Il signor X*** si era da due mesi abituato ad aver per vicina di pranzo
la signorina Y***, la quale prendeva posto al tavolo N. 4, alle ore sei.
Il signor X*** prendeva posto al tavolo N. 5, regolarmente alle sei e
mezzo, e, passando fra i due tavoli, salutava con soldatesca franchezza:
perchè il signor X*** era maggiore di fanteria, come diceva ad ognuno la
grossa fascia d'argento, rigida sul berretto rigido di quella figura
ancor più rigida.
La signorina, alle ore sei e tre quarti circa, si alzava da tavola
proprio nel momento che il signor maggiore ordinava il caffè, il
virginia, la lampadina con lo spirito, il cognac.
La signorina con un moto rapido si metteva la mantella, si adattava la
veletta e andava via sussurrando con lieve inchino e con voce assai
dolce, un:
— Buona sera, signore!
Allora il signor X***, come sorpreso nelle sue meditazioni, tirava su le
lunghe gambe, abbozzava una mezza figura di “attenti!„ un lieve inchino
non inelegante e che ricordava grazie e favori di altri tempi, mandava
fuori un borbottio che evidentemente voleva significare:
— Buona sera, signora o signorina!
Quindi tornava con indolenza a stendere le sue gambe di airone sotto il
tavolo.
— Qui fa un freddo maledetto; dammi la mantellina: versami un altro
cognac: brucia il virginia: il pranzo del tuo padrone mi abbrevia
l'esistenza. Va al diavolo!
Queste erano comunemente le parole che il signor maggiore scambiava col
cameriere; poi si chiudeva in un profondo mutismo finchè il sigaro non
fosse finito.
Ognuno poteva giudicare il signor maggiore ancora un bell'uomo e forte
uomo, destinato a diventar colonnello e anche generale.
Giudizi fallaci!
Il signor maggiore si conosceva più profondamente: egli, senza tener
conto del lento avvelenamento del trattore, era un uomo rovinato in
tutto. Intanto lo stomaco non digeriva più bene e il suo capitano, quasi
a farlo apposta, gli diceva sorridendo al mattino: “Che bella cera ella
ha, signor maggiore!„ Ah, l'uomo ipocrita e malefico quel piccolo
capitano Raimondi! Egli lo sapeva che lui non sarebbe mai e poi mai
passato colonnello, che anzi lo avrebbero fra poco messo in posizione
ausiliaria, che lo avrebbero buttato via come un limone spremuto! Per
questo sorrideva, come a dire: “fra poco, babbione, te ne andrai!„ Che
cosa valeva aver rischiato la pelle nel Tirolo, aver combattuto contro i
briganti, aver passato due estati a Massaua?
Oh, il piccolo capitano era ben sagace! lui sì sarebbe passato nel corpo
diplomatico dell'esercito, nello stato maggiore; non per nulla diceva le
più grandi sciocchezze con voce piana, sempre corretto, calmo come un
inglese, con la caramella incastrata nell'orbita. Antipatico!
E quel piccolo ipocrita sbilenco piaceva moltissimo alle signore, e il
colonnello non vedeva che per gli occhi del capitano Raimondi!
Per tutte queste ragioni il signor maggiore, quando nello scompigliare
il suo cassetto si imbatteva nella croce di cavaliere o nella medaglia
commemorativa delle patrie battaglie, folgorava contro di esse due occhi
terribili.
Intanto aveva disdetto l'abbonamento alla _Perseveranza_, non leggeva
più il _Corriere_, comperava il _Secolo_ e l'_Italia del Popolo_.
Ma da qualche tempo l'aveva su anche con questi due ultimi giornali:
“Chiacchiere, chiacchiere, chiacchiere: la rivoluzione non la fanno che
a parole, buoni a niente!„
*
Queste informazioni sul signor X*** noi le possiamo dare con piena
sicurezza di dire il vero.
Quanto alla signorina Y*** non sappiamo nulla di certo.
Era maestra di storia in una scuola normale o tecnica che fosse: con la
veletta e la mantellina pareva ancor giovane e flessuosa: senza veletta
dimostrava, ad un occhio esperto, un'età alquanto vicina ai quaranta.
Però aveva bei benti, carnagione olivastra, belle mani, begli occhi,
almeno così avea finito col parere al signor maggiore, giacchè, ben si
sa, l'abitudine di veder sempre una faccia di donna ha per effetto di
farla trovar bella. Adone, se a lungo dovesse convivere con Megera, io
penso che finirebbe per innamorarsene. Anzi una volta il signor X***
avea notato un lento palpitare in quel seno, come un richiamo
melanconico ad una giovinezza un po' lontana, ma non del tutto spenta:
la qual scoperta avea finito col mettere il signor X*** di pessimo umore
e avea dato tre volte al cameriere il titolo di ipocrita.
Insulto sanguinoso che non avea avuto altro risultato che di far
stendere fino alle orecchie il sorriso del paziente tavoleggiante e
fargli dire con voce melliflua:
— Il signor maggiore mi vuole onorare dei suoi scherzi!
Certo, anche il cameriere era un ipocrita, come il suo capitano, come
tutti.
Vederlo con la mano sul petto, con quell'aria innocente, udirlo con
quelle frasi convinte che asseveravano che tutto era di prima cottura,
tutte le vivande fresche, preparate a posta per il pranzo, che bastava
che il signor maggiore avesse respinto una vivanda perchè subito fosse
cambiata!
Invece la signorina si accontentava di tutto: una minestra in brodo, un
pezzo di bollito formavano di solito tutto il suo pasto. Però una volta
anche la signorina aveva ordinato il medesimo arrosto, di pollo che
aveva chiesto il maggiore, con la differenza che lui era andato su tutte
le furie, mentre lei, la signorina Y***, andava pazientemente in cerca
fra osso e stinco di qualche fibrilla di carne.
— Questo è un pollo morto di lunga etisia, e lei lo mangia senza
lamentarsi, senza protestare?
Queste parole il signor maggiore rivolse con indignata meraviglia alla
signorina, la quale sollevando i suoi occhi tranquilli, si accontentò di
osservare:
— In verità è un pollo un po' magro, ma chi deve andare a desinare
all'albergo bisogna che si adatti.
Il disgraziato pollo fu il principio di una non breve dissertazione sul
mangiare all'albergo, nella quale la parola pacata della signorina finì
con l'avere ragione sull'irascibile signor X***. Anzi la signorina
mostrò di conoscere a puntino come si prepara un pollo, come si deve
ammannire un fritto, come fare un brodo che ristori lo stomaco.
— Credevo che lei non sapesse altro che la storia di Romolo e Remo e la
pedagogia, — disse il signor X***, — ma mi ricredo: ella possiede delle
cognizioni molto più utili.
Un altro giorno il signor X*** inveì contro un intingolo di lepre:
— Veda, signorina, io sentirò tutta la notte questa presunta lepre nello
stomaco.
— Ma ella fa malissimo, — ammonì la signorina, — ad ordinare di coteste
salse. Intanto ella saprà che negli alberghi approfittano di tutti i
grassi che avanzano, e poi gli umidi non si confanno a chi soffre di
stomaco.
— Ma allora che cosa devo mangiare, lo dica lei? — domandò con voce
esasperata il signor X***.
— Un po' di brodo, un po' di bollito, un _beefsteak_....
— Allora tanto vale che mi metta a razione co' miei soldati, — disse con
amarezza il signor X***.
— Allora faccia da cucina in casa....
— Aver da sorvegliare la cuoca? aver da combattere con le fantesche?!
— Allora.... prenda moglie.
Il signor maggiore rivolse alla signorina Y*** due occhi come quelli con
cui guardava le sue medaglie. Suonò nervosamente il campanello, facendo
voltar la testa a tutti i commensali e ordinò:
— Il cognac, per Dio!
*
Un giorno il posto della signorina Y*** era stato occupato da un grosso
signore che mangiava con molta placidezza un mastodontico _osso buco_ e
parlava con un compagno di burro e di stracchini, di _vecchioni_ e
_stravecchioni_, nel più attico linguaggio di porta Ticinese, senza
avvedersi menomamente del malcontento del signor X***.
In quel punto arrivò la signorina Y*** e parve sorpresa di trovare il
suo posto occupato. Il signor X*** si levò in piedi per cederle il suo e
andarsene altrove, ma allora il cameriere ebbe un lampo di genio:
— Se la signorina crede, posso preparare da pranzo di fronte al signor
maggiore....
La signorina curvò le labbra con un lieve sorriso, diede uno sguardo
attorno, e come s'accorse che tutti i tavoli erano occupati, fece atto
di accettare il posto sul divano che il signor X*** le aveva
cavallerescamente ceduto.
— Io, questa sera, guasto le sue abitudini e così rovino la sua
digestione, — disse ella scherzosamente togliendosi adagio adagio i
lunghi guanti e scoprendo due manine candide e signorili. Invece quella
sera il signor maggiore non si accorse punto delle gravi imperfezioni
del pranzo: anzi mangiò con eccellente appetito ed uscendo intravvide il
cuoco e stese il dito verso quella faccia scialba e disse:
— Una delle poche sere che non mi hai avvelenato!
*
Il signor X*** e la signora Y*** si scambiano molte parole durante il
pranzo, anzi hanno finito per desinare al medesimo tavolo. D'altra parte
piuttosto che sedere di fronte a degli ignoti (gli avventori erano di
molto aumentati coll'avanzar dell'inverno) era meglio per la signorina
sedere di fronte ad un gentiluomo come era il maggiore e d'aspetto grave
e punto compromettente. Queste osservazioni le aveva adombrate quell'oca
ipocrita del cameriere e la signorina non avea trovato una ragione
valida per ricusare. Evidentemente il signor X*** ora stava assai meglio
di stomaco ed era anche di umore più lieto, o se si vuol dire il vero,
meno stravagante. La signorina Y*** parlava pochissimo di sè ed
ascoltava con interesse tutte le querele di lui, che di solito eran
queste:
— Ho servito la patria, ho dato la mia vita tante volte e adesso mi
mandano via. Bella gratitudine, eh? Valeva la pena di fare quest'Italia?
Una manica di camorristi al ministero! In confidenza, abbiamo abbattuto
la breccia di Porta Pia per mandar via i preti, e i preti sono entrati
per un'altra porta: quelli laggiù sono più preti dei preti.
Il signor maggiore, nel dire queste parole, abbassava la voce verso la
signorina Y*** e tendeva il braccio verso quella ipocrita gente laggiù.
— Ne vuole una prova palpitante?
— Dica pure.
— Abba Carima!, — pronunciava il maggiore, staccando ferocemente le
sillabe e poi si ricomponeva. — Del resto non mi vogliono più? sono
diventato inutile? _Je m'en fiche!_ La mia pensione non me la possono
portar via: anzi voglio mangiarci un generale all'Italia con la
pensione! Ma quando verranno giù i francesi (i tedeschi ci sono già in
casa) allora la vedremo! I francesi, quelli vengono giù di certo,
faranno come quel tal re che da Susa arrivò sino a Napoli senza sparare
un colpo di fucile: come si chiamava già quel re, signorina?
— Carlo VIII, signor maggiore.
*
Questi sfoghi aiutavano molto la digestione del signor X***, tanto più
che la signorina Y*** avea in serbo di bei ragionamenti per confortarlo:
l'Italia fu sempre ingrata verso i suoi figli migliori e questo si prova
cominciando da Dante e venendo giù giù sino a Galileo, al Mazzini....
etc.
*
Da parecchi giorni la signorina è di lieto umore, pare ringiovanita: è
venuta una sera con un'elegante mantella di fine pelliccia e un
cappellino adorno di un ciuffetto bianco, ben audace.
Il signor X*** si è invece accigliato molto: ha dato tre volte il titolo
di ipocrita al cameriere, cosa che non gli accadeva da molto tempo.
La signorina ha trovato un amante? la signorina si fa sposa? la
signorina ha avuto un'eredità?
Niente di tutte queste cose. La signorina si è fatta elegante e lieta
perchè si avvicinano le ferie natalizie: undici giorni di vacanza,
concessi dal regolamento; ma che sono assolutamente di troppi a giudizio
del signor maggiore.
— Dunque va via da Milano?
— Me lo domanda? Ma subito: pensi, signor maggiore, che a Reggio ho
ancora la mamma ed una sorella con un amor di bambino di cinque anni e
una bimba di tre. Le farò vedere i ritratti, proprio carini.
Di fatto la sera seguente la signorina Y*** espose una serie di
ritratti:
— Questa è la mamma, questa la Sofia, mia sorella, questa Fifì, questo
Totò, il mio nipotino che aspetta che gli porti il panettone. Sa Iddio
cos'è che imagina che sia il panettone! Ah, — aggiunse con sincero
egoismo, — poter passare quasi mezzo mese a casa propria con la mamma,
vicino al caminetto!
— Credevo che voialtre superdonne, come dicono ora, donne istruite,
donne emancipate, — borbottò con dispetto il maggiore, — ne faceste a
meno volentieri della casa e della famiglia.
— Quando non si può fare in altro modo...., — rispose la signorina Y***,
crollando melanconicamente il capo, — allora è buona regola il dire che
se ne fa senza volentieri.
— Ecco un esempio di sincerità degno di essere registrato nelle storie.
— Crede lei che le donne dicano la bugia?
Il signor X*** si storse senza rispondere e anzi per impedire a certe
frasi poco convenienti di uscir dalla bocca, vi versò dentro un
bicchierino di cognac.
— Io, come io, — disse proseguendo con candidezza di sentimento e dolce
loquela la donna, — avrei preferito essere una buona mamma che una
mediocre maestra.
*
L'antivigilia di Natale la signorina X*** venne al _restaurant_ con
molti pacchi. Il maggiore volle veder tutto e passò una serata
piacevolissima: sopra ogni altra cosa lo rallegrò una bambola snodata
che muoveva gli occhi e faceva: _na! na!_
Ma i giorni del santo Natale furono per il signor X*** neri addirittura.
Quando lo stomaco non digerisce, le tinte del mondo si mutano e poi
tutta quella gente lombarda con delle facce ridenti come maggi (benchè
si fosse d'inverno) che si salutava, che si augurava, che parlava di ben
mangiare, di ben godere, di barbera, di tacchini farciti, del Bambin
Gesù, dell'Albero di Natale con certe espressioni che eglino parevano
ingrassarsi nel pronunciarle!
— La capitale morale! — borbottava sdegnosamente il maggiore, — ed hanno
ancora i pregiudizi del Natale come i nonni dei nonni! E poi dicono che
hanno fatto le cinque giornate!
Il tavoleggiante sentì tutto il peso dell'umor nero del maggiore.
Quando gli disse: — Domani, signor maggiore, si chiude alle cinque,
perchè, sa, è Natale.... — dubitò di essere divorato vivo.
*
La signorina Y*** finalmente è tornata: il signor X*** sta molto meglio
di stomaco. Ma una parte del merito è dovuta alla signorina Y***. Oramai
è lei che consiglia il pranzo per il signore, anzi dà al padrone
l'ordine di alcuni piattini, il giorno prima per il dì seguente. È
giunta anche a limitare il numero dei bicchierini di cognac in fin di
tavola: ha adottato l'uso della verdura che il signor maggiore non
poteva soffrire. Egli era un animale carnivoro, ma si adattò al regime
vegetariano docilmente.
Venne marzo.
L'albergo ha un piccolo scoperto che nella buona stagione si apre al
publico, e, sopra, lungo il fil di ferro di un pergolato, si
attorcigliano i viticci de' glicini e alcuni grappoli timidamente
cercano di aprirsi all'etico tepore del marzo.
Sopra, l'esile celeste di questo povero cielo lombardo è come lambito da
rosee tracce di sole morente.
V'è un palpito di giovinezza nell'aria. Il signor maggiore lo sente
tanto più questo diffuso piacere del tempo nuovo perchè ha pranzato
squisitamente. Pensare: un'insalatina tenera tenera di lattuga con delle
uova bazzottelle e una salsa squisitissima di acciughe preparata da lei,
pacatamente, con le sue bianche mani!
— Impara, ipocrita, — avea detto il signor X*** al cameriere, — impara
come si fa a condire l'insalata.
E ne aveva mangiata tanta e con che gusto! Poi la signorina se ne era
andata e il signor X*** aveva rotto la consegna: — Porta una bottiglia
di Lambrusco! — Uscì col virginia che tirava come un fumaiuolo, col
cuore leggero e pieno di spiriti. Un'ondata di risa allegre lo investi:
era una frotta di giovanette che usciva da una fabbrica vicina. Il
signor maggiore battendo gli sproni come un ufficialetto di cavalleria a
diciott'anni, camminò che pareva volesse oscurare coi buffi di fumo la
luna nuova che pencolava sopra le impalcature delle grandi case in
costruzione nei nuovi quartieri. Evidentemente meditava qualche cosa di
nuovo, di audace, di inverosimile.... — Domani! — borbottò fra i denti.
*
Ohimè, domani è scoppiata la bomba, anzi un fulmine a ciel sereno.
La signorina Y*** disse col suo miglior tuono di voce:
— Sa ella, signor maggiore, la bella novità?
— Cosa? È caduto il Ministero? — domandò con tutta pace il signor X***
aprendo il _Corriere_ col quale era tornato in buon accordo.
— Che ne so io! — disse ella. — Ho ottenuto il trasloco, il trasloco a
Reggio! Ma pensi che felicità! Potrò vivere a casa mia con la mia buona
mamma che è vecchia e mi scrive e mi vuole con lei. Ma pensi che
felicità! Io sono una signora a Reggio con cento dieci lire al mese,
mentre qui, sapesse ella che stenti dovevo fare, e poi creda che non ne
potevo più di vivere a camere ammobigliate....
La signorina Y*** era raggiante di contentezza nel proferire queste
parole, tanto che non s'avvide d'una rapida contrazione nel volto del
signor X***, il quale però si ricompose subito e disse con grande calma,
non in lui abituale:
— Ella non me ne ha mai parlato! Ad ogni modo me ne congratulo....
La signorina cominciò a spiegare come era andata la cosa, quante
pratiche avea dovuto fare per riuscire.
— Così che ella è felice...?
— Felicissima!
— E non prova nessun rimpianto a lasciare Milano?
— Nessunissimo. Milano è da vero troppo grande per la mia piccola
persona e mi vi trovavo a disagio; a Reggio, invece, ho la mamma, ho i
parenti e qui chi conosco io? chi si cura di me? chi mi vuol bene?
— Troppo giusto, troppo giusto, signorina.... — poi cominciò a grattarsi
la testa, poi si levò di scatto in piedi facendo tintinnar gli sproni,
poi levò dal fondo delle tasche il cronometro con tanta forza che oramai
ne strappava la catena.
— _Sacrebleu!_ le cinque e tre quarti, e il generale che mi attende in
quartiere: buona sera, signorina!
— E non pranza? — domandò la signorina Y***, levando in su i suoi belli
occhi meravigliati.
— Non intende? Mi aspetta il generale....
— Ma allora poteva far a meno di venire....
— Me ne sono dimenticato.
E ganciatasi la sciabola, inquadrò alla signorina Y*** un saluto che
rispondeva alle più rigide prescrizioni regolamentari.
*
Il signor X*** non è più tornato al _restaurant_ Il cameriere ha detto
alla signorina Y*** che il mattino seguente aveva domandato il conto e
lo avea saldato.
— E la causa?
Il cameriere si rannicchiò nelle spalle e allargò le mani, come a dire:
se non lo sa lei, io l'ignoro.
— Un bell'originale, in fede mia, — diss'ella.
— Eh, un pochino. Peccato, perchè dava più mancie lui di tutti gli altri
avventori.
*
La signorina Y*** è in gran da fare come ognuno può vedere. La padrona
di casa la aiuta a riempire i bauli, le valigie, a metter a posto
cappellini, gale.
Hanno suonato alla porta.
— Chi è?
La padrona è corsa ad aprire ed ha portato alla signorina Y*** un
biglietto stemmato dove è scritto: Capitano cavalier Fabio Raimondi.
— Capitano cavalier Fabio Raimondi? — disse la signorina leggendo, — io
non lo conosco; — ma poi ci pensò un poco e si ricordò che Raimondi era
il nome spauracchio e così fieramente inviso al signor maggiore. Che
voleva adesso costui? Pregò la padrona di riferire che in quel momento
non era in grado di ricevere. La padrona fece l'ambasciata; ma tornò
dicendo che il signor capitano veniva per parte del signor X***, e che
l'oggetto della visita non ammetteva dilazione.
— Allora che venga avanti, — disse la signorina Y***.
E il signor capitano entrò con molto sussiego: un piccolo magro elegante
capitano, tutto lucido dalle scarpe di copale al berretto, ai guanti.
Aveva l'aspetto di chi deve compiere una seria e difficile missione.
— Le posso offrire il mio baule o questa sedia.... come crede, — disse
ella liberando la seggiola meno ingombra, — Come vede, sono su le mosse
di partire....
Il piccolo capitano fece cenno con la mano come a dire che non gliene
importava niente del disordine e si sedette come chi ha da fare un lungo
discorso. Cominciò:
— Ella saprà benissimo quello che accadde al signor maggiore....
— Mio Dio, gli sarebbe successa una qualche disgrazia?
Il signor capitano accennò un tranquillo diniego con la bella mano
guantata.
— Ammalato?
— Nemmeno.
Si fermò, poi concentrando nel monocolo tutta la forza visiva, incise
queste parole:
— Semplicemente innamorato!
La signorina Y*** diede in un'allegra risata: il signor capitano rimase
serio.
— Scusi, e le viene a raccontare a me queste storie?
— Certamente; perchè è innamorato di lei!
Il piccolo capitano sillabò queste parole con tutta calma, e si adattava
il monocolo per meglio studiare sul volto della signorina Y*** l'effetto
delle sue parole.
La quale signorina a questa confessione, sotto quello sguardo
insistente, quasi impertinente, si sentì turbata, poi volle ridere, poi
le parve di esser fatta segno ad una celia non degna. Questo pensiero le
fece nascere su le labbra queste parole:
— E lei, scusi, che parte ci fa, signor capitano?
Il capitano rimase imperturbabile a questa domanda scortese ed anche la
caramella non si mosse. Rispose:
— Una parte da gentiluomo, signorina: vengo in nome del maggiore a
domandare se ella acconsente di sposarlo.
La calma, la serietà di quel signore, la novità della cosa finirono per
far perdere la direzione delle idee alla signorina Y***. Dopo un po' di
silenzio disse:
— Supposto che tutto questo sia vero, per quale ragione il signor
maggiore non me ne ha fatto parola quando lo poteva? Perchè una bella
sera si è eclissato e non si è fatto più vedere? perchè?
Egli rispose:
— Perdoni, ma ella con tutta la sua penetrazione non è giunta a leggere
nel cuore del signor maggiore. Ahimè! solamente quando amano le donne
sanno leggere! — sentenziò con intenzione semi-tragica il piccolo
capitano, e questa volta gli cadde la caramella dalla profonda cavità
orbitale ove era incastrata.
— Ma io non mi sono accorta di niente; mai nulla in lui che non fosse
il rispetto che un gentiluomo deve ad una signora per bene.
— Egli è che il signor maggiore, — spiegò il capitano Raimondi, — è uomo
di una suscettibilità così morbosa, di un sentimento così esagerato da
essere un vero infelice. Veda: quando ella gli ha detto che sarebbe
andata via, che era contenta di lasciar Milano, per lui fu come un colpo
di spada.
— E avrebbe forse preteso che gli avessi detto che per amor suo non ero
contenta?
— No, ma avrebbe voluto che ella lo avesse compreso, che lo avesse
indovinato.... che lo avesse.... prevenuto....
La signorina Y*** lo guardò con quell'occhio maliziosamente femmineo che
la donna conserva a tutte le età e con tutte le doti di saggezza e di
studio; come a dire: “Avete di queste pretese?„
— Sì, sì, capisco, — disse il signor capitano che aveva ben capito, — è
un assurdo, ma il povero maggiore è fatto così: sta a lei il mutarlo:
egli si sente vecchio, dice che tutto lo perseguita, che le donne non lo
vogliono più vedere; mentre invece il signor maggiore è ancora un
bellissimo uomo, regge in sella per delle marcie lunghissime, è un
patriotta di grandi benemerenze, è ricco, il che non guasta, potrebbe
passar colonnello e anche generale se non fosse il suo umore
deplorevole, di cui io stesso sopporto le conseguenze con animo pacato
perchè conosco le sue qualità eccezionali. Insomma che debbo riferire
nel di lei riverito nome al signor maggiore?
All'acuta penetrazione del signor capitano non isfuggì che il silenzio e
l'imbarazzo della signorina provenivano solo dalla novità della cosa e
dalla mente che non avea nè potea aver ancor ponderato, però aggiunse:
— Se è sconveniente parlare a lei, dica a chi mi debbo rivolgere.
— Io vado a Reggio questa sera..., — disse la signorina Y*** arrossendo
e con manifesto imbarazzo.
— Ed il signor maggiore non lo vuol vedere?
— Io non posso certo impedire al signor maggiore di venire a Reggio....
anzi lo rivedrò volentieri....
— E gli dà facoltà di venire a casa sua?
— Non so per quale ragione non dovrei ricevere un amico....
— Allora, signorina, la consiglio di partir subito, perchè altrimenti il
signor maggiore rischia di arrivare a Reggio prima di lei.