INFLUENZA DI ROUSSEAU.

I germi della prima idea erano nati dietro alle prime scoperte dei

grandi scienziati di quel secolo di Newton, Spallanzani, Reaumur, che

tutti o scettici o panteisti o deisti, tendevano ad atterrare

l'ortodossia religiosa e politica; se non che quelle idee in gran parte

giuste, si guastarono attraversando le menti pervertite dal classicismo,

pronubo alle tristi nozze, un delinquente e pazzo di genio, il Rousseau.

Costui a vicenda cieco e veggente, poeta malato, in luogo dei fatti

vedea i propri sogni, prendeva per atti i suoi propositi, e per

propositi le sue velleità.

Sognatore e selvaggio, dominato dalle idee di persecuzione e

dall'ambizione, si foggia gli uomini sul proprio stampo. “L'uomo è

buono, l'ambiente lo guasta, tornate alla natura.„ E perciò egli invece

di punire il malvagio, “puniva il gendarme che deve contenerlo„. La

proprietà, secondo lui, è ingiusta, il ricco diceva al povero: _vi do il

permesso di servirmi ma in compenso dovete darmi tutto quello che vi

resta._ La società dunque è basata su un contratto iniquo, il popolo è

il sovrano, il governo invece in realtà ne è men che il commesso.

Chi leggeva queste strane sentenze non ricordava che chi le dettava era

un lipemaniaco, già ladro, già apostata, già cerretano, che aveva

percorse tutte le gamme della scienza, e del vizio, che ritiratosi, come

un selvaggio nei boschi, credeva di esser perseguitato dalla folla e che

poteva ben dir col Tasso che così spesso citava:

Sempre fuggendo avrò me sempre appresso.

E qui le prove sovrabbondano[9].

[9] LOMBROSO, _L'uomo di genio_, 1897, 6.ª edizione.

“Io ho (scrive egli stesso nelle sue Confessioni), passioni

ardentissime; mentre queste mi agitano, non conosco più riguardi, non

amore; non vedo che l'oggetto; tutto ciò dura un istante, e l'instante

che segue mi accascia, mi prostra.

“Dominato dai sensi, egli continua, non seppi resistervi mai; il piacere

più piccolo, ma presente agli occhi, mi seduce più che tutte le gioie

del paradiso.„ Infatti per il gusto di una cena fratesca (del padre

Pontierre) si faceva apostata; per un lieve ribrezzo abbandonava

crudelmente un amico epilettico sulla via.

Nè le passioni soltanto erano in lui morbose e violenti, ma l'intelletto

pur anco era nella sua compage e fino dai primi anni guasto ed alterato,

e ne siano prova queste confessioni:

“La mia immaginazione non è mai montata sull'allegro come quando sto

male davvero. La mia testa non sa abbellire le cose veramente piacevoli

che m'accadono, ma sì bene le immaginarie. Se voglio dipingere bene la

primavera bisogna che sia d'inverno.„

“V'hanno tempi in cui sono sì poco simile a me stesso, che mi si

prenderebbe per uomo di carattere affatto opposto. Prendetemi nella

calma: sono l'indolenza, e la timidità stessa, e non so esprimere nulla

dei miei pensieri; se io invece mi passiono, subito trovo ciò che ho da

dire; le idee circolano imbarazzate, lentamente, sordamente, e non si

presentano mai che dopo l'occasione. I piani più bizzarri (_Confess._,

I, 129) più matti e fanciulleschi mi seducono, mi piaciono, mi paiono

verosimili.„ Difatti a 18 anni si mette con un altro amico in viaggio

con una fontanella di bronzo, e crede di poter vivere ed arricchire

facendola vedere ai contadini.

E così quest'infelice percorre la serie di quasi tutte le arti, dalle

più nobili alle più vili, da quelle dell'apostata a denaro, a quelle

dell'oriolaio, del cerretano, del maestro di musica, del pittore,

dell'incisore, del servo e del segretario diplomatico in erba, e nella

letteratura e nelle scienze si abbarbica alla medicina, alla musica,

alla botanica, alla teologia, alla pedagogia. L'abuso del lavoro

intellettuale, tanto più dannoso in un pensatore in cui le idee

svolgevansi lente ed imbarazzate, e lo stimolo sempre crescente

dell'ambizione, a poco a poco trasformano l'ipocondriaco in melancolico

e per ultimo in maniaco.

“Le mie agitazioni, scrive egli, le mie ire mi commossero, sì che durai

in delirio dieci anni e non sono calmo che ora!„ Calmo!? Quando il morbo

incronichito non gli lasciava omai distinguere più, nemmeno per brevi

lampi, la parte reale dei dolori dalla immaginaria!

E infatti ei si ritira dal gran mondo, in cui anche prima s'era trovato

a disagio, e fugge nella solitudine; ma anche nella campagna il mondo

della città lo perseguita; i vapori dell'amor proprio, i tumulti del

mondo appannano la freschezza della natura. Ha un bel rivolgersi nei

boschi; la folla ve lo segue e persegue.

Più tardi crede che la Prussia, l'Inghilterra, la Francia, i re, le

donne, i preti, gli uomini irritati da alcune frasi contenute nelle sue

opere, gli abbiano mosso contro una terribile guerra, cogli effetti od

apparenze della quale egli spiega il malessere interno che prova.

“Nel raffinamento della loro crudeltà, i suoi nemici hanno dimenticato

una cosa sola: di graduargli i dolori, onde potesse tutti a sorso a

sorso provarli.„ (_Rêverie_, p. 371).

Nella sua dimora a Londra, la sua melancolia si trasforma in un vero

accesso maniaco. S'immagina che Choiseul lo facesse cercare per

arrestarlo; lascia i denari ed i bauli all'albergo e fugge alla spiaggia

pagando gli albergatori con pezzi di cucchiai d'argento; trova i venti

contrari alla navigazione, e crede anche ciò un effetto del gran

complotto; irritatissimo arringa dall'alto d'un colle, in cattivo

inglese, la folla di Warton che lo ascolta, stupefatta, ed egli crede

commossa.

Ma, ritornato in Francia, non trova ancora calmati i suoi nemici

invisibili che lo spiano e interpretano male ogni suo atto. Se legge un

giornale “essi dicono ch'egli cospira„; se fiuta una rosa, certo

sospettano che studi qualche veleno contro di essi. Di tutto gli vien

fatto colpa. Per poter meglio spiarlo, essi collocano alla sua porta un

rivenditore di quadri, e fanno che la porta di casa non si possa

socchiudere; niuno entra in sua casa che prima non sia stato sobillato

contro lui. Essi corrompono contro di lui il caffettiere, il

parrucchiere, l'oste, ecc.; il lucidatore di scarpe non ha lucido quando

egli lo desidera; il pontoniere della Senna non ha barche quando egli

vuol traghettare.

Egli chiede di esser messo in prigione, e.... fin ciò gli vien

rifiutato. Per poter poi torgli l'unica arma, la stampa, arrestano un

libraio, “ch'ei non conosce„ e lo mettono alla Bastiglia.

L'uso di bruciare un pagliaccio di carta a mezza quaresima era abolito.

Lo ristabiliscono certo per desiderio di bruciarlo in effige. Difatti le

vesti che gli posero addosso s'assomigliavano alle sue!! (_Dialogues_,

11).

Per diffondere questa sua difesa, da vero delirante ch'egli era,

cominciò a distribuirne una bozza a tutti i passeggeri delle strade che

alla faccia non paressero ispirati dai nemici suoi (sic); a tutti i

francesi era indirizzato lo scritto, amanti della giustizia. Cosa

singolare, malgrado e forse per l'intitolazione, non si trovò alcuno che

accettasse con piacere lo scritto, anzi molti lo rifiutarono. Non

potendo più oramai fidarsi di altro nume sulla terra, egli si indirizza

a Dio, in una lettera assai tenera e famigliare; e, notate il concetto

maniaco, per fargliela meglio pervenire ed assicurarsi così della sua

protezione, pone la lettera ed il manoscritto dei Dialogues, sotto

l'altare di Nostra Donna di Parigi.

Nè vi mancò quel delirio megalomane, che si alterna col persecutivo:

“sfida il genere umano a mostrare un essere migliore di lui„, le sue

Confessioni sono un'opera unica, ecc.

Ed egli fa della sua maniaca selvatichezza, il tipo ideale dell'uomo, e

crede che ogni produzione naturale, dolce al palato od alla vista, possa

essere innocua, cosicchè, l'arsenico, secondo lui, non sarebbe dannoso.

La sua vita è un complesso di contraddizioni: preferisce i campi ed

abita in via Platonière; scrive un trattato di educazione e mette i

suoi, o quasi suoi, figli all'ospedale; giudica con sagace scetticismo

le religioni, e getta un sasso contro un albero per indovinar l'avvenire

e giudicar della propria salute, e scrivendo a Dio, pone le sue lettere

sugli altari delle chiese, quasi che Dio vi avesse sua esclusiva dimora.

Ora, è la dottrina di questo pazzo che è diventata una bibbia; e i gravi

danni che da essa vennero furono aggravati dalla passione della parola

che ha un'azione in Francia più ancor che nelle altre razze latine, e,

come ben nota il Taine, dalla influenza classica, che fa preferire alle

teorie giuste, le frasi ben dette, la forma alla sostanza, e non

s'imbeve solo dalla forma, anzi, più che della forma (che almeno

potrebbe tradursi in qualche capolavoro estetico) di un'adorazione

feticcia di quella, e tanto più inesatta, tanto più sterile e cieca,

quanto maggiore fu il tempo che inutilmente vi si consumava; da ciò il

disprezzare per una parola sbagliata, una persona, una teoria; da ciò lo

immaginare gli uomini tutti foggiati ad un conio, senza badare alle

varietà nascenti dal clima, dalle classi, dal sesso, dall'età; da ciò il

non poter cogliere la importanza delle leggi storiche, le quali appunto

mostrano nulla svolgersi di sicuro e di utile se non per lentissime

evoluzioni.

Conforme allo spirito classico, la politica si trattava da lui

astrattamente, isolando un dato semplice accessibile all'occhio e

generalizzandolo.

Non han bisogno dopo ciò i suoi seguaci di studiare per far leggi. La

volontà del popolo basta, e un po' di _Contratto sociale_. Nè v'era

commesso di negozio che avendo letto il contratto sociale non si

credesse capace di fare una costituzione. “Siamo noi (dicevano i

Giacobini) che siamo i monarchi legittimi.„ Grégoire giunge a dire:

“Potremmo, volendo, cambiar la religione ai Francesi, ma non lo faremo„,

e lo fecero invece; e in nome della rivoluzione, cambiarono perfino i

nomi dei giorni e dei mesi. E non uno solo ripeteva: _Perano venticinque

milioni di Francesi, ma resti la repubblica una e indivisibile!_

Era una scolastica di pedanti, declamata con enfasi da energumeni, e

quel che è peggio messa in pratica colla più bestiale violenza (Taine).

E qui ci pare un altro lato dannoso dell'educazione classica,

quell'adorazione della violenza che fu il punto di partenza di tutti i

ribelli, da Cola da Rienzi fino a Robespierre.

“..... Tutta l'educazione classica, scrive Guglielmo Ferrero (_Riforma

sociale_, 1894), che altro è se non una glorificazione continuata della

violenza, in tutte le sue forme? che comincia dalla apoteosi degli

assassinii commessi da Codro o da Aristogitone, per arrivare ai regicidi

di Bruto. E tutta la storia del medio evo e tutta la storia moderna, e

la storia stessa del nostro risorgimento, come la insegnano oggi, quasi

dovunque, che altro è se non la glorificazione, fatta da un punto di

vista speciale, di atti brutali e violenti? Non ha forse potuto un

poeta, che tutti considerano come il rappresentante morale dell'Italia

nuova, scrivere tra gli applausi generali:

“Ferro e vino voglio io....

. . . . . . . . . . .

Il ferro per uccidere i tiranni,

Il vin per celebrarne il funeral?„

“In questo punto, tanto il vizio è profondo, tutti i partiti sono

d'accordo: i clericali grideranno urrah alla pugnalata di Ravaillac; i

conservatori alle fucilazioni in massa dei comunardi del 1871; i

repubblicani alle bombe di Orsini; ma tutti sono d'un pensiero, nel

celebrare la santità della violenza, quando torna utile ad essi. Il

nuovo eroe di questi ultimi anni del secolo non è nè un grande

scienziato, nè un grande artista, ma Napoleone I.

“Chi può meravigliarsi, dopo ciò, se in una società così satura di

violenza, la violenza scoppia fuori di tempo in tempo, da ogni parte, in

lampi e tempeste? Non si può impunemente dichiarare santa la violenza,

con il sottinteso che essa debba essere applicata solo in un modo

determinato; presto o tardi arriva chi trasporta il Vangelo della forza

da un credo politico ad un altro.„

E siccome dalla violenza al delitto il passo è breve, e siccome la

passione politica trascina anche il senso morale e fa dimenticare, e noi

ne abbiamo prove non poche, il ribrezzo del crimine anche agli onesti,

così accadeva che anche la maggioranza di questi pur di veder trionfare

le nuove bandiere politiche tolleravano di vederle in mano ai malvagi.

E non s'accorgevano che non soffrivano essi soltanto, ma anche il loro

principio, perchè nulla di buono esciva dal delitto. E perfino di quel

grande criminale di genio che fu Napoleone non restò al suo paese che

l'odio e il sospiro di tutti i popoli.

S'aggiunga a spiegare la strana dedizione dei molti onesti ai pochi

malvagi (poichè i Giacobini non oltrepassavano i 6000 in Parigi, e nelle

piccole città non erano più di 14 o 15), che costoro erano una banda

organizzata, contro una folla inerme, inorganica. E in uno Stato, chi ha

la testa ha il corpo; grazie a quella strana acquiescenza che ci fa

inclini a credere ad occhi chiusi, ad idolatrare, quanto emana

dall'alto. Per cui quando uno è al governo, nelle miserabili nostre

razze latine, per malvagio e ignorante che sia, trova mille che credono

e che giurano sulla sua saviezza e onestà.

E anche qui ripetesi in un'altra direzione, quell'errore che emana

dall'uomo quando la ignoranza e la ignavia di ciascuno è moltiplicata

dal fatto dell'appartenere a una folla, si chiami pur questa Senato,

Parlamento od Accademia, e peggio.... una plebe.

Migliaia e forse milioni di persone, nell'animo loro, avran dubitato

della bontà, della saviezza dei governi Giacobini come ora della

saviezza dell'impresa africana; ma, radunatisi insieme, ogni dubbio loro

svaniva, sembrava fino una colpa che si scontava con nuove e più

vigliacche dedizioni e idolatrie, e quello che è più strano con una più

calda e fanatica convinzione di esser nel vero, salvo a dissiparsi alla

loro completa rovina.

Così certo, le pecore, cadute nel baratro dietro al pastore, fino al

momento in cui sentono il cranio frangersi sul duro fondo, opinano di

andare per la via diritta.

Conferenze tenute a Firenze nel 1896 La vita italiana durante la Rivoluzione francese e l'Impero · 第 18 / 78 题