le disciolte
Membra legarle in un sol nodo e stretto,
lasciò però, che anche dopo il suo ritorno nella penisola questa unità
cisalpina risorgesse e rimanesse, della intiera nazione italiana, quasi
il simbolo, in attesa — ei lasciava creder di prometterle — che tempi
migliori le permettessero di esserne il nucleo. Ma intanto volle esserne
egli il padrone e la guida. Conclusa la pace generale, ne chiamò a
consulta i rappresentanti perchè studiassero un nuovo ordinamento di
repubblica rispondente ai bisogni della lor nazione ed alla volontà sua;
li chiamò a Lione, in terra straniera, davanti ai suoi ministri francesi
ed a sè stesso e della lor nuova repubblica volle che lo eleggessero
presidente.
Che importava? Ma con la nuova repubblica, che fu detta _italiana_,
usciva finalmente e per la prima volta dopo tanti secoli di storia
assumeva valore politico questo nome significativo di ideali e di
speranze che già erano nell'intimo pensiero o almeno nel sentimento di
molti; ma della nuova repubblica il Bonaparte affidava le redini, come a
vice presidente, al Melzi, l'italiano per integrità di carattere, per
altezza d'ingegno, per nobiltà di propositi più rispettato, l'uomo che
dell'avvenire d'Italia ebbe forse la più chiara visione e la più sicura
coscienza. Le circostanze e la volontà del Bonaparte non permisero che
quel nome d'_italiana_ assumesse più largo e più vero significato: chè
delle altre parti d'Italia già pervenute in mano di lui o che vi
pervennero poi, preferì o formare dipartimenti francesi o mantenerle
isolate o aggrupparle artificiosamente fra loro, anzichè allargare i
confini della repubblica italiana. Ma le speranze che nel Melzi erano
state concepite, cominciarono a divenir realtà: egli purgò la repubblica
dalla corruzione, restaurò il senso morale e la giustizia, ed iniziò con
mano tranquilla, con larghezza di vedute e con audacia temperata dal
senso pratico ch'egli aveva della vita, un'opera lenta di ricostruzione
sociale e politica, la quale poteva assicurare allo Stato lunga vita e
sicura. Parve un'êra nuova di prosperità e di benessere che s'aprisse:
pur troppo non fu lunga nè libera di difficoltà e di ostacoli. I
maggiori di questi venivano di Francia. Il Bonaparte aveva detto alla
Consulta di Lione: “Voi avete bisogno di leggi generali e di costumi
generali. Non avete eserciti, bensì avete gli elementi per crearli.„ E
la repubblica italiana ebbe per opera del Melzi savie leggi generali, e
pose le basi di quell'esercito che doveva essere la miglior scuola della
nazione italiana e che restò la visione gloriosa e più di frequente
evocata dai forti italiani, quando tornò per loro il tempo dell'inerzia.
Anche quello che il Bonaparte aveva chiamato il costume, cioè il
carattere ed il sentimento nazionale, si era proposto e si studiò il
Melzi di formare: aveva accettato di essere l'uomo del Bonaparte
rispetto alla nazione italiana e voleva essere — ei diceva — anche
l'uomo della nazione rispetto al Bonaparte; ma perchè potesse
raggiungere così nobile intento conveniva che cessasse l'asservimento
alla Francia. Il contatto coi Francesi era troppo continuo, perchè non
fosse cagione di spiacevoli contrasti: la dipendenza dalla Francia
troppo diretta e troppo presente perchè gli interessi di questa non
avessero a prevalere su quelli che avrebbe imposto la nazionalità della
serva e più bisognosa sorella. E invece che diminuire l'asservimento
diventava ogni giorno più duro, e più ferrea e più imperiosa si faceva
sentire la volontà di Napoleone. Prima erano consigli e raccomandazioni
al Melzi: diventarono poi ordini e ingiunzioni fatte — nonostante
l'affetto e la grande stima che il Bonaparte nutriva per il patrizio
milanese — con quel tono secco di militaresca villania che al Talleyrand
faceva dire col suo fine sorriso: — “Peccato che un uomo di tanto
ingegno sia tanto male educato!„ Il Melzi era costretto quasi sempre a
piegare il capo: non vi si rassegnava però che riluttante e dopo di
avere con coraggio, che era già di pochi e che presto non sarebbe stato
di nessuno, tentato di persuadere e di resistere.
Di mano in mano che il Bonaparte si avvicinava alla corona imperiale,
tanto più invadente, accentratrice si faceva la personalità sua: ogni
azione altrui dalla sua restava soffocata e distrutta: una volontà sola,
una sola vita vi doveva essere in Europa, la sua.
Il Bonaparte fu chiamato _il primo dei controrivoluzionari_: e per vero
egli aveva creduto di fermar l'opera della rivoluzione rimettendo la
società sopra le basi donde la rivoluzione l'aveva spostata: l'ordine e
la religione. L'operosa ricostruzione interna del consolato, la pace
generale con l'Europa, il Concordato col papa parevano nel 1801 voler
mantenere la promessa. Ora il Cesarismo lo aveva ricondotto di nuovo là
dove la rivoluzione con la violenza era giunta. Non la Francia soltanto,
ma l'Europa intera turbata; principi e popoli in istato di continua
instabilità ed in pericolo di sovvertimento ad un sol cenno di lui; il
Pontefice, come ai tempi della rivoluzione, strappato alla sua sede e
trascinato in Francia e le coscienze religiose turbate.
Seguirlo in questa fase ultima della sua vita politica non tocca a me
nell'ordine di queste letture; è giunto il momento in cui la
individualità del Bonaparte ha talmente assorbito la vita di tutta
l'Europa da formare con essa una sola ed indivisibile cosa. Napoleone è
già il Giove terreno che fulmina, che riceve gli incensi, che si sente
al difuori e al disopra del genere umano.
E torrenti di luce il sol diffuse
Napoleone Dio, Napoleone!
Rispondeva la terra, e il ciel si chiuse.
Miseri mortali costretti a vivere fuor delle loro condizioni normali, ad
obbedire senza discutere, ad ammirare sempre; sempre in attesa di
qualche colpo di scena che d'un tratto muti le loro sorti; sempre nel
timore che un segno di penna annulli la loro esistenza, che li privi
delle sostanze, che strappi i lor figli alla casa paterna e li balzi qua
e là per tutta l'Europa. Mai la ragion di Stato aveva annientato tanto
l'individuo! Nulla aveva più valore nella vita dell'uomo privato, nè in
quella dei popoli. Che importa alla storia sapere quali principi
Napoleone abbia posto sui troni o quali ne abbia balzati? restano ombre
prive di corpo, nomi vani, quando attraverso ad essi non si vada a
cercare il sole che li illumina e li vivifica. Che importa sapere come
Napoleone abbia riunito all'impero francese l'uno dopo l'altro il
Piemonte, poi Genova con la Liguria, poi Parma, Piacenza, Lucca, poi la
Toscana, dopo averne fatto un effimero regno d'Etruria, e da ultimo
Roma? Quali destini serbava all'eterna città quando, attingendo ancora
una volta alla forza della sua tradizione gloriosa, faceva di essa la
seconda metropoli dell'impero, poi del figlio lungamente desiderato, un
re di Roma? Ne voleva far centro della nuova nazione italiana? Chi può
seguirlo attraverso il fantasmagorico mutare e rimutare della sua
volontà, e cogliere in mezzo il barattare continuo di troni e provincie,
quale sia l'ultima mira dell'azione sua?
Il bel nome italico rimaneva al regno, in cui la repubblica italiana
s'era trasformata: ma il Melzi non v'era più a governarla. Al suo posto
Napoleone aveva posto un giovanetto francese, il figliastro suo Eugenio:
e francesi, come Eugenio, tratti dalla famiglia di Giove furono pure
Giuseppe e Gioacchino Murat che successivamente Napoleone fe' passare
sul trono abbandonato da Ferdinando di Borbone. Continua nel regno
italico, s'inizia nel regno di Napoli il rinnovamento legislativo,
economico e militare del paese; e possono, ne' primi momenti del fasto
teatrale delle nuove Corti e della gloria militare cui sono chiamate a
partecipare, restare abbagliate le popolazioni italiane. Ma la realtà
finisce coll'imporsi: al fasto principesco, alla gloria militare erano
sacrificati gli interessi del popolo; per la grandezza dell'impero di
Francia prosciugate le risorse pubbliche, seminate di lutti le case dei
cittadini. Resistere alla volontà di chi disponeva della loro sorte non
osavano i principi, era impotente il popolo: ond'è che gli Italiani
ricaddero di nuovo in quello stato di inerzia passiva che già altra
volta era succeduto alla momentanea effervescenza che l'amore per la
libertà pareva avesse destato fra noi: di nuovo nel segreto del cuore
covarono gli Italiani l'odio contro gli stranieri oppressori. Ma l'odio
questa volta era più intenso perchè più lunga era stata l'educazione
politica, più sicuri erano divenuti i criteri per distinguere il bene
dal male, l'apparenza dalla realtà: ed il contrasto stesso che nella
repubblica e nel regno italico gli Italiani avevano avuto sotto gli
occhi, dei benefici che da savi ordinamenti liberi avrebbero potuto
ritrarre coi mali che per l'assoggettamento a Francia nel fatto ne
ritraevano, acuiva l'odio ed il dolore.
Il Franchetti in una delle sue migliori monografie su questi tempi ha
dimostrato che l'odio sorto fra noi dalle sofferenze, dalle prepotenze,
dalle delusioni subite durante la dominazione francese fu il fuoco sacro
che ha acceso il sentimento patrio italiano, prima dell'89 vivo soltanto
nella comunanza del linguaggio, della coltura e delle tradizioni
storiche. Un medesimo odio e una comune miseria hanno fatto cercare la
medesima salvezza; così la coscienza unitaria della nazione italiana fu
formata. Dal male nasce più spesso che in altro nido il bene: e
basterebbe ciò perchè a questa età tumultuosa noi dovessimo rivolgere
grati lo sguardo, quando anche non le dovessimo d'averci richiamato alla
milizia e dato l'esempio dei primi larghi ordinamenti legislativi che
rimasero poi fermi nella nostra tradizione.
La coscienza nazionale italiana portava però ancora con sè il segno del
peccato d'origine: era nata dall'odio e non poteva per anco aver altro
carattere che distruttivo; non sentiva allora altra necessità
all'infuori che quella di togliersi di dosso chi la soffocava, e per il
momento non vedeva e non cercava come le sarebbe stato poi concesso nel
fatto di costruire l'unità della patria.
Per ciò il popolo italiano assistè plaudendo al crollo della fortuna
napoleonica, dove non diè mano esso stesso a quella rovina: per ciò
respinse con repugnanza le offerte di indipendenza che la voce francese
del vanitoso Gioacchino Murat gli vantò da Rimini e respinse anche
quelle di Eugenio di Beauharnais, che pur era degno di miglior sorte. Ma
poichè l'odio solo l'avea mosso e non avea pronta e chiara davanti agli
occhi la vera soluzione del suo avvenire, dopo esser corso dietro alle
speranze — e fu errore scontato collo Spielberg — di una restaurazione
liberale ed autonoma sotto gli auspici dell'Austria, finì col cadere
nella servitù e passare da una ad un'altra dominazione straniera, la
quale gli tolse anche quelle speranze di libertà e quelle illusioni di
gloria che la dominazione francese gli concedeva.
Eppure, se fra tanto tumulto di passioni l'Italia avesse prestato
attento orecchio, avrebbe inteso una voce che dalle pagine ora
dimenticate di un tenue opuscolo, dirigendo un _Appello ad Alessandro
imperatore autocrate di tutte le Russie sul destino d'Italia_, additava
con mano sicura donde la salvezza futura sarebbe venuta. “Offrasi —
diceva la voce dell'anonimo solitario — offrasi a questa nazione
l'indipendenza, l'unione e la scelta di un governo.... Gli occhi d'ogni
italiano, nel di cui petto arde il sacro amor di patria e a cui l'onore
nazionale è caro, rivolti sono da gran tempo sopra quello che tutto
appella a far nostro capo e sovrano. Restaci ancora un principe
legittimo e degno di esserlo, la di cui famiglia tutto ha nelle vene il
più puro sangue italiano. Un principe nato fra noi, fra noi allevato,
che noi tutti conosciamo e che conosce noi tutti. Egli ha i nostri
costumi e le inclinazioni nostre, le nostre abitudini. L'illustre casa
di Savoia è italiana e gli avi suoi sono dell'Italia la gloria e
l'orgoglio. Che i monarchi alleati, che Vostra Maestà la richiamino al
proprio antico dominio non solo, ma che a regnare s'inviti su tutti gli
Italiani che desideran divenirne sudditi. Si presenti il Re di Sardegna
agli Italiani tutti come il centro della loro unione e gli Italiani
tutti accetteranno con viva gioia e trasporto il magnanimo dono e
benediranno la mano donatrice: correre tosto scorgerebbonsi da ogni lato
dell'afflitta Italia giovani ardenti a salutare l'augusto, il nazional
sovrano e ad offrirgli le braccia ed il sangue loro.„
La voce del solitario italico che con occhio così limpido vedeva la
futura missione rendentrice di Carlo Alberto e di Vittorio Emanuele II e
preannunziava i plebisciti dell'Italia nuova, cadde allora nel silenzio.
Altro odio doveva nascere da altre e più dure ed umilianti sofferenze;
dolorosi sacrifici di sangue e di ideali dovevano essere imposti dalle
esperienze fallite cercando per vie diverse la patria, prima che la
coscienza nazionale italiana fosse compiuta e che non più soltanto dalle
elucubrazioni politiche dei pensatori ma dalla educazione generale del
popolo si invocasse e si imponesse la redenzione del nostro paese.