XLVIII.

Qui la nostra istoria finisce--e noi ci ritiriamo senza aggiungere

commenti, lasciando che il lettore formoli spontaneamente il suo

concetto morale per applicarlo alle difficili emergenze della vita

pratica.

Abbiamo scritto con verità e con giustizia.--Se qualcuno credesse

scorgere in questa biografia qualche errore di nomi o di date, o

qualche madornale anacronismo, venga per le spiegazioni e per le

rettifiche, a fare una visita al nostro domicilio. Ovvero, senza

prendersi questo incomodo, giri un'occhiata intorno a sè; cerchi,

fra i suoi conoscenti ed amici gli uomini che, sôrti dal nulla,

si fecero potenti, che divenuti potenti ottennero fama di

galantuomini ed ebbero maggior agio di fare il birbone... Lettori,

confessatelo--nella vita di Giuda che io vi ho narrata l'anacronismo

non può sussistere--perocchè i Giuda sieno le figure predominanti di

tutte le epoche--ed abbiano un tipo troppo marcato perchè la storia

possa sfigurarlo od esagerarlo.

_I drammi del mio giardino_

La giornata era caldissima. Le abitatrici del gran formicaio giacevano

inoperose e assonnate nelle loro piccole celle.

Poco dopo il tramonto del sole, Febbrajola--una grande formica, per

età e per senno autorevolissima--dava la sveglia ad una delle sue

figliuole predilette.

--Su! andiamo!... Usciamo dalla città!... L'aria si è rinfrescata, e

una breve escursione fuor dalle mura ci farà bene alla salute.

Apriletta, la giovane formicuzza, non si fece pregare. Di là a poco,

madre e figlia si dirigevano conversando verso la serra dei limoni.

Esse attraversavano una bella aiuola tutta in fiori. I moscherini e i

piccoli ragni si agitavano fra le pianticelle in cerca di nutrimento.

Dappertutto un gran moto, una gran gioia, una gran festa

nell'assalirsi, nello schermirsi, nel divorarsi a vicenda. Apriletta

si arrestava tratto tratto a contemplare quegli episodii della

distruzione e della morte, dai quali perpetuamente si genera e si

mantiene la vita dell'universo. Giovane, inesperta, fidente nelle

proprie forze, ella non poteva rassegnarsi a frenare i suoi istinti

aggressivi in presenza di quella ricca cacciagione.

Per giungere alla serra, conveniva sorpassare un muricciuolo coronato

da una ventina di geranii. Compiuta la salita, Febbrajuola si adagiò

colla figlia sull'orlo di un vaso, e all'ombra delle foglie olezzanti

così prese a parlare:

--Che bella prospettiva! Quale incantevole paesaggio! Come sono

cresciuti questi alberi, dall'ultima volta che ho traversato la

foresta! Qualche giorno, se Iddio mi tiene in vita, torneremo qui

colla intera famiglia. Faremo un buon pranzerello sotto una di queste

foglie. Porteremo con noi quattro bei capponi verdi del gran rosaio.

Le nostre schiave troveranno ben modo di trascinarli fin qui.

--Ah! sono pur deliziosi a mangiarsi quei cari capponi verdi! Ma credi

tu, cara mamma, che noi potremo sempre trovarne sul grande rosaio?

Ogni anno i nostri ne fanno tanta strage!... Non è a temersi che la

specie venga costrutta?

--Ciò non potrà accadere, risponde gravemente Febbrajuola; quel Dio

che ci ha create e costituite regine dell'universo, non cesserà di

provvedere ai nostri bisogni ed ai comodi nostri. Benediciamo il

Signore, figliuola mia! Benediciamolo in ogni ora, in ogni istante

della vita! Questo bel sole, che ogni anno ricomparisce sull'orizzonte

per illuminarci; questa meravigliosa varietà di alberi così ricchi di

dolci frutti e di sughi corroboranti; questa infinita famiglia di

animali; infine, tutto quanto ne circonda, tutto non fu creato per

l'utile nostro?...

--Ma perchè? ma perchè? replicava Apriletta con quell'insistenza

curiosa che è propria dei fanciulli...

--Perchè noi, a differenza degli altri animali, siamo dotati della

ragione che è un riflesso della divinità...

--Ma cos'è questa ragione?... Come si fa a provare che tutti questi

animali, più grandi, più belli, più forti di noi?...

--Le son domande coteste?.... Sta a vedere che il tuo piccolo cervello

è già guasto dalle mostruose, esecrabili teorie di quei nostri

filosofanti, i quali pretenderebbero degradare la formica, l'essere

superiore, l'essere pensatore ed immortale, al livello dei bruti

irragionevoli!... Vergognati, figliuola!... E quando ti si affacciano

di tali dubbi, volgi uno sguardo alle opere gigantesche, ai monumenti

imperituri creati dal nostro genio... Le nostre città, le nostre

strade, le gallerie sotterranee, gli acquedotti, i magazzeni delle

vettovaglie, tutto attesta la supremazia della specie formicola, tutto

riflette la luce di una intelligenza animata dalla favilla divina.

Quanto ordine nei nostri rapporti civili! quanta sapienza nelle nostre

leggi, nelle nostre istituzioni! Spontaneamente consociate e vincolate

da patti sapientissimi, l'unione ci fornisce una forza a cui nulla può

resistere. Noi dominiamo gli elementi, noi soggioghiamo le belve più

feroci. Jeri... non hai veduto la bella fine di quell'immane e

mostruoso grillo che osò sfidarci nel formicaio?... In meno di un'ora

ei rimase spolpato.... Ma è tempo, figliuola mia, di rimetterci in

cammino; la notte è vicina.... Mi fu detto che al di là della montagna

è venuta a stabilirsi da qualche tempo una colonia di formiche

rosse... Profittando del numero, quelle selvaggie potrebbero assalirci

e noi avremmo la peggio.--Dunque: occhi in avanti e piede lesto!...

Andiamo, figliuola!

--Sono dunque ben cattive le _rosse_!--riprese Apriletta, stringendosi

ai fianchi della madre.

--Tristi come la polvere persiana! È ben vero che esse pure fanno

parte della grande famiglia degli animali ragionevoli--ciò non può

mettersi in dubbio--ma siccome il loro intelletto è di un grado

inferiore a quello della nostra razza, noi dobbiamo, quando il numero

e le circostanze ci favoriscano, combatterle e sterminarle. Gli è ciò

che fecero i nostri valorosi antenati allorchè vennero a stabilirsi in

questo bell'angolo di terra, così fertile e propizio alla speculazione

commerciale. La piccola tribù di indigene rosse che da tempo

immemorabile occupava la provincia, fu distrutta dai nostri eserciti

al grido di libertà e di progresso!... Noi rimanemmo padroni del

campo--la civiltà trionfò delle barbarie, e i simboli della nostra

religione presero il posto degli idoli abbattuti.

Febbrajuola era in vena di sermonare. Lungo il cammino, ella andava

descrivendo a sua figlia la vastità meravigliosa dell'universo, che

per lei si comprendeva in quattro pertiche di giardino. Ricordava

uragani, e cataclismi, e terribili pestilenze, e guerre sanguinose.

Apriletta ascoltava con meraviglia e terrore. E tratto tratto le due

viaggiatrici si arrestavano, piegavano le ginocchia, e recitavano un

versetto del _Te Deum_. Febbrajuola pretendeva che l'essere campata da

tanti pericoli, e l'aver sopravvissuto a tante migliaia di vittime,

era una prova _visibile_ della speciale predilezione accordatale dal

supremo dominatore dell'universo.

Fu in una di quelle soste, a metà di un versetto latino, che Apriletta

mandò un grido straziante:

--Aiuto!... Soccorso!...

Febbrajuola accorse, e immemore di sè stessa, si lanciò dentro un

vortice di sabbia dove la figlia si andava sprofondando. Ma ogni

soccorso era vano. Apriletta era già quasi scomparsa. La sabbia

oscillava. Un inesplicabile movimento sotterraneo cospirava ad

inghiottire le due sventurate.

--Madre, mia buona madre! gridava Apriletta con voce strozzata; una

mano di ferro mi stringe il fianco... Io mi sento morire...

--Noi siamo perdute! rispondeva Febbrajuola fra i singulti della

morte; questo vortice è la tana del fiero leone, e io pure mi sento

trafitta dal suo mortifero dardo. Addio, mia buona Apriletta! Noi ci

rivedremo fra poco nella patria dei beati, ove le nostre anime

vivranno immortali!...

Uno sbruffo violento di polvere involse le due formiche. Di là a pochi

istanti entrambe si giacquero nelle tenebre, esauste di sangue e di

vita.

Il panciuto ragno della caverna, terminato il suo pasto, si assise fra

le due pellicole dissanguate, e incrociando le zampe in sull'addome,

russò beatamente una giaculatoria. E accingendosi a ricomporre i

granelli di sabbia in sugli orli del trabocchetto: Son pure,

esclamava, son pure gli stupidi animaluzzi queste formiche! Fanno

pietà!... Quale disgrazia... nascere irragionevoli!... E qual debito

per noi di render grazie alla provvidenza per averci distinti dagli

altri esseri viventi... col lume divino della ragione!

Così parlando, il ragno-leone aveva finito di riassettare il suo

agguato e già stava per sprofondarsi nelle viscere della sabbia,

allorquando un galletto del Giappone, spiccatosi dal terrazzo, gli fu

sopra col becco, e giù per la gola come un granello di melica.

--Cattivo cuore! esclamò una gallinetta sentimentale che sedeva poco

lungi.--C'è tanto grano al pollaio... e tu non cessi di incrudelire su

questi poveri animaluzzi.... Via, Crestalunga! se è vero che mi vuoi

tanto bene... se brami di conservarti il mio amore, cessa dal

perseguitare, tormentare e distruggere tante creaturine innocenti.

--Sentimenti che ti onorano! rispose Crestalunga, accarezzando

coll'estremo dell'ala la coda della sua innamorata.--Ma... d'altra

parte--permetti che io te lo dica--pregiudizii!.... Questi animaletti,

privi di ragione come tu sai, e dotati di un'anima tanto inferiore

alla nostra...

Ma l'orgoglioso galletto non ebbe tempo di sviluppare il suo sistema

filosofico, che d'un tratto si sentì agguantare per l'ala da una mano

tenace.

--Vieni qua, la mia bella bestiolina!.... Mi duole proprio di doverti

ammazzare... Che vuoi?... Il padrone mi ha dato degli ordini

precisi... Zitto! zitto, carino!... ecco!... tutto è finito!...

E il mio cuoco gettò sul tavolo il galletto strozzato, lo coperse di

un panno bianco, e accesa la pipa, andò in giardino a sdraiarsi

sull'erba.

Frattanto la notte si avanzava e il sopravvenire delle tenebre

ridestava alla vita le piccole sfingi, i baccherozzi, le zanzare, le

lucciolette, le farfalluccie vespertine, infine tutti gli insetti

nemici della luce.

Strani, misteriosi sussurri uscivano dagli arbusti e dall'erbe. Due

zanzare, partite dai canneti del lago, volavano verso il giardino. Il

loro canto era un saluto alla notte, un rendimento di grazie al

supremo Creatore... delle tenebre.

--Oh! vedi il bel promontorio!... Moviamo per colà!... Vedrai che

troveremo del cibo!

Detto, fatto. Le due zanzare sforzarono il volo e in men ch'io nol

dica toccarono la meta.

--Presto!... non perdiamo tempo!... si scandagli il terreno!...

--Fuori le pompe!

--Oh! la buona...la deliziosa sorgente!

--No... non m'inganno.... questa è veramente la terra promessa. Come è

saporito questo latte!

--Come è soave questo vino!...

--Inebbriamoci... Ciò farà piacere al buon Dio!...

Le due zanzare, gonfie di nutrimento, si assisero sull'estrema punta

del promontorio e sciolsero il loro inno di grazia.

Il qual promontorio (è bene che i lettori lo sappiano) era il naso del

mio povero cuoco, che dormiva beatamente sotto un albero di fico.

Libro bizzarro · 第 58 / 59 题