Da Chilivani a Mores.
Il treno si mosse.
Si cominciò coll’indietreggiare come i gamberi; perocchè la strada
ferrata descrive un gran > rovesciato, toccando Chilivani (punto di
diramazione per Terranova) per riprendere la linea di Cagliari.
Continuano per un lungo tratto le piantagioni di Piercy: le viti,
i frutteti, gli eucaliptus, ecc., sempre allineati con precisione
matematica. — Poco dopo non s’incontrano che immense terre a pascolo,
con qualche albero solitario.
Il Monte Santo è sempre dinanzi a noi, e ci seguirà ancora per un lungo
tratto di strada. Esso ha cambiato nuovamente di forma; ci presenta ora
la sua parte più larga; anzi ci mostra un monticello col quale è unito,
— quasi fosse un figlio che gli tenga compagnia nell’isolamento a cui
natura lo ha condannato.
Dopo dieci minuti di cammino, eccoci alla stazione di _Mores_.
Il paese, lontano un mezzo chilometro, giace alle falde del Monte
_Lachesos_. Questo villaggio è famoso per il suo stupendo campanile,
ricco di fregi e di statue, fatto erigere or son pochi anni a spese
del Comune, con non lievi sacrifizi. Gli abitanti di Mores sono i
soli, in tutta l’isola, a cui si può permettere il soverchio _amore di
campanile_!
Da Chilivani a Mores, tanto il vecchio, quanto la vecchia, avevano
ricambiato qualche parola coi vicini: il primo coll’uomo dal cappello a
cilindro — la seconda col consigliere di Bosa.
L’inglese non aveva aperto bocca. Egli si divertiva ad appuntare il suo
grosso binocolo, ora verso i tre finestrini di destra, ore verso quelli
di sinistra.
Dopo dieci minuti di strada, si sentì da tutti il bisogno di tacere per
riposare alquanto.
L’ora caldissima, la stanchezza del viaggio, il po’ di pasto fatto a
Chilivani, avevano prostrato i diversi passeggieri; i quali sembravano
in preda ad un dolce sopore, o ai propri pensieri.
Benedissi dal profondo del cuore il cocente sole di luglio e il molle
clima della nostra Sardegna, che tanto influivano sui nervi forestieri.
Noi due soli — io ed Annetta — vegliavamo. Noi due soli eravamo in
preda a quella prostrazione che non è stanchezza; a quell’abbandono
che non è noia. Era la spossatezza dell’anima sotto il brulichio dei
pensieri che cozzavano a tumulto nel nostro cervello.
Non avrei saputo spiegare ciò che io provava. Quel silenzio intorno
a noi, quella gente cogli occhi socchiusi e colla testa dondolante,
mi davano ai nervi, pur sapendo che tutto ridondava a mio benefizio.
Sentivo un vuoto nell’anima — un peso sul cuore. Provavo come un
desiderio indefinito — uno sconforto vago. Perchè ciò? Effetti strani
di cause perdute nell’ignoto.
Tutti riposavano: solo Annetta era desta. Essa aveva gli occhi fissi
sul suo ventaglio, che raggirava fra le mani. La vita di quei due
occhi, in mezzo al generale assopimento, mi faceva uno strano effetto.
Avrei voluto che anche Annetta dormisse; così almeno avrei potuto
guardarla con più coraggio. Dovrò confessarlo? Io non sapeva dove
cacciar gli occhi: avevo le palpebre di piombo.
Alla mia gaiezza, all’abituale mia spensieratezza era sottentrata quasi
una cupa melanconia. Avevo creduto delirio di un momento l’impressione
ricevuta dal mio primo incontro con Annetta. Vedevo ora, con
rincrescimento, che la mia simpatia prendeva un serio indirizzo.
Le mie idee erano confuse. Sapevo solo che camminavo, camminavo
inesorabilmente alla disillusione. Ogni ora di ferrovia era un gran
passo verso la triste realtà.
Eppure una speranza m’attraversava sempre lo spirito: che il mio
sentimento fosse contraccambiato!
E da ciò la mia ambascia, il mio sconforto, la mia inquietudine.
Cercavo di guardare verso la campagna — ma non la vedevo. Tratto tratto
gettavo un’occhiata, alla sfuggita, verso di lei. Annetta abbassava
prestamente gli occhi; e, tutta distratta e insieme confusa, faceva
girare colle dita quel serpente d’argento, o quella fascia d’oro che
aveva al polso ed al braccio.
Ed io allora divoravo cogli occhi quella testina così ben modellata,
quelle palpebre dalle lunghe ciglia, e quei riccioletti scherzosi che
scendevano sul suo collo, invitandomi quasi ad ammirarne le delicate
curve e l’affascinante bianchezza.
Erano succeduti lunghi silenzi. Non più Annetta mi aveva interrogato
sui diversi paesaggi; non più in lei la curiosità di voler conoscere
la storia di quei monti, di quei campi, di quei paesi che ci passavano
dinanzi rapidissimamente.
Più volte, in quel comune raccoglimento, i nostri occhi si erano
incontrati; e lo sguardo fisso che partiva da quelle pupille nere,
piene di lampi, andava a ricercare le più intime fibre del mio cuore.
Eravamo entrambi impacciati. Io tormentavo la catena del mio orologio —
ella le spire del suo braccialetto d’argento.
Nessuno di noi aveva più coraggio di parlare; eppure il silenzio ci
spaventava più della parola.
Cercai un motivo per riallacciare la conversazione interrotta. Strano!
non ne trovavo alcuno.
Avevo paura di lei. Avrei voluto fuggirla; ma come si fa a fuggire
quando si è in un convoglio che corre velocemente?