Era parso a tutti cosa assai strana, anzi un capriccio inesplicabile
quello del vecchio Re d’invitare a un ricevimento nel parco della
Ficuzza la nobiltà palermitana e gli ufficiali inglesi con le loro
famiglie, e la meraviglia era stata maggiore quando si seppe che anche
la Regina sarebbe intervenuta per dimorare poi due o tre giorni nel
reale eremitaggio, come veramente avrebbe potuto dirsi la villa della
Ficuzza.
Alla Regina quell’invito era parso ben singolare, ma il Re le aveva
scritto con tanta premura e le aveva fatto intravedere tale un mistero
in quel suo invito che ella si era decisa ad andare, tanto più che
tutte le sue macchinazioni volgevano alla peggio.
I Calabresi erano stati dispersi; alcuni che si erano lasciati prendere
non avevano negato di aver ceduto agli adescamenti di un emissario
di lei; la congiura dell’Arciconfraternita di San Paolo era stata
sventata, e la sommossa della plebe palermitana per l’aumento della
tassa sui grani sedata dagl’Inglesi che avevano avuto un rinforzo
di due reggimenti. Bisognava dunque aspettare il risultato delle sue
offerte all’imperatore Napoleone, che occupato nei preparativi per la
spedizione di Russia, non aveva ancora risposto.
La fatalità aveva preseduto a tutta la sua vita, ma ella non rinunciava
a continuar nella lotta; anzi vieppiù gli ostacoli, i rovesci, le
delusioni la intestardivano nei suoi disegni. Comprese che si diffidava
di lei, che essa era un pruno negli occhi non solo degl’Inglesi, ma del
marito e dei figli, che se avessero avuto una sola inconfutabile prova
dei suoi raggiri, delle sue macchinazioni, l’avrebbero obbligata a
lasciare la Sicilia!
Mordeva dunque il freno, dissimulando però innanzi ai familiari le sue
ire che la facevano vivere in un continuo orgasmo. Solo Alma e Riccardo
bene leggevano nella torbida anima di lei che passava le giornate in
una irrequietezza senza posa che talvolta l’abbatteva, tal’altra la
faceva prorompere in lamenti e in sospiri, per ridivenir muta, tremante
in tutta la persona mentre si mordicchiava il labbro fino a farlo
sanguinare.
Alma, dopo la dolorosa avventura toccatale, era stata accolta da
lei con una espansione per dir così sospettosa, come se a stento
dissimulasse un cruccioso pensiero. Quantunque il vederla in salvo
fosse stato per lei un gran sollievo, che se ad Alma fosse capitato
qualche sinistro non avrebbe saputo come giustificarsi non solo col
duca di Fagnano ma anche con la nobiltà tutta che l’aveva seguita in
Sicilia, pure le era di gran tormento che ella dovesse a Riccardo la
salvezza, ricordando le premure del giovane e sentendo vieppiù acuire
il sospetto ch’egli l’amasse. Ma non osava apertamente rimproverarla
comprendendo quanto odiosa sarebbe stata la sua ingratitudine poichè
per lei Alma si era esposta a tanti gravi pericoli; per lei aveva
vissuto per sei giorni in un bosco in compagnia di rozzi avventurieri;
per lei una delle più nobili fanciulle del Regno aveva rischiato di
cader preda di brutali soldati. Quale dunque esser non doveva la sua
gratitudine?
Ma la gratitudine era come soffocata dalla gelosia, ma la gelosia le
mordeva il cuore come un rimorso! Ma la fatalità che faceva abortire
ogni suo disegno non era stanca di perseguitarla! Ah, come si sentiva
sola, contro tutti, sola contro il destino, sola contro l’amore,
quell’ultimo amore della sua vita, al quale invano ella chiedeva un
conforto; invano, perchè aveva incominciato a leggere nel cuore di
Riccardo ed a comprendere che solo la pietà lo teneva ancora avvinto a
lei!
La pietà! Ella, la figlia di un’imperatrice, la nipote di quegli
imperatori che avevano ereditato da Dio il diritto al dominio, che
erano i continuatori dei Cesari; ella, la Regina di due Regni, vilipesa
come regina, umiliata come donna, sempre più, sempre più sprofondando
nell’abisso di ogni miseria!
Alma, dacchè era tornata, attendeva al suo servizio freddamente e quasi
austeramente tranquilla, evitando d’intrattenersi troppo nelle camere
della Regina, la quale non le rivolgeva che ben di rado la parola,
grata alla giovinetta di quel riserbo che metteva un distacco nei loro
cuori.
Ma ciò che le riusciva amaro, ciò che la umiliava vieppiù era il
contegno ossequioso di Riccardo che, quantunque ella lo avesse fatto
riconoscere come suo scudiere, non compariva nella villa reale che solo
nelle ore in cui servi e valletti ne popolavano le sale. Pure ella non
poteva nulla rimproverargli; d’altra parte era così ferita nel suo amor
proprio di donna che della sua freddezza non voleva dolersi, quantunque
più volte fosse stata lì lì per prorompere!
È vero però che talvolta si faceva delle illusioni, che il rispetto e
la prudenza gl’imponessero una tale riserva, anche perchè se con lei
si teneva nel contegno di un gentiluomo i cui rapporti con la Sovrana
non fossero più intimi di quanto il comportasse l’ufficio che aveva
in Corte, non meno severo era il contegno che serbava con Alma; e per
quanto invigilasse con occhi gelosi non aveva potuto sorprendere nè un
gesto, nè una parola, nè un sorriso che avessero potuto confermarla nei
suoi angosciosi sospetti.
Pure sentiva che Riccardo non era più quello di un tempo; sentiva che
Alma era crucciata da un occulto pensiero. Che cosa era avvenuto tra
quei due mentre egli la riconduceva nella villa reale? Che gli aveva
detto lei dopo essere stata messa in salvo? Quale influenza aveva avuto
sul cuore della giovinetta l’intervento di Riccardo, che sol per lei
aveva sfidato il pericolo di cadere in mano degl’Inglesi?
E il pensiero le ondeggiava tra la rovina di tutti i suoi disegni e
i pericoli vaghi, indefiniti del suo amore per Riccardo. Il silenzio
dell’Imperatore non le riusciva più esasperante del contegno che
serbavano quei due giovani! Forse se Riccardo non le avesse ingenerato
dubbi e paure, meno angosciosi sarebbero trascorsi quei giorni in cui
più immane aveva inteso il pondo della fatalità, di quella fatalità che
da dieci anni pesava su lei!
Bisognava dunque che ella sapesse; bisognava dunque che ella
costringesse Riccardo a svelarle tutta l’anima sua; bisognava che ella
riafferrasse l’amante che le sfuggiva!
Era l’ultimo suo amante: e l’ultimo amante si ama con una furia di
possesso: l’ultimo amore è fatto di tutti i ricordi, di tutte le
fiamme, di tutti i dolori e di tutte le gioie degli amori che lo
precedettero in un cuore di donna. Ella era in quell’età in cui la
donna o non ama più o ama col delirio di tutto l’esser suo: ella era in
quell’età in cui la donna si afferra all’ultimo amante come il naufrago
allo scoglio, anche se vi debba morire per gli urti della tempesta. Di
tutta la sua vita avventurosa di donna e di regina era quello l’ultimo
avanzo, ed ella vi si afferrava disperatamente come all’unico sostegno
del cuore trambasciato!
Oramai non aveva che una realtà e una illusione: l’amore di Riccardo,
come donna; l’intervento dell’imperatore Napoleone negli affari di
Sicilia come regina.
Risoluta ad assicurarsi di non aver nulla perduto nel cuore di
Riccardo, sperando che il suo riserbato e severo contegno fosse dovuto
unicamente alla presenza di Alma che dormiva nella camera attigua alla
sua, aveva fatto dire al nuovo scudiere di andar da lei che aveva gran
bisogno di parlargli. Lo aveva ricevuto nel gabinetto ove spesso si
ritirava, e facendolo sedere a lei vicino gli aveva detto:
— Parla, ora che nessuno ci ascolta: fa che io legga nell’anima tua.
Perchè tu eviti di restar solo con me? Perchè mi hai costretta ad
imporre che nessuno entri qui onde tu possa libero parlarmi? Perchè
non hai compreso che io, ogni notte, ti aspetto invano invano, e quasi
perchè non possa fissarti il luogo e l’ora tu ricorri alle astuzie, ti
fingi inconsapevole di quel che mi logora il cuore?
Egli aveva ascoltato impassibile, non venendo meno all’austerità del
contegno. Pure rispose con accento di un’ossequiosa fermezza:
— Io ho dedicato la mia vita a Vostra Maestà, anche se essa debba
trascorrere, come trascorre, nell’ozio vergognoso... Vergognoso, sì,
che non sa a che cosa possa oramai servire il mio braccio, il mio
cuore, il mio coraggio se non a marcire in una inazione che mi umilia!
A capo della mia banda, io ero un soldato di Vostra Maestà; qui che
cosa sono io se non.. quel che leggo nel perfido sorriso dei familiari?
— Ah — disse lei prorompendo — allorchè si hanno di questi scrupoli non
si ama più, non si ama più!
In questo fu picchiato alla porta ed una voce disse:
— Un corriere di Sua Maestà il Re.
Ella si alzò di botto.
— Un corriere del Re, un corriere del Re? Che cosa è accaduto dunque? —
esclamò impallidendo.
— Che Vostra Maestà non indugi a riceverlo — disse Riccardo che si era
avvicinato alla porta per aprirla. — Pare anche a me che debba essere
apportatore di qualche grave notizia.
— Aprite ed introducetelo — rispose lei tornando a sedere, imponendosi
ma invano di rasserenarsi.
— Il Re nostro signore — disse il corriere avanzandosi e porgendo alla
Regina una larga lettera dai suggelli rossi in un vassoio d’argento
— mi ha ordinato di dire a voce a Vostra Maestà che non metta alcuno
indugio a recarsi alla Ficuzza ove l’aspetta impaziente.
La Regina intanto aveva aperto la lettera e leggeva con espressione
di stupore come se non giungesse a darsi spiegazione del contenuto di
essa.
— Va bene, andate — disse poi al corriere, gittando la lettera sullo
scrittoio.
— Se Vostra Maestà vuol restar sola... — disse Riccardo.
— No, no, restate voi, restate.
Il corriere uscì.
— Sapete che contiene quella lettera? — disse la Regina. — L’invito
ad una festa che il Re dà alla Ficuzza, alla nobiltà palermitana:
un invito fatto in tali termini che mi obbliga per prudenza ad
accoglierlo.
— Vostra Maestà fa bene: impedirà così le malignazioni dei suoi nemici.
— Ah — gridò lei fulminandolo dello sguardo — tu ne godi quasi, tu ne
godi perchè non sarai costretto più ad infingerti meco, perchè tu non
potrai seguirmi e sarai quindi libero di te stesso, libero nei tuoi
amori con...
Egli impallidì, ma il suo sdegno fu vinto dalla pietà per quella donna
che appariva convulsa. Fece un gesto come per respingere quell’accusa;
ma ella non gli diede il tempo di scolparsi e continuò accesa in volto,
con le labbra tremanti e la voce roca per la collera:
— Non è, non è la dignità tua, umiliata per l’inazione, non è il
perfido sorriso dei miei familiari che ti fa così perplesso a me
dinanzi, che ti tiene da me lontano, che ti fa evitare di restar solo
con me, onde tu non debba negarti ad un mio invito. È ben altro, ben
altro! A che mentire, a che cotesta tua ipocrisia, a che? Credi tu
che io non ti legga nel cuore, che non penetri nel segreto dell’anima
tua e... e di colei, di colei che è la mia più fiera nemica ora? Tu
resterai qui, con lei, e mentre io sarò lontano.. No, no per Iddio, no!
— Io sarò — rispose lui — dove Vostra Maestà vuole che sia.
— Verrai con me alla Ficuzza? — chiese lei con voce incerta, la
remissività di lui incominciando a calmarla.
— Se Vostra Maestà me l’ordina... Rifletta bene però che la mia
presenza potrebbe esser interpretata malignamente. Il mio grado di
scudiere se è riconosciuto qui non sarebbe riconosciuto altrove...
— È vero. Ma dunque solo per questo tu non vuoi venire? Senti — disse
poi facendo uno sforzo per dominare sè stessa — non chiedermi qual
sia il sentimento che a te mi lega... Io non lo so, non lo so bene
e se anche il sapessi, risparmia una confessione a me, misera donna,
misera in proporzione di quanto esser dovrei glorificata, umile per
quanto dovrei esser superba! Avrò peccato in vita mia, ma l’espiazione
è crudele, crudele quanto tu non immagini! Veggo crollar tutto a me
d’intorno, tutte le mie speranze, tutte le mie illusioni. In questa
guerra impegnata da me sola contro tutti credevo di avere almeno Dio
pel mio diritto, Dio per vendicarmi, Dio nel quale riponeva tutta la
mia forza. Ebbene, io fidavo in te, in te che mi sfuggi, in te che
solo il dovere forse, solo forse un sentimento di generosità, di pietà
tiene ancora qui. E sono io, io la tua Regina che così ti parla, che
così t’implora, colei che fece cader cento teste superbe, e che osò
combattere sola contro il genio di Napoleone Bonaparte!
E nel dir ciò gli occhi di quella donna erano bagnati di lagrime,
lagrime spremute dalla tempesta che le infuriava nel cuore, onde egli
ne fu commosso pur non sentendosi di nulla colpevole.
Comprendeva bene ciò che ella avrebbe voluto: lo avrebbe voluto più
premuroso, fors’anco più avventato nel cercar di penetrare fino a lei,
anche a costo di affrontare uno scandalo. Più che l’amore il dispetto
la rendeva così convulsa, bene ella comprendendo che la presenza di
Alma lo aveva reso così prudente, se era prudenza la sua, e non ritegno
di continuare negli antichi rapporti quasi sotto gli occhi di quella
giovinetta che era l’unico suo amore!
Sperando di volgere il discorso su un soggetto meno doloroso e meno
imbarazzante per lui le disse:
— Vostra Maestà dunque andrà dal Re?
— Sì — rispose lei — è necessario: il tono della lettera mi fa
comprendere che vi sia qualcosa in aria. Una tale festa asconde un
mistero che debbo penetrare...
Poi divenendo dolce e carezzevole, gli si avvicinò, gli mise una mano
sulla spalla e gli disse sommessamente:
— Colà sarò più libera di qui, forse. So l’appartamento che mi
riserva... Una porta della mia camera dà in un giardino... Hai
compreso?
Si stringeva a lui in dire ciò con gli occhi accesi e le labbra
tremanti: ei sentiva in sè le vibrazioni di quel corpo bello e caldo di
passione:
— Sì — le rispose, mentre ella lo attirava a sè.
— Ti terrai nelle vicinanze — continuava a dire con le labbra sulle
labbra di lui — e verrai verso la mezzanotte. Io ti aspetterò come...
come ti ho aspettato invano qui tante notti, tante notti..
Egli l’aveva presa fra le braccia sentendo come un rimorso. Era
quella la Regina, la formidabile sovrana che dieci anni innanzi aveva
insanguinato Napoli, la donna feroce che non aveva avuto mai sensi di
pietà? Era proprio lei così supplichevole, così umile, così trepidante?
Ne sentiva quasi rimorso: per lui era divenuta così vile, così
ondeggiante, così immemore di sè?
— Verrai, dunque, non è vero, verrai?...
— Sì, sì, verrò — rispose lui pervaso come le tante altre volte dal
fascino fisico di quella donna e dalla pietà insieme.
— Me lo giuri?
— Lo giuro, verrò.
— Staremo soli, sta sicuro: qui, lo comprendo, siamo troppo spiati...
Quella ragazza... quell’Alma infine, dormirà lontano da me...
lontano... Perchè ti turbi, perchè?...
— No, no. Gli è che temo, non per me, non per me!
— Chi teme non ama, ed io di nulla temo, io. Perchè temi tu, dunque?
Il Re!... Ah, il Re non verrà certo nella mia camera... Io sarò sola:
intendi tu? sola!...
Quando Riccardo andò via ella diede in un sospiro di sollievo. Lo aveva
riconquistato dunque? Per sempre, per sempre?
Era questo il dubbio che ancora la pungeva, dal quale ancora sentiva
attenagliata l’anima! Che doveva fare di più per impedire che le
sfuggisse, per evitare il pericolo onde era minacciata?
Il pericolo era Alma. Alma nel cui cuore aveva ben letto la passione.
Bisognava dunque allontanarla quantunque fosse la sola amica
rimastale fedele. Ma sarebbe bastato? No, no, se egli la amasse fino
a dimenticare i suoi giuramenti, le sue promesse! Quale ostacolo si
sarebbe frapposto tra lui e lei or che egli era il vero, l’unico erede
del titolo e del feudo dei duchi di Fagnano?
Un pensiero, un terribile pensiero le attraversò la mente.
— No, no — proruppe come per respingere violentemente un tal terribile
pensiero. — Egli non mi perdonerebbe, non mi perdonerebbe!
Partire e costringerlo a seguirla, partire per andare altrove a
rannodare le fila del disegno pel ricupero del trono e del potere
regale, partire con lui! Questo, questo era l’unico mezzo per
scongiurare il pericolo: partire per ritornare poi trionfatrice, per
ritornar poi la sovrana assoluta.
La promessa di Riccardo aveva fatto risorgere in lei le speranze,
aveva dato nuovo vigore al suo spirito. Il disegno che le era balenato
di lasciar la Sicilia per andare altrove a sostenere i suoi diritti
era bastato ad infonderle nuovo vigore. Ma esser poteva sicura della
riacquistata serenità che un nonnulla bastava a turbare, così le tante
disavventure resa l’avevano incerta e trepidante?
Intanto ella aveva dato gli ordini, e dopo un’ora la Regina ed Alma
erano in viaggio per la Ficuzza.
Sua Maestà la Regina era stata ricevuta con tutti gli onori che le
si dovevano: Ferdinando IV l’aveva stretta al cuore con insolita
espansione e l’aveva accompagnata nell’appartamento destinatole
ove ella, stanca del viaggio, aveva voluto restar sola. Era proprio
l’appartamento che aveva indicato a Riccardo, alcune delle cui porte si
aprivano su un giardino lussureggiante di fiori.
Era stato quello il suo primo pensiero, appena rimasta sola, e con una
profonda gioia nel cuore aveva visto che ben facile sarebbe stato a
Riccardo lo scalare il cancello che si apriva in un sentiero del parco.
Ella avrebbe lasciato aperta l’imposta allorchè il silenzio profondo
fosse stato indizio che tutti dormivano nella dimora regale.
Intanto giungevano i convitati al gran pranzo, coloro cioè che
avrebbero dovuto pernottare nella villa per prender parte alla
caccia del mattino la quale doveva precedere la festa campestre. Fra
gl’invitati erano anche lord Bentinck e alcuni dei più ragguardevoli
ufficiali inglesi. Grande era l’affaccendarsi dei servi e dei
cerimonieri che dovevano provvedere agli alloggi di tanta gente, sicchè
un insolito movimento regnava nella regale dimora, di consueto così
tranquilla e silenziosa.
Alma appena scesa di carrozza aveva scorto tra un gruppo di
gentiluomini suo padre, che le fece un lieve cenno di saluto, non
permettendo l’etichetta di più; ma quando la Regina l’accomiatò per
restar sola, ella chiese ad una delle cameriste che l’accompagnasse
all’alloggio del duca di Fagnano.
Il quale, attendendo alla sua toeletta pel pranzo, aspettava sua
figlia. Appena ne ebbe l’annuncio le corse incontro tutto festoso.
— Ah figlia mia, figlia mia, bisogna pure che te lo dica: io non posso
più oltre vivere da te lontano. Già... fra giorni, se quel che si dice
è vero, tu mi sarai restituita. L’amore pel Re, il dovere per la Regina
sono una bella cosa, ma infine, quando si ha un padre, che fuor di
sua figlia non ha nessuno al mondo... Ma ripeto, ho una speranza, una
speranza che, senza che tu venga meno a quel che tu dici il tuo dovere,
potrò riaverti!
— Io non intendo, padre mio — disse Alma, la quale comprese che il
vecchio duca le occultava qualcosa di grave.
— Non comprendi? Eppure tu devi sapere molte cose tu. Puoi negare —
disse poi con voce sommessa e sedendole vicino — che... che Sua Maestà
ha commesso delle gravi, gravissime imprudenze? Si dà per certo che
sia stata lei a soffiare nel malcontento del popolino palermitano in
occasione delle tasse sui grani; che fu lei a metter su la cosidetta
Arciconfraternita di San Paolo con l’intento di scacciar gl’Inglesi
dalla Sicilia; che fu lei ad ingaggiar tanti straccioni capaci di ogni
delitto, che dopo averne commesso di nefandi poterono sfuggire alla
giustizia dei Francesi. E tu, tu, povera creatura mia, devi vivere con
una tal donna?
— Una tal donna, padre mio, rappresenta un principio, un diritto,
un’idea. Non tocca a noi giudicar delle sue colpe, se ne ha: tocca a
Dio.
— Discorriamo, via — disse il duca prendendo le mani tra le sue —
discorriamo seriamente. Io sarei venuto a Castelvetrano per continuare
il discorso che tu troncasti l’altra volta, con tanto poco riguardo per
me, per tuo padre a cui unicamente sta a cuore la felicità tua. Ma è
meglio che il nostro incontro sia dovuto al caso perchè... ai tempi che
corrono si deve diffidare di tutto e di tutti, e quella donna ha pure
le sue spie... Non che io tema di lei: per quanto intrighi, per quanto
congiuri, non tornerà più, mai più, ad inferocire su questi poveri
popoli!...
— Pure, padre mio, ella espia duramente...
— Ah, tu non la conosci. Si comprende che ella debba soffrire molto;
ma credi tu che sia pentita? Credi tu che abbia rimorso del sangue che
ha fatto spargere? Dio non voglia che ella torni ad essere regina di
fatto: quali orrende vendette basterebbero alla sua ferocia? Ed anche
tuo padre, vedi, ne sarebbe colpito, quantunque ti abbia messo al suo
servizio. Quella lì è un’ingrata, quella lì è una...
— Vi ho detto, padre mio, che a me fa male sentir parlare così da voi
che pur siete uno dei più nobili baroni del Regno...
— Perchè io sono rovinato, intendi? se tu non ti pieghi al mio volere,
se tu non abbandoni quella donna al suo destino...
— Giammai, giammai per volontà mia! Dovevate pensarci prima di
affannarvi tanto per ottenere la mia nomina a lettrice di Sua Maestà;
giammai per il progetto che, come pare, accarezzate ancora!
Il duca si morse le labbra, ben comprendendo che era inutile insistere
più oltre.
— Innanzi a cotesta tua testardaggine — disse dopo un istante di
silenzio — io piego il capo. Del resto — continuò con un sorriso di
uomo che sa più che non voglia dire — ella sarà costretta ad andar
via... E se fosse costretta ad andar via, tu non avresti nessun obbligo
di seguirla, non è vero? E ritorneresti in casa del povero padre tuo,
che dovresti amare più, assai più di quella donna.
— Ma io non l’amo, non l’amo! — proruppe lei per un impulso
irriflessivo. — È il dovere, solo il dovere...
Il duca era tutto raggiante d’esser riuscito a strapparle quella
confessione.
— Ah, lo sapevo bene che tu, tu che sei una tanto nobile creatura
non potevi amare una donna la quale forse senza riguardo alcuno alla
purezza dell’anima tua, ti ha fatto assistere a chi sa quali scandali!
Perchè si sa, si sa tutto, e il rossore che ti copre il viso mi dice
che tu non ignori, nulla ignori di certi suoi obbrobriosi rapporti...
Con chi poi, con chi, almeno a quel che si dice? Con uno di quei feroci
avventurieri che hanno disonorato il nostro nome, la nostra causa. Ah,
tu impallidisci, impallidisci per lo sdegno! Vedi, vedi in quale abisso
di vergogna è caduta! E tu, tu, povero fiore immacolato, tu devi vivere
a contatto di tali orrori! Ma...
Le si avvicinò, e col viso di chi sveli un gran segreto, guardossi
intorno e abbassando vieppiù la voce:
— Non dubitare... saran colti in trappola... le fila sono ben tese...
anzi io credo che una tale festa sia data appunto perchè la cosa
riesca. Per carità, figlia mia, che non ti sfugga una sola parola...
sarei rovinato... gl’Inglesi non me la perdonerebbero, essi che
diffidano di me perchè tu sei ancora al servizio di quella donna, e
avrebbero voluto almeno che per mezzo tuo io sapessi....
— Volevano fare di me una spia! — esclamò lei.
— No, no: perchè adoperi questa parola così aspra? Ma tu dovrai
serbarti neutrale, ecco. Tu hai detto che non ami quella... quella
donna: puoi stimarla? Neanche. È il dovere, il solo dovere che ti lega
a lei... Tu dunque, se accadrà qualcosa che dovrà sottrarti a tale
dovere, non per volontà tua, potrai stare in pace con la coscienza.
Perchè intendo, ora, intendo: la tua non è devozione ad una donna; è il
rispetto ad un principio, e su ciò non ho nulla a ridire, anzi ti lodo,
ti lodo.
Ella ascoltava senza interromperlo, sapendo bene che il padre, per la
sua loquacità irriflessiva le avrebbe tutto detto. Ma di che trappola,
di che tranello si trattava? Un tranello nel quale avrebbe dovuto
cadere anche lui, lui, Riccardo?
— Dunque — continuò il duca sommessamente, sempre con la sua aria di
uomo che la sa lunga — lui e lei cadranno nel tranello che sarà loro
teso questa notte.
— Questa notte?
— Questa notte o un’altra. Noi siamo stati avvisati di tenerci pronti.
— Ma che si vorrà fare, Dio mio? — gridò lei spaventata.
— Nulla, nulla di male. Non ci è poi da impallidire; da tremare così
come tu tremi, povera creatura! Si vorrà provocare uno scandaluccio,
ecco tutto, onde lei sia costretta ad andar via da questa Sicilia,
nella quale, come già fece in Napoli ed in Calabria, avrebbe voluto far
scorrere a fiumi il sangue della povera gente, e, quel che è peggio, ha
compromesso noi che avremmo potuto accettare le offerte dei Francesi.
— Ma di lui, di lui che ne sarà, che gli faranno? — gridò lei smarrita.
— Lui?... Chi sarebbe mo’ cotesto _lui_?
— Del... dell’altra persona?
— Ah, dell’avventuriero! Siccome deve fare i conti con la giustizia
inglese per molti delitti commessi, sarà arrestato, processato e
appiccato. Gli Inglesi vanno per le spiccie. Ma che può importare a te
di lui?
Alma si conteneva a stenti. Svelar tutto a suo padre, svelargli chi
fosse l’uomo del quale parlava con tanta tranquilla indifferenza? Ah,
no, chè il suo affetto filiale non le faceva punto velo agli occhi e
comprendeva pur troppo che sarebbe stato peggio, assai peggio. Svelare
alla Regina il tranello che le si tendeva? Ma le avrebbe prestato fede?
Non avrebbe creduto invece che la gelosia parlasse in lei? Eppoi già
era l’ora del pranzo; come avvicinarsi alla Sovrana senza venir meno
al cerimoniale che era strettamente e pedantescamente osservato in
certi giorni? Avvertir lui? Ma dov’era lui, dov’era? Certo esser ci
doveva un’intesa con la Regina; ricordava che non aveva voluto che lei
dormisse nella camera attigua, facendole intendere che il Re forse ne
sarebbe imbarazzato.
Ah, ora capiva, capiva con un angoscioso stringimento di cuore perchè
la Regina aveva voluto restar sola! E sarebbe stata la sua rovina!
Coglierli in flagrante era questo il tranello, questo!
Intanto il duca aveva finito di abbigliarsi.
— Tu resterai qui? — le chiese.
— Sì; ho pregato Sua Maestà che mi dispensasse dall’intervenire al
pranzo.
— Meglio, meglio così, figlia mia; non muoverti dall’alloggio di tuo
padre. Parrà a tutti cosa naturalissima. Non commettere imprudenze:
aspetta qui gli avvenimenti e vedrai che tutto sarà per il meglio.
Confortati col dire a te stessa che in quello che accadrà tu non hai
colpa alcuna, che fino all’ultimo hai compiuto il tuo dovere.
Le mandò un bacio con la mano ed uscì tirando a sè la porta.
Che fare, che fare? Doveva ella starsene indifferente mentre la Regina
correva un tal pericolo, mentre egli, forse solo colpevole di non saper
resistere alla volontà della donna regale, avrebbe scontato col sangue
ciò che era in lui non amore, ma cavalleresca abnegazione? Doveva col
suo silenzio metter la Regina, con la quale aveva vissuto per cinque
anni in dimestichezza e che era stata sempre affettuosa con lei, meno
dacchè la gelosia aveva incominciato a roderle il cuore, in piena balìa
di quei prepotenti e brutali stranieri?
Pure immersa così nei suoi pensieri, non sentiva in sè l’energia di
prendere una risoluzione, tanto si sentiva stanca nel corpo e nello
spirito per tutte quelle traversie che l’una dopo l’altra l’avevano
travagliata, tanto si sentiva oppressa e combattuta da un cumulo di
sentimenti discordi. Ben comprendeva che le cose precipitavano al
loro fine, e che di quel dramma nel quale aveva avuto tanta parte si
appressava l’ultima scena, dopo la quale non sapeva intendere che cosa
di lei dovesse avvenire!
Ella non si sentiva nata per la via avventurosa e irta di pericoli
che pure aveva vissuto da qualche tempo: natura dolce e contemplativa,
quante volte era tornata col pensiero ai suoi monti verdi, a piè dei
quali biancheggiava il paesello poco lungi dalla casa paterna ove aveva
vissuto nella serenità! A quali casi strani era andata incontro nel
lasciarli! E chi sa se li avrebbe più riveduti, chi sa se sarebbe mai
tornata in quella cameretta del vasto castello ove in tanta pace erano
trascorsi i primi suoi anni!
Un tal pensiero le richiamò alla mente lui, lui che in quell’ora forse
volgeva il passo verso l’abisso. E lei doveva salvarlo, non solo perchè
era inutile nascondere a se stessa che l’anima sua era tutta satura di
passione, ma anche perchè sentiva l’obbligo di riparare al danno che
aveva prodotto l’ambizione del padre suo. Per suo padre, quell’unico
e legittimo erede del duca di Fagnano aveva impreso quella vita così
indegna: pel padre suo il figlio di uno dei primi signori del Regno
era divenuto uno scorridore dei boschi ed ora si trovava impigliato in
quell’avventura che al certo sarebbe finita tragicamente per lui! Non
le aveva detto il padre che appena caduto in mano degl’Inglesi sarebbe
stato processato e quindi tratto all’estremo supplizio?
A un tal pensiero rabbrividiva! Orribile, orribile sarebbe stata la
sua colpa se pur potendo salvarlo, nulla avesse tentato per stornare
dal capo di lui il triste destino verso il quale in quell’istante
volgeva il piede; ella avrebbe continuato l’opera nefasta del padre,
ella gli avrebbe tolto la vita come il padre gli aveva tolto il nome
ed i beni, meno scusabile in questo del padre ella che l’amava, ella
che ne era amata! È vero che quell’amore restar doveva sepolto nel
cuore, che inesorabile sorgeva fra loro due la Regina, inesorabili
sorgevano i ricordi di quei rapporti che avrebbero pur sempre posto
come un’insormontabile barriera fra loro; ma nell’uomo dell’amor suo ci
era pure la vittima dell’ambizione di suo padre; e se ella per tanti
anni aveva portato sì fieramente un titolo che non le apparteneva;
se per tanti anni aveva goduto di un fasto e di una ricchezza che
facevano di lei la giovanetta più cospicua del Regno, non era stata la
sua un’usurpazione, incosciente è vero, ma non meno dannosa al figlio
legittimo del duca di Fagnano che intanto gemeva nella miseria, e per
farsi uno stato era divenuto un avventuriero?
Ed ora che ella poteva fare ammenda al male prodotto da suo padre, ora
che ella poteva scongiurare il mortale pericolo cui andava incontro
quel giovane, doveva starsene indifferente aspettando di sentirlo preso
ed impiccato come un volgare malfattore? E non l’avrebbe maledetta
lui, lui che bene avrebbe potuto credere che ella godesse della sua
morte, la quale l’avrebbe fatta continuare nel fasto e nella ricchezza,
rendendo legittimo il titolo che finallora aveva usurpato?
Parve di un tratto che cedesse ad un prepotente impulso di energia. Si
alzò, dicendo a se stessa:
— Salvarlo, salvarlo a costo della mia vita, a costo del mio onore se
occorre!
Corse alla porta e la trasse a sè per aprirla, ma la porta resistette.
— Chiusa, chiusa a chiave! — gridò smarrita.
Suo padre dunque aveva diffidato di lei!
Guardò intorno per la stanza: nessuna uscita, nessuna! solo in fondo
intravide una finestra a metà nascosta dalle cortine. Si ricordò
che l’appartamento di cui faceva parte quella stanza era quasi a
pianterreno.
— Uscirò, uscirò — disse quasi convulsa correndo alla finestra.
Ma le sue deboli mani non giungevano a rimuovere i chiavistelli. Col
volto acceso, tremante per l’orgasmo in tutte le membra, incurante del
dolore, si diede a forzare le imposte che però restavano salde, come
inchiodate. Dopo inutili sforzi cadde esaurita con le dita sanguinanti.
— Non posso, non posso! — gemeva. — Dunque dovrà morire, dovrà morire,
lui, lui che amo!
Dalle labbra tremanti le era sfuggita quella confessione che era un
grido di tutto l’esser suo. L’amava, sì, l’amava, e se finallora aveva
cercato altre ragioni per indursi ad affrontar tutti i pericoli per
salvarlo, ora vedeva chiaro nell’anima sua: l’amava come lo aveva
sempre amato, l’amava senza speranza, l’amava raccapricciando al
pensiero che da un’altra donna era posseduto, ma l’amava, tanto che se
lui fosse morto ella ne sarebbe morta.
E intanto si guardava intorno, sperando di trovare un mezzo qualsiasi
per uscire da quella prigione; si guardava intorno folle di dolore, con
gli occhi accesi di ansia, mentre volgeva a Dio una tacita preghiera
onde le fosse venuto in soccorso.
— Come fare, come fare? — mormorava tra i singhiozzi. — Sento che lo
salverei, lo salverei se potessi uscir fuori. Ah, padre mio, padre mio,
tu non sai che uccidi tua figlia, tu che forse a quest’ora tripudî!
Come fare Dio mio?
Balzò in piedi avendo inteso rinascere le forze, tornò alla finestra
e si diede di nuovo a trarre a sè le imposte con uno sforzo disperato.
Infine le parve di sentire uno scricchiolio che la fece sussultare di
gioia.
— Dio mio, Dio mio, grazie, grazie!
E riunendo tutte le forze in un supremo conato giunse a trarre a sè
l’imposta. Chi l’avesse vista così convulsa, così vibrante in tutta
la delicata persona non avrebbe creduto che ella fosse la pensosa
giovinetta dagli occhi di sognatrice, che accanto alla turbolenta
Regina era un contrasto vivente!
S’affacciò, ma si ritrasse sbigottita: da quella parte il terreno della
villa affossava, onde la finestra era di parecchi metri alta dal suolo.
— Non importa, non importa! — esclamò Alma a cui nell’orgasmo era
balenato un pensiero. — Saprò come fare, purchè giunga in tempo, mio
Dio!
La confortava il sentir sul suo capo, negli appartamenti in alto, il
vocìo dei convitati. Ancora dunque la Corte non si era ritratta negli
alloggi. Il tranello sarebbe stato teso nell’ora del silenzio, ella
ben lo comprendeva, quantunque il suo pudore di fanciulla si sentisse
offeso da tal pensiero.
Era già da un pezzo trascorsa la mezzanotte quando la Regina,
accompagnata nelle sue stanze dal maggiordomo e dai valletti
che reggevano i grandi candelabri d’argento, avendo con un gesto
accomiatato le cameriste che l’avevano attesa nell’anticamera, si trovò
sola, finalmente.
L’ampia camera con in fondo un’alcova era attigua al parco a cui
si accedeva per una porta mascherata dalla tappezzeria; un’altra
porticina, chiusa anch’essa, comunicava con le numerose stanze
dell’appartamento. La Regina nell’entrare si era lasciata cadere su una
poltrona, ed era stata un pezzo in ascolto. I rumori a poco a poco si
andavano affievolendo: giungeva a lei qualche sbatacchiar d’imposte,
qualche voce soffocata dalla lontananza; poi per la villa reale si
stese il silenzio, un silenzio profondo, indizio certo che tutti erano
andati a letto.
— Verrà — mormorò lei — verrà. Non ha mancato mai alla sua promessa.
Era bellissima nella magnificenza delle vesti: i ricchi gioielli
scintillavano sul seno a metà discoperto, come ghiacciuoli sulla
neve intatta. L’attesa del gaudio dava un molle languore al bel corpo
abbandonato.
— Verrà, verrà! Bisogna riconquistarlo. Egli era per sfuggirmi. Colpa
mia, non sua. L’amore non vuol rivali e le mie tante preoccupazioni mi
avevano discostata da lui.
Trasaliva ad ogni lieve rumore. Infine si alzò. Volse uno sguardo alla
grande specchiera in fondo all’alcova che rifletteva tutta la stupenda
persona e sorrise soddisfatta.
— Gelosa di una scioccarella! — disse con un atto di spregio.
Corse alle imposte che si aprivano sul parco e le trasse a sè lieve
lieve. Stette un pezzo in ascolto.
— Nessun rumore... Meglio così. Sarebbe stata un’imprudenza. Vi è
ancora qualche servo in giro, qualcuno dei signori sveglio! Certo lui
sarà nascosto dietro uno dei grandi alberi...
Lasciò socchiuse le imposte e tornò a sdraiarsi sull’ampia poltrona,
sorridendo alle dolcezze che la fantasia le imprometteva in quella
notte di gaudio.
— Lord Bentinck è stato con me di una grande cortesia — disse tornando
col pensiero alla serata trascorsa. — Certo non ha alcun sospetto,
per quanto si dica che abbia ovunque delle spie! Ah, se Bonaparte si
deciderà, che bel giochetto gli faremo! Chi ci avesse visto stasera
avrebbe creduto che fossimo i più buoni amici di questo mondo!
Nel dir ciò volgeva gli occhi, che già incominciavano ad essere
impazienti, verso le socchiuse imposte della veranda.
— Ora poi — disse con voce irosa — la prudenza è un po’ troppo
prolungata... E se non venisse?
A tal pensiero, che la fece fremere, il viso si rabbuiò, gli occhi
ebbero un lampo di minaccia.
— No, no, ha promesso, e non ha mancato mai alla sua promessa! —
mormorò per confortarsi. — Voglio che mi vegga così. Stasera leggevo
l’ammirazione in tutti gli sguardi, e non erano sguardi adulatori, no.
Anche il Re mi si è mostrato più carezzevole del solito. L’imbecille,
che si è lasciato accalappiare da una sguaiatella! È alla mia età che
si ama... che si sa amare...
Si era alzata, punta dall’ansia, dall’impazienza e anche da una vaga
paura, e si era fatta alle imposte della veranda tenendosi immobile,
tutta raccolta nell’ascoltare. Ma nel silenzio profondo non udiva che i
convulsi battiti del suo cuore.
— Ah — disse infine soffocando un grido di gioia che era per prorompere
— mi par di avere udito un calpestìo... È lui, è lui, la sua ombra...
Che m’importa del resto, che m’importa? Mi resta la sua giovinezza, mi
resta il suo amore!...
Non era più la Regina, ambiziosa, feroce, col cuore gonfio di odio
pel quale tanto sangue aveva fatto spargere; era la donna vibrante di
passione, che per un’ora d’amore avrebbe affrontato l’abisso!
Invero era lui.
— Vieni, vieni, vieni amor mio! — mormorò lei stendendogli ambo le mani
per trarlo a sè.
Egli entrò, scuro in viso, pensoso, senza rispondere al grido di lei
che intanto aveva chiuso le imposte della veranda.
— Che hai, che hai? — diceva lei stringendoglisi al petto. — Non hai
atteso anche tu questa ora? Io, vedi, tutto dimentico, tutto... Non vo’
pensare a nulla adesso, a nulla, solo a te, solo a te dopo tanti lunghi
giorni, dopo tante notti insonni!... Ma che hai?
— Ho paura — rispose lui che pareva incerto e tendeva le orecchie come
per sorprendere il menomo rumore nel silenzio profondo della notte.
— Paura tu, paura tu! Ah, diceva il mio povero Nelson che non sapeva di
che fosse fatta!
— Paura per voi, non per me!
— Per me?
— Silenzio — esclamò lui restando immobile. — Nel parco vi è della
gente...
— Ma no, ma no, son tutti a letto, ora. Eppoi sei con me qui. Chi, chi
oserebbe varcar la soglia di quella porta?
Egli si rassicurò, ma rimase pur sempre pensoso.
— Gli è che non mi ami, non mi ami più! — proruppe lei respingendolo.
— Che sei venuto a far qui, che sei venuto a fare? Per schernirmi?
Schernir me, me che mi sono abbeverata di sangue umano, me che ho fatto
rotolar cento teste dal patibolo! Bada che il mio amore può mutarsi
in odio, odio atroce! Tu mi credi impotente, tu mi credi tigre senza
artigli, vipera senza denti; ma bada, bada...
— Voi siete sempre la Regina — mormorò Riccardo che era ricaduto nelle
preoccupazioni perchè mentre la Regina inveiva, usato a distinguere
gl’impercettibili rumori della notte, gli era parso di sentire nel
parco dei calpestii e delle voci soffocate.
— Qui, a quest’ora, non vi è la Regina: vi è la donna che ti vede
freddo e perplesso a sè dinnanzi — rispose lei guardandolo fieramente.
— Alla donna parla, alla donna spiega il tuo contegno, alla donna svela
tutta l’anima tua...
— Ebbene, sì. Sappiate che da tre giorni mi si pedina... a me non
possono sfuggire certe manovre... mi si pedina da gente venduta
agl’Inglesi. Mi sono alzato di notte e ho visto giù nella via delle
ombre: al mattino quelle stesse ombre erano mendicanti, mulattieri,
merciaiuoli. Non è me che si può ingannare con un travestimento...
Ovunque sono andato in questi giorni ho visto i merciaiuoli, i
mendicanti istessi che pur cercavano di nascondersi. Sono stato
prudente perchè.... perchè avevo promesso di venir qui a qualunque
costo, e son venuto, ma seguìto a distanza da quelle ombre. Che cosa
si trama contro di voi, contro di voi, o Regina, chè io sono ben misera
cosa per destar tanto interesse alle spie degl’Inglesi? Non so, ma non
m’inganno, non m’inganno: un pericolo vi sovrasta.
Ella aveva ascoltato or con un sorriso di dubbio, ora col viso velato
da una nube di preoccupazione. L’accento del giovane era sincero, ma
lei gli faceva una colpa della sua paura, pur comprendendo che aveva
paura per lei.
— Ah, se mi amasse — diceva a se stessa ascoltandolo — non curerebbe il
pericolo anche imminente!
Si sentiva stizzita ed insieme umiliata. Era il devoto, era il suddito
fedele, era un partigiano pronto a dar la vita per lei, ma non era
l’amante. Comprese che bisognava uscire da quella situazione così
penosa per entrambi.
— Io non ho nulla a temere — gli disse, assumendo un’aria austera e
sdegnosa. — Io sono Maria Carolina, arciduchessa d’Austria e Regina di
Napoli e di Sicilia, l’avete dimenticato forse?
Non aveva finito di dir queste parole quando la porticina in fondo
si aprì. Con le vestì scomposte, i capelli disciolti, Alma irruppe,
mentre Riccardo e la Regina davano in un grido di stupore e di spavento
insieme.
— Salvatevi, salvatevi — gridò Alma affannosamente — vi si è teso un
tranello: Salvatevi!
— Un tranello, un tranello a me? — disse la Regina che era stata
colpita da un sinistro pensiero e volgeva lo sguardo, in cui si leggeva
il sospetto e in cui balenava il furore, or su Riccardo, ora sulla
giovinetta.
— Sì, sì, a voi — continuò Alma che vibrava di sgomento e di angoscia
in tutta la persona. — Non vedete le mie vesti lacere, queste mani
sanguinanti? Mi avevano rinchiusa in una stanza... a gran stento
potei aprire la finestra e scender giù facendo una corda di alcune
lenzuola...
— Non m’ingannavo dunque — mormorò Riccardo che aveva negli occhi una
ineffabile tenerezza per quella giovinetta la quale per salvar lui,
lui, lo comprendeva bene, si era esposta a tanto rischio, per salvar
lui che pur sapeva in un colloquio d’amore!
— Badate, potrebbe anche essere un vostro vilissimo stratagemma...
un concertato fra voi due... badate! Mi vendicherei, mi vendicherei
atrocemente!
E la Regina diceva ciò a denti stretti, livida in viso, con le labbra
tremanti e gli occhi accesi di una luce sanguigna.
Ma i due giovani non ebbero il tempo di rispondere: nel silenzio della
notte si elevarono alcune grida sì dall’interno come dal di fuori della
villa.
— Udite? — esclamò la giovinetta fieramente ergendosi in tutto il
suo orgoglio offeso dall’oltraggioso sospetto della Regina, e come se
quelle voci fossero la risposta alle parole di Sua Maestà.
— È vero dunque, è vero! — mormorò Carolina d’Austria fluttuante tra
l’ira ed il terrore, ma ancora incerta, mentre le grida vieppiù si
avvicinavano.
— Zitto — disse Riccardo che innanzi al pericolo aveva riacquistato
tutta la sua energia. — Ascoltiamo.
— Un ladro negli appartamenti di Sua Maestà la Regina — si gridava dal
parco su cui si apriva la veranda.
— Intendete, intendete? — proruppe Alma. — Si finge di inseguire un
ladro per penetrare in questa stanza...
— Ebbene — disse lui con voce tranquilla — che importa se mi si crede
un ladro? Saprò farmi strada fra cento: non è questa la prima volta.
E sguainando il lungo pugnale la cui lama sottile e acuta mandò
bagliori sanguigni, balzò presso le imposte della veranda.
La Regina corse a lui, l’afferrô pel braccio e lo trasse a sè
dicendogli con parole smozzicate dalla rabbia:
— No, no, non cercano un ladro... cercano il mio amante!
Aveva tutto compreso: il tranello e le sue terribili conseguenze. Lo
scandalo l’avrebbe costretta a lasciar la Sicilia, lo scandalo avrebbe
troncato tutti i suoi progetti, reso inattuabili tutti i suoi disegni!
Egli si era arrestato, colpito da quelle parole che gli confermavano
ciò che per lui finallora era stato un sospetto.
— Ditemi che dovrò fare — disse grave e solenne, volgendosi alla
Regina. — Se la mia morte può giovarvi, io son pronto. Direte poi che
mi sono ucciso per espiare la mia audacia.
In questo fu picchiato alla gran porta che si apriva nell’anticamera e
si udì una voce, la voce del maggiordomo, che diceva:
— Maestà, Maestà, un temerario ha osato penetrare qui dentro... Aprite,
Maestà!
Ella intanto irrisoluta volgeva lo sguardo or su Riccardo, or su
Alma che si teneva immobile. L’abnegazione di quei due giovani pur
nell’atroce tempesta dell’anima sua era giunta a commuoverla. Comprese
quanto fosse stata ingiusta e con amarezza profonda quanto il suo amore
per Riccardo fosse sinistro per quelle due giovani vite, così nobili e
così devote ad un dovere e che si sacrificavano per lei.
Intanto bisognava decidersi.
— È la rinunzia a tutti i miei sogni, a tutti i miei progetti — mormorò
la Regina — è l’esilio, è l’infamia, è il disprezzo di tutta la Corte!
— Ed è anche la morte dell’uomo che amate! — disse grave e solenne la
giovinetta.
La Regina sussultò, chè ancora non le era balenata tale altra terribile
verità.
— Che hai tu detto, che hai tu detto?
— Ho detto — continuò Alma — che il figlio del duca di Fagnano sarà
appiccato, non perchè vostro amante, ma perchè ladro ed assassino!
— Io, io! — gridò Riccardo. — Va, fanciulla, va, tu non mi conosci!
Quanti morti, quanti morti dovran pagare la mia vita!
Poi con gli occhi sfavillanti di orgoglio, risollevandosi in tutta la
persona, ridivenendo il capobanda audace e imperioso:
— Ritraetevi in quella stanza — gridò. — Ora io, io qui comando, io che
son giunto al fine della mia vita.
— Noi abbiamo l’obbligo di salvar la Regina! — rispose Alma.
Coloro che avevano picchiato, dopo aver atteso un pezzo si eran dati di
nuovo a battere alla porta.
— Ma come, ma come? — disse lui tuttora sdegnoso.
— Lo sai tu un mezzo? Dillo, dillo — esclamò la Regina che aveva
sentito rinascere la speranza. — Dillo, e la mia riconoscenza sarà
eterna.
— Havvene un solo, un solo, che costerà a me il mio onore, ma che
salverà la vita a lui, ed a Vostra Maestà il decoro.
Ciò detto, mentre Riccardo e la Regina eran rimasti confusi, stupiti,
non sapendo qual disegno volgesse in mente, Alma si diresse verso la
porta e l’aprì.
— Che volete, signori? — chiese ai primi che vide.
L’anticamera era affollata. Le grida avevano destato anche coloro
che non erano a parte di quel che si macchinava; gli altri non erano
andati punto a letto aspettando il grave e per alcuni divertentissimo
avvenimento.
— Un ladro, duchessa, oppure un assassino che premedita un sacrilego
attentato, si è introdotto nella villa reale e per la veranda della
camera di Sua Maestà la Regina è penetrato qui dentro. Fu visto dalle
guardie che ora custodiscono il parco.
— Qui non ci è nessuno che possa giustificare un tal sospetto.
— Eccolo, eccolo — gridarono alcune voci additando Riccardo che tuttora
sconvolto per la risoluzione di Alma si teneva immobile in mezzo alla
stanza.
E la folla, come se il pericolo che correva la Regina la disobbligasse
dal cerimoniale, irruppe nella camera.
Carolina d’Austria si era lasciata cadere sulla poltrona. Ella oramai
subiva la volontà di Alma, non essendo giunta in tempo per impedirle
di mettere in atto il suo disegno, del quale non comprendeva lo scopo.
Ma innanzi alla folla la sua indole imperiosa ed audace prese il
sopravvento.
— Che volete, signori? Parmi che in questa pur regale dimora, il Re e
la Regina abbiano perduto ogni loro prerogativa!
La folla rimase muta e perplessa: qualunque fossero i sentimenti di
ciascuno, il fastigio regale poteva troppo sugli animi perchè non
s’imponesse la riverenza.
Il duca di Fagnano si fece innanzi e nel rialzarsi dopo un profondo
inchino disse:
— Maestà, fummo svegliati dal grido delle guardie che vegliano nella
sicurezza del nostro Re e della nostra Regina, e le guardie non si sono
ingannate, perchè ecco qui un uomo che deve dar conto dell’esser suo.
Intanto che diceva ciò, lieto in cuor suo di mettersi così in vista
e sicuro quindi della riconoscenza di lord Bentinck, si chiedeva come
mai la sua figliuola, che egli aveva chiuso a chiave nella sua stanza,
fosse lì a quell’ora.
Riccardo a tali parole aveva fatto un passo innanzi ed era per
rispondere, quando fu prevenuto da Alma.
— Padre mio — disse la giovinetta — quest’uomo è mio cugino, vostro
nipote, figlio legittimo di vostro fratello primogenito Tommaso, duca
di Fagnano.
Un mormorio di meraviglia si levò dalla folla: il padre di Alma,
livido, sconvolto, guardava sua figlia con una espressione quasi di
terrore, mentre la Regina che si era sollevata con gli occhi pregni di
furore quasi per inveire contro la giovinetta, era ricaduta nella sua
poltrona, come se le forze le fossero venute meno.
Solo Riccardo si teneva immobile; pure nello sguardo che aveva rivolto
alla giovinetta con lo stupore ci era anche una tenerezza ineffabile.
Ma il duca non si diede per vinto: aveva fatto uno sforzo per tornare
sereno e con un sorriso d’ironia, col volto improntato ad ipocrita
bontà come se bene comprendesse il sacrificio della figliuola in
omaggio alla Regina, disse nel silenzio profondo degli astanti tuttora
incerti e sorpresi:
— Io non so, mia cara, io tuo padre, da quale sentimento sei mossa
a dir cosa tanto strana e tanto inverosimile; ma per fare di cotesto
avventuriero un duca di Fagnano non basta... non basta un generoso per
quanto irreflessivo impulso, prodotto, ne convengo e ne esulto anche,
da una nobile devozione. Ma gli altri, questi signori che conoscono
un solo duca di Fagnano vero e legittimo del quale tu sei la buona ma
troppo inesperta figliuola... gli altri crederanno che tu, pur così
leale sempre, tu che hai sempre odiato la menzogna, sei ricorsa alla
menzogna per...
— Non proseguite padre mio — interruppe Alma raffrenando il suo sdegno,
ben comprendendo qual fosse l’intenzione del padre che era rimasto
interdetto.
Poi avanzandosi verso la folla, la giovinetta stese il braccio e disse
con voce sicura e con aspetto severo e solenne:
— Giuro sulla santa e pura memoria di mia madre che questo giovane è
il figlio legittimo di Tommaso duca di Fagnano, fratello primogenito
di mio padre, che lo ha riconosciuto in punto di morte; ed ecco l’atto
matrimoniale, non che la fede di battesimo che attestano quanto ho
detto. A voi, conte di Ferrantino, come notaio della Corona affido
questi documenti per gli effetti che ne dovran derivare.
Si avanzò vieppiù verso la folla e porse ad un gentiluomo che era
innanzi agli altri l’atto matrimoniale che Vittoria le aveva dato.
Il duca di Ferrantino lo dispiegò: intorno a lui, chè la ben
giustificata curiosità vinceva la discretezza, si strinsero i più
vicini, sporgendo la testa per leggere il documento il quale spogliava
dei titoli e degli averi colui che finallora li aveva posseduti.
Ed era stata la figlia, la figlia istessa la rivelatrice di un tal
documento! Si era quasi del tutto obbliato il perchè, infrangendo le
regali prerogative, quella gente avesse invaso la camera della Regina;
tanto l’accaduto era parso singolare!
Il duca pallido, sconvolto, si rivolgeva ai vicini affettando
disinvoltura e mormorando, come se gli altri avessero dovuto
comprendere al par di lui che fosse quella una commedia:
— Mia figlia spinge un po’ troppo oltre la devozione, l’abnegazione!
Infine che riesce a provare con questa commedia? Riesce a distruggere
lo scandalo della presenza di un giovane, chiunque sia, nella camera
della Regina, in un’ora così inoltrata della notte?
— Ma come spiegate quel documento in mano della duchessa? — gli
chiesero alcuni.
Era questa la domanda che il duca volgeva a se stesso mentre non sapeva
trattenersi, pur mostrandosi incurante, di guardare il giovane alla
sfuggita. Questi portava nel volto l’impronta della sua nascita, doveva
bene confessarlo, ma infine era sicuro, affatto sicuro di non aver
nulla a temere, chè presto l’attenzione sarebbe tornata sullo scandalo,
invano dalla figliuola tentato di soffocare.
Durante questa scena la Regina aveva assunto un’aria di sdegnosa
indifferenza, come se la cosa non la riguardasse punto. Però era lieta
che l’attenzione degli astanti si fosse stornata da lei. La curiosità
e l’indole pettegola del nobilume che aveva invaso la sua camera
avrebbero avuto un così largo pascolo in quell’avvenimento da non
cercare di più, ed ella quindi si proponeva d’intervenire a suo tempo
con una di quelle sue frasi fiere ed imperiose che avrebbe troncato il
molesto incidente.
Non meno sdegnosamente indifferente di lei era il contegno di
Riccardo, che però non giungeva a spiegarsi perchè Alma si fosse
indotta a svelare il segreto della di lui nascita, il quale non
avrebbe certamente stornato dal suo capo le accuse che gli muovevano
gl’Inglesi. Pure sentiva l’anima gonfia di tenerezza per quella
giovinetta che aveva proclamato così, innanzi a tutti i di lui diritti
con grave danno di sè e del padre suo.
Ah, ella lo amava, lo amava vieppiù che egli non avesse potuto
immaginare! Ella lo amava, mentre la sua presenza in quell’ora
della notte nella camera della Regina le avrebbe dato il diritto
di mostrarglisi sdegnosa: ella per salvarlo, quantunque ei fosse
colpevole, umiliava sè, umiliava suo padre innanzi ai cortigiani
invidiosi, confessando, col proclamare lui l’erede legittimo del duca
di Fagnano, che essi avevano finallora usurpato titoli e beni!
Lo amava! Ma sarebbe giunta a salvarlo? Avrebbe impedito che gl’Inglesi
lo arrestassero? Non aveva troppo fidato sugli effetti di quella
rivelazione? Se era quello un sotterfugio per salvar la Regina, del
quale per altro non giungeva a spiegarsi lo scopo, come e perchè
avrebbe stornato il pericolo anche dal suo capo? Intanto non gli erano
sfuggiti gli sguardi furtivi di suo zio, pel quale non sentiva alcuna
avversione.
Pure si teneva pronto. Se per poco quella scena volgesse a male per
lui, egli l’avrebbe troncata aprendosi il passo con l’arma in pugno;
anzi sentendosi umiliato dall’intervento di una donna, ferito nel suo
orgoglio se mai un tale intervento gli avesse evitato il pericolo,
si imprometteva di rivelarsi in tutta la sua audacia a quei frolli e
altezzosi cortigiani che susurrando tra loro se lo accennavano con lo
sguardo.
— Ah — diceva seco stesso comprimendo l’ira e mordicchiandosi
nervosamente il labbro, mentre si teneva immobile con le braccia
conserte — ah, se non mi sgombrate il passo, che bella danza faremo tra
poco, cari signori!
Ma ci era qualcuno tra la folla che finallora si era tenuto silenzioso,
impaziente di quell’indugio, onde si avanzò dicendo con voce grave:
— Non, si tratta, o signori, di discutere sui diritti di quello
sconosciuto, nè su chi sia, nè sul luogo donde è qui venuto.
— Lord Bentinck! — mormorarono gli astanti facendosi da parte per dare
il passo al temuto ed onnipotente ministro inglese.
— Si tratta invece di sapere perchè nella camera di Sua Maestà la
Regina, ove a nessun uomo che non sia il Re è dato di porre il piede,
si trovi quel giovane, che, se non erro, deve render conto di gravi
delitti!
Poscia indirizzandosi alla Regina le disse dopo un profondo cerimonioso
inchino:
— Dica Vostra Maestà se quel malfattore si è introdotto qui per rubare
o per recarle oltraggio. Nessuno di noi sospetta che invece di un ladro
sia un...
Nel viso della Regina si leggeva la terribile lotta dell’anima. Come un
ferro rovente fiammeggiava il suo sguardo. Il suo nemico implacabile,
quel lord Bentinck che ella, secondo la sua frase, avrebbe voluto
pestare in un mortaio, aveva vinto: ella ne comprendeva il perfido
sorriso, leggeva in quel contegno ostentatamente ossequioso l’esultanza
del malvagio trionfo. Che rispondere a quella domanda? Accusar lui,
Riccardo, per salvare se stessa? Farlo credere un ladro perchè non lo
si credesse il suo amante?
Si era alzata, e quantunque con uno sforzo disperato si reggesse in
piedi, tremava di rabbia come una tigre in un cerchio di cacciatori.
Gli astanti tacevano, sentendo tutta la solennità dell’istante
terribile. Solo lord Bentinck freddo, tranquillo, sorrideva.
Riccardo non seppe più contenersi. Era quello l’istante, quello. Ormai
bisognava finirla, chè si sentiva sopraffatto da profonda pietà per lo
strazio di quella povera donna.
— Ah, perdio — gridò — che non s’insulti più la nostra Regina da un
malnato straniero. Ebbene o signori, io vi...
Intese una mano che gli si posava sulla spalla, si volse. Alma lo
guardava con una strana espressione nello sguardo.
— Tacete voi, tacete — gli disse. — Tocca a me far sapere il perchè voi
siete qui.
Poi volgendosi agli astanti disse con voce ferma:
— Signori, quest’uomo è qui perchè quest’uomo è il mio amante!
— Non è vero, non è vero, mia figlia mente, non è vero! — gridò il duca
di Fagnano colpito al cuore da quelle parole.
— Non mento, padre mio — rispose lei. — Ripeto che quest’uomo è qui,
quest’uomo, mio cugino, figlio del fratello di mio padre, perchè esso è
il mio amante!
Lo stupore in tutti era grande. La Regina, che non si aspettava una
tanto audace menzogna, era rimasta più degli altri colpita, pur non
osando smentire la giovinetta che guardava con gli occhi sbarrati,
quasi con terrore.
Era lei, lei che aveva vinto su tutti, che aveva scombussolato lord
Bentinck, il quale ad onta della sua flemma inglese non aveva saputo
dissimulare la rabbia nel veder mandati a vuoto i suoi biechi disegni;
lei che, esposta a tutti gli sguardi si teneva fieramente dritta in
piedi, mentre Riccardo era rimasto come fulminato da quella eroica
menzogna.
Ma una voce che si elevò dalla porta ruppe il silenzio che aveva tenuto
dietro alle parole di Alma. Quella voce gridò:
— Sua Maestà il Re.
Ferdinando IV apparve sulla soglia e si fermò un istante a guardare
quella gente come se di tutto fosse ignaro. Poi:
— Ma che cosa c’è? Vi facevo tutti a letto, signori! Per qual motivo vi
veggo così confusi? Che cosa è accaduto dunque?
Prima che alcuno di quei signori rispondesse, Alma si avanzò verso il
Re e gli s’inginocchiò dinanzi.
— Maestà — gli disse — ci è qui un uomo che amo al quale io, mentre
tutti dormivano, ho aperto la porticina della veranda che dà sul parco.
Quell’uomo fu visto e fu creduto un ladro, un malfattore introdottosi
qui con delittuosi intenti. Sua Maestà la Regina, quando si ritrasse
nelle sue stanze, lo sorprese in colloquio con me, ma nella sua
misericordiosa bontà non volle far palese il mio fallo!
— Fallo ben grave, veramente! — disse il Re.
Ma ci era nella sua voce una inflessione di contento più che di
collera. Aveva ben compreso che quella giovinetta si sacrificava al
decoro e all’onore della Regina. Da gran tempo si era pentito della
sua complicità in quel complotto, ma non osava affrontare i rimproveri
della duchessa di Floridia nè il dispetto di lord Bentinck. Non era
rimorso il suo, non era sentimento di affettuosa bontà, di indulgenza
pietosa per le colpe della moglie: era invece, come abbiamo detto più
volte, indolenza da una parte, paura dall’altra che vieppiù fieramente
l’aveva sopraffatto appena in presenza della moglie.
Ma l’inaspettato e impreveduto intervento di Alma, la quale o mentendo
o dicendo il vero stornava lo scandalo e si offriva vittima volontaria
di tutte le conseguenze che ne sarebbero derivate, evitava al Re le
noie ed alla Regina l’onta che su lui maggiormente si sarebbe riflessa.
Nè gl’Inglesi nè la duchessa potevano fargli una colpa se il tranello
non era riuscito. E perciò, pur affettando una certa aria di severità
e insieme di indulgenza, non era stato mai così felice, mai così
soddisfatto. Continuò a scuotere la testa mormorando:
— Fallo ben grave, e se tanto io quanto la Regina non tenessimo conto
della devozione dei vostri avi e anche della vostra, che ci avete
servito fedelmente e con zelo, puniremmo adeguatamente un tale ardire,
una tale imprudenza come un delitto di lesa maestà! Pure, alzatevi,
via: noi terremo conto della vostra giovinezza e di accordo con la
Regina ripareremo alla macchia che avete fatto al nome della vostra
casa.
Ella si alzò impassibile. E poichè tutti gli sguardi eran fissi su lei,
volse gli occhi in giro senza apparir punto turbata.
— Capperi — mormorarono alcuni che avevan creduto alla sincerità della
confessione — sembra che ci sfidi, come se fosse fiera di aver dato
appuntamento qui a quel giovane, mentre noi...
— Ma che! — susurrarono alcuni — ci credi tu a quel che ha detto? Ci è
un mistero sotto: tutta questa scena è stata preparata da...
— Dalla Regina?
— Nè più ne meno. Quella povera creatura è stata costretta a
sacrificarsi. Vedi che viso da sbalordito ha quel povero duca di
Fagnano! E lord Bentinck come si morde le labbra per la collera, e la
Regina che viso da furia con quel sorriso demoniaco!
— Eccomi Maestà — disse Riccardo avanzando. — Io non son fuggito mai
quando con le armi in pugno ho combattuto i nemici del mio Re e della
mia Regina, e... e non fuggo neanche adesso.
Ciò dicendo guardò fieramente in giro... Il bello e maschio suo aspetto
fece correre un mormorio di ammirazione fra gli astanti, alcuni dei
quali però s’intesero feriti dalle superbe parole del giovane.
— Sembra che l’abbia con noi... che ci sfidi! — dissero alcuni.
— Veramente aveva lo sguardo fisso su lord Bentinck come se a lui
fossero rivolte quelle sdegnose parole.
— Chi siete voi, signore? — chiese il Re dopo averlo contemplato un
istante quasi con compiacenza.
— Poiché — rispose il giovane — mia cugina, depositaria del segreto
della mia nascita, ha voluto svelarlo, io non debbo e non posso
smentirla, chè da un nobile intento al certo, nobile quanto l’anima
sua, a ciò fu mossa. Io sono Riccardo duca di Fagnano, figlio di
Tommaso esule in Francia, e morto fra le mie braccia nel nostro
castello.
— Ah — disse il Re aggrottando le ciglia — un esaltato, un repubblicano
condannato a morte per stregoneria e per delitti contro lo Stato!
— Mio padre fu vittima del pregiudizio, dell’ignoranza e della calunnia
— rispose il giovane. — Egli ha perdonato come io perdono ai suoi
nemici, ma io saprò riabilitarne la memoria, io che per Vostra Maestà
ho sparso il mio sangue, io che col nome di Riccardo feci parte di quei
prodi che capitanati dal grande Cardinale, mentre gli altri signori del
Regno vigliacchi ed inetti sfoggiavano di vesti e di gioielli nei balli
e nei teatri di Palermo, riconquistarono il Regno alla Maestà Vostra!
— Si vede, si vede che ha vissuto sempre nei boschi e nelle vie maestre
— mormorarono i cortigiani scandalizzati! — Che linguaggio è questo?
Ricordare al Re che alcuni straccioni gli riconquistarono il trono?
Il Re, turbato appunto da quei ricordi, non molto lusinghieri per lui,
fece un gesto quasi per interrompere il giovane. Ma questi proseguì:
— Io dunque, anche se mio padre fosse stato colpevole, ciò che nego,
avrei pagato il suo debito. Quante gocce di sangue han versato pel
trono dei Borboni e per l’altare di Dio coloro che mi ascoltano
sbalorditi della mia audacia? Dov’erano essi quando io, io, duca di
Fagnano, scalai le mura del castello di Cotrone, e penetrai per la
breccia fra le mura di Andria, e irruppi con dieci dei miei calabresi
contro i mille difensori del Ponte della Maddalena? Essi ballavano
svenevolmente il minuetto in una festa di Corte, essi che ora mi
fulminano dello sguardo, ma che sarebbero fuggiti come un branco di
pecore se io, come ne avevo l’intenzione, mi fossi precipitato su essi,
armato solo di uno scudiscio!
— Ma c’insulta, c’insulta! — gridarono alcuni conti e alcuni marchesi
che erano fra i più cospicui personaggi invitati dal Re.
— Ebbene sì, c’insulta — risposero altri conti e altri marchesi un
po’ più schietti — ma chi di noi vuol rischiare la sua vita contro un
simile avventuriero?
— Se mio padre ebbe colpe, io, io suo figlio legittimo, ne ho fatto
ammenda difendendo il castello dei miei padri, che aveva l’onore di
ospitare Sua Maestà la Regina, quando i Francesi irruppero sicuri di
farla prigioniera. Non è vero mio caro zio, non è vero? Non vi diedi
tempo di fuggire mentre io uccidevo tra il fumo, le fucilate, la
mitraglia, uccidevo sicuro di cadere ucciso da un istante all’altro?
Non è vero, carissimo zio, che ignoravate come io l’ignoravo, che il
famoso capitan Riccardo, terrore dei Francesi, aveva l’onore di essere
vostro nepote?
— Voi dunque v’incontraste altre volte? — chiese il Re volgendosi a
colui che finallora aveva portato il titolo di duca di Fagnano.
— Sì, è vero — rispose questi che pareva del tutto sconvolto — ma io
ignoravo, ignoravo le sue pretese...
— Il mio diritto — interruppe Riccardo — il mio diritto che mia
cugina ha riconosciuto ed al quale io avrei rinunziato lieto di
vivere nell’oscurità e di spargere il mio sangue pel servizio dei miei
Sovrani...
— Questo sì, che è ben detto! — esclamò il Re.
— Ah, ah, il lupo si va addomesticando — mormorarono i cortigiani.
— Stia qualche giorno a Corte e diverrà cane da pagliaio.
— Fu mia cugina che svelò il segreto — continuò Riccardo — al certo
perchè ripugnava alla sua natura eletta, alla sua anima nobilissima...
— Bene, bene... Dite invece al suo amore per voi — interruppe il Re con
bonomia — al suo amore che le fece commettere un fallo sì enorme con
aprirvi di notte la porta della sua stanza. Ma noi ripareremo e sarà
tutto per il meglio... Quel titolo che il vostro diritto le portava via
le sarà ridato dal matrimonio...
Lord Bentinck che aveva taciuto finallora, tenendosi impassibile in
vista, pure essendo roso in cuor suo dalla rabbia, ruppe il silenzio
per dire al Re:
— Perdoni, Sire, ma a me pare che Sua Maestà la Regina dovrebbe
pur dire qualcosa. Dio mi guardi dal dubitare delle parole di
questa nobile giovinetta, parole troppo gravi perchè fossero dette
inconsideratamente. Ella si è accusata di una colpa così... via,
così... starei per dire... inverosimile, da far supporre quasi che il
suo sia... sia... un sacrifizio eroico; sì, eroico per una fanciulla
così pura... così immacolata...
— Che intendete dire, milord? — esclamò il Re stizzito, ben
comprendendo che l’Inglese cercava d’intorbidare le acque.
— Nulla più di quello che ho detto! — rispose lord Bentinck che intanto
fissava la Regina con un sarcastico sorriso ed uno sguardo minaccioso.
Carolina d’Austria che era rimasta finallora oppressa dalla fatalità,
atterrita dal veder crollare tutte le sue speranze, colpita nei
suoi affetti e nelle sue ambizioni di donna e di Regina, si drizzò
fieramente a quello sguardo e a quel sorriso.
Era quello, quello il nemico, quello il suo demone! Tutto il suo
odio, la sua rabbia, la torrida sete di vendetta, si versarono su
quell’Inglese che ancora la sfidava, che ancora la minacciava come se
non fosse soddisfatto appieno nel vederla così confusa, così avvilita,
così oppressa, egli che pur doveva comprendere tutto l’orrendo strazio
che le lacerava il cuore; egli che pur comprendeva quanto l’eroico
sacrifizio di quella giovinetta le riuscisse atroce, chè se evitava lo
scandalo, sottraeva al suo giogo l’uomo da entrambe amato.
Onde trasse dall’odio quella forza che non le avevan dato la gelosia e
l’amore deluso. Si alzò e quantunque le parole che stava per proferire
fossero per lei irte di spine e le lacerassero la labbra disse:
— Sì, è vero, trovai quel giovane in colloquio amoroso con la mia
lettrice, nella stanza di lei. Quando irruppe qui tutta cotesta gente,
essi confessavano a me la loro colpa...
E sorrise lei, ora, sarcasticamente; balenarono a lei gli occhi
minacciosi mentre diceva ciò fissando l’Inglese che aveva sperato di
confonderla.
— Ma se io l’aveva chiusa a chiave nella mia stanza! — gridò il padre
di Alma che non potè più oltre contenersi.
— È vero, padre mio — rispose la giovinetta — ma io scesi per la
finestra per venir qui ove mio cugino mi aspettava.
— Insomma — disse il Re rassicurato e quindi riprendendo il buon
umore — la cosa è chiara oramai, ed è finita, meglio di quello che era
incominciata. Ora dirò io l’ultima parola e poi tutti andremo a letto,
chè dovremo alzarci per tempo domani.
Poi volgendosi al padre di Alma:
— Sono io, il Re, che vi chieggo la mano della vostra figliuola per il
giovane duca di Fagnano vostro nipote.
— Sire! — balbettò il vecchio inchinandosi.
— Voi — continuò il Re — serberete il titolo di duca; vostro nipote
porterà quello di conte di Rovito che io gli concedo come regalo di
nozze.
In fondo il vecchio duca di Fagnano non era del tutto scontento, onde
s’inchinò al Re senza poter dire parola. Gli è che era stato così
rapido quell’avvenimento, così impreveduto, sconvolgeva a tal segno la
vita che egli non era ben sicuro se fosse un’allucinazione, un giuoco
della fantasia.
— Ed ora andiamo a letto — disse il Re volto agli astanti. — Permetto
a questo giovane di venire ai nostri ricevimenti e curerò io stesso che
fra otto giorni le nozze siano celebrate.
La Regina era rimasta in piedi. Rispose appena con un lieve cenno della
testa al profondo inchino di ciascuno degli astanti, sorrise al Re
che le augurò la buona notte; ma quando vide che lord Bentinck le si
appressava, un’espressione di sovrano orgoglio le si dipinse in volto.
In quel dolore in quello strazio, la vittoria riportata su se stessa
e che era anche vittoria sulla perfidia inglese, le era di supremo
conforto e la risollevava ai suoi occhi.
— Che Vostra Maestà perdoni — disse l’Inglese inchinandosi — se
osai chiedere il suo parere su questo strano incidente, del tutto
impreveduto e... imprevedibile.
Ella che sentiva salir dalle viscere delle ondate di odio si contenne e
rispose, fissando negli occhi dell’Inglese gli occhi fiammeggianti:
— Io sono usata, milord, all’imprevedibile che muta talvolta la
vittoria in disfatta.
L’Inglese per quanto facesse sforzi per tenersi impassibile, pure
impallidì, s’inchinò di nuovo e andò via dietro gli altri signori a
cui tardava di poter raccogliersi in crocchio per commentare lo strano
caso.
La Regina aveva cercato con gli occhi Riccardo, ma Riccardo era sparito.
Alma era rimasta: si teneva immobile, pensosa, stanca delle tante
emozioni e sorpresa quasi di quel che era accaduto in sì breve tempo.
Oramai era la fidanzata, fra pochi giorni sarebbe stata la sposa...
dell’amante della Regina!
È vero che ella l’amava, è vero che egli l’amava, ma pur sempre
un’altra, un’altra aveva dei diritti sull’uomo al quale fra breve
sarebbe stata congiunta. Ah, la sua vita dolce, tranquilla, pensosa era
finita, finita per sempre in un contrasto ben terribile di affetti!
Non si era accorta che la Regina le si era avvicinata. Sol
quando intese la mano di lei sulla spalla alzò il capo e trasalì
nell’incontrarne lo sguardo.
— Tu dunque sapevi del tranello che mi si tendeva? — chiese la Regina.
— Sì, lo compresi da alcune parole.
— E solo per salvarmi, solo per salvarmi ti accusasti di un fallo che
ti disonorava in faccia a tutti?
— Sì — rispose lei sostenendo con fierezza lo sguardo della Sovrana —
solo per salvar la vostra dignità regale.
— E per uccidere il mio cuore!
— Ho pensato alla Regina, non alla donna, alla figlia di una
imperatrice, alla sorella di tanti augusti sovrani, alla vostra corona
regale, sicura che la donna avrebbe saputo vincer se stessa.
— E tu dunque fra otto giorni te ne andrai con lui, felice, esultante,
superba di aver salvato la tua Regina strappandole l’amante per fartene
un marito che ti ridà il titolo e i beni a cui d’ora innanzi non
avresti più diritto!
L’insulto oltraggioso, vieppiù acuito dall’accento onde la Regina
proferì queste parole, fece impallidire la giovinetta. Lo sdegno
sfavillò negli occhi pur così dolci; sussultò in tutta la persona
come al tocco di un ferro rovente, mosse le labbra tremanti per
rispondere nell’impeto della collera, ma giunse con uno sforzo supremo
a dominarsi, e la pietà subentrò di un tratto allo sdegno.
— Voi dite parole indegne di un labbro regale, indegne di un’anima di
donna e di regina — disse lentamente. — Se i vostri nemici vi udissero,
se vi vedessero, avrebbero pietà di voi!...
— Pietà di me, pietà di me! — gridò lei.
— Sì, come ne ho io. Io vi ho salvata non per essere la sposa di lui,
no: egli non entrerà nella camera nuziale. Io lego indissolubilmente
l’anima mia ad un uomo che amo, è vero, ma dal quale mi separerò per
sempre, intendete? per sempre. Voi non perderete il vostro amante, o
signora, chè io sdegnerei i baci umidi ancora dei baci di un’altra
donna, sdegnerei le carezze che un’altra donna inebbriarono. Del
sacrificio dell’onor mio alla vostra salvezza, della mia bontà al
vostro onore, io non chieggo altro compenso che l’obblio.
L’accento dolce ma fermo della giovinetta scosse la Regina. La tensione
di quell’anima travagliata cedette di un tratto per la sua stessa
violenza. Comprese quanto nobile e generosa fosse quella fanciulla che
senza esser nata a piè di un trono aveva virtù regali, e quanto diverso
dal suo fosse l’amore di lei per Riccardo.
Non la rovina dei suoi disegni, non la disfatta intera, completa
riportata nella lotta ingaggiata contro tutti l’avviliva tanto quanto
il dover constatare la sua inferiorità di cuore e di carattere innanzi
a quella giovinetta che pure in lei riveriva la Sovrana, al cui decoro,
al cui prestigio si era sacrificata.
Non era la donna che doveva esser grata, era la Regina che in quella
dolce e buona creatura aveva trovato una virile, eroica difesa, mentre
tutti l’avevano abbandonata; in quella buona e dolce creatura, la
quale rinunciava financo al diritto che le veniva dalla sua nobile ma
disonorante menzogna: all’amore di Riccardo.
E cadde sulla poltrona, mentre due calde lacrime le sgorgavano dagli
occhi.
Alma le vide, e compresa da una profonda tenerezza le s’inginocchiò
dinanzi. Il dolore di quell’anima di donna rendeva vieppiù augusta la
Regina. Le prese le mani e non potendo proferir parola, le baciò.
Carolina d’Austria si chinò dolcemente sulla testa della giovinetta e
le disse:
— Tocca a me ora, tocca a me sacrificarmi per la tua felicità. Come
donna la vita del mio cuore è finita, come Regina con un sacrificio
compenserò il tuo sacrificio. Fra otto giorni lascerò la Sicilia per
andar lontano, lontano a morire come Regina e come donna!
E quelle due creature tanto diverse d’indole, di vita, di costumi l’una
dolce e pura come un raggio di sole, l’altra ardente, come fiamma
di vulcano, feroce nelle vendette, atroce negli odi, s’intensero
accomunate dal dolore e piansero a lungo, strette in un amplesso.