del Centauro. Le due specie di opere esprimono le due tendenze

dell'arte al principio del secolo XIX, l'una si ispira alla molle grazia

dei barocchi; l'altra alla forza guerresca che per le vittorie

napoleoniche balenava sulla terra. Ma le une e le altre opere non

avevano sale di terme o di palazzi imperiali da adornare, nè teatri e

circhi e fori ove campeggiare, nè aria, come al tempo antico, nei

cortili e porticati e bagni della casa. Era tutta un'arte che doveva

finire nei musei, perchè al di fuori lo spazio doveva essere conteso

dalla popolazione in aumento e spinta innanzi in fretta, sempre più in

fretta, dai bisogni della vita, dell'industria, de' commerci e dalla

commozione economica che scuote sempre più forte la società moderna. E

quando come a Monaco di Baviera, si trovò per caso strano, un re, Luigi

I, che con animo romano trasformò la città sua, i suoi edifici, le

statue dello Schwanthaler all'antica si posero in contrasto con le selve

d'abeti del luogo, con le tradizioni dell'arte locale tutta irta di

punte, le necessità e i sentimenti della vita moderna. L'arte non è

buona che quando nasce nei luoghi che adorna. L'arte antica è un albero

fossile che non può più dar fiori, non rallegrare di sua ombra gli

uomini; e cercare innesti a quell'albero fu vano tentativo, perchè le

linfe vivificanti non vi scorrono più per entro da secoli.

Invano si tentò di costruire nuovi archi di trionfo e basiliche e teatri

di forma romana, come la Madeleine, la Bourse, l'arco di trionfo del

Carrousel: mancò la opulenza, e più il senso romano dell'imperio. Le

parti degli edifici corrisposero forse per misure, calcoli, segni di

compasso e di squadra all'antico; ma il tutto risultò meccanico,

materiale, scialbo, freddo. Tutto l'ornato girò in volute alla romana;

ma non ebbe colore, e cadde in forme identiche, calligrafiche, mancanti

di sentimento architettonico. E la pittura decorativa dell'Appiani a

Milano tentò richiamare in vita le grottesche delle terme romane e delle

case di Pompei; ma rimase pedantesca e senza significato nella sua

convenzionale eleganza. Tutta quell'arte doveva passare come una cometa

che abbia impedito di vedere il sole e di scaldarsi al sole; e lasciò

lunghi strascichi in una produzione artistica che mai la più misera,

della prima metà del secolo, tutta di manichini in vestiarii di latta e

di cartone. A chi guardi quell'arte tagliata nel legno o fusa nello

stagno, vedrà anche estollersi di lontano il Canova pieno di slancio per

la bellezza antica, lo vedrà meditare nei musei di Roma, patrocinarne i

diritti innanzi a Napoleone che li aveva impoveriti, cercare il riscatto

delle opere d'arte tolte dalla patria. Nel disfacimento dell'arte, la

grande anima sperò nell'antico, ed iniziò uno dei tanti ritorni verso le

civiltà passate che dal secolo XVI in poi sembrano fatali, ineluttabili.

Di quando in quando nel nostro mare le onde s'innalzano, e corrono

impetuose alle antiche rive, ove non sono più nè le Sirene, nè i

Tritoni, nè le Nereidi, nè i velli d'oro; e quelle onde s'acquetano e

tacciono in una morta gora. È fatale, e così sarà, fino a che l'arte

avrà strumenti logori e mezzi insufficienti e incerti ideali; l'arte

classica apparirà coi suoi esemplari eterni in un'aureola di luce. Primo

tra i suoi contemporanei il Canova vide quella luce, e ne fu abbagliato.

Quando alla fine del 1815, lo scultore, riscattati a Parigi i tesori

d'Italia, visitò Londra, e si vide innanzi i marmi del Partenone, le

trionfali feste Panatenaiche di Fidia e della sua scuola, ove l'ideale

avvolge la realtà e la bacia, il Canova sospirò come se avesse veduto

sulla scala del bello, più in alto, più in alto l'arte. Come Giacobbe,

egli vide quella scala diritta al cielo. Tardi, esclamò, troppo tardi!

quando ebbe la visione olimpica. Ma non tardi mai, perchè il sacrificio

della sua vita doveva sollevare a maggiori idealità l'arte; e a' suoi

sforzi due generazioni già unirono i loro; e il secolo che sta per

finire guarda all'antesignano, che lo ha iniziato gloriosamente. Il

venerato patriarca non vide la terra promessa, ma altri nell'avvenire da

lui generato vedrà per la scala, da lui intravveduta come in un sogno

tra le nebbie di Londra, salire, salire al sommo il genio dei tempi

nuovi.

Conferenze tenute a Firenze nel 1896 La vita italiana durante la Rivoluzione francese e l'Impero · 第 67 / 78 题