CANITUCCIA

Nella penombra, seduta sulla panca di legno, sotto la cappa nera ed

ampia del focolare, Pasqualina, con le mani sotto il grembiule, recitava

il rosario. Non si udiva che il _pissi pissi_ delle labbra sibilanti le

preghiere. La cucina tutta affumicata, con la larga tavola di legno

verde -- bruno, con la madia oscura, con le sedie a spalliera dipinta,

senza un punto luminoso, s'immergeva nella notte. Il fuoco, semispento,

covava sotto la cenere.

Un zoccolo di legno urto contro la portella chiusa. Pasqualina si alzo

ed apri. Teresa, detta la _capa de pezza_ perche aveva servito le

monache in un monastero di Sessa, entro con la secchia dell'acqua sulla

testa: si curvo un poco, perche era alta, magra ed ossuta. Pasqualina

l'aiuto a deporre la secchia per terra, e Teresa rimase un momento

immobile, ma senza ansare, malgrado il peso enorme che aveva portato sul

capo. Poi disciolse io strofinaccio che le era servito da cercine e lo

stese sopra una sedia, perche era bagnato fradicio. Ed era bagnato il

fazzoletto di cotone che portava annodato sul capo e bagnati i cernecchi

arruffati dei capelli grigi.

Intanto Pasqualina aveva acceso una di quelle lucerne di ottone a tre

becchi, col lucignolo di bambagia che bagna nell'olio, tenendo in alto,

sospesi con catenine di ottone, lo spegnitoio, le forbici da smoccolare

e l'attizzatoio. Poi aveva aperto la madia, tagliato un lungo e grosso

pezzo di pane bruno raffermo, ci aveva aggiunto un pezzetto di cacio

forte e aveva dato a Teresa la cena.

-- E Canituccia? -- chiese.

-- Non l'ho vista.

-- E tardi e quella malandrina non torna.

-- Mo' verra.

-- Tere, ricordati che domani, a tredici ore, devi andare a Carinola a

portare quel sacco di granone.

-- Gnorsi.

Senza mangiare, Teresa mise il pane e il cacio nella tasca profonda del

grembiule. Rimase ancora un poco, con la bocca semi -- aperta, tutto il

volto inebetito, senza nessuna espressione, neppure quella della

stanchezza.

-- Me ne vado. Felice notte a signoria.

-- Felice notte.

E se ne ando lentamente verso la via della Croce, dove in una stanzuccia

l'aspettavano quattro marmocchi con cui dovea pranzare.

Pasqualina resto sulla soglia e chiamo:

-- Canituccia!

Nessuno rispose. La sera di una giornata di febbraio era discesa.

Pasqualina si arrovellava a guardare nella oscurita. Chiamo di nuovo a

distesa:

-- Canituccia, Canituccia!

Allora, borbottando improperi, scese per la viottola che dalla porta di

casa, tagliando in due parti l'orto, conduceva al portone. Li guardo

verso la via di Carinola, verso la traversa della Madonna della Libera,

verso la unica via che taglia in due parti il piccolo villaggio di

Ventaroli. Canituccia non si distingueva.

-- Sara morta ammazzata, quella tignosa -- mormoro.

Un gemitio sommesso le rispose. Canituccia era seduta sullo scalino del

portone; accovacciata, col capo quasi tra le ginocchia e le mani nei

capelli, lamentandosi.

-- Ah, stai qua? E non rispondi, che tu possa essere impiccata? Di?

perche piangi? T'hanno bastonata? E Ciccotto dove sta?

Canituccia, una bambina di sette anni, non rispose e si lamento piu

forte.

-- Perche sei venuta cosi tardi? E Ciccotto?

Di la verita, hai perduto Ciccotto? -- e la voce rabbiosa di quella

vecchia zitella contadina divenne tremenda.

Canituccia si getto per terra bocconi, con le braccia aperte,

singhiozzando. Aveva perduto Ciccotto.

-- Ah, scellerata, assassina della casa mia, figlia di mala femmina, che

non sei altro! Hai perduto Ciccotto? E tieni. Hai perduto Ciccotto? E

piglia. Hai perduto Ciccotto? E afferra.

La caricava di pugni, di calci e di schiaffi. Canituccia si dibatteva,

si avvoltolava, strillava, ma senza piangere. Quando Pasqualina si fu

stancata, le dette uno spintone e disse con voce arrantolata:

-- Senti, malandrina, io ti tengo in casa per carita: se mo' non ti

parti e non vai cercando Ciccotto per la campagna, se non lo riporti a

casa, ricordati che ti faccio morire crepata sulla via, come una figlia

di cagna che sei.

E Canituccia, strillando ancora per le busse avute, coi piedi scalzi,

rialzando il suo cencio di panno rosso, si avvio verso la strada della

Libera. Camminava guardando a destra ed a sinistra, nelle siepi, nei

campi coltivati, chiamando Ciccotto a bassa voce. Lo aveva perduto,

tornando a casa: non si era accorta che Ciccotto non la seguiva piu. Ma

nella notte non distingueva nulla. Camminava macchinalmente: fermandosi

ogni tanto a guardare, senza vedere. I suoi piedi nudi, diventati color

di polmone pel freddo di una intiera invernata, non sentivano piu il

terreno che si faceva glaciale, ne le pietre dove inciampava. Non aveva

paura della notte, della campagna solitaria: non voleva che ritrovare

Ciccotto. Udiva solo le parole di Pasqualina, che le dicevano non

avrebbe mangiato se non riportava Ciccotto. Aveva una fame acerba e

intensa che le torceva lo stomaco. Se riportava Ciccotto, avrebbe

mangiato. Questo solo pensava, questo solo. E chiamava, chiamava,

camminando rapidamente fra le alte siepi, punto minuscolo che si agitava

in quella calma notturna:

-- Ciccotto bello, Ciccotto mio, Ciccotto di Canituccia tua, dove stai?

Ciccotto, Ciccotto, Ciccotto, vieni da Canituccia! Se non ti porto a

casa, mamma Pasqualina non mi da da mangiare. O Ciccotto, o Ciccotto!

Era uscita sulla via maestra che mena a Cascano, a Sessa, a Sparanisi.

Nella oscurita la via biancheggiava, e la piccola ombra di quella

bambina desolata prendeva contorcimenti strani sulla terra. La voce le

si affannava. Correva all'impazzata, ora, chiamando Ciccotto con tutte

le forze. Due volte, disfatta, disperata, sedette per terra: due volte

riprese la corsa. Finalmente, nel campo di Antonio Jannotta, udi come un

piccolo grugnito, poi un piccolo galoppo, e Ciccotto venne a lambirle i

piedi col grugno.

Ciccotto era un porcellino bianco -- roseo, con una macchia grigia sulla

schiena, grassottello e rotondetto. Canituccia grido dalla gioia, prese

nelle braccia Ciccotto e se ne torno indietro, con l'ultimo sforzo delle

sue gambe di bambina Rideva, parlava, si stringeva al petto Ciccotto per

non farlo scappare, e Ciccotto, con le corte gambe pendenti, grugniva

tranquillamente. Canituccia correva di nuovo, pensando che avrebbe

mangiato. Di lontano vide la figura di Pasqualina sul portone e a tiro

di voce le grido:

-- Ho trovato Ciccotto, ho trovato Ciccotto bello!

Ben presto raggiunse Pasqualina e le consegno trionfalmente il

porcellino. Pasqualina, all'oscuro, sorrideva. Rientrarono in casa e

Ciccotto fu portato nel suo stabbiolo, dove mangio e si addormi

immediatamente. Canituccia, ansante, aveva seguito tutte quelle

operazioni. Aveva fame anche lei come Ciccotto. Segui Pasqualina in

cucina, guardandola coi suoi grandi occhi selvaggi che non sapevano

chiedere. Poi sedette sullo scalino del focolare, senza dir nulla. La

contadina si era seduta sulla panca ed aveva ricominciato il suo

rosario. Pregava monotonamente[1] e senza fervore. La bambina, curva per

non sentire lo spasimo dello stomaco, seguiva con gli occhi quella

preghiera. Non pensava neppure piu: aveva semplicemente e unicamente

fame. Solo dopo mezz'ora, quando la _Salve Regina_ fu recitata,

Pasqualina si alzo, apri la madia, taglio un pezzo di pane, raccolse in

un piattello certi fagiuoli freddi e dette il pranzo a Canituccia.

Costei, seduta sempre sullo scalino del focolare, mangio avidamente.

Aveva una testa piccola, con una faccia minuta e bianca, tutta macchiata

di lentiggini, con certi capelli ispidi, un po' rossi, un po'

giallastri, un po' castagno sporco: una testa troppo piccola sopra un

corpo molto magro. Portava una camicia di cotone bianco tutta toppe, un

corpetto di teletta marrone e per gonnella un panno rosso, tenuto su

alla cinta da una cordicella. Si vedevano le gambe stecchite: si vedeva

il collo nudo e magro, dove i tendini parevano corde tese. Mangiava con

un cucchiaio di legno nero. Dopo ando a bere alla secchia.

-- Vattene a dormire -- disse Pasqualina, che aveva preso la conocchia e

filava.

Canituccia apri la porticina della dispensola, dove si conservavano le

mele, butto via il panno rosso, si sdraio sopra un paglioncino gramo, si

tiro un cencio di coperta gialla sui piedi e si addormento. Pasqualina

filava e pensava con una certa diffidenza a Canituccia. Questa servetta

era la figlia bastarda di Maria la _rossa_: Maria, dai capelli ardenti e

dalle labbra di garofano, aveva peccato prima con Giambattista, il

calzolaio; Giambattista era andato a fare il soldato e Maria era

divenuta l'amante di Gasparre Rossi, un signore. Poi anche Gasparre

aveva abbandonata Maria, malgrado si dicesse che Candida, detta per

diminutivo Canituccia, fosse figlia di lui. E certo che quella Maria,

dopo essere stata un mese a Sessa, aveva lasciato Canituccia e se n'era

andata, chi diceva a Capua, chi diceva a Napoli, a far vita disonesta.

Gasparre non si era voluto curare della bambina abbandonata, la quale

venne su in casa Zampa, Pasqualina e Crescenzo Zampa, fratello e

sorella. Ma il volto bianco macchiato di lentiggini ricordava sempre la

sua mamma, la _rossa_, e Pasqualina, zitella, casta, magra, dalle mani

nodose e rosse, dai denti gialli, dagli occhi neri di carbone, che non

si era maritata perche Crescenzo le aveva negato la dote, fremeva di

terrore isterico, pensando alle follie amorose di Maria la _rossa_, e

diffidava della piccola bastarda[2].

Cosi, il giorno seguente, temendo che Canituccia non perdesse di nuovo

Ciccotto, con una funicella lego da un capo il piede di Ciccotto,

dall'altro lego la vita di Canituccia, perche non avessero a separarsi.

Il porcellino sgambettava dietro la bambina per andare al pascolo.

Passavano la giornata insieme, nei campi, cercando le prime erbe. Molte

volte Canituccia attirava Ciccotto verso un posto dove aveva visto

l'erba che poteva piacergli: qualche volta Ciccotto trascinava

Canituccia verso un campo verde. A mezzogiorno la bambina mangiava un

pezzo di pane. Erravano insieme nel pomeriggio di primavera, sino

all'imbrunire. Non si lasciavano che alla casa, quando Ciccotto andava a

dormire, e Canituccia, dopo avere ingoiato una minestra di cicoria

fredda, o pochi ceci, o un po' di cotenna col pane, andava anch'essa a

dormire. Certo Pasqualina non era piu avara e piu feroce di altre

contadine, ma ella stessa non era agiata e non mangiava un pezzetto di

carne che la domenica. Batteva qualche volta Canituccia, ma non piu che

le altre contadine battessero le proprie creature.

Piu tardi, nell'estate, Canituccia e Ciccotto stavano piu lungamente

insieme. Se ne andavano all'alba a cercare granone, fichi e mele

primaticce cadute dagli alberi, poiche Ciccotto era diventato forte,

grande e grosso, mentre Canituccia rimaneva magra e debole. Talvolta

Ciccotto correva troppo per la bambina e questa si sentiva trascinare,

spossata sotto il sollione bruciante, sulla terra secca e screpolata.

-- Aspetta, Ciccotto, aspetta, bello mio -- diceva, sfinita.

Poi Ciccotto si metteva a dormire e la bambina si stendeva per terra,

lungo i solchi del grano mietuto, con gli occhi chiusi, sentendo sotto

le palpebre la vampa bruciante del sole. Si rialzava stordita, con le

guance rosse e la lingua gonfia. Ora non ci era piu bisogno della

funicella, perche Ciccotto si era fatto ubbidiente: solo che Canituccia

si era provveduta di un lungo ramoscello per regolare il cammino di

Ciccotto e non farlo andare sotto le ruote dei carri che passavano per

la via maestra. Ritornavano alle ventiquattro. Ciccotto lentamente,

Canituccia un po' piu innanzi spinta dalla insaziabile fame che le

mordeva lo stomaco. Una volta aveva provato a rubare certe sorbe acerbe

nel campo di Nicola Passaretti, ma le sorbe erano amarissime e Nicola

l'aveva picchiata come una piccola ladra. Anzi Nicola ne aveva detto a

Pasqualina Zampa, che aveva anch'essa battuta Canituccia. La bambina se

n'era andata pei campi con Ciccotto, piangendo e dicendogli:

-- Pasqualina m'ha battuto perche sono una ladra.

Ma Ciccotto aveva scosso il capo e si era messo a pascolare. Pure, ogni

tanto, quando nella mente chiusa di Canituccia sorgeva una idea, lei ne

parlava a Ciccotto. Quando se ne tornavano a casa, gli teneva questo

discorso:

-- Mo', andiamo alla casa e Ciccotto se ne va alla stalla e mamma

Pasqualina gli da la cena e poi mamma Pasqualina da la minestra a

Canituccia, che se la mangia tutta tutta.

E la mattina:

-- Se Ciccotto non corre, se se ne sta sempre vicino a Canituccia,

Canituccia lo porta alla Montagna Spaccata, all'_arbusto_ di don

Ottaviano il parroco e gli fa mangiare tante tante mele, mentre

Canituccia si mangia il pane.

Quando venne l'autunno, Ciccotto si era fatto molto grasso e un po'

pesante. Una volta, con un colpo di testa, butto a terra la bambina che

si rialzo, si allontano e gli scaglio una sassata. Ma fu l'unica loro

lite. Canituccia mangiava sempre meno e Pasqualina era sempre piu aspra

con la figlia della _rossa_, poiche la raccolta era stata cattiva e la

casta zitella aveva un terribile sospetto, che suo fratello Crescenzo

avesse preso una relazione amorosa con Rosella di Nocelleto: erano

spariti dalla dispensa due caciocavalli e un prosciutto: poi Crescenzo

aveva comperato al mercato di Sessa, per tre lire, un anello d'oro.

Nella casa, Pasqualina diventava sempre piu rabbiosa e avara. Se la

prendeva con Teresa la serva, con Giacomo l'ortolano, con Canituccia,

con tutti. L'ultima domenica, don Ottaviano non aveva voluto darle la

comunione per i tanti peccati di pensiero.

Poi pioveva sempre e ogni giorno Ciccotto e Canituccia ritornavano a

casa bagnati fradici. Canituccia si metteva il panno rosso sul capo, ma

rimaneva con la sola camicia attorno alle gambe, camminava nelle pozze

d'acqua e fango, sferzata dalla pioggia, dicendo a Ciccotto:

Corriamo, Ciccotto bello di Canituccia, corriamo, perche piove e ho

tutto il corpetto bagnato, Corriamo, perche a casa ci sta il fuoco e ci

scalderemo.

Ma spesso il fuoco era spento e Canituccia andava a dormire, ancora

inzuppata dalla pioggia. In quel mese di novembre, dissero in Ventaroli

che Maria la _rossa_ era morta a Capua di una tifoidea, e il parroco,

dopo la messa, aveva portato l'esempio nella predica, facendo arrossire

Concetta di Raffaele Palmese e Nicoletta di Peppino Morra che avevano

qualche rimorso sulla coscienza. Dissero a Canituccia che la madre era

morta, ma lei non capi nulla e stette ad ascoltare come una stupida.

In quel mese, pero, Ciccotto era diventato cosi grasso e grosso, che non

si poteva piu menarlo a pascolare molto lontano: passeggiava gravemente.

Invano Canituccia lo chiamava: esso non aveva piu forza. La prima volta

che lo lascio per andare alla montagna a far legna, Canituccia nel bosco

gli raccolse una quantita di ghiande e gliele porto in uno strofinaccio.

Prima di uscire per correre alla fontana, per portare il mangiare a

Crescenzo nei campi o per altro incarico, essa andava a dare un'occhiata

a Ciccotto. Ritornando, prima di entrare in cucina, andava di nuovo a

salutarlo. Si sgomentava un poco a vederlo cosi grosso, tanto piu di

lei, che era sottile come un manico di scopa.

Una sera, nel dicembre, venendo dalla fontana, trovo don Ottaviano il

parroco, Nicola Passaretti e Crescenzo che discutevano vivamente: questi

tre andarono poscia a visitare Ciccotto e parlarono di nuovo. Lei non

comprese. Ma la sera del giorno seguente venne da Carinola Sabatino il

macellaio e a Teresa si aggiunse Rosaria, la serva di Gasparre Rossi. Vi

era una grande agitazione nel cortile e nella cucina: sul focolare una

grande caldaia sopra un fuoco vivissimo: tutt'i grandi piatti, tutte le

catinelle, tutt'i secchi disposti: in un angolo la stadera: sulla tavola

coltelli, coltellacci, imbuti: Pasqualina, Teresa, Rosaria con le gonne

succinte e i grembiuli bianchi. Sabatino andava e veniva con un'aria

d'importanza. Canituccia guardava tutto e non capiva. Poi chiese

sottovoce a Teresa:

-- Che facciamo stanotte?

-- E venuto Natale, Canitu. Ammazziamo Ciccotto.

Allora, traballando un poco, Canituccia ando ad accovacciarsi in un

angolo del cortile per vedere ammazzare Ciccotto. Vide al vagante lume

che lo trascinavano in cortile, che Nicola Passaretti e Crescenzo lo

tenevano. Udi i grugniti disperati di Ciccotto che non voleva morire,

vide il coltello di Sabatino che lo feri nella gola. Vide che gli

tagliavano la testa, in tondo in tondo, al collo, e che la deponevano

sopra un piatto con un sostrato di lauro fresco. Poi vide squartarne il

corpo in due parti e pesarle sulla stadera; udi le esclamazioni di gioia

al risultato: un cantaio e sessanta rotoli. Ella rimase all'oscuro, nel

cortile, nell'angolo. Passo il tempo, in quella notte di dicembre

gelata. La chiamarono in cucina. Rosaria e Teresa, coi piccoli imbuti,

ficcavano nei budelli la carne della salsiccia. Sabatino e Crescenzo

badavano ai prosciutti e ai pezzi di lardo, mentre Nicola sorvegliava

nel caldaione i lardelli bianchi che si squagliavano, diventando strutto

e siccioli. Pasqualina, sopra un angolo del focolare, faceva friggere

del sangue nel tegame. Tutti parlottavano vivamente, allegramente, presi

dalla gioia di quella carne, di quel grasso, di quella prosperita,

infiammati dal fuoco e dal lavoro. Canituccia restava sulla soglia,

guardando, senza entrare. Allora Pasqualina, pensando che la bambina non

mangiava da un giorno e che era momento di festa, prese un pezzo di pane

nero, vi mise su un pezzetto di sangue fritto e disse a Canituccia:

-- Mangia questo.

Ma Canituccia che moriva di fame, disse di no, semplicemente, col capo.

Piccole anime · 第 9 / 18 题