--Ebbene, Ulrich, non mi rispondi?--chiese Lottchen, molto indispettita.
Egli stava ritto presso la finestruola archiacuta, dai vetri impiombati,
guardando fisso nella viottola. Nell'ombra della sera che cresceva, il
suo duro ed energico profilo teutonico si addolciva; e il corpo alto si
curvava, quasi preso dalla stanchezza.
--Ulrich, tu non mi ascolti--ripetè Lottchen, con una certa tristezza
nella voce.
Egli si volse, e sulle sue labbra spuntò un sorriso debole ed indeciso.
Lo sguardo gli vagò incerto per la stanzetta, come se la mente lo
mandasse in traccia di un pensiero smarrito.
--A che pensavi tu dunque, mentre io ti parlava?
--A nulla, Lottchen--disse finalmente lui, con la sua voce grave e
sonora.
--Sempre così, sempre così, Ulrich. Tu mi ami molto meno delle tue
sciocche fantasie.
Ulrich chinò il capo, e parve che attorno maggiormente gli si addensasse
l'ombra. Mentre Lottchen continuava a tormentarlo ed a tormentarsi,
ricominciando per la centesima volta le sue recriminazioni, egli non osò
risponderle parola. La fanciulla si chinava verso di lui per vederne il
volto, ma si ritraeva scontenta: sulla faccia di Ulrich non si vedeva
alcuna impressione. Solo un lieve tremolío gli agitava le dita. Infine
la bionda Lottchen si tacque, stringendosi nelle spalle, come se dicesse
che tutto, tutto era inutile; ed i due fidanzati stettero per tanto
tempo in quel silenzio penoso, pieno di pensieri dolorosi. Ad un tratto,
mentre una fantesca posava un lume monumentale sopra la tavola, una voce
infantile gridò di fuori:
--Zio Ulrich! zio Ulrich!
Ed un bambino entrò correndo nella stanza, cercando d'arrampicarsi sulle
ginocchia del giovanotto. Quando ebbe conquistato quel posto, col tono
lento e carezzevole dei bambini, gli domandò:
--Me lo fai un giocattolo, zio Ulrich?
Ulrich impallidì, arrossì e posò una mano sul capo del bimbo.
--Te lo farò, Hans.
--Bello?
--Bello.
--Un giocattolo che avrò io solo, io solo?
--Tu solo.
--Uno di quei giocattoli belli belli che tu solo sai fare?
--Sicuro, uno di quei giocattoli belli che io solo so fare.
Ulrich per la prima volta sorrise d'orgoglio: ma fu anche una lagrima di
orgoglio offeso quella che Lottchen celò andando in un'altra stanza. Il
bimbo rideva e stringeva le mani, quasi che possedesse già il prezioso
giocattolo.
*
* *
Perchè, pochi lo sanno e nessuno ci pensa, ma è una piccola città di
Germania quella che fa contenti tutti i bambini dell'Europa. Da
Nuremberg, la città gotica, dall'architettura fantastica e bizzarra,
dalle torricelle merlate e dalle case di legno, dalla piccola Nuremberg
partono i tesori che destano il riso sulle labbra infantili: le bambole
dal roseo viso di cera, dagli occhi azzurri senza pensiero, dai capelli
biondi come la stoppa; i fantoccetti vestiti da zuavo, da Arlecchino, da
Rigoletto; le armi miracolose, le trombettine di stagno dal suono
stridulo; le scatole donde vengono fuori le casettine microscopiche che
puzzano di vernice fresca, gli alberetti fatti con un bastoncello ed un
fiocchetto di trucioli tinti di verde, i piccoli appartamenti, le
piccole cucine, i piccoli animali, i piccoli soldati ed infine tutto il
mondo minuscolo, la vita microscopica che prepara il bimbo alla vita
vera. In Nuremberg, città della gioia e della tranquillità, dove gli
innocenti operai delle fabbriche di giocattoli sorridono nella
consolazione di una coscienza soddisfatta; in Nuremberg dovrebbero
andare in gaio pellegrinaggio tutti i bambini, accompagnati dalle madri
giovanette, processione fulgida e meravigliosa. Ma dovrebbero salutare
con le grida d'allegria la casa di Ulrich, il grande ed ignoto artista,
il grande ed umile inventore.
*
* *
Ulrich era stato un bimbo infelice nella casa di una dura matrigna.
Sapeva quante lagrime segrete si possono versare in una notte, come
possano soffocarsi mordendo il lenzuolo; aveva conosciuto la monotonia
delle lunghe ore, passate in un angolo oscuro, sopra una seggiolina, con
le mani in grembo. Non aveva giocattoli e ne vedeva dappertutto e ci
pensava spesso, e li desiderava tacitamente e li chiamava nel suo cuore.
Chiudendo gli occhi, li rivedeva nella sua mente e li scomponeva, li
ricomponeva, cercava loro una forma nova. Passando dinanzi ad una
fabbrica, guardava, timido, per la porta socchiusa. Stare là dentro
sarebbe stata per lui una felicità. Quelle bacchinucce, quei pennelli,
quegli strumentini, quei lembi di stoffa, quei pezzetti di legno, lo
seducevano, lo affascinavano. La notte li sognava. E anche di giorno
egli era un sognatore, perduto nella contemplazione del suo fantasma.
Egli vedeva nella sua immaginazione nuovi congegni, combinazioni strane
ed audaci; e fuori egli rimaneva un pallido e debole adolescente, dalle
labbra smorte, dallo sguardo errante, troppo alto, troppo magro,
talvolta abbattuto ed inerte, talvolta arse le guancie dalla febbre
dell'idea. Quando entrò come operaio nella fabbrica, credè di essere
diventato un re; ma soffrì profondamente, perchè il lavoro usciva dalle
sue mani rozzo e incompiuto. Egli piangeva di rabbia per quelle
spaventose difficoltà manuali, ed avrebbe voluto mordere le dita
incapaci di tradurre in atto le sue fervide creazioni. Si castigò,
condannandosi, lui che aveva un mondo nel cervello, a lavorare di copia,
a seguire i modelli antichi. Visse un altro anno in desiderio
raddoppiato, ardente, contenuto; si consolava passeggiando sulla piazza
e guardando i bambini che s'inseguivano. Provava una grande tenerezza
che gli faceva venire le lagrime agli occhi. In fondo era rimasto anche
lui un bambino, col cuore buono ed appassionato.
Così, a poco a poco, egli dominava e vinceva la materia, e le sue dita
diventavano esperte e leggiere, affinando la loro sensibilità, ed egli
potè metter fuori il lavoro utile, le idee nuove che s'erano chiuse come
fiori al caldo della sua fantasia. Tutto consisteva nel dare una parte
d'anima ai giocattoli, nell'imprimer loro un soffio di vita: fu lui che
inventò la bambola, la quale, coricata, chiude gli occhietti, quella che
dice _papà_, _mammà_, quella che saluta col capo, quella che nuota come
una ranocchia. Subito il direttore della fabbrica gli assegnò una
stanzetta solitaria, dove potesse lavorare tranquillamente ai modelli
che gli altri operai dovevano riprodurre. Da quella stanzetta uscivano
tutte le piccole meraviglie che sono la consolazione dell'infanzia. Il
sorcio volante che si precipita per due trampoli di legno; il ginnasta
che sale per una scaletta con l'agilità di uno scoiattolo e si slancia
dall'altra parte, per ricominciare ogni momento il suo gioco; il
coniglio accovacciato che suona il timpano, abbassa la testa e si frega
il muso con le bacchette; il violinista vestito da _marquis_, in raso ed
oro, che nel medesimo tempo suona il violino e balla un passo di
gavotta; le oche, le anitre, le navicelle galleggianti attirate alla
sponda da un pezzetto di calamita; i cavallini galoppanti, le
carrozzette semoventi; tutto questo usciva dalle mani fatate di Ulrich.
La sua ispirazione non si fiaccava mai: talvolta egli si stringeva la
testa calda fra le mani gelate, per timore gli scoppiasse, tante idee
battevano contro le pareti del cervello per uscire; correva di notte,
nella campagna, facendosi soffiare il vento aquilonare sul volto. Quando
cominciava il lavorío interno per qualche cosa di nuovo, egli si
concentrava profondamente e nulla valeva a distrarlo: nè la voce di
Bertha sua sorella, nè quella di Lottchen, la fidanzata che egli amava
nei suoi momenti di libertà. L'arte ha questi feroci egoismi. Finalmente
l'opera veniva alla luce, dopo tre o quattro giorni, tre o quattro notti
passate nel laboratorio, curvo sui suoi congegni delicati, senza nè
dormire, nè mangiare, non toccando neppure il boccale di birra che gli
ponevano accanto; l'opera veniva alla luce bella e perfetta. Allora egli
sorrideva, cantava, ballava dalla gioia, amava Bertha, amava Lottchen,
amava tutto il mondo, viveva, scendeva in piazza, acchiappava un par di
bambini e li soffocava di baci, mormorando, balbettando che aveva
lavorato per essi, che li voleva veder contenti per quanto egli aveva
sofferto. E il suo pensiero si fermava sulle infinite testoline bionde e
brune che sono le stelle della terra; si fermava con orrore nelle cupe
officine, dove tristi inventori lavoravano a creare un'arma nuova e più
delle altre micidiale--ed allora l'anima sua si allargava nell'orgoglio
di un lavoro onesto e giocondo.
*
* *
Malgrado la sua cera assorta, noncurante, le sue distrazioni, il suo
silenzio, la gente gli voleva bene. Il direttore se lo teneva caro,
sfruttandone il genio inventivo. Bertha lo curava come un grosso bambino
inesperto, dandogli sulla voce, carezzandolo, dirigendolo in tutte le
azioni della vita in cui si mostrava tanto ingenuo. Lottchen lo
disprezzava, lo tormentava e lo amava. I bambini se lo mostravano a dito
nella via, gli tenevano dietro, gli saltavano addosso, gli frugavano
nelle tasche, era la divina provvidenza per loro. Egli camminava colla
testa nelle nuvole, artista innamorato dell'arte, sognatore
incorreggibile, con le dita che gli si movevano come se toccassero molle
misteriose. L'idea fissa scacciava a poco a poco tutte le altre. Alle
volte si stordiva tanto da rimanere inebetito per un paio di minuti; poi
nel cervello cominciava una ridda infernale d'idee che cozzavano fra
loro, e allora gli operai non avevano il tempo di copiare un modello che
già dalla cameretta usciva nuovo lavoro. Il direttore sorrideva.
Lottchen diventava sempre più triste, sempre più collerico; il polso di
Ulrich era mosso da una febbre continua che ne consumava e rinnovava il
sangue. Egli si faceva sempre più esperto nell'arte, ne aveva penetrati
tutti i segreti: era arrivato alla finezza dell'ultimo tocco, della più
lieve sfumatura, all'eleganza più leggiadra, al gusto raffinato, alla
solidità, a tutte le qualità riunite insieme in un'armonia completa.
Creava dei giocattoli meravigliosi--e mai, mai si era sentito così
intensamente felice.
Il direttore gli dava sempre notizie del favore che toccava a que'
giocattoli. Venivano grandi ordinazioni. Solamente, un giorno, gli disse
con un mezzo sorriso:
--Siate più semplice.
Ulrich non vi badò. Anzi, nella sua mente s'intrigavano, si complicavano
sempre più mille forme, mille congegni. Fece un uccellino che apriva le
ali, gonfiava la gola e cantava. Il direttore lo ammirò, ma non molto;
fece qualche difficoltà per le riproduzioni, poi non disse più nulla.
Dopo un paio di mesi, duramente:
--Sapete, Ulrich? L'uccellino ha fatto fiasco. È troppo ingegnoso: i
bambini non lo capiscono.
*
* *
Il povero artista impallidì e tacque. Solo, pianse. Ecco che i bambini
non lo comprendevano più, adesso! Si spezzava dunque il grande legame
fra lui e il suo piccolo pubblico? Poi, ubbidiente e buono, si sfogò _a
far semplice_. Non gli riusciva. Era arrivato ad un punto in cui l'arte
divenuta poema, non s'adatta a ritornar sillabario. Le forme semplici
gli sfuggivano e correva dietro, di nuovo, alle astruserie più alte.
L'insuccesso cresceva, Ulrich tremava di paura ogni volta che una nuova
creaturina del suo cervello gli usciva dalle mani. Era mortificato.
Dubitava di sè stesso, dell'arte, di tutto. Temeva sempre aver commesso
qualche grosso sbaglio materiale. Sentiva intorno a sè una diffidenza
vaga; non osava guardare in viso sua sorella, la sua fidanzata. I
ragazzi gli davano soggezione: a volte un dolore cocente lo spingeva
quasi a chieder loro: Ma che debbo io fare di meglio? Perchè non vi
comprendo più, perchè non mi comprendete più? Invece fuggiva nella
campagna a sfogare solitario i suoi lamenti. Odiava quasi l'arte sua;
lasciava inoperosi gli strumenti, vuota la cameretta, secchi i pennelli.
Pensava troppo, oramai. Il suo pensiero si smarriva. Era ammalato, aveva
un fuoco insolito negli occhi. Poi, dopo un lungo periodo d'inerzia,
prese una risoluzione energica e si chiuse nel suo laboratorio. Voleva
meravigliar tutti con un lavoro stupendo, riacquistare d'un tratto la
sua fama d'artista, riconquistare per sè l'ammirazione e il riso dei
fanciulli. Concentrò tutta la sua attenzione, adoperò utilmente,
riunendole, raddoppiandole, le forze dell'arte, compì sino alla
perfezione ogni piccolo pezzo, lavorandoci con amore infinito, con
ardore, con la passione della disperazione. Ne venne fuori un giocattolo
straordinario: sullo stesso piano, una fattoria, delle contadinelle che
battevano il burro, le pecore che pascolavano, le galline che
razzolavano, il gallo sul campanile della chiesetta, l'acqua del
ruscello fra le pietre, le lavandaie che lavavano; tirata la corda,
tutto questo mondo si muoveva, il gallo cantava, le galline pigolavano,
le contadinelle agitavano le braccia, le pecore brucavano l'erba, il
ruscello scorreva, le lavandaie lavavano. Una meraviglia, a compire la
quale Ulrich aveva esaurita tutta la potenza del suo ingegno. Compiuta
che fu, una soddisfazione gli entrò nell'anima esacerbata, e sorrise.
Dopo tanto tempo che non sorrideva. Ma quando fu a dar la via al suo
capolavoro, tremò....
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Egli sedeva nella sua cameretta, con la testa fra le mani, ansioso,
trepidante. Era l'ultima prova che tentava. Sulla porta Lottchen
comparve.
--Dove è Hans?--chiese egli vivamente.
--È di là.
--Chiamalo.
--Non verrà.
--Perchè?
--Ha paura di venire.
--Paura di venire?... e perchè?...
--Non affliggerti, Ulrich, e non castigare il bimbo. Ha rotto il
giocattolo.
--.... Lo ha rotto?
--Per la rabbia. Non lo capiva, Ulrich.
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Ora quando la luna piove la sua luce pallida nelle viuzze di Nuremberg,
dove tutti dormono, un uomo corre e gesticola, oppure siede in terra e
guarda il cielo. Ma le sue dita si agitano come se lavorassero intorno a
misteriosi congegni. È Ulrich che folleggia, avendo nel cervello l'idea
grandiosa ed informe di un giocattolo mostruoso, immane, impossibile.