I prodromi della rivoluzione francese sono segnalati da stormi di
vagabondi, di ladri, di assassini; Mercier ne calcola un'armata di oltre
10.000 che man mano si restringe intorno alla capitale e vi penetra, e
quando l'opera del Terrore comincia, presiede all'esecuzione in massa,
come poi alle fucilate di Tolone, agli annegamenti di Nantes, mentre i
Comitati rivoluzionari erano, come ben li definisce il Meissenet, delle
vere associazioni organizzate, per commettere impunemente ogni genere di
assassinî, rapina e brigantaggio.
I centri donde partirono le rivoluzioni, erano veri centri criminali,
come Avignone, dove il contrabbando e il banditismo si era già dato la
mano sotto la protezione del debole governo papale.
Nelle campagne, banditi vestiti in uniforme arrestavano i vecchi
terrieri e li svaligiavano, mentre de' gendarmi o non ve n'erano o erano
intimiditi.
I paesani finivano di arrestare e svaligiare tutti i forestieri sotto
pretesto che fossero accaparratori.
A Parigi, nelle terribili giornate del 1793, questi criminali furono
l'anima di tutti i misfatti.
Stormi immensi di vagabondi, stranieri alla città di Parigi, circa
40.000 secondo Taine, percorrevano i diversi quartieri, e si
ingrossavano di numero coll'aggiungersi agli operai che uscivano
dalle fabbriche.
Si erano impossessati qua e là di ogni sorta di armi, e gettavano dei
gridi di rivolta; gli abitanti fuggivano all'avvicinarsi di questi
gruppi, tutte le case chiudevansi, e ovunque dove si incontravano queste
orde le vie si facevano deserte.
Entravano nelle case e negli uffici pubblici, e rubavano quanto poteva
esser portato via, il resto devastavano spesso appiccandovi il fuoco.
Una prova ne abbiamo nello studio antropologico dei così detti capi di
costoro. A dir vero la Repubblica non ebbe mai un capo se non in colui
che la uccise: Napoleone. I così detti suoi capi erano ciarloni e
ciarlatani, che vendevano al minuto la loro effimera influenza sulla
povera plebe, la lor maschera di Eolo. Ora, una gran parte di costoro,
quando non erano dei retori, erano dei puri delinquenti, e basta vederne
la prova nell'immagine loro. Jourdan, Carrier e Marat, che riproducono
in tutta la sua orridezza il tipo del delinquente nato, Legende,[6] un
beccaio feroce, fino nell'Assemblea conserva i gesti del mestiere;
Roussignol, antico soldato, poi carnefice, dopo aver presieduto ai
massacri della Forge, si improvvisa generale. Manuel, il sindaco
procuratore, aveva rubato in un deposito e falsificata la corrispondenza
privata di Mirabeau. Varret aveva menato una vita così infame, che sua
madre ne morì di dolore. Westermann era ladro e truffatore, come Pinie
era ladro, Huguenin concussionario, Hebert borseggiatore, Henriot, prima
servo di uno che lo cacciò per furto, poi guardia di una fattoria di
dove fu cacciato per altri furti, infine capo di battaglione e carnefice
in una delle carneficine di Settembre. Joussand, uno dei capi in Tolone,
si firmava “_Le pendeur de la ville_„...
[6] Vedi il mio _Delitto politico_, Tomo III.
Una prova sociologica dell'indole puramente criminale di costoro è che
sfuggivano ogni lavoro, tanto che la Comune non trovava operai per i
lavori necessari a Montmartre e non trovava cittadini per far la guardia
alle assemblee o ai depositi.
Ora è noto che il ribrezzo del lavoro è uno dei caratteri dei
criminali.[7]
[7] Vedi _Uomo delinquente_, vol. I, cap. III, 1893.
Nè mancavano i pazzi; l'orda rivoluzionaria ne avea loro aperte le
porte; ed essi ebbero campo di sfogare il loro delirio sulle piazze e
nelle vie, percorsero Parigi portando ovunque scompiglio e terrore.
“Il figlio d'una pazza — narra il Tebaldi — che soleva alternare il
soggiorno fra il manicomio e la prigione, fu uno degli attori più
spietati nelle perquisizioni, negli eccidi, negli incendi.„ È più
celebre fra tutti la Lambertine Théroigne, che guidò la folla
all'assalto del cancello degli Invalidi e alla presa della Bastille, e
finì alla Salpetrière (_Ragione e Pazzia, 1850_).
A Lione, comanda Salix, un delirante mistico, omicida, che finisce a
lasciar il comando in mano a prostitute, che eleggono commissarie
femmine occupate tutto il giorno a saccheggiare i magazzini.
Ma il tipo che fuse in sè i caratteri del pazzo e del criminale, era
Marat. Marat era di origine italo-sardo e svizzero, nato da una buona
famiglia. Marat, come bene ci descrive Taine, era alto cinque piedi,
aveva una testa enorme, in sproporzione col corpo, assimetrica, la
fronte sfuggente, l'occhio obliquo, gli zigomi voluminosi; lo sguardo
torbido e irrequieto; il gesto rapido e a scatti; il volto in
contrazione perpetua; i capelli neri e untuosi, sempre arruffati; nel
camminare saltellava.
Fin dall'infanzia manifestò una presunzione senza confini. Lo confessa
apertamente egli stesso nel suo _Journal de la République Française_
scrivendo:
“A cinque anni io avrei voluto essere maestro di scuola, a quindici
professore, autore a diciotto, genio a venti. Fino dalla mia più tenera
età io era divorato dall'amore della gloria, passione che cangiò di
oggetto ogni tanto, ma non mi ha mai lasciato.„
Prima che scoppiasse la rivoluzione, cercò, ma indarno, di levar grido
come scienziato.
A Edimburgo, dove faceva il maestro d'inglese, nel 1774 stampò il suo
primo lavoro: _The Chains of Slavery_ (_Le catene della schiavitù_), che
tradusse poi da per sè in francese nel 1792 e che i suoi biografi
giudicano un povero lavoro politico.
L'anno dopo pubblica un trattato in tre volumi: _Sull'influenza
dell'anima sul corpo, ecc._, giudicato un miscuglio di letture
indigeste, di nomi cacciati all'azzardo, di ipotesi gratuite ove le
dottrine del secolo XVII-XVIII si accoppiavano senza dar luogo ad altro
che a vuote frasi.
La sproporzione del suo ingegno colla straordinaria vanità, la
sovraeccitazione continua, la copia dei suoi scritti, tutto
caratterizzava il suo delirio ambizioso, cui come nel paranoico andò man
mano associandosi il persecutorio, che gli faceva vedere invidiosi e
nemici dapertutto. Medicastro, mal retribuito, di corte, nel passaggio
dalla vita di studi all'azione, dal disprezzo a un poter sconfinato, da
mattoide diventa monomane ed omicida. Sfoga dapprima il delirio
sterilmente nel suo giornale, ma finisce per trovare eco nel popolo
appunto per la sua assurdità. Eran sempre gli stessi articoli, le stesse
frasi vuote e bestiali, eran dapprima 600, poi 100.000, poi 250.000
teste che egli (pretendendo applicare le teorie di Rousseau) chiamava al
popolo, offrendosene, triste a dirsi, per giustiziere sommario. La sua
immaginazione è avida di supplizi. Gli occorrono incendi, assassinî.
Incita alle azioni atroci. “Marchiate gli aristocratici col ferro caldo,
tagliate loro il pollice, troncate la lingua.„
“Non era questo il grido dell'appassionato, nota bene il Michelet (v.
I), di un genio che veda ben tracciata la sua strada„, ma il grido
feroce di un delirante epilettico.
E la sua ferocia era così evidentemente patologica che Bordier, il suo
medico, leggeva il suo giornale, e quando questo era troppo sanguinario
lo salassava, tanto reputava quegli impulsi omicidi effetto di un morbo.
“Ciarlatano, dice il Michelet, ingannatore e profeta da trivio, credente
nelle proprie bugie, doveva gridare al miracolo almeno una volta al
giorno.„
E questo era il letterato e certamente il più disinteressato di tutti.
Figuriamoci gli altri.
_Ubbriacatura._ — Ad aumentare la ferocia dei veri delinquenti e
l'irritazione di tutti si aggiunga, oltre all'ubbriacatura morale che dà
il numero stesso, l'ubbriacatura fisica, il vino bevuto a profusione.
Monastier ubbriaco faceva ghigliottinare Lassalle, e al domani non si
ricordava più dell'ordine dato.
I Commissari della Vandea vuotavano in tre mesi 1974 bottiglie e
contavano nel loro seno Rossignol, un operaio orefice, divenuto generale
in capo, tutta la vita dedito alle crapule, e Vacheron, che violava
donne e fanciulli e faceva fucilare chi si opponeva alle sue libidini
accese dall'alcool.
Ad Avignone un farmacista, fratello di uno dei capi masnada, ebbe
l'orribile idea di intossicare con sostanze venefiche, probabilmente
stramonio, i pacifici cittadini che divenivano così subitamente
sanguinari.
Non ci meravigli questa strana influenza nelle rivolte dei criminali e
dei pazzi ad un tempo.
Io ho a lungo dimostrato e più volte nelle mie opere, che mentre tutti
gli uomini amano, odiano il nuovo, solo i matti, i mattoidi e i
criminali nati hanno per questo una speciale attrazione.
Il criminale è, sopratutto per la sua natura impulsiva e per odio delle
istituzioni che lo colpirono o che lo inceppano, un ribelle politico
perpetuo, latente, che trova nelle sommosse il modo di sfogar
doppiamente le sue passioni, e di vederle, per la prima volta, approvate
anco dal pubblico. Ed è certo che costoro vedono, forse ispirati dalla
passione, i difetti dei governi che ci reggono, meglio e più giustamente
che non faccia la media degli onesti.
Gli è che in costoro l'anomalia organica prepara il terreno al minore
misoneismo, ch'è il carattere normale dell'uomo onesto.