Poteva? Non così presto, certamente, come avrebbe voluto. Gli fu
mestieri crescere in autorità, ed anche volgersi ad altro, legato egli
stesso al carro della sua grandezza; uomo e simbolo ad un tempo, uomo
nella personale ambizione, simbolo della rivoluzione in lui espressa e
non del tutto soffocata sotto l'ermellino imperiale; costretto a seguire
il destino, che lo lasciò vincer molto, senza concedergli interamente i
frutti e gli arbitrii della vittoria. Così un ghiacciaio si avanza,
prepotente nel suo volume, e con apparenza di onnipotente nella enormità
del suo peso; ma stanno sott'esso le spine montuose e le insenature
profonde che governano inavvertite i suoi moti. Pensate ancora ch'ebbe
triste la vita, nella miseria del cominciare, nella difficoltà del
giungere, nella necessità di vincer sempre, non riposando mai la
fortuna; tra tanti sforzi d'ingegno e di volontà solo avendo un istante
degno di sè, sulle rive del Niemen, in quella mirabil visione di potenza
universale, ahimè spartita con un interlocutore non capace d'intenderla.
Per tutto l'altro, infelice; infelice nelle prime nozze, quantunque
abbia voluto concedere a sè come altrui l'illusione del contrario;
infelice nelle nuove, e più nella facilità con che gli fu consentito di
scioglier le antiche; infelice nella famiglia, tutta ambizioni ed
appetiti insaziabili; infelice nei cooperatori, colmi di benefizi ed
ingrati, onde la più felice sua nomina parrà ancora quella che non fece,
di Pietro Corneille principe dell'Impero. E questa figura, epica nel
colmo della potenza, divien tragica nell'eccesso della sventura. È un
Prometeo, che non avrà rapita alla vôlta del cielo, ma bene ha potuto
assicurare agli uomini la scintilla delle libertà civili; un Prometeo a
cui non è mancata la rupe, Sant'Elena, nè l'avvoltoio, Hudson Lowe. Tale
l'ha inteso il popolo, che raro s'inganna; il popolo, che ingrandisce
qualche volta le immagini, ma solo per renderle a sè stesso più chiare.
Così crebbe nelle fantasie popolari l'immagine di Carlomagno; il quale
fu tanto grande per ciò ch'egli fece, più grande per ciò che disegnava
di fare, grandissimo poi per il sogno che aveva ardito sognare. E non
paia fuor di luogo il paragone, se tra due imperi quasi mondiali, eretti
appena e sfasciati, si è aggruppata come intorno a due poli magnetici
tutta la poesia della leggenda europea. Men fortunato Napoleone, apparso
in tempi di luce così meridiana, che la leggenda, amica delle brume, non
poteva più fiorire ed espandersi; e a lui s'imputarono tutte le cose che
non aveva potute, come se non le avesse volute; laddove a Carlomagno non
si fe' colpa di ciò che il suo impero aveva di caduco e il suo disegno
di errato. È storia che vinti in tante guerre i Sassoni, gli Avari, i
Turingi, gli Slavi, i Danesi e i Longobardi, padrone di tanta parte del
mondo conosciuto, senz'altro competitore di gloria che il lontano
signore di Bagdad, tremasse di sgomento al veder giungere una scorreria
di pirati Normanni alle rive della Gallia Narbonese. Pianse, il potente
imperatore; e ne aveva ben d'onde, per l'opera sua minacciata. I padroni
del mare hanno sempre fatto piangere i signori della terra.
Ma perchè nella compiuta maestà dell'edifizio si mostra la crepa? Forse
ha errato l'artefice, e nell'error suo sta la ragione della caduta? O
non c'è piuttosto una forza superiore agli uomini ed alle loro faticose
costruzioni? Di rado la vogliamo riconoscere, procedendo con cieca
logica nelle nostre deduzioni sistematiche. Ma quando ci siamo spinti
troppo innanzi, intravvediamo qualche volta il pauroso abisso, e in
quell'abisso un disegno più largo, che comprende i nostri e li confonde,
una volontà più grande, tanto più grande quanto più oscura, che
soverchia la nostra e l'annienta. Nè giova essere stati al posto del
sole, e nella sua dignità. Anch'egli, l'astro maggiore, centro del
nostro sistema planetario, che ci fa palpitar d'amore e tremare di
reverenza, obbedisce ad una forza più lontana, attratto, come un povero
pianeta, nelle vicissitudini ignorate di un sistema più vasto. E allora
s'intende, confusamente s'intende quel che tanto dispiace alla nostra
superbia, quello che tanto volentieri si dimentica dalla nostra
iattanza.
Pure, mai nato di donna fu più grande e in tal condizione di smisurata
potenza. Alessandro, forse, Annibale e Cesare, furono più eccelsi
capitani di lui, sulla cui strategia, sulla cui tattica, cercando in che
veramente consistessero, e se obbedissero a costanti principii, si
disputa ancora. Ma di quei tre, il primo nacque padrone, gli altri due
cominciarono legittimi adoperatori di forze patrie. Non così l'uomo che
tornava all'ozio impotente della vita privata dopo la più avventurosa
delle sue guerre, e doveva chiedere il segreto della fortuna ai rischi
del 18 brumale. Console e imperatore, ebbe ingegno e volontà di far
tutto, nella guerra e nella pace; e tutto han cominciato da allora a
negargli, con critica minuta, arcigna, implacabile, l'ingegno militare e
il valor personale, il cuore ed il senno, la magnanimità, la prudenza.
Le passioni, accese lui vivo, erano scusabili ancora; meno s'intendono,
lui morto, divampanti nei posteri. Onestissimi giudici ne han fatto un
mostro, tale da infamare non solamente sè stesso, ma il quarto di secolo
che lo ha tollerato acclamandolo. Altri che in lui videro il pazzo,
hanno perfino giudicata la sua mano di scritto, osservando la follìa
dilagante nelle variazioni e nei mancamenti progressivi di quella firma,
ch'egli era costretto a vergare sempre più frettoloso, diecine da prima,
poi centinaia di volte in un giorno. E questi ha conquistata la sua fama
negandogli il genio delle armi; e quegli ha saputo scusare la
mostruosità del fenomeno umano ritrovandoci benignamente un caso di
atavismo, una riapparizione fatale di venturieri italiani. Un grande!
esclama ironico un altro; sì, perchè l'ha strombazzato tale dall'alto di
dieci volumi un piccolo uomo. Ma ecco, il piccolo uomo è morto; e durano
e si vanno moltiplicando gli studiosi di quella grandezza; duravano,
mezzo ignorati, e tornano in luce i primi saggi del severo ingegno
precoce, onde amorosi indagatori hanno ricavata la genesi degli eccelsi
pensieri; nè manca d'altra parte, come per dare risalto a quella luce,
l'ombra del Direttorio, uscita dal suo sepolcro, o dal limbo dei
bambini, con le memorie del Barras, per contendergli invano i primi
lauri di Tolone. Quella grandezza cresce, di mezzo agli stessi tentativi
che si fanno per atterrarla. Se è una macchia, come pare a qualche
coscienza sonnambula, l'Europa, lady Macbeth novella, è impossente a
cancellar quella macchia; le acque istesse dell'Oceano l'hanno fatta più
vivida. Lui spento appena, si chiese: “fu vera gloria?„ Ai posteri
furono anche lasciati gli elementi del giudizio, scolpiti in istrofe
immortali. E i posteri possono risponder oggi, a tanta distanza da quel
giorno, giudicando la lontana figura dallo spazio ch'ella occupa ancora.
Quella figura campeggia immane, anche agli occhi del popolo che le fu
più severo. Quanto a noi Italiani, cui già più volte han rimandato il
nostro “Buonaparte„, saremmo felici di tenerlo, come un grand'uomo di
più; il che in una galleria di duemilaseicento anni e di centoquattro
generazioni non guasta. Se pensiamo al bene ed al male che ha fatto,
tirando le somme e facendo le proporzioni, volgeremmo al panegirico. Con
lui e per lui le idee giovani non perirono più; “uscite dalla tribuna
francese, cementate dal sangue delle battaglie, decorate dai lauri della
vittoria, salutate dalle acclamazioni dei popoli, sancite da trattati e
alleanze di principi, rese familiari agli orecchi come alle labbra dei
re„ non potevano più dare indietro; checchè facesse la reazione,
imperversando da capo trent'anni, dovevano essere la fede, la religione,
la coscienza dei popoli. Quest'êra memorabile si collegò alla persona di
lui; ed egli poteva ne' suoi ultimi giorni vantarsene. È giusto il
vanto? domandano i più miti. Non fu egli inconsapevole autore di tanta
fortuna, alla maniera degli antichi re, cui le storie del vecchio stile
usavano ascrivere tutti gli eventi occorsi nei loro anni di regno? Anche
questo si è tentato di provare, dicendo: l'Europa andava da un pezzo
incontro alle novità; onde, nello stesso modo che le idee liberali
potevano far cammino senza le violenze della rivoluzione francese,
avrebbero anche potuto trionfare senza le ambizioni del Bonaparte. Ma
quasi a sfatare in anticipazione il comodo ragionamento, esse andavano a
naufragio con quelle istesse violenze, e parvero sepolte con le
ambizioni di lui sotto il salice di Longwood. Aggiungete non potersi
escludere dal problema storico il personaggio che ne è il dato
principale e quasi tutto lo riempie. Noi non possiamo giurare che, messo
fuori quel dato, sarebbero andate egualmente le cose; possiamo creder
piuttosto che avrebbero preso un altro indirizzo, muovendo ad un altro e
non più riparabil naufragio. Lui assente dall'Europa, non si riperdeva
forse nel Novantanove il conquistato del Novantasette? Lui sparito dalla
scena del mondo, non fu la Santa Alleanza? e non ne durarono gli effetti
in Europa, quantunque in Francia la rivoluzione, forzatamente attenuata,
scoppiasse ancora due volte, nel Trenta e nel Quarantotto? Diciamo
dunque, per comporre la lite, e senza sicurezza di dir tutto il vero,
che la filosofia del Settecento avrebbe temperato il dispotismo senza
distruggerlo, e tenuto l'individuo, la famiglia, la società, in quelle
povere condizioni, in quelle disgraziate relazioni di cui sentivano la
noia innanzi la promulgazione del codice Napoleonico. La gran
rivoluzione francese, per contro, avrebbe instaurati in casa propria e
per sempre i diritti dell'uomo? o non sarebbe caduta piuttosto sotto i
colpi della coalizione europea? Notate che, spenti i Girondini, ella non
aveva più un contrappeso salutare; ucciso il re, la regina, l'erede, i
nobili a migliaia, uomini e donne, aveva offeso l'umanità, non riuscendo
a conservarsi tra le viziose debolezze del Direttorio, se non per le
gelosie, le discordie, le inerzie dei potentati d'Europa.
Comparve allora l'ingegno sovrano. Fu un audace, sicuramente; ma
l'audace poteva essere un soldataccio, e fu un legislatore, quasi un
profeta armato, per dirlo nel maraviglioso stile di messer Nicolò. Ah,
perchè non si trattenne egli al titolo e all'ufficio di console, il
guerriero legista? Ce ne dorremmo, sì, ma pensando ancora che egli,
console a tempo, e non solo, accompagnato e contenuto da mediocri, non
avrebbe fatto nulla. Console unico, a vita, sarebbe stato con altro nome
un imperatore. Ma forse la modestia del titolo poteva esser buon freno
all'orgoglio; e la dignità sua poteva contentarsene, come al tempo loro
se ne contentavano le civiche virtù di Valerio Publicola e di Quinzio
Cincinnato. Ma non erriamo noi, rievocando quei nomi? e non trasformiamo
un pochino nella nostra immaginazione gli uomini che li hanno portati?
Erano uomini semplici, in semplici età; possidenti agricoltori, amavano
i loro quattro jugeri di terra; si sarebbe fatto poco cammino con tali
consoli e dittatori, che volevano essere ogni sera di ritorno al
focolare domestico. Felici gli Stati che possono contentarsi di tali
uomini e commetter loro le proprie sorti. Ma se ne sarebbe contentata la
Francia moderna? Non se ne contentò l'istessa Roma antica, che con altri
uomini e più vaste ambizioni domò Cartagine, aperse al suo pensiero,
alle sue leggi, la Spagna, la Grecia, la Siria, l'Egitto, le Gallie e le
terre settentrionali dall'Istro alla Mosa. E si fosse pur contentata la
Francia; sarebbe stata quieta l'Europa monarchica, l'Europa dispotica,
con sotto gli occhi uno stato senza re? Non gliene avrebbero imposto
uno, da Coblenza o da Vienna, da Londra o da Pietroburgo, per cessare il
mal esempio, tanto più pericoloso quanto era più nuovo? Dunque?...
Dunque, storicamente fatale il despota della libertà, che fu il
rinnovatore della carta e del diritto d'Europa, il turbatore di tutta la
vecchia compagine d'interessi, di privilegi e di pregiudizi, tessuta al
finire del Medio Evo per danno universale. Che se, infrenatagli
l'ambizione, quell'uomo portò la pena del troppo che aveva voluto
essere, noi non dovremo credere per ciò che senza quella sua ambizione
si sarebbe ottenuto il meglio. Bene il mondo credette di respirare,
quando egli cadde; e prime respiraron le madri. _Bellaque matribus
detestata_: è verissimo. Ma come respirassimo noi Italiani, stimandoci
tanto felici di quella caduta, lo seppe il più manifestamente felice di
tutti, Federigo Confalonieri, sepolto quindici anni nelle segrete dello
Spielberg, e non trattone fuori se non per languire undici anni ancora,
fantasma di sè stesso, condannato a morire esule sconsolato dalla terra
dei padri.