Dal cristianesimo egli certo prese un suo paragone che riassume il suo
concetto della vita umana:
Vecchierel bianco, infermo
Mezzo vestito e scalzo,
Con gravissimo fascio in su le spalle
. . . . . . . . . . . . . . .
Corre via, corre, anela,
Varca torrenti e stagni,
Cade, risorge....
Non è questo il cristiano, che a imitazione del divino maestro, deve
prendere la croce, cadendo sott'essa, risorgendo sempre con essa? “Dalla
tua mano ricevetti la croce, la porterò e la porterò sino alla morte,
così come m'imponesti„. Quella del vecchierello non è una croce, ma un
fascio. Il poeta dissimula, il poeta sdegna l'immagine vera, che certo
gli si era affacciata alla mente, ma è quella. Il Petrarca ha dato
qualche colore e non altro: chè il fanciullo antico si è ridestato nel
giovane trentenne e ha parlato col suo linguaggio d'allora. Solo in
fine, invece della gloria e della felicità ultima, è un
Abisso orrido, immenso,
Ov'ei precipitando il tutto oblia.
Un altro paragone è in lui che compendia la sua filosofia. Il paragone
del letto. Ognuno ricorda sì questo del Leopardi, sì l'altro del
Manzoni; i quali furono ingegnosamente paragonati tra loro da un terzo
valentuomo. Il Manzoni e il Leopardi si assomigliano molto in quello in
cui differiscono: sono due convertiti; ma l'uno a rovescio dell'altro.
Il loro piccolo sunto di filosofia, sembra ritratto e ricorretto di su
un modello comune. Che non è di Dante, di Dante proprio, nè del
Petrarca, nè d'altri; sebbene vi si trovi. È del cardinale Melchiorre di
Polignac nel suo poema postumo _Anti-Lucretius_. Il poema fu tradotto
due volte in versi italiani; e tutte e due le traduzioni, una col testo
a fronte, si trovano nella biblioteca dei conti Leopardi. Il paragone
del cardinale Arcade è questo: “Come un malato si avvoltola nel letto
con le membra inferme, ora adagiandosi sul lato sinistro, ora sul
destro: E non giova: di che alza gli occhi, resupino: E non trova il
sonno e sempre lo cerca; ciò che prima gli piaceva, poi lo tormenta e
tortura; E non guarisce il suo male e nemmeno ne inganna la noia„. Si
vede che dai tre versi di Dante “simigliante a quella inferma Che non
può trovar posa in sulle piume Ma con dar volta suo dolore scherma„ si
sono svolti alcuni particolari, che poi si ritrovano nel Manzoni e nel
Leopardi. Dice, per esempio il Polignac “quod illi Primum in deliciis
fuerat„; dice il Manzoni “e si figura che ci si deve star benone„. Dice
il Polignac: “Ceu lectum peragrat.... In latus alternis laevum
dextrumque recumbens: Nec iuvat.... Nusquam inventa quies; semper
quaesita;„ e il Leopardi “comincia a rivolgersi sull'uno e sull'altro
fianco.... sempre sperando di poter prendere alla fine un poco di
sonno.... senza essersi mai riposato, si leva„. Ma si può opporre che
tutto era già in Dante o prima di lui in Giobbe, e che non c'è bisogno
di credere che il Leopardi e il Manzoni vedessero il Polignac. Or bene:
nella prefazione dell'_Anti-Lucretius_, si racconta che il Cardinale,
malato a morte, non trovando pace nel suo letto di dolore, si ricordò di
quei suoi versi “nei quali paragona l'anima che ammalata e agitata dalla
passione delle cose terrene non trova mai pace, a un corpo infermo„. Si
ricordò di quei versi e ripetè quel suo pensiero in alcuni altri versi
bellissimi, cui gli astanti, nel loro dolore, dimenticarono tutti, fuori
di uno; Quaesivit strato requiem ingemuitque negata; verso imitato dal
Virgiliano: Quaesivit caelo lucem ingemuitque reperta. Questo racconto è
tale, che i due nostri grandi scrittori doveva fermare, invogliare e
commuovere. Il Polignac morendo applicava, in certo modo, il suo
paragone non più all'anima insaziata dell'epicureo, ma alla vita umana.
E la reminiscenza di Virgilio colpì particolarmente il Leopardi. Si
direbbe che, sulla fine della lugubre comparazione, egli lasciasse il
Polignac per Virgilio. Non c'è in lui quel gemito che chiude così
tristamente la lotta; ma l'uomo, per lui, muore, come Elissa, quando
vede la luce: la luce, ossia la morte. “Venuta l'ora, senza essersi mai
riposato, si leva„. Qual ora? l'ora del mattino, poichè ha durato a
rivolgersi, “sempre sperando (spem elusam, ha il Polignac) tutta la
notte„. Con l'aurora la morte, disse il mantis a Leonida. Ma possiamo
noi esser certi che il Leopardi conoscesse quel poema? Certo egli
l'aveva nella biblioteca; e si può supporre facilmente che egli
ammiratore di Lucrezio (che negli Errori popolari è citato spessissimo)
dovesse sin da fanciullo, quando la mente è di cera, leggere
l'Anti-Lucrezio. Il padre non doveva lasciargli bere il veleno senza
propinargli il contravveleno. Ma questo, si può dire, lasciò nella sua
anima più traccie di quello. Egli ricavò bensì dal poeta Romano la
descrizione dei primi momenti della vita dell'uomo, quando “La madre e
il genitore Il prende a consolar dell'esser nato„; ma quanto più ha
ricavato dal poeta franco-gallo! “Che ha a far teco la Natura? Matrigna
certo, non madre la dirai, e in vano la chiamerai, molto gemendo„. Non
aveva egli da queste parole appreso, fin da fanciullo forse, a maledire
la Natura? Non discendono da queste parole i suoi rimproveri, tante
volte poi ripetuti e in tante forme, a quella che “de' mortali È madre
in parto ed in voler matrigna?„ “O natura, o natura, Perchè non rendi
poi Quel che prometti allor? perchè di tanto Inganni i figli tuoi?„ In
questo libretto, forse, egli apprese a disprezzare la felicità umana:
“Appena le hai ottenute, le prendi a noia, cercando sempre in cose nuove
ciò stesso che ti deluse quando lo provasti, e ti lasciò avido o
desideroso di meglio„. In questo libretto, forse egli apprese il
presentimento di quel vano pentirsi, di quel volgersi indietro, quando
la vecchiezza abbia inaridito le fonti del piacere, e siano “le pene
Sempre maggiori e non più dato il bene„. Trovava egli infatti qua e là
nel savio e pio libro: “Ti staranno avanti gli occhi le gioie della vita
trascorse e ti trafiggeranno il memore cuore, come saette.... Reo di
lesa voluttà quegli che a sè fiero nemico si astenne dall'amore e dal
vino, seguendo più gravi consigli„. E il Leopardi scrisse:
A me se di vecchiezza
La detestata soglia
Evitar non impetro,
Quando muti questi occhi all'altrui core
E lor fia voto il mondo, e il dì futuro
Del dì presente più noioso e tetro,
Che parrà di tal voglia?
Che di quest'anni miei? che di me stesso?
Ahi pentirommi, e spesso,
Ma sconsolato, volgerommi indietro.
Nel libro declamatorio e, diciamolo, pedantesco egli notò forse prima
che in Giovanni le lugubri parole: “Tu segui, invece della luce, dolci
tenebre. Già, ti piacciono; la morte ti piace!„ Potrei fare altre
citazioni; potrebbe, chi volesse, trovare altri raffronti, sfuggiti a
me. S'intende che il Pastore errante dell'Asia e il Gallo silvestre
cantano con ben altra dolcezza e altezza! Ma qualche loro lugubre nota
risonò nell'anima del poeta dalla lettura, destinata forse dal padre a
premunirlo o guarirlo. Sono, per esempio, al bel principio del libro V
alcuni versi, che dovettero fermarsi nella mente del giovinetto lettore,
per poi più tardi ridestarsi e riecheggiare: “non sei simile a quelli
cui, dopo aver fatti dolci sogni, è in uggia veder la luce del giorno
quando.... l'Aurora.... li sveglia mal loro grado e dissipa le ombre
soavi. Chè l'errore piace più e sogliono sospirare trovando la luce, per
la quale ritornano le noie del Vero„. Pensate come comincia il suo
cantico il Gallo silvestre: “Su, mortali, destatevi. Il dì rinasce:
torna la verità in su la terra e partonsene le imagini vane. Sorgete,
ripigliatevi la soma della vita; riducetevi dal mondo falso nel vero„.
Dunque il cardinale di Polignac è un ispiratore del Leopardi? In vero
questi vuol dimostrare, nel primo libro e altrove, che la felicità umana
è nulla e falsa senza e fuori di Dio. E le argomentazioni sue
s'impressero nel fanciullo credente. Poi Dio gli tramontò dall'anima....
e allora, “all'apparir del vero„ la Speranza cadde e mostrava a lui “La
fredda morte ed una tomba ignuda„, ignuda, senza la felicità infinita ma
postuma, che sola è, se è.
Mentre il Manzoni, sulla fine del suo Romanzo, tirava “un po' cogli
argani„ una morale nuova dal vecchio paragone, di cui non poteva
disconoscere la giustezza, e concludeva: “E per questo si dovrebbe
pensare più a far bene che a star bene, e così si finirebbe a star
meglio„.
Queste cose io ripensavo aggirandomi per i luoghi dove Giacomo Leopardi
soffrì più che non visse, e meditò che la vita è dolore. Il sole era
veramente dileguato, gli uccelli si erano taciuti, pace avevano infine
le nuvole, i monti di Macerata spiccavano appena nell'azzurro, la valle
del Potenza era bruna e silenziosa. Appena appena gli ulivi facevano
sentire qualche brivido secco e un cipresso nereggiava sul colle
dell'“Infinito„. E io imaginai il Poeta, ancora giovinetto, seduto
ancora dietro la siepe: un fanciullo macilento, dal viso pallido e
senile, coi capelli neri e gli occhi azzurri. Erano i primi anni del
secolo, e a me pareva che quel fanciullo che si rifiutava di guardare
così bello e lontano accavallamento di monti, la valle e il fiume, e si
faceva riparo d'una siepe di sterpi per veder più lungi, in una
lontananza senza fine, rappresentasse la coscienza umana di quei primi
anni. Un soffio di vento che muove appena le foglie è la voce del
presente, della vita. Che è essa rispetto all'infinito silenzio? Un
canto d'artigiano che passa, ecco il suono dei popoli antichi, ecco il
grido degli avi famosi:
Tutto è pace e silenzio, e tutto posa
Il mondo, e più di lor non si ragiona.
Così meditava dopo il grande fragorìo della rivoluzione e dell'impero,
il giovinetto smunto, dal viso senile, in questo borgo solitario. Egli
era ben disilluso degli sforzi umani per raggiungere l'inafferrabile
felicità, e non credeva nel progresso, non credeva nella scienza. Altri,
presi dal medesimo sconforto, nei medesimi tempi, si volgevano a Dio,
egli non credeva nemmeno a Dio. E tutta la vita egli rivolse all'Ignoto
interrogazioni le quali sapeva dover restare senza risposta.
E ora del secolo siamo alla fine. Il fanciullo senile è ancora là, sente
stormire le foglie e naufraga nel mare dell'Infinito. O siede, in forma
di pastore, su un sasso della prateria, guardando la luna (appunto la
luna falcata si mostrava su Monte Lupone) e chiedendo:
Che vuol dir questa
Solitudine immensa? ed io che sono?
Sì: la coscienza umana chiede ancora al fine del secolo, quello che
chiedeva al principio. Dobbiamo credere che ciò sia un sintomo di
malattia o degenerazione? O dobbiamo credere che sia naturale del
pastore in tal modo affannarsi, come della sua greggia il posare? Non
so: certo io rammento che qualunque sia la risposta che noi ci sentiremo
dare, ella ci consiglia il bene. Chè il fare bene non è solo la
conclusione ultima della filosofia cristiana del Manzoni, ma anche di
quella sconsolata del Leopardi. Poichè questi dopo avere mostrata la
vanità del tutto, a parte a parte, della gloria, della libertà, del
progresso, della vita, ha la visione dell'umanità futura, stretta
insieme e ordinata, “negli alterni perigli e nelle angoscie della guerra
comune„.
Il poeta del dolore conclude adunque, non troppo diversamente dal poeta
della speranza, così: Noi stiamo tutti male: aiutiamoci dunque tra noi
infelici, difendiamoci, amiamoci.
Non diversa la conclusione, come non dissimili le premesse. Perchè? Elle
furono poste, ripeto, da tutti e due in quei primi anni del secolo,
durante e dopo quel tanto “affaticare„, che parve non fosse giovato a
nulla. Parve, ripeto, al Leopardi nella sua fanciullezza, e seguitò a
parer dopo, perchè in lui la fanciullezza fu tutta la vita. Nè per altra
ragione io ho trattato del divino poeta nel periodo storico nel quale
cade il gemmare, non il fruttare nè il fiorire suo. Era appena cessata
l'epopea Napoleonica, e il Leopardi, già formato, usciva a dire:
Infelici! infelici! O mesta voce di fanciullo, ineffabilmente mesta,
sebbene si volgesse allora a Gesù! La dolce fede divina, già non
gl'impediva di credere all'immedicabile infelicità umana; come il
mancare poi di essa fede, non gl'impedì di credere al grande ma unico e
non solito, ahimè, nè facile conforto: all'amore!
ANTONIO CANOVA
(1757-1822)