Questa novella non è mia. Io l'ho udita narrare e me la son fatta
ripetere più volte. Nei lunghi pomeriggi estivi, nelle lunghe sere
d'inverno, io prendeva uno sgabello e sedeva ai piedi di mia madre,
appoggiando il capo sulle sue ginocchia. Ella, accarezzando con la mano
lieve e delicata i selvaggi capelli della mia testa indomita, mi narrava
le storielle di Grecia, del nostro bel paese lontano, di cui ci pungeva
il cuore la nostalgia: lei, una nostalgia piena di ricordi, me, una
nostalgia fervida di speranze. Ora la mamma, i rimpianti, le speranze,
tutto è sparito: ma nell'anima mi ronzano pian piano le novelle. Questa
qui, come tutte le altre, è vera.
*
* *
Nereggia l'isola di Santa Maura. Chi passa al largo, pel mare Jonio la
prende per uno scoglio bruno, arido e disabitato. La città, la campagna
si scoprono dietro un gomito di terreno: piccola città edificata sopra
un'eruzione vulcanica, due volte quasi distrutta dall'eruzione, con la
previsione di una distruzione completa e di una scomparsa nelle onde del
mare; la campagna, sparsa di vigneti e di ulivi. Nell'isola vi sono
proprietarî, commercianti, agricoltori e pescatori. Vi si commercia di
quell'uva minuta e nera, la passolina, che l'Inghilterra compra a
milioni dalla Grecia per metterla nei suoi pasticcetti. I ricchi
commercianti mandano i loro figliuoli a studiare a Londra e questi
giovanotti ritornano all'isola verso i venticinque anni per darsi alla
passolina; le figliuole, quelle ricche, sono educate in qualche collegio
di Parigi e ritornano all'isola a diciotto per sposare un negoziante di
passolina. Quest'uva piccina e nera, così saporita nei _plum-puddings_,
è la base della felicità, dell'amore, di tutta l'esistenza in Santa
Maura.
Eppure Calliope Stavro odiava profondamente la passolina. Era una
fanciulla a venti anni, alta, elegante di figura, con uno strano e
gracile volto bruno sotto il biondo dei capelli, con certi singolari
occhi verdi. Anche lei era stata educata a Parigi, una educazione
frivola ed arida. L'anima sua era rimasta chiusa. Nel collegio le sue
bizzarre e gaie amiche, con lo spiritello francese demolitore, le avevan
messo in burla la Grecia, i Greci, i _clefti_, lord Byron, Haydée e
l'uva passolina. Poi le avevan dato a leggere quello spiritoso, sincero
e perfido libro di About: _La Grèce contemporaine_. A questo fuoco vivo
di ridicolo, molte cose in lei si erano disseccate. Ella aveva
rinunziato a questi sogni di gioventù, ed era ritornata all'isola
taciturna, senza dire quello che odiava e quello che amava, ma serbando
sul viso giovanile l'impronta torva ed annoiata di un'anima scontenta.
Essa era fiera, ma più spesso indifferente; qualche volta un riso
sprezzante e stridulo metteva la sua dissonanza in una conversazione, ma
più spesso non vi era sorriso in lei; era capricciosa talvolta, ma più
spesso lo sbadiglio ignobile contorceva la linea sottile della bocca:
una stanchezza mortale decomponeva l'espressione del suo volto.
Calliope Stavro non era poetica. Aveva un fidanzato e lo avrebbe sposato
tranquillamente e senza ribellioni. Era un negoziante di uva, alto,
ossuto, coi pomelli sporgenti, di un rosso affogato nel bruno, con tutta
la faccia color mattone, bruciata dal sole, la barba nera, gli occhi
neri, vivaci ed incavernati, le dita nodose. Aveva diciotto anni più
della sua fidanzata, il che si usa laggiù. Galantuomo, ricco,
grossolano, parlando un francese spaventoso ed un inglese commerciale,
amando le canzonette italiane, il vino di Porto, idolatrando la
passolina, era un buon fidanzato, sarebbe stato un ottimo marito. Faceva
la sua corte nel modo più rudemente innamorato che sia possibile, e
Calliope Stavro l'accettava senza disgusto, ma senza piacere. Poco a
poco, nel segreto del cuore, ella entrava nell'indifferenza,
nell'atonia. Le sue notti erano senza sogni. Nella bella stagione, nel
maggio fiorito, venne a Santa Maura Paolo de Joanna, un giovanotto a
ventott'anni, un po' Dalmata, un po' Italiano, cresciuto a Londra, a
Parigi, a Firenze. Era viaggiatore, poeta e ricco--tre egoismi
armoniosi. Per completare l'accordo, egli era bello. Era sbiancato nel
volto di un pallor animato. L'arricciatura dei capelli nerissimi,
un'arricciatura originale, non da bambino Gesù, ma da Nerone, gli dava
un'aria di Dio antico. L'occhio lionato, dallo sguardo audace, smentiva
talvolta la dolcezza dei tratti, la mollezza dei lineamenti. Più che
bello era seducente. Simili uomini esistono--e piacciono moltissimo alle
donne. Egli non sorrideva che raramente con quei sorrisi lenti che
completano l'occhiata e che sottolineano la parola. La voce, questo
incanto irresistibile, era grave, bassa. Parlava poco. Quando
l'entusiasmo faceva vibrare le sue parole, invece di arrossire,
impallidiva.
*
* *
Paolo si fermò a Santa Maura per un capriccio di viaggiatore raffinato
che aborre le grandi città. Aveva lettere per i ricchi dell'isola. Ebbe
liete accoglienze. Certo quei Greci bruni, attivi, poco poetici, molto
magri e molto intraprendenti, guardavano con una certa diffidenza questo
poeta bianco, felice e indolente, questo fanciullo bello, orgoglioso e
ricco, pieno di languidezze femminili, di silenzi interessanti e di
sguardi misteriosi. Ma lui aveva con essi quella dolcezza di modi,
quell'attenzione amabile, quella cordialità rattenuta che affeziona le
anime. Finirono per amarlo, con quella espansione greca che rassomiglia
tanto a quella italiana.
Egli non corteggiava le fanciulle, oppure le corteggiava tutte, compresa
Calliope Stavro.
Quando passava a cavallo per le vie di Santa Maura, cavaliere bello ed
elegante, egli salutava ogni fanciulla che accorreva al balcone con un
saluto profondo e uno sguardo significante. Egli scriveva sui loro
_albums_ bellissimi versi, versi cupi e passionati, che turbavano quella
a cui erano diretti. Nelle escursioni di piacere egli si smarriva nei
boschetti or con una, or con un'altra, ma non parlava d'amore a nessuna.
Egli passava volentieri le notti di estate all'aria aperta, passeggiando
sotto le terrazze imbalsamate dal profumo delle rose, senza che si
sapesse per quale terrazza egli passeggiasse più specialmente. Così se
qualcuna aveva per lui una simpatia segreta, non si poteva dire quale
fosse la sua segreta simpatia.
Pure in casa Stavro ci andava spesso. Ma era così discreto, così
incantevole nella sua semplicità, che in quella casa avevano finito per
adorarlo. Egli s'interessava vivamente agli affari di Spiridione Stavro,
il padre di Calliope; egli era il confidente d'amore di Nicolaki Stavro,
fratello di Calliope: egli cantava al pianoforte le romanze italiane per
Dionisio Catargì, il fidanzato di Calliope. Le serve erano innamorate di
lui. Solo la fanciulla, non lo amava, nè lo odiava, come il suo solito.
Ella serbava il suo aspetto insoddisfatto e sdegnoso, un silenzio lungo
e torbido.
Paolo la interrogava spesso per conoscerne l'anima. Egli tentava di far
risuonare tutte le corde, per sentire l'armonia di quel cuore. Ma
l'anima era dura e il cuore senza musica. Nulla vibrava in quella
fanciulla. Invano egli le parlava dell'Italia, della divina e profumata
Italia, in cui la vita si colorisce nell'amore, dalle tinte più delicate
dell'argentino-roseo sino alle cupe, profonde e rosse, del rosso che
pare nero. Invano egli le diceva della bionda Dalmazia dalle forti
donne, della Dalmazia bionda cui bagna malinconicamente il freddo,
glauco e malvagio Adriatico. Lei ascoltava e talvolta un'aura di sorriso
ironico le aleggiava sulle labbra. Paolo se ne accorgeva e desisteva.
Calliope lo irritava. Ella scomponeva la sua calma olimpica.
Allora, pensando che ella fosse frivola e vana, le portava i giornali
francesi, le canzonette della nuova operetta, i libri nuovi. Li
leggevano insieme. Lui leggeva benissimo, con una voce in cui tremava
un'emozione strana. Ella stava a sentire quelle singolari descrizioni,
quelle scene amorose, ora fredde e gravi, ora ardenti; stava a sentire,
ma parea non ascoltasse. Spesso sembrava che ella si annoiasse
profondamente di tutto. Si stringeva nelle spalle come infastidita, ma
non diceva nulla. Una volta erano soli. Da una settimana Dionisio
Catargì era partito per la campagna, per la raccolta della passolina che
si fa nel luglio. Paolo leggeva un libro francese, un romanzo d'amore.
Calliope ascoltava. D'un tratto egli si arrestò e la guardò. Ella era
pallida, con gli occhi chiusi. Lui, preso dal suo orgoglio di seduttore,
si chinò per baciarla audacemente sulle labbra. Ma i grandi occhi verdi
si aprirono e lo fissarono con uno sguardo così glaciale che egli
s'arretrò, chiuse il libro e partì senza pronunziare una parola.
Provò a parlarle di arte. Dinanzi agli orrizonti sereni, dinanzi
all'Jonio azzurro, con la frase eloquente e calda, egli ricostruì quei
templi dalle linee pure, dalla bellezza immortale, quelle città piene di
luce e di amore, quei portici dove s'elevava nell'aria l'alto
insegnamento dell'ideale. Più indietro, più indietro ancora, le disse di
quella stupenda natura, in cui tutto era divino, gli alberi, i fiori, i
fiumi, in cui cinquemila Dei popolavano un Olimpo, in cui le nozze fra
il cielo e la terra mettevano nell'aria l'immensità della passione, il
mormorìo dei baci e l'olezzo dell'amore. Ella non comprendeva. Paolo
taceva, disgustato, annoiato, con la bocca amara e le labbra inaridite.
Fu più tardi, nel colmo dell'estate, che per la prima volta le parlò
d'amore. Mai ne aveva detto nè con Calliope, nè con altri. Il volto del
poeta diventava duro e immobile come il marmo, quando il discorso cadeva
sull'amore. Trascinato da un impeto, lasciandosi portare dove la natura
mobile ed egoista lo trasportava, una sera egli ruppe il silenzio. Quel
soggetto lo eccitava, lo esaltava. Sgorgavano le idee ora incandescenti
come la lava, ora scettiche, ora sprezzanti. Si contraddiceva, se ne
accorgeva, spiegava la sua contraddizione. Il paradosso sfoggiava i suoi
colori iridescenti. Tutto quanto era compresso nell'anima, scoppiava col
fracasso di un torrente. La voce ora tremula e bassa, ora grave e
sonora; gli occhi vaganti, quasi ispirati, il gesto largo. La fanciulla
ascoltava. Egli finì per dire che noi abbiamo una sola via alla vita ed
è l'amore, una sola via alla felicità ed è l'amore, una sola via alla
morte ed è ancora l'amore. Poi tacque. Calliope ascoltava ancora.
*
* *
In casa Stavro si ballava. Era il dicembre. Si dava una festa in onore
di Paolo de Joanna che partiva per l'Inghilterra. Erano riunite tutte le
belle donne, tutte le belle fanciulle dell'Isola. Qualcuna certamente
sospirava dietro quello straniero che se ne andava così tranquillo e
felice, senza curarsi di quello che lasciava dietro di sè. Lui ballava
con tutte. Calliope anche aveva molto ballato; il primo waltzer con
Dionisio Catargì, il suo ossuto innamorato, il quale, poichè la
passolina era andata splendidamente, era contentissimo e le aveva donato
un paio di orecchini di brillanti. Ora, la quadriglia chiamata con voce
nasale da un direttore greco, Calliope la ballava con Paolo de Joanna.
Discorrevano con una certa indifferenza, lasciando cadere le parole.
--Tornerete?
--Ho promesso di ritornare--le rispose lui, evasivamente, anche in
italiano.
--Tornerete?--insistette duramente lei, come se volesse obbligarlo alla
verità.
--No--disse lui, raddrizzandosi nell'orgoglio feroce del suo animo. Non
tornerò.
Il babbo li divise. Quando il babbo li riunì:
--Non siete triste?--chiese lei.
--Io non sono mai triste, nè mai allegro. Io sono saggio; siatelo anche
voi.
--Lo sarò--rispose Calliope nettamente sorridendo.
Si riposavano. Lui le parlava sempre quietamente. Lei ascoltava con gli
occhi bassi, con un lieve riso della bocca.
--Cara fanciulla, la vita è fatta di queste separazioni. Ci sembrano
amare, non sono. Bisogna vivere filosoficamente, godendo la gioia di
oggi, non rimpiangendo quella di ieri, non desiderando quella di domani.
--È vero,--rispose lei tranquillamente.
--Poi--riprese lui--il piacere non può essere intenso che sagrificando
la sua lunghezza. Per vibrare molto, non si può vibrare per molto tempo.
--È vero--e andò a ballare.
Quando la fanciulla ritornò, egli ricominciò il suo discorso.
--.... anche l'amore è una cosa volgare e comune. Noi lo poetizziamo,
per orgoglio, per fingerci esseri superiori. L'amore non mantiene una
sola delle promesse che fa. L'amore è inutile.
--È vero--disse lei per la terza volta.
*
* *
Nella notte rigida d'inverno lo scoglio altissimo si rizza, tutto nero.
È a picco, tagliato nettamente come con un colpo di accetta gigantesca.
Il suo capo di roccia pare debba essere abitato appena dall'aquila.
Niuna luce vi fa piovere lo scintillío delle stelle che paiono di
acciaio tersissimo. Non un albero, non una pianticella, non un filo
d'erba. Roccia angolosa, arida, dura, quasi livida di collera. Silenzio
profondo, il silenzio delle altitudini. Sotto, l'Jonio rumoreggia, si
rompe contro la parete dello scoglio. La fanciulla compare. Non si
affretta, non va lenta; il suo passo ritmico nulla ha d'incerto. Non
piange, non singhiozza. Giunta sul picco, sulla breve piattaforma si
ferma, guarda giù, lungamente, quasi ascoltando. Per un momento le
braccia si levano al cielo, come una bestemmia, come una minaccia,
disperate. Poi si scioglie i bei capelli biondi, guarda l'Jonio bruno e
si butta giù.
*
* *
O mamma cara, come si chiamava Santa Maura in greco antico?
--Leucade.
--Leucade di Saffo, mamma?
--Leucade di Saffo.
Ella chinava il capo e pensava. Io taceva.
*
* *
Sono morti gli Dei di Grecia. È caduto in Leucade il tempio di Apollo:
la storia di Saffo pare una fola. Ma sopravvive eterno, implacabile e
sorridente, il mito dell'amore.