Ma malgrado il coobarsi di tutte queste cause, sarebbe assurdo il
pretendere che ad esse solo si debbano le feroci rivolte dell'89.
La causa più forte di tutte, quella che gli alienisti soli, insieme a
Ferri e a Sighele hanno avvertita in questi ultimi tempi, è quel virus
terribile che nasce dalla folla.
È un'osservazione che io feci fin dal '76[8] solo osservando le riunioni
di persone onorate, come i colleghi e gli studenti, che dalla riunione
di questi invece di aversi la somma si aveva la sottrazione delle loro
virtù.
[8] _Uomo delinquente_, 2.ª ediz., pag. 278-79.
Chi ha studiato l'uomo, o meglio ancora sè stesso, in mezzo ai gruppi
sociali, di qualunque genere siano, avrà osservato come esso sovente si
trasforma, e da onesto e pudico che egli era e che è tutt'ora da solo e
tra le pareti domestiche, si fa licenzioso, e fino immorale.
Quanti radunati in un club ed in un'assemblea, per quanto assennata, non
hanno lasciato, senza ribrezzo, insultare l'amico ed il maestro? E
quanti non hanno gettato vilmente la pietra contro colui, che poco prima
avrebbero sostenuto col massimo ardore! Un passo più in là, e voi
vedrete l'uomo più onesto rubare per parere buon compagnone, giuntare al
giuoco il novizio, o gettarsi nella più immonda libidine.
Questa tendenza si fa maggiore quanto più i gruppi si fanno popolosi,
dai cinque o sei scolari di campagna, alle migliaia d'operai di una
fabbrica (ed ecco perchè i distretti manifatturieri danno più
delinquenti degli agricoli), fino all'enorme massa d'uomini che la più
lieve causa raggomitola nelle vie di Napoli e Parigi ed il cui grido si
trasforma in una sentenza di morte. Una prova quasi diretta ce ne
forniscono i gerghi, che abbiamo veduto assumere organismi sempre più
tenaci e complicati, quanto più dalle associazioni innocenti e poco
popolate si procede alle più fitte e criminose, e che anche nelle prime
accennano pure ad una specie d'ostilità o di congiura verso gli
estranei.
Gli istinti primitivi del furto, dell'omicidio, delle libidini, ecc.,
che esistono appena in embrione in ciascun individuo fino che vive
isolato, massime se temperato dall'educazione, si ingigantiscono, tutto
ad un tratto, al contatto degli altri.
Una prova se n'ebbe in molti che andati nella folla repugnanti, o solo
curiosi, o anche per impedirne le stragi, finirono per parteciparvi.
Così un certo Groppin, spedito dalle sue sezioni per salvar dai
Settembristi due prigionieri, finì invece di sedere vicino al Maillard e
con lui condannare a porte chiuse per 60 ore di seguito quei poveri
carcerati.
Un commesso di negozio, uscito nella via per curiosità, uccise di sua
mano 20 preti e dopo poco tempo ne moriva d'orrore e di rimorso.
E molti dei più feroci rivoluzionari divennero pacifici impiegati sotto
Napoleone, come ben nota il Lebon; prova che non erano sanguinari.
Ma se il fermento criminale epidemico spiega l'irruenza e la ferocia di
molti eventi, non può spiegare come essi abbiano potuto durare tanto
tempo.
È giusto, nota Taine, che un uomo come Marat sbraiti: “Arrostate
ministri, segretari, metteteli ai ferri. Il re non ha diritto di
desinare quando voi mancate di pane. Domandate che con un contributo si
dia il benessere agli indigenti; se vi si rifiuta, dividetevi le terre
di quei scellerati, fate cadere le teste dei ministri, dei sindaci, dei
generali, dei deputati.„ Che un tal matto dica questo non è strano, nè è
strano che una plebe affamata, fanatizzata, pratichi questa teoria; ma
che vi siano degli uomini di Stato, dei legislatori, che vedono per tre
anni la sua mala esperienza e che abbiano sempre continuato ad adottarla
come un dogma di fede; che giunti al termine, e vedendo che invece di un
tempio trovavano un macello di cui essi erano il greggie e il beccaio,
seguitassero a credervi, questo parrebbe inesplicabile. Ma la
spiegazione vi è: giustamente diceva in questo luogo stesso, un forte
pensatore italiano, il Bonfadini, una rivoluzione non può durare senza
un'idea.
Ora un'idea sussisteva e aveva conquistato si può dire tutti gli animi.
Quella della sovranità popolare.