LA DONNA DALL'ABITO NERO E DAL RAMO DI CORALLO ROSSO.

_A M... M..._

Sentite ora il mio segreto, uno spaventoso segreto che mi rode l'anima.

L'ho taciuto sinora per l'orrore della mia mostruosità. Ma dentro, lo

spasimo mio assume mille forme, io sento due martellini battermi sul

cuore mortificandolo di colpi; io ho una vite d'acciaio che mi rotea nel

petto come un cavaturacciolo; io ho un migliaio di spilli ficcati sotto

il cranio; io ho un chiodo confitto nella tempia dritta. Eppure, in

questa lunga agonia, io non posso morire; dalla febbre il mio sangue si

rinnovella, dalla tortura le mie fibre si disseccano, ma si

rinvigoriscono dall'incitamento; la forza dei miei nervi si raddoppia.

Morire no, non mi è concesso. Altri dovrebbero morire, meco. Scrivo il

mio segreto non per sollievo perchè non ne spero, ma perchè si sappia la

verità del caso mio.

Sentite. Non è vero che io sia pazza; io vivo, sento, ricordo e ragiono.

Quelli che mi tengono imprigionata, nel manicomio, s'ingannano.

Mai ho posseduto tanta lucidità di mente, tanta solidità di cervello;

mai ho contemplato con tanta serenità di dolore la mia sventura. Non

sono pazza. È inutile la doccia sulla testa, il camerotto foderato di

materassi, il bagno caldo, la sorveglianza continua. Questo non può

guarirmi, perchè non sono pazza. Per me non ci vuole il medico, ma il

prete. Deve venire il prete con il libro santo dei Vangeli, con la stola

ricamata d'oro, con l'acqua benedetta. Deve leggere le preghiere per

scongiurare gli spiriti maligni, mettermi sul capo la stola e aspergermi

di acqua santa; deve battersi il petto, inginocchiarsi, pregare l'aiuto

del Signore su me. Poichè io non sono pazza, ma qualcuno si è

impossessato di me; io non sono pazza, ma qualcuno è entrato in me, vive

con me. Dentro l'anima mia vi è un'altr'anima. Dentro la mia volontà vi

è un'altra volontà. Dentro la mia ragione vi è un'altra ragione. Bisogna

esorcizzarmi, bisogna cacciar via la mia nemica, togliermi quest'altra

anima che mi riempie di terrore. Noi siamo due...

*

* *

Quanto tempo è che ho veduto lei, l'altra, per la prima volta? Non so,

la data non potrei dirla, perchè mi sfugge. Certo era un tramonto più

rosso d'autunno; io correva nelle vie infangate, affrettandomi a una

casa dove qualcuno che mi amava moriva. Correvo col capo chino sotto la

pioggia mormorando le parole di consolazione e di perdono prima di

giungere. D'un tratto, alzando gli occhi sotto la luce rossastra di un

fanale a gas, vidi camminarmi accanto una figura femminile. Era una

donna di mezza statura, col volto pallido e allungato, sciupato

dall'età, dalle sofferenze; ma in quel volto consumato ardevano gli

occhi neri, bruciavano di sangue le labbra. Era vestita tutta di nero,

il nero dei suoi occhi; portava al collo, come spillo, un ramoscello di

corallo rosso come le labbra. Camminava accanto a me, guardando la

terra; un sol momento mi alzò gli occhi in viso, ma li riabbassò subito.

Io fui colpita da questa apparizione e distesi la mano quasi per

toccarla, ma ella si allontanò rapidamente. La seguii quasi per istinto

senza saper perchè, presa da necessità di andare dove andava lei, di

fare quello che lei faceva. La seguii con gli occhi fissi nella sua

figura bruna, raggiungendola ogni tanto per vedere quello sguardo nero e

ardente, quelle labbra febbricitanti, quell'abito nero come l'occhio,

quel ramo di corallo rosso come le labbra. Ella se ne andò per le strade

con il suo passo ritmico, fermandosi innanzi alle mostre delle botteghe,

salutando qualche creatura ignota, fermandosi a discorrere con qualche

essere volgare. Io feci, dietro a lei, tutto quello che essa fece. Ella

prese la via del teatro, salì le scale, entrò in un palco e si pose

immediatamente a dardeggiare la folla col suo sguardo nero. Si pose

subito a ridere con le sue labbra di sangue; io in un palco dirimpetto a

lei, imitandola, guardai sfacciatamente la folla, e risi, risi sempre.

D'un tratto ella scomparve, io m'abbandonai in un'atonia come se mi

mancassero gli spiriti, poi mi risvegliai nell'amarezza saliente dei

rimorsi. L'amico che m'aspettava, a cui dovevo portare le parole di

consolazione e di perdono, era morto, solo, mentre io rideva al teatro.

*

* *

Io non amava quell'uomo. Anzi non amavo nessuno in quel tempo. La mia

indifferenza in fatto di sentimento era serena: non amavo, non avevo il

rimpianto dell'amore, non avevo il desiderio dell'amore. Poi quell'uomo

era un essere volgare e miserabile di cui io vedeva tutta la miseria,

tutta la volgarità. Il suo amore fatto di vanità, di capriccio, di

puntiglio, non aveva il potere di irritarmi, ma aveva il potere di

nausearmi. Le sue parole mi lasciavano inerte, le sue lettere non mi

scuotevano, le sue mani che stringevano le mie non mi facevano

impallidire. Odiarlo non potevo, e amarlo neppure: tutta la meschinità,

tutta la bassezza del suo spirito, la misuravo. Egli, divorato dal

desiderio, ch'era vanità, fremeva di rabbia, fremeva di falso amore, e

pregava e scongiurava, versava lagrime di dispetto. Io mi rifiutava;

tranquilla, immobile, sorridente, quasi insolente, m'immergevo sempre

più in quella indifferenza che è il dono dei forti. Finchè lui un

giorno, in una scena di collera, mi disse:

--O domani o mai più.

--Mai più--dissi io freddamente.

Il domani, nel pieno meriggio d'inverno, io passeggiava nella campagna

trasalendo d'emozione per la maestà del fiume che se ne andava lento al

mare, per gli anemoni crescenti nell'erba umida, per i piccoli salici

neri che si piegavano brulli, quasi spinosi; per gli uccelli che

stridevano sul mio capo nella profondità dei cieli. Queste sensazioni

giungevano squisite, soavi ai miei nervi equilibrati. Ero quieta.

Quand'ecco nelle lontananze della sponda, nella gialla lucentezza

meridiana, ella m'apparve col suo viso smorto, disfatto, dove vivevano

soltanto i carbonchi dei suoi occhi e la bocca rossa come un granato;

vestita di nero, portando al collo un ramo di corallo rosso. Questa

volta non mi guardò. Tutto il mio essere sobbalzò a lei. Mentre si

dirigeva lentamente alla città, io la seguii passo per passo come una

bestia ubbidiente. Vedevo con paura che ella andava al luogo del

convegno con quell'uomo, ma istintivamente non potevo manifestare questa

paura. Vidi con spavento che quell'uomo era là, che mi aspettava, che

sorrideva di orgoglio. Egli non vedeva il fantasma che gli si accostava,

vedeva me che m'accostavo a lui per seguire il fantasma.

--Grazie--disse l'uomo trionfante.

Il fantasma sorrise dolcemente, ed io, che volevo urlare di dolore,

sorrisi di dolcezza.

--Tu mi ami?--chiese l'uomo.

--Ti amo--mormorò il fantasma.

Io, che sulle labbra mi si affollavano gli insulti, dissi a voce alta:

--Ti amo.

--Mi amerai sempre?

--Sempre--rispose il fantasma.

Io, che agonizzavo, risposi:

--Sempre.

--Lo giuri sulla Madonna?

--Lo giuro sulla Madonna--susurrò l'ombra.

Io, che avevo il terrore del sacrilegio, bestemmiai:

--Lo giuro sulla Madonna.

Ora mi dicono pazza. Pensate che ho trascinato due anni la catena di un

amore falso e volgare, che ho mentito due anni, che ho tollerato due

anni la menzogna, perchè non mi amava, come io non l'amavo. Pensate al

disgusto, al ribrezzo, alla stanchezza di due anni, ai giuramenti

bugiardi fatti e ricevuti, ai trasporti fittizii, ai baci inutili e

fiacchi, agli entusiasmi posticci, a questa commedia piena di fango. Era

per lei tutto. Per fare quello che ella faceva, per dire quello ch'ella

diceva, per seguirla, per imitarla. Era l'incantesimo di questa fata, di

questa strega, di questa maliarda. Era il fascino, il filtro;

avvinghiata ad essa che rappresentava la bugia e il tradimento, io sono

stata la bugia e il tradimento.

*

* *

Nel tempo, accade altro. Un altro uomo mi amava veramente, con la lealtà

spirituale delle anime elette; io lo amava con l'umiltà profonda del

cuore che cerca riabilitarsi. Le nostre anime vibravano all'unisono

nell'armonia potente dell'amore; si fondevano meravigliosamente

nell'armonia dell'amore; era un affetto solo, completo, tutto divino e

tutto umano. Ma la celestiale fusione durò poco. In un'ora suprema,

mentre egli mi parlava soavemente, vidi comparire fra noi la donna

dall'abito nero, che portava al collo un ramoscello di corallo rosso.

Questa volta i soavi occhi lampeggiavano malignamente, le sue labbra di

garofano sogghignavano. Egli mi parlava d'amore ed ella ghignava,

ghignava.

--Non ti credo--rispose a quell'uomo che diceva la verità.

Così l'amore nostro divenne uno spasimo. Dietro il volto di lui, onesto

e buono, io vedeva l'ovale sciupato della donna che ghignava; egli

diceva un _sì_ franco, sincero, e l'eco del fantasma era un _no_ duro;

egli mi accarezzava col suo sguardo innamorato, ed ella lampeggiava

ferocemente gli occhi.

--Non ti credo, non ti credo--ripetevo a quell'uomo, io diventata

malvagia e scettica.

Poi egli non credette più a me, mi vedeva sempre distratta, assorbita,

scossa da subitanee paure, o perduta in esaurimenti mortali.

--Tu non mi ami, tu sei lontana di qui; la tua anima è assente; oh

ritorna, ritorna!--egli mi supplicava.

Eppure ci amavamo; la maga pallida, dalle labbra di carmino, che ci

scherniva, si metteva fra noi e ne faceva gelare il sangue, e rendeva

deboli i nostri baci e fioche le voci. Io soffriva infinitamente più di

lui, io che vedevo la maga sedersi accanto a noi, io che sentivo lo

spavento di questo spettro salirmi al cervello e farmi delirare. Io che

giunsi fino ad essere gelosa di quel fantasma a cui mi sembrava che egli

dirigesse le sue parole di amore; io, che in uno scoppio di gelosia

furiosa, gridai:

--Tu m'inganni, tu ne ami un'altra, tu ami una donna pallida, sfinita,

cogli occhi neri, le labbra sanguigne, la veste nera, il ramo di corallo

rosso. Tu m'inganni, tu mi tradisci, tu ami l'altra!

Egli mi guardò trasognato.

--Tu sei quella--disse semplicemente.

Mi condusse allo specchio; vidi nel cristallo una faccia smorta,

consunta dall'età, dalla sofferenza, due occhi neri, ardenti, due labbra

brucianti, una veste nera, un ramo di corallo rosso. Vidi la sua figura,

che era la mia figura; urlai come una bestia:

--Non sono pazza, non è la mia testa che devono curare, ma è la più

fiera nemica che è entrata in me; il fantasma si è messo nell'anima mia.

L'altra non vuole andarsene, vuol vivere in me, così siamo due; bisogna

esorcizzarmi; chiamate un prete, e dica sul mio capo le parole sacre

della preghiera che libera le anime!

Fior di passione · 第 11 / 30 题