Leopoldo II ha sempre aborrito qualunque limite alla sua potestà
assoluta, o sia che tale gli persuadesse la propria natura, o la indole
ricevuta; e quantunque mostrasse diversamente nel 1848, esse furono
lustre per parere, onde molte volte la memoria mi ha riportato il caso
che adesso dirò. Nel 1831, quando la Italia commossa dalla rivoluzione
di Francia e dalla belgica desiderò sollievo al dispotismo, non
mancarono personaggi dabbene, i quali, amici al principe e non avversi
al popolo, colto il destro, si attentarono suggerire a Leopoldo II
temperasse gli ordini dello Stato; egli accolse questa entratura con
torbida faccia, e, comecchè pacatissimo, tanto non seppe frenarsi, che
rizzatosi in piedi, e scorrendo con passi agitati la stanza non
prorompesse in queste parole: — I Toscani vogliono la costituzione; non
la darò, io voglio prima che mi mettiate a pezzi. — Questo riportava a
quei tempi un marchese Pucci in casa del generale Colletta: presenti
erano a cotesto discorso il marchese Capponi ed io scrittore; se altri
con essi non rammento ora.
Nel 1848, tardi, a rilento, e sopraffatto dal turbine, concesse lo
Statuto, e dichiarò la guerra all'Austria: secondato dai ministri,
fingeva andarci di buone gambe; in sostanza l'attraversava; di ciò
potrei allegare molteplici fatti e dicerie; me ne basti uno: certo mio
fidatissimo amico, sollecito meritamente per due suoi figli accorsi
volontarii al campo, si condusse alla capitale per conferire col
ministro, a quei tempi in delizia del principe, intorno alle faccende
della guerra. Ora il ministro reputando l'amico mio persona da potercisi
sfogare, come quegli che apparteneva a non so quale amministrazione
regia, così gli disse: — La stia tranquilla, signore Lionardo, che per
me i suoi figliuoli moriranno di scarlattina, se ne hanno voglia; di
palle tedesche no davvero[14].
[14] Ormai questa è storia; il signore Lionardo è Lionardo
Romanelli, il ministro, Cosimo Ridolfi, archimandrita dei
moderati toscani. Questi fatti meglio di molti volumi
chiariscono di che razza gente sieno codesti moderati; e
dall'uno all'altro non iscatta un pelo.
Parecchi libri di storie moderne hanno stampato certa lettera, che si
affermò scritta dal maresciallo Radetzky, con la quale s'invitava il
granduca a fuggire di Toscana; anco il Montanelli nelle sue _Memorie_ la
riporta; io non omisi pratica per arrivare a conoscere se la fosse vera,
e non ci sono riuscito, o piuttosto sono riuscito a confermarmi nel
dubbio che mai sia stata; però ne scopersi un'altra a mille doppi più
rea; se mi appongo, altri giudichi. Vi rammentate della festa del
settembre 1847? Certo nessuno può averla messa in oblìo. Da tutta
Toscana movevano i popoli ebbri di gioia, a cui pareva che il principe,
per avere alquanto rimosso il freno, avesse donato il sole. Da per tutto
era un drappellare bandiere, un abbracciarsi, un baciarsi, un piangere
di allegrezza; e tra canti e suoni tutta cotesta gente pigliava la via
del palazzo Pitti, dove affermavasi giacere infermo l'ottimo principe; e
lui benediceva, e il cielo con fervide preci supplicava che quel caro
capo salvasse. Come fu giunta sotto i balconi del palazzo, ecco si ode
che il granduca, malgrado la infermità, vuole godersi lo spettacolo
tanto diletto al suo cuore paterno dei figli esultanti: ora viene, ora
non viene; ma non pigli disagio; chi può trattenere quello spirito
avvampato nell'amore dei suoi sudditi? Di repente si aprono le finestre
del terrazzo, ed ecco apparisce il granduca vestito da generale di
guardia nazionale, circondato dalla moglie e dai figli (questi non so se
con la stessa assisa) e rispondere ai saluti, e agitare anch'esso la
bandiera italiana. I babbi recavansi i figliuoli a cavalcioni sul collo,
perchè mirassero quel paterno volto, e ai figliuoli loro più tardi lo
descrivessero; le mamme sollevavano fra le braccia i pargoli perchè con
le manine infantili plaudissero: per poco non ci fu piena in Arno per la
copia del pianto. Or bene, cotesto principe cortese, il giorno dopo,
mentre il popolo lo reputava tuttavia convulso dalla commozione, egli,
proprio lui, scriveva in Germania, non già all'imperatore, bensì alla
sua figliuola maritata in Baviera. Mandare a lei per buoni rispetti la
lettera, affinchè facesse ufficio presso l'imperatore, assicurandolo del
suo inalterabile attaccamento alla sua persona e agl'interessi della
casa: avere saputo come gli si apparecchiasse una manifestazione
rivoluzionaria al teatro della Pergola, per evitare la quale si era dato
per infermo; ciò non avergli giovato, perocchè il popolo si fosse volto
al palazzo: allora avere reputato spediente mostrarsi, e fingere tenere
per gradita cotesta baldoria: passerebbe presto, e ogni cosa sarebbe
tornata allo aspetto primiero.
Anche ci era noto per relazioni particolari, che il granduca manteneva
continuo carteggio con Vienna spedendo costà le lettere a un tale
Bottaro, o Bottero, che assunse poi qualità pubblica di agente
granducale. Queste lettere potevano sorprendersi e di lieve; non fu
fatto, un po' per rispettare la lealtà della posta, e un po' per non
iscatenare un temporale, che non si sarebbe saputo a qual modo
attutire[15].
[15] Lo staffiere di Corte incaricato di scortare queste lettere
alla posta era livornese; parendo a lui che qui si tradisse la
Patria, venne a consegnarmele. E' fu cotesto un duro contrasto;
anche adesso non so se bene o male operassi, ma ordinai allo
staffiere le buttasse nella buca; devo aggiungere che avendo
profferto danaro a questo uomo, tentennò il capo e andò via
senza rispondere. Un moderato avrebbe preteso per lo meno la
carica di Consigliere di Stato.
Ho accennato altrove come fino dall'agosto del 1848 dal granduca si
richiedesse l'Inghilterra di alcune navi che gli facilitassero la fuga,
e le ottenne e se ne valse più tardi.
Rammenteranno, forse, i Toscani certo processo a carico del governo
provvisorio toscano del 1849; pochi, dubito, di cotesto processo
compresero i fini a quei tempi; giova adesso chiarirli: prestando il
granduca facile credenza a cui _esercitando onoratamente l'ufficio_[16]
glielo consigliava, pensò che dove si provasse davvero che se non tutti,
parte almeno dei Toscani avevano congiurato contro la sua autorità,
forse contro la sua vita, si sarebbe potuto far perdonare le abolite
libertà e la occupazione austriaca; però dopo un tentennare di più anni
comandava condannassero. Facile il comando, più facile ancora l'essere
servito subito: più difficile assai avere ragione. — Così fu provato che
il ministero del 26 ottobre non gli veniva imposto, bensì eletto
liberissimamente da lui, e non prima di essersi consultato col marchese
Capponi e col ministro inglese. Se da altri la Costituente accettò, ad
altri ancora ei la fece accettare: non mancarongli avvisi intorno ai
pericoli di quella, e siccome rispose: — averli previsti, e se la sua
deposizione dovesse tornare di benefizio al popolo, anche a questo lo
troverebbero disposto — così l'uomo a cui egli si spiegava a quel modo
non patendo che cuore di principe vincesse in generosità cuore di
popolo, non senza tremito replicò: — sè essere parato a tutto,
persistere nella opinione che egli non avesse meditato troppo codesto
disegno: ad ogni modo avvertirlo che dove, o per mutate voglie o per
impacci non preveduti, lo avesse preso in uggia, glielo manifestasse che
egli avrebbe provvisto perchè senza scapito della sua riputazione si
potesse mutare. —
[16] Tale il Governo provvisorio del 27 aprile 1859 dichiarava —
pensionando — un Bicchierai uomo di cui piglia fastidio fino a
dirne male.
La Costituente di vero increbbe più tardi al granduca, in guisa che negò
sempre firmare il decreto da presentarsi alle Camere, e il giorno stesso
che ne ricorreva la discussione non era sottoscritto. Partivasi il
presidente del Consiglio dalla udienza regia senza conclusione, e
disposto a resignare l'ufficio, quando il principe ridottosi a consiglio
col ministro dello interno, questi in sostanza gli disse: — Prossima a
rompersi la nuova guerra coll'Austria: ora di queste due cose
succederebbe l'una, dacchè nella guerra di rado s'impatta, che l'Austria
o vincerebbe, o perderebbe; nel primo caso, di Costituente _ne verbum
quidem_, e bazza se potessimo conservare lo Statuto; o perderebbe, e
allora pensasse quale sarebbe la condizione sua senza l'appoggio
materiale e morale dell'Austria: gli rinfaccerebbero ad ogni movere di
foglia la sua qualità di tedesco, gli torrebbero il credito, gli
converrebbe rannicchiarsi, farsi piccino, e nè anche gli basterebbe:
allora avrebbe l'Italia il suo servo dei servi di Dio davvero, e questo
servo sarebbe lui. In tanto estremo non poterlo salvare che la
Costituente, con essa si difenderebbe, con essa si commetterebbe in
balia del popolo italiano che, memore della sapienza dell'avo, della
mitezza paterna e grato alla benignità sua, lo tutelerebbe dalle
cupidità altrui, e farebbe comportabile la sua condizione, ampliandogli
lo Stato, da metterlo in equilibrio co' vicini ingranditi. — Rispose il
principe: dello altrui non essere stato mai vago; ma gli fu fatto
notare, come questo non fosse puntuale, dacchè avesse preso Massa,
Carrara, la Garfagnana, con altri paesi, al che il granduca oppose:
avere ricevuto cotesto bene in deposito per renderlo ai suoi legittimi
padroni: e questo pure gli fu chiarito inesatto, imperciocchè col
decreto del 12 maggio 1848 avesse aggregate coteste provincie
assolutamente alla Toscana. Il principe dopo riflettuto alquanto, disse:
— Qui dentro c'è del vero, ma il ministro inglese si oppone. — Forse,
soggiunse, il ministro sir Hamilton non considera la faccenda sotto
questo aspetto; dove lo conceda, andrò a conferirne con esso. — Non
occorre andare, riprese il principe, egli è qui, di là nel salotto
giallo. — Tanto meglio, permetta che io vada. — Anzi glielo raccomando.
— Il signor Carlo Hamilton rimase, o parve al ministro rimanesse
sorpreso, quando vide comparire lui invece del principe; sorrise
alquanto; poi, udite le ragioni, gli parvero buone, e tali da
determinarlo a consigliare la presentazione del decreto. Riferita la
cosa al granduca, fidandosi poco, volle accertarsi da sè, e lo fece;
quindi, piuttosto acceso che bene disposto, si dette a rovistare in un
monte di carte il poco anzi odiato decreto, e quello presto presto
segnando rimise in mano al ministro dicendogli: vada dunque, e procuri
che il Parlamento lo voti.
Ma l'esitanza cacciata dalla porta tornava dalla finestra, e di questo
accortosi il ministro dell'interno, avuto serio ragionamento col
presidente del Consiglio e col ministro inglese, persuase il primo a
rinunziare l'officio, e quegli sempre amante della patria, non di sè,
ponendo il proprio bene nel bene comune volentieri acconsentiva; sir
Hamilton prometteva appoggiare la pratica; e la pratica fu fatta presso
il granduca, e nella medesima insistito per quanto la decenza
comportava. Riformato il ministero, la malgradita Costituente sariasi
messa da parte. Il granduca accolse la proposta con liete parole, ma
circa a mandarla ad effetto gli parve bene differire. Indi a pochi
giorni _insalutato ospite_ andava a Siena, nè faceva le viste di volersi
movere; alla ressa frequente del ministero di tornare, rispondeva
fingendosi ammalato; alla proposta di accogliere la sua risegna
replicava con la preghiera: restasse, non si potere comandare alla
natura, tornerebbe appena sanato.
Andarono allora il gonfaloniere di Firenze e il generale della guardia
nazionale, e n'ebbero buone parole. Comparve loro infermo davvero;
sicchè tornando, per commission del principe invitarono taluno dei
ministri a recarsi presso la persona di lui; questo fece il presidente
del Consiglio, che trovò giacente, col berretto tirato su gli occhi,
affannoso, con una febbre da cavallo, emicrania da rompere le campane, e
tanti altri malanni da consegnare in capo a un'ora al catafalco anche il
Biancone di Piazza ch'è di marmo. Il presidente, per non dargli
disturbo, pian pianino in punta di piedi se ne andò rimproverandosi la
disonesta diffidenza. Durante la notte il ministro dello interno spediva
dispacci fervidissimi co' quali raccomandava al collega la tutela del
principe, che ad ogni costo anco suo malgrado si aveva a salvare. Il
giorno appresso il presidente si conduce al regio ostello, e il cuore
gli palpitava per tema di trovare l'augusto infermo aggravato. O
prodigio! Il principe era sano come un pesce; accoglie festoso il
presidente, gli dice che, dopo mangiato un bocconcino[17], giovandosi
del cielo sereno, andrà a fare una giravolta in carrozza; al suo ritorno
parleranno di negozi. Così il principe disertava dalla Toscana senza
neanche lasciare a reggerla un vicario, non diceva in qual parte si
sarebbe condotto; dai suoi scritti inferivasi non lo sapere neanch'egli,
dacchè asseriva andrebbe dove la Provvidenza avesse voluto: intanto
raccomandava i famigli al ministero, il quale per la sua assenza cessava
_de iure_; aggiungeva, non volere per questo abbandonare la Toscana, e
ciò sonerebbe contraddizione là dove non si avesse ad intendere, ch'egli
alla corona non intendeva di renunziare. Pretesto alla fuga lo scrupolo
di ratificare il decreto della Costituente, messogli in capo dal papa,
l'aborrimento che per lui si versasse sangue umano; entrambi bugiardi:
bugiardo il primo, dacchè da quanto si espose, e a lui fu contestato in
forma pubblica e privata, e non contraddetto mai, si ricava come fosse
in sua potestà negare la ratifica al decreto della Costituente: bugiardo
il secondo per ismentita troppo più crudele, imperocchè dimostrava ben
egli come dal sangue non aborrisse, quando il potesse senza paura
versare: non aborrì dal sangue quando a buglioli pieni gliel'offerivano
gli Austriaci assassini: non aborrì dal sangue quando a mani giunte, e
piangendo di rabbia, quel suo figliuolo Carlo (che il popolo dabbene si
reputava amico) supplicava gli artiglieri toscani ad eseguire l'antico
ordine di soqquadrare con le palle Firenze.
[17] MONTANELLI, Memorie.
L'operato del principe lo pose nelle condizioni medesime di Giacomo II;
egli era il colpevole davanti alla legge, ed ogni cittadino avrebbe
avuto il diritto di arrestarlo; all'opposto egli accusava, egli
condannava, giudice e parte.
Causa di tradimento pur troppo era quella; bensì il traditore non istava
davanti il tribunale; e poichè questo lo scrittore disse quando lo
circondava forza austriaca, davanti coloro che avevano _preso a cottimo_
di condannarlo, così non gli sia imputato a viltà ripetere adesso che il
traditore senza rimorso, come senza vergogna, ha per interi dieci anni
abitato il palazzo Pitti.
Ciò che dopo avvenne come preordinato alla salute del paese non poteva
essere argomento di accusa; chè i paesi bene stanno e spesso anco
benissimo senza principi, senza governo no, e le fazioni nemiche
furiavano con ismisurato impeto agl'incendii alle rapine ed al sangue; e
come se tanta rovina fosse poca, il principe, che non sapeva tenere nè
lasciare, comandava ai soldati che abbandonando agli Austriaci le
frontiere, voltassero le armi contro al paese per ricuperargli lo
scettro ch'egli aveva buttato via; ma egli, che odiava tenerlo con la
legge, intendeva ripigliarlo con la punta della spada: e questo fu
visto. Ciò nonostante il Governo provvisorio pose studio affinchè ogni
cosa, comechè minima, del principe rimanesse inviolata, e fedele al
mandato volle che il paese intero con voti liberissimi decretasse il
governo col quale intendeva essere retto.
La fortuna allora continuò a mostrarcisi avversa: dopo la giornata di
Novara null'altro avanzava che salvare quante più reliquie si potessero
della libertà. La mente del Governo toscano allora fu questa: con ogni
provvidenza, fosse anco estrema, si tentasse mettere il paese in istato
di difesa; poi procurare che l'assemblea costituente statuisse: veruno
avere bandito il principe; il principe tornasse a patto, mantenesse lo
Statuto, e la patria da qualunque occupazione straniera preservasse. Se
si asserisse che questo partito era per riuscire di certo, sarebbe
iattanza e presunzione; solo ne sia lecito affermare che sembrava di
esito credibile. Si consideri che le cose dell'Austria procedevano
tuttavia avviluppate; la guerra ferveva in Ungheria, durava Venezia, a
Roma oscuravasi il tempo, la Francia tentennante dava sospetto: e
concorrendo tutti in un volere, la difesa poteva farsi. Per altra parte
non erano stati ommessi gli uffici, perchè potentissimi mediatori si
togliessero il carico di comporre il negozio in termini comportabili, ed
entrassero mallevadori dello adempimento dei patti. Sir Giorgio Hamilton
ministro d'Inghilterra (della benevola mente del quale verso la patria i
Toscani dovranno conservare grata memoria) non si tirò punto addietro, e
promise assumere il trattato, e si ripromise menarlo a bene; se
l'egregio suo fratello Carlo lo confortasse alla impresa non è da dire;
solo desiderava per più sicurezza pigliarsi a collega il ministro di
Francia, e questo si giudicava non sarebbe per mancare: disdetta volle
che dimorando alquanto a venire il signore conte Walewski, nuovo oratore
di Francia a Firenze, l'opera sua non si potesse avere: giunse tardi, e
giusto in quel punto che sprofondava ogni cosa. Però cotesto signore non
pretermise ogni maniera di onesto officio, affinchè molti guai non
succedessero; non essendosi presentato il destro fin qui allo scrittore
di queste pagine farne testimonianza, parrebbe a lui meritarsi taccia
d'ingrato se lasciasse correre questa occasione senza porgergliene le
debite grazie[18].
[18] Il signor Mario Carletti nell'opuscolo allegato a pag. 17
prosegue di lodi il Governo o Governi preceduti al Ministero 26
ottobre 1849, e questo biasima; della dittatura dice: non sapeva
quello si proponesse, nè ciò che le si minacciasse alle spalle.
Considera adesso com'ella molto bene il sapeva: anzi lo sapeva
anco il signor Mario, se leggiamo la nota a pag. 145 della sua
traduzione dell'opera del Gouraud, stampata a Firenze dal
Mariani 1852: pare che egli se lo sia dimenticato; sette anni
sono lunghi e molti accidenti nascono tra mezzo. Circa il
pericolo dietro le spalle, non è chiaro, e non possiamo
rispondere: però da chiunque movesse, macchinare dopo le spalle
è cosa vile.
Se bene o male il Municipio di Firenze e la Commissione aggiunta
operassero non torna opportuno cercare, nè importa al fine del mio
ragionamento; il quale ha dovuto chiarire che il granduca non ebbe
ragione di percotere il paese per colpe che il Governo provvisorio non
commise; ad ogni modo, se fu in peccato il Governo provvisorio, certo
non avevano demeritato presso lui il Municipio fiorentino e la
Commissione aggiunta, della quale il fallo fu appunto quello di aver
fatto col principe troppo a fidanza. E se pure in essi trovò ad
appuntare qualche cosa, perchè mai flagellarne la intera cittadinanza?
Invano si metterebbe in campo Livorno come pretesto: certo, non si può
celare; allora (non so per quale maledizione di Dio) così procedevano
gli spiriti ciecamente appassionati, che parve onesto e savio apporre ai
Livornesi di ogni ragione misfatti, e metterli in mala fama presso
l'Europa, esagerando con malignissimo intento qualche trascorso vero, e
apponendone loro molti di falsi; e tutti ne furono puniti anche troppo.
Se rammento questo, lo faccio affinchè d'ora innanzi biasimino o lodino
meno i Livornesi secondo che il vento tira e torna comodo, o gli studino
di più; rispetto ai Livornesi, calde, spensierate e generose nature, non
portano rancore; offendili pur quanto vuoi, voltati in là, non è più
nulla: anzi per la dolcezza di fare alla pace, quasi quasi ti vogliono
bene per avere loro cagionato del male. Badiamo però ve'; ogni pesce ha
la sua lisca, e a me non garbano idillii. Tuttavolta, malgrado lo
sbottoneggiare della impronta e stemperata setta, che dei moderati si
appella, Livorno si mostrava di facile composizione, e il motto
partorito dallo impeto popolare volgeva al termine: certo fu colto
pretesto alla chiamata dei Tedeschi in Toscana; ma quando vidersi
distendere da per tutto, allora ne apparve intera la fallacia. Si
buccinava eziandio: ciò essere senza il consenso, all'opposto contro la
volontà del granduca, il quale si sarebbe messo in quattro per non ce li
pigliare; anch'egli pagava il fio della guerra bandita all'Austria,
quando agli affetti privati antepose la carità patria, e via e via con
altre melansaggini siffatte, spifferate dai moderati a cui la
dissimulazione parve sempre rimedio; se non tutti la trangugiavano, nè
anco mancavano baggiani a crederlo: finalmente il generale D'Aspre,
soldato tagliato con l'accetta, stizzito per siffatti tranelli, buttò
carte in tavola, e da Empoli mandò fuori un bando col quale fece sapere:
che veniva in Toscana perchè ce lo avevano chiamato; e chi ce lo chiamò
era il granduca.
Il libretto dell'_Austria e della Toscana_, delle immanità toscane
incolpa l'Austria e Radetzky, come quelli che violentemente avevano
usurpata l'autorità sovrana tra noi: questo è falso e dannoso: falso,
imperciocchè al principe piacque cavare la castagna dal fuoco con la
zampa del gatto; dannoso, perchè purgava il granduca delle sue colpe; e
di sacrificatore voleva farsi comparire vittima agli occhi dei popoli
ingannati: ma forse cotesta arguzia si reputò spediente, prima per non
inciampare nelle Murate, e poi per mantenere in buona reputazione la
stirpe, che pur si voleva continuasse a reggere la Toscana, e fu tempo
perso, perchè a Belvedere la si scoperse da sè. Nuovo e non volgare
esempio della inanità di dire le cose a mezzo, nelle faccende politiche.
Quando il debito dello ufficio, che tieni, non te lo vieti, allora solo
gioverai alla patria, se presa la balla pei pellicini, la scolerai per
quanto ti bastino le braccia.
Ho dubitato se avessi dovuto scrivere quello che segue, ed, anco
scritto, sono stato in forse di cancellarlo; poi mi vinse il pensiero di
lasciarlo correre, perchè, o m'inganno, o meglio di molto discorso
basterà a dipingere la natura dell'uomo. Il granduca portava tra i
ciondoli dell'orologio una girella composta di tre pietre dure co'
colori bianco verde e rosso; ogni volta che veniva in Consiglio recavasi
il libretto dello Statuto sotto il braccio, ed assettatosi se lo apriva
davanti sul tavolino dicendo sempre, talchè riusciva sazievole: — Siamo
nuovi in questa via; mettiamoci la falsariga dinanzi agli occhi per non
isbagliare: questo abbiamo giurato, questo vogliamo mantenere, e non
vorrei che, per inavvertenza nostra, ci pigliassero in fallo. — Che più?
Nel libro delle orazioni, ch'ei leggeva assistendo alla messa stavano
attaccati, per segni, nastri verdi, rossi e bianchi, orlati in cima con
un po' di trina di oro, e questi un giorno mostrando allo scrittore gli
diceva, le sue figliuole avergli fatto quel gentile lavoro.
Questo rammenta la famosa preghiera con la quale Luigi XI si
raccomandava alla sua diletta madonna di Embrun, e tenuto conto della
differenza dei tempi la rassomiglia.
Mettete quel poco, che ne ho riferito, insieme al berretto di cotone
tirato su gli occhi, nel quale arnese si fece trovare dal conte Chigi,
dal cavaliere Peruzzi e dal presidente Montanelli; impastatelo col
_bocconcino_ che diceva mangiare prima di partirsi lasciando il paese,
che tanto lo aveva amato, nella desolazione, e giuoco _Roma contro uno
scudo_, se anco di qui a mille anni gli storici, i romanzieri non lo
dipingeranno a capello.
Il granduca, appena arrivato a Ferrara, e non so in quale altro luogo,
protestò e riprotestò intorno alla slealtà e alla violenza patite. Pare
a me che violenza non si fosse usata, e quanto a slealtà sarebbe bene
che le sue labbra disimparassero cotesta parola: infatti se la storia
delle 4 ore è vera, e non apparisce causa onde noi l'abbiamo a reputare
falsa, si ricava com'egli, licenziato l'antico ministero, commettesse al
signore Neri Corsini di comporne un altro: questo gentiluomo vi si
adoperò, ma non gli venne fatto; dacchè le persone ricercate da lui
rifiutassero, se per condizione prima il principe non risegnasse la
corona al figliuolo. — Io so anche la ragione che addussero, e fu: che
veruno uomo onorato poteva accettare l'ufficio di ministro di Leopoldo
II. — Gravissimo sfregio, e meritato. — Altro da lui indegnamente
bandito gli faceva assapere: tanto sperare di vita da potergli un giorno
dire in faccia ch'egli non era _nè galantuomo, nè gentiluomo._ — Ma la
superba fortuna derise allora cotesta parola come sfogo di animo
scorrucciato, e pure non era così, e adesso nell'avversa con ragione
pari altri gliela confermano. Noi pur troppo agitano le sorti umane
irrequiete e voltabili, pure a cui cammina per la sua via dritta, se
incontra l'odio, non trova il disprezzo mai. E il disprezzo meritato è
l'unica ferita che per rimedio non sana. Nè patì violenza dai soldati,
imperciocchè questi negassero bene di sfolgorare Firenze con le
artiglierie, ma gli si profferissero in ogni altra cosa devoti e pronti
a mettersi in qualunque cimento per serbare incolume il capo di lui e
della sua famiglia.
Circa a slealtà, giova assaissimo fissare la mente sopra un fatto
riportato dalla storia delle 4 ore. Il signor marchese di Laiatico
(della svisceratezza del quale verso il granduca veruno, che io pensi,
ha dubitato giammai) narra come il suo augusto padrone anco nel 27
aprile si dichiarasse disposto a movere guerra all'Austria, a patto che
i Toscani continuassero ad obbedirlo come sovrano; posto ciò ne scende
sequela, o ch'egli nell'ora della disdetta si univa ai nemici della sua
famiglia, o ch'egli si apparecchiava a sostenere la seconda volta la
parte del 1848 e 1849. Nel primo caso era senza onore, nel secondo senza
fede; sleale sempre. Dunque silenzio! La lealtà in casa d'Austria ci sta
come i vescovi _in partibus infidelium_.
Riassumiamo. Il granduca senza ragione disertando dal paese lo espose
agli orrori della guerra civile e dell'anarchia; e ciò nel punto in cui
stava per combattere la seconda impresa italiana; pretesto la
Costituente: causa vera, starsi a cavallo al fosso per vedere dove
l'andava a parare, e godere i frutti così della vittoria come della
disfatta; a cui salvò il paese dagli orrori a cui lo esponeva egli, dava
in mercede l'esilio, la quinquenne carcere, l'oltraggio della condanna
infamante, la inopia e l'avvilimento; cui troppo si fidò della sua
giustizia espose al ludibrio delle genti, al rimprovero di avere
condotto al macello la patria, all'amarezza di essersi in mal punto
ingannati, e ad altre più cose che a noi fia bello tacere. Il paese
innocentissimo funestò con le stragi, avvilì con la occupazione
straniera, spiantò con gl'imprestiti per pagare il boia che lo
frustasse, empì di miseria e di lutto con le frequenti condanne per
cause politiche; tentò più volte consegnarlo in mano degli esosi
gesuiti, le libertà calpestava, i giuramenti tradiva, insultava la
cittadinanza toscana ostentando assisa austriaca senza bisogno alcuno, e
predicandola stupida e ignorante al mondo; s'ingegnò fulminare con le
artiglierie Firenze, spinse i nati di una medesima terra a sbranarsi.
Alla perfine rifuggì presso il nemico, anzi nella sua medesima casa ei
riparò: i figli suoi nello esercito austriaco comparvero solo per
dimostrare che, rinnegato il paese dove pure avevano aperto gli occhi
alla luce, quando avessero potuto, lo avrebbero con le proprie mani
messo a pezzi.