I Mongoli. — Fine delle crociate, e loro effetti. Gli stemmi.

Nel mezzo di questi accadimenti anche le cose di Terrasanta erano

tornate a peggio che mai per l’addietro si fossero. In quelle

colonie, che avrebbero potuto esser tanto profittevoli alla civiltà,

la discordia imbaldanziva non meno che in Europa, di modo che

non si domandava se vincessero i Cristiani o i Saracini, ma se i

Templari o gli Spedalieri, se i Genovesi o i Veneziani; i quali

disputandosi l’imperio del mare e i frutti del commercio col Levante,

impinguavano di sangue italico i mari e le terre straniere, e fin

nelle chiese portavano il sacrilegio di uccisioni fraterne. Presa

che fu Costantinopoli, vedemmo l’impero greco uscire di letargo, e

rotta quella stupefacente sua unità, suddividersi in un centinajo di

principati, ciascuno dei quali focolajo di nuova vita (pag. 265). Oltre

gli Occidentali, anche signori greci aveano costituito particolari

dominj, come Alessio Comneno a Trebisonda, Michele Comneno a Durazzo,

Teodoro Láscari a Nicea di Bitinia. Michele Paleologo, tutore d’un

fanciullo di quest’ultimo, ne usurpò la corona, e mentre la fortuna

gli dava buono, assalse Costantinopoli (1260). Quivi imperava Baldovino

II, sostentato colle limosine della cristianità, e in tali strettezze

che, non bastando impegnare gli ori del palazzo e delle chiese,

vendette fino il piombo e il rame de’ tetti. Michele di sorpresa gli

tolse la città e il trono, e ristabilì l’impero greco (1261) con una

nuova dinastia. I Genovesi che, per umiliare i Veneziani, gli aveano

dato ajuto, ottennero larghe concessioni e il sobborgo di Pera: nè

però Venezia e Pisa furono spogliate degli antichi privilegi e d’avere

giudizj proprj: e il console de’ Pisani, il podestà de’ Genovesi, il

balio de’ Veneziani tennero posto fra i grandi uffiziali di quella

corona. Michele poi non aveva ripigliato che le coste a scirocco del

Peloponneso, restando in essere i principati stabiliti al centro e al

mezzodì della Grecia dai Crociati.

L’Occidente dava scarsa attenzione a questi mutamenti: se non che un

nuovo flagello venne a minacciare non solo Terrasanta, ma tutta la

cristianità, l’irruzione dei Mongoli o Tartari. Gengis-kan, una di

quelle terribili incarnazioni della forza che sembrerebbero finzioni

mitiche se troppo accertata non ne fosse e compianta l’esistenza,

raccolse e dal cuor dell’Asia mosse questi Barbari, che con una

rapidità appena credibile occuparono da una parte l’immenso impero

della Cina, dall’altra minacciarono soggettare la Persia, conquistarono

la Russia, e ridotta a deserto l’Ungheria, giunsero fin nella Dalmazia,

cioè in vista dell’Italia.

Tetro sgomento si diffuse per l’universa Europa all’accostarsi di

questa gente _tartarea_, che non conoscea legge nè fede. Gregorio IX

moltiplicava promesse, indulgenze, minaccie, assoluzioni per riunire

tutta cristianità a resistervi, e perchè Federico II si facesse capo

dell’impresa; ma questi se ne fingeva in ispasimo, e largheggiava

in promesse retoriche[412]; poi operava tanto a rilento, che i suoi

malevoli sparsero fosse d’accordo coi Tartari, e per onta al papa e

alla religione gli avesse egli medesimo chiamati. Certo essi mandarono

a lui, come soleano, l’intimata, perchè facesse omaggio dei suoi dominj

al gran kan, in ricompensa offrendogli di scegliere qual carica gli

garbasse alla corte di questo; al che Federico celiando, — Sceglierei

l’uffizio di falconiere; si bene m’intendo d’uccelli di rapina».

Ma quando i Mongoli ruppero guerra ai Turchi Selgiucidi, che allora

signoreggiavano la Palestina, i Franchi vennero in isperanza che i

nuovi Barbari li libererebbero dai loro oppressori, mossi da quella

illusione tanto consueta, che fa guardare per amici nostri i nemici

de’ nostri nemici. Si cercò dunque la loro alleanza, e a papa Innocenzo

IV sorrise lusinga di trarli al cristianesimo. L’acquistare alla fede

un popolo che erasi dilagato dal Mar Giallo al Danubio, sarebbe stato

un avvenimento decisivo nella civiltà del mondo; ma per isperarlo

nessun argomento umano s’aveva se non l’essere quelli avversi ai

Musulmani. Però i pontefici quali prodigi non erano avvezzi a vedere

dalle missioni? le crociate non erano una serie di miracoli? D’altra

parte sapeasi così in confuso che quei popoli, tuffati in grossolane

superstizioni, senza entusiasmo nè sacerdozio, eransi adagiati alla

religione de’ popoli tra cui arrivavano; e se si fecero buddisti nella

Cina, musulmani nella Persia, perchè non diverrebbero cristiani in

Europa? Era indifferenza, nata da ignoranza, ma interpretavasi per

propensione alla verità.

Adunque Innocenzo divisò spedire missionarj ai Tartari, e i nuovi

frati Domenicani e Francescani si offersero a gara. Furono prescelti i

frati Minori Lorenzo di Portogallo, Benedetto Polacco discepolo di san

Francesco, e Giovanni di Piano Carpino, il quale è il primo europeo

che intorno a quel popolo desse ragguagli, quantunque grossieri e

parabolani. Non muniti che della croce, questi intrepidi, attraverso

all’Europa, non corsa allora che da pellegrini e da combattenti, in

riva al Volga raggiunsero Batù generale de’ Mongoli (1245), mentre

a Basciù Nuyan, altro generale in Persia, arrivavano i Domenicani

Simone da San Quintino francese, e gl’italiani Alessandro e Alberto

Ascellino, Guiscardo da Cremona, Andrea da Longiumello. A que’

barbari, non conoscenti altro diritto che la forza, riuscì ridicola

questa spedizione di frati, che in una lingua ignota e per sì lunga

strada venivano rimproverarli perchè distruggessero le altre nazioni,

ed invitarli a sottoporsi ad una religione, fuor della quale non vi

sarebbe per essi che dannazione eterna. I nostri non fecero alla prima

come scoraggiati, perchè non si ripromettevano premj o lodi umane;

e procedettero fino alla corte del gran kan mongolo, e insieme coi

messi di tutto il mondo gli fecero omaggio: ma non ne riportarono che

spregio.

Nè per questo i papi cessarono d’inviare missionarj ai Mongoli, e

tra essi i frati Girardo da Prato, Antonio da Parma, Giovanni da

Sant’Agata, Andrea da Firenze, Matteo d’Arezzo, eroi di nuovo genere,

che la storia trascura perchè non uccisero nè devastarono. Più tardi vi

fu destinato Giovanni da Montecorvino, che, corsa la Persia e l’India,

predicò nella capitale dell’impero mongolo, vi fondò due chiese, e

battezzò in pochi anni da seimila persone. Anzi l’avere il gran kan

tollerato alla sua corte i riti nostri come quelli della Cina e della

Persia, lasciò correr voce ch’e’ fosse cristiano. Più durò la credenza

che un principe di quei paesi si fosse battezzato, e col nome di Prete

Janni restò famoso ne’ racconti de’ nostri e nelle imposture di chi

tratto tratto fingeasi da lui spedito.

Il fatto è che allora primamente Europei penetrarono nell’estremo

Oriente: un Francescano di Napoli sedette arcivescovo a Peking capitale

della Cina; il beato Oderico da Pordenone minore osservante (1318-30),

traversata l’Asia da Costantinopoli a Trebisonda, ad Erzerum, alla

commerciante Tebriz, per l’Indo arrivò alla costa del Malabar, donde

i nostri tiravano il pepe, al Carnatico, a Giava feconda de’ garofani,

delle noci moscade, dell’altre spezie ed aromi che Genovesi e Veneziani

diffondeano per tutta Europa: volse poi alla Cina e al Tibet, e dimorò

tre anni a Peking, dove trovava un convento di Francescani, e due a

Zaitun. Reduce a Padova, a Guglielmo da Solana dettò una relazione del

suo viaggio, senz’ordine nè discernimento, ma come gliel’affacciava la

memoria; e fra tante ignoranze e corrività piace il vedere come tutto

riferisca a cose italiane: in Tartaria non mangiano che datteri, de’

quali quarantadue libbre compransi a meno d’un grosso veneziano; il

regno di Mangy ha duemila città, grandi ciascuna come Treviso insieme e

Vicenza: Soustalay è come tre Venezie, Zaitun come due Bologne, e vi ha

un idolo alto come un san Cristoforo: Chamsana è presso un fiume come

Ferrara al Po.

Non meno che la devozione, il commercio portava Italiani dappertutto, e

non ne mancarono alla corte dei Mongoli. Biscarello di Gisulfo genovese

fu ambasciadore del mongolo Argum signore della Persia: e la lettera di

questo, ch’egli portò al re di Francia per esibirgli ajuti a ricuperare

Terrasanta, è il più vetusto documento di lingua mongola, e v’è

apposto un sigillo con caratteri cinesi, i primi che vedesse Europa.

Più celebrati andarono i viaggi di Marco Polo, dei quali altrove

ragioneremo (Cap. CXXIV). Oltre diffondere la fede e la civiltà nostra,

portavano di là cognizioni od arti, e la vista de’ costumi stranieri

allargava il campo al limitato spirito europeo; nè andrebbe fuori di

buona congettura chi pensasse che da que’ viaggi derivasse all’Europa

la cognizione del carbon fossile, della carta, della polvere tonante e

della stampa.

Ma le imprese de’ Mongoli, non che spargere qualche rugiada sulla

Palestina, aveanle dato l’ultimo tuffo. Gli abitanti di Carism, snidati

da quelli, piombarono sovr’essa a istigazione del sultano del Cairo

(1244), con una ferocia non più udita; e dopo un combattimento a Gaza,

donde non si salvarono che ottantatre Templari, ventisei Spedalieri,

tre Teutonici, presero Gerusalemme, distruggendo il sepolcro di Cristo

e quello dei re, sterminando gli abitanti, e tutto occuparono il paese,

eccetto Giaffa, che rimase in signoria degli Egizj. Nell’universale

amaritudine più dolorò il santo re di Francia Luigi; e risoluto a

ogni costo rialzarvi la croce, ricorse per navicellaj e piloti alla

Spagna e all’Italia, e due Genovesi sosteneano persona d’ammiragli

(1248) della flotta francese ch’egli voltò sopra l’Egitto: ma il

purissimo suo zelo e i ben meditati preparativi non furono sorrisi dal

cielo, ed il re medesimo restò prigioniero dei Mamelucchi. Joinville,

l’ingenuo biografo di quel re, appunta d’egoismo mercantile Genovesi e

Pisani, che, per non partecipare alle sofferenze de’ Crociati, voleano

abbandonarli appena li videro infelici; nè la regina li potè rattenere

a Damiata se non promettendo mantenerli a spese della corona.

Quando poi si udì la prigionia di Luigi, l’Italia, non che gemerne come

tutta cristianità, ne esultò, per stimolo de’ Ghibellini che allora

aveano il sopravvento, e che godeano de’ disastri del fratello di

Carlo d’Angiò[413]; e corsari di Genova, Venezia e Pisa profittarono di

quelle sventure per ispogliare i Cristiani che tornavano in Europa.

Reso alla patria, e istruito non disanimato dal cattivo successo, Luigi

volle ritentare l’impresa (1267), e domandò ajuto alle repubbliche

italiane. Genova ne prestò a buoni patti[414]; ma Venezia rifiutò,

timorosa di pregiudicare ai banchi e agli scali suoi in Levante, e

più gelosa di Genova che zelante della causa di Cristo. Carlo d’Angiò

fratello avea promesso passare anch’egli con quindici vascelli,

ma non fece che spedire ambascerie a Bibars sultano del Cairo per

raccomandargli le colonie di Siria; e il papa si lagnava perchè «lo

zelo di Carlo si sfogasse in vane promesse, e lasciasse temere di non

venire a nulla»[415].

Neppure il Paleologo aveva attenuta la promessa di riconciliare la

Chiesa greca colla latina, onde il papa gli cercava nemici, e carezzò

le ambizioni di Carlo, inducendo il deposto Baldovino a cedergli i

diritti imperiali sull’Acaja, sulla Morea e sulle terre ch’erano state

assegnate in dote a Elena moglie di re Manfredi, oltre l’aspettativa

al trono di Costantinopoli. Carlo dunque cercò voltare la crociata

sopra l’impero bisantino, onde dar fondamento a queste pretensioni;

poi indusse ad assalire non più l’Egitto, bensì Tunisi, col pretesto

che i pirati di questa faceano pericoloso il tragitto in Palestina,

ma realmente perchè egli preferiva vedere conquistata l’Africa, posta

rimpetto alla sua Sicilia, e che perciò gli sarebbe d’appoggio alla

dominazione e di comodo al commercio.

I Crociati si lasciarono persuadere, e lo precedettero: ma la caldura

e le privazioni svilupparono ben presto lo scorbuto nell’esercito; e

sui luoghi ove quindici secoli prima era perita Cartagine, Luigi morì

rassegnato (1270), fra calde preghiere e savj consigli. Carlo arrivò

a tempo di vederlo cadavere, e assunto il comando, menò l’esercito

a vittoria, tanto che il bey di Tunisi propose una pace, dove Carlo

stipulò fossero date ducentomila once d’oro all’esercito per le

spese, e a lui quarantamila scudi d’oro l’anno. Allora egli propose ai

Crociati la conquista della Grecia e dell’impero d’Oriente; e perchè

ricusarono seguirlo, apprese le navi e le robe che una fiera procella

spinse sulle coste di Sicilia, ed impinguò il fisco colle spoglie dei

proprj commilitoni.

Le viscere di Luigi furono deposte nella badia di Monreale presso

Palermo; il suo corpo traversò l’Italia, fra universale venerazione; le

madri cercavano le monete coll’effigie di lui per appenderle al collo

de’ figli; e pochi anni dopo Bonifazio VIII lo santificava esclamando:

— Esulta, Casa di Francia, d’aver dato al mondo un principe sì grande;

esulta, popolo di Francia, d’avere avuto un re sì buono».

Gregorio X, ch’era nunzio in Palestina quando fu eletto pontefice[416],

adoprò il breve suo regno a ricomporre in pace i Cristiani perchè

recuperassero Terrasanta; a tutti i sovrani consentì di levare le

decime ecclesiastiche per sei anni onde armare; Filippo di Francia,

Edoardo d’Inghilterra, Giacomo d’Aragona, Carlo di Sicilia aveano

promesso crociarsi, e Rodolfo imperatore guidarli; Gregorio radunò

all’uopo anche il concilio generale di Lione che dicemmo, ma tutta la

macchina cadde colla sua morte (1276).

E qui finiscono le crociate. Le ampie conquiste in Oriente trovavansi

compendiate nella città di Acri, nella quale accoglievansi i

rappresentanti de’ re di Gerusalemme, di Cipro, di Sicilia, di Francia,

d’Inghilterra, d’Armenia, i principi d’Antiochia e di Galilea, i conti

di Giaffa e di Tripoli, il duca d’Atene, il patriarca gerosolimitano,

i cavalieri del santo Sepolcro, del Tempio, di san Lazzaro, il nunzio

del papa, e Genovesi, Veneti, Pisani. Ognuno aveva palazzi e quartiere,

dove vivea indipendente e colle proprie leggi ritornate personali,

sicchè ben cinquantotto tribunali esercitavano diritto di sangue;

pel qual tenore ciascuno comandava, nessuno obbediva. Opposti anche

d’interessi, agitavano incessanti discordie: spesso un litigio nato

a Pisa o in Ancona, combattevasi da una all’altra delle case d’Acri,

ridotte in fortezze.

Un Veneziano batte un ragazzo genovese, i Genovesi l’han per pubblico

oltraggio, e assalito il quartiere dei Veneziani, quali feriscono,

quali fugano. Questi preparavansi alla rappresaglia, ma qualche

prudente sopì quel fuoco. Però, come se ne intese in Genova: «dissero

tutti: _Ora ne sia preso tale vendicamento, che mai non sia obliato;_

le donne dissero ai loro mariti: _Noi non vogliamo più niente di nostre

doti, nè per morte nè per vita; spendetelo per la vendetta;_ e le

pulcelle dissero ai loro padri, ai loro fratelli ed agli altri parenti

loro: _Noi non vogliamo mariti: tutto ciò che ci dovreste donare per

dote, spendetelo per vendicarci de’ Veneziani, e voi sdebitatevene

portandoci le loro teste_»[417]. Fu dunque armata una spedizione: una

nave veneta, che un Genovese avea compra dai pirati, è presa e ripresa,

e tutto va a chi peggio: tredici navi arrivate da Venezia bruciano le

genovesi sprovvedute nel porto, e ajutate da’ Pisani e Marsigliesi

respingono altre galee venute in soccorso de’ nemici, ne guastano

le canove, i palazzi e una mirabile loro torre, di cui molte pietre

spedirono in patria. Il papa s’intromise di pace; ma le ire coperte

non estinte divamparono allorquando i Genovesi ebbero ottenuto nella

ripigliata Costantinopoli i quartieri e i privilegi che prima erano

goduti dai Veneziani. I quali tanto fecero, che stornarono dai Genovesi

l’animo di Michele Paleologo, e rinnovarono con esso amicizia.

Lottanti fra sè, tutti si trovavano deboli a fronte de’ Musulmani;

mentre Europa, disingannata da tanti tentativi falliti, assorta

in interessi _più positivi_, cioè egoistici, pensava a tutt’altro

che soccorrerli. Frattanto i Musulmani procedevano, e l’emir Kalif

Ashraf pose assedio ad Acri, ultimo asilo della croce. Papa Nicola IV

raddoppiò di zelo in provocare a soccorrerla; Parma vi spedì seicento

persone, alquante le altre città, e per trasportarle Venezia dispose

venti galee, sette ne prometteva Giacomo re di Sicilia; soccorsi

parziali e perciò inadequati; e dopo lunga resistenza anche Acri fu

espugnata (1291). Vuolsi che trentamila Cristiani vi fossero sgozzati;

la badessa di Santa Chiara, veneziana, persuase le sue monache

di troncarsi le narici per sottrarsi alla libidine e ai harem de’

Musulmani; le navi genovesi poterono salvare alquanti, fra cui il re di

Cipro; altri rifuggirono a Venezia, che gli accoglieva nella nobiltà;

e ne’ paesi consacrati dalle memorie di Cristo più non risonò se non —

Non v’è altro dio che Dio, e Maometto è suo profeta».

All’annunzio di quella disgrazia, che pur doveasi aspettare e

poteasi prevenire, gli Europei e massime gl’italiani ulularono di

tardo dolore e sgomento, e Bonifazio VIII ritentò una crociata. Ma

più non erano i tempi quando la pietà e la speranza del paradiso

eccitavano l’entusiasmo; quando i papi parlavano ai monarchi in nome

del Cielo sdegnato, rinfacciandone le colpe, e imponendo prendessero

la croce per espiarle; anzi i re, tutt’assorti nel grande impegno

di mozzare l’autorità pontifizia, rifuggivano dal secondare imprese

che l’avrebbero accresciuta o almeno attestata. Solo i Genovesi, per

redimersi dall’interdetto, gli diedero ascolto, e le donne, quasi a

raffaccio degli uomini, assunsero la croce e l’armi. L’impresa svampò,

ma Genova conservava fin testè nel suo arsenale le armadure di quelle

eroine, e nell’archivio le congratulazioni del papa.

Dopo d’allora, alla crociata, come impresa comune dell’Europa, più

non si pensò da senno. Bensì i Genovesi verso il 1300 ne prepararono

una contro i corsari barbareschi, ma fu uno stuzzicarli; e moltissimi

navigli uscirono d’Africa alla vendetta, e intercettarono lungamente

il commercio. Qualche parziale tentativo si rinnovò, e nel 1345

specialmente si eccitarono i Cristiani contro i Saracini, e molti

miracoli vennero raccontati. Dicevasi che presso la città d’Aquila

fosse apparsa Nostra Donna col Bambino in grembo avente in mano

una croce, e ciascuno potè vederlo più fulgido del sole, e tutti i

fanciulli che in quel giorno vi nacquero erano segnati d’una crocetta

sulla spalla diritta. Ciò mosse molti a voler combattere gl’Infedeli,

e frà Ubertino de Filippi vi rinfocava la gioventù fiorentina, e molti

lo seguirono in Siria, tra cui frà Francesco da Carmignano ingegnere e

dieci altri Domenicani. Ivi oppugnarono non sappiam bene quale città,

e sostennero fra altre una battaglia presso Tiberiade contro più d’un

milione di Musulmani: s’aggiunge che un’apparizione di san Giovanni

Battista confortò i Cristiani al vincere: e i cadaveri de’ nostri si

riconosceano dall’apparire sul capo di ciascuno un fuscelletto portante

un fiore bianco a modo d’ostia, attorno al quale si leggea cristiano;

e sopra di loro si udirono cantar versi dolcissimi e _Venite, benedicti

patris mei_[418].

Di buon’ora i frati Francescani eransi piantati in Terrasanta, e vi

si mantennero a custodia del santo sepolcro anche dopo ricaduto in

man dei Turchi: nel 1212 Ahmed-scià sultano dava loro il diritto di

rimanervi, e l’anno appresso Omer permetteva ristaurassero la chiesa

di Betlem. Roberto re di Napoli volle che questa loro dimora divenisse

legittima, e a denari nel 1342 comprò dal sultano il diritto che i

Francescani dimorassero in perpetuo nella chiesa del santo sepolcro,

e vi celebrassero gli uffizj divini: del che si fece carta, ove ad

esso re e a Sancia moglie sua son pure conceduti il cenacolo e la

cappella dove Cristo si mostrò a san Tommaso; la qual Sancia sul

monte Sion fe costruire una casa, in cui mantenere a sue spese dodici

Francescani[419].

Nel 1386 il re di Cipro, d’accordo col granmaestro di Rodi, volendo

metter fine alle piraterie degli emiri di Siria e del sultano, stanziò

d’assalire Alessandria; e i Veneziani lo secondarono, sì per le istanze

del papa, che per la speranza di assicurarsi quel commercio senza le

umiliazioni cui erano ridotti. Di fatto Alessandria fu presa, arsa la

flotta egizia; ma il sultano ricomparve ben tosto, sicchè i Cristiani

furono costretti ritirarsi, poche ricchezze trasportando seco, e

lasciandovi acerbissimo odio, che si sfogò sui nostri colà dimoranti e

sulle merci di Venezia, la quale così ebbe guasti i proprj traffichi.

Soli i pontefici mai non gettarono ogni speranza di liberare

Terrasanta, e questo fu il tema di declamazioni poetiche e qualche

volta di ragionate scritture. Fra gli altri, Marin Sanuto, cronista

veneto, vide il vero quando annunziò che ruina degli stabilimenti

cristiani in Palestina erano i sultani d’Egitto, e che potenza di

questi era il commercio nell’India, lo perchè consigliava ad esaurirne

la fonte. A tal uopo viaggiò cinque volte nell’India, e se altro non

potè, trasse notizie sui paesi del Mezzodì e del Levante. Il suo libro

_Secreta fidelium Crucis_ (1321), cui aggiunse un planisfero, divise

in tre parti ad onore della Trinità, e perchè tre sono le maniere

efficaci di rimettersi in salute, il siroppo preparatorio, la medicina

opportuna, il regime. Alla crociata vuole egli persuadere, non più

per entusiasmi devoti, ma da mercante ed economista; onde ai testi

soggiunge la lista delle spezie che traggonsi per via di Terrasanta,

quanto costino, quanto il trasporto: la migliore opportunità gli sembra

uno sbarco in Egitto, che con dieci galee crede potersi bloccare;

e chiuso quello, l’islam è ferito nel cuore. Divisa appienissimo

uomini, viveri, denaro, sempre intento a ringrandire Venezia, di cui

dev’essere tutta la flotta, e i cui marinaj crede soli capaci a guidar

le navi tra i bassi canali del Nilo: designa la forma e struttura delle

galee imbattagliate e delle navi da trasporto, alcune incamattate, o

come oggi diciamo, mantellate: descrive minutamente i mangani colle

dimensioni e proporzioni, e le balestre lontanarie; l’esercito di

sbarco sommi a quindicimila fanti, trecento cavalieri. I precetti

circa gli accampamenti desume da Vegezio e da Cesare: dimostra pratica

nell’arte delle fortezze, secondo l’età sua, e ne dà saggio in una

graziosa parabola. La spesa sarebbe tornata a quattordici milioni[420];

e tale disegno offrì alla sua patria e a tutte le corti, e n’ebbe lode

e trascuranza.

Guido da Vigevano, medico di Enrico VII imperatore, nel 1335

stese precetti igienici e militari per difendersi dai Saracini e

assalirli[421]. Frà Filippo Bruserio da Savona, professore di teologia

a Parigi, da Benedetto XII spedito nel 1340 ambasciadore a Usbek

kan del Capciac, con Pietro dall’Orto e con Alberto della colonia di

Caffa, per impetrare la libera predicazione del cristianesimo attorno

al mar Nero, scrisse il _Sepolcro di Terrasanta_, esponendo i mezzi

di ricuperarlo. È notevole che i primi trattatisti d’arte militare

ne davano per titolo il ricupero della Palestina, quasi il solo che

potesse scusare quel feroce sviluppo della forza e dell’ingegno:

Antonio da Archiburgo trentino nel 1391 stese su ciò un trattato,

or manoscritto nella biblioteca nazionale di Parigi; Lampo Birago

milanese, protetto da Francesco Sforza, propose una crociata tutta

d’italiani, con milleducento cavalli, quindicimila fanti e cinquemila

cavalleggieri forestieri, che sbarcata in Morea suscitasse i popoli, e

in due o tre anni compirebbe l’impresa[422].

Dante querelava i suoi contemporanei che il sepolcro di Cristo

lasciassero in man de’ cani, e che esso «poco toccasse ai papi la

memoria»[423]; e colloca in paradiso Goffredo, Cacciaguida ed altri

Crociati. Petrarca esortò alla crociata nella canzone — O aspettata

in ciel, beata e bella». Annio da Viterbo nel 1480 predicò a Genova

con immenso applauso le future vittorie de’ Cristiani sui Turchi,

dedotte da passi dell’Apocalisse. L’Ariosto fra le inesauribili sue

celie trovava un accento elevato per mostrare quanto meglio varrebbe il

combattere i Turchi che non il nocersi a vicenda i Cristiani. Il Tasso

dirigeva a ciò tutto il nobile suo poema, sperando pure che _il buon

popolo di Cristo_, tornato una volta in pace, tenterebbe _ritogliere

l’ingiusta preda_ al Musulmano. Altri pure innalzavano esortazioni

generose e inascoltate.

Chi realmente continuò la guerra contro i Musulmani furono da una

parte i Veneziani, fattisi antimurale dell’Europa, che negligeva di

sostenerne allora gli sforzi, salvo poi a codardamente vilipenderli;

dall’altra i cavalieri del santo Sepolcro, che si ricovrarono prima

a Cipro, poi a Rodi, infine a Malta, sempre col voto di non cessar

guerra agl’Infedeli. Dappoi la generosità si ridusse negativa e

beffarda, fu moda il declamare contro quelle spedizioni che fecero

perire tanti uomini inutilmente. Lasciam via che non perirono quanti

per le epiche guerre di Roma o per le ambiziose di Napoleone; ma colà

morivano volenti e persuasi, non divelti alle case per ordine d’un re,

ma lieti di dar la vita in servigio di Dio ed espiazione delle colpe, e

affrontare una morte che apriva il paradiso.

I Musulmani erano nemici d’ogni civiltà; conveniva respingerli:

sterminavano ferocemente i Cristiani; conveniva punirli: minacciavano

di nuova barbarie l’Europa; conveniva prevenirli, assalendoli ne’

loro paesi: e se l’intento fosse riuscito, chi non vede quanto diverse

sarebbero procedute le sorti della civiltà?

Già era stato vantaggio il mandare in Asia a sfogare l’umor battagliero

que’ tanti che turbavano la patria; predicatori e papi volendo

concordare i Cristiani alla santa impresa, condussero qualche pace fra

tante battaglie, e la tregua di Dio copriva chiunque avesse preso la

croce. Mentre il castellano era ito in Palestina, il villano rimasto a

casa respirava dalle oppressioni; ricorreva all’autorità del Comune o

del re, invece di quella del feudatario; benchè incatenato alla gleba,

il signore non potea vietargli di crociarsi; anzi tanti servi passavano

oltremare, che fu imposta la _decima saladina_ a quei che il facessero

senza beneplacito del padrone. Anche quelli che v’andavano per obbedire

a questo, svincolati dalla schiavitù locale, disabituavansi dalla

ereditaria servilità; aveano diviso i pericoli, gli stenti, la gloria

del padrone, forse aveanlo salvato dal pugnale d’un Assassino tra le

convalli del Libano, o dalla scimitarra di un Turco, o diviso con esso

una ciotola d’acqua che gli valse la vita; erano dormiti al suo fianco

nell’accampamento, pericolati nella lotta; l’avoltojo del castello

erasi fatto vicino al lepre della valle non per isbranarlo ma per

congiungere le forze.

Nell’assenza dei baroni, i Comuni s’invigorivano, e strappavano a

quelli la prepotenza di qualche antico abuso; o il barone stesso dava

in pegno o vendeva il feudo o qualche privilegio per far denari,

o morendo li lasciava vacanti. La giustizia era resa con maggior

regolarità dal clero, la campagna avea pace, e l’abbassarsi dei nobili

spianava la strada ai cittadini: sicchè quelle imprese, spinte dal

clero, eseguite dalla nobiltà, realmente fruttarono pel popolo. Esse

poi indicavano un miglioramento nella società, poichè non si trattava

di conquistare e far servi, ma di procacciarsi la vita eterna e di

salvare dall’inferno tanti Infedeli. Di mezzo alle parziali agitazioni

della feudalità nasceva un pensiero di gloria, d’avvenire, di santità;

lampeggiavano il bello e l’ideale fra i popoli e gli eserciti, i quali

correvano a morte per dar trionfo alla verità: preludio dei tempi

quando la guerra non si farà che per la pace.

Ambizione, avarizia, altri vizj accompagnarono e rovinarono quelle

imprese, ma pure nessun esercito fu più generalmente preoccupato

dall’idea morale; il popolo era spinto da sentimento religioso, bene

o male interpretato, ma superiore a calcoli personali; nei cavalieri

videsi un’umiltà, un’abnegazione, mirabili fra la superbia e l’avidità

d’imprese di quel tempo, non gloriandone sè ma Dio; tutti i combattenti

riconosceano per fratelli, dacchè tutti la croce segnava. Quando il

villano e il signore, il re e il vassallo, il Milanese, il Bretone,

il Veneto si associavano nel nome di Cristiani, costumavansi a idee

d’uguaglianza. Accanto ai baroni radicati al terreno sorgeva la

nobiltà mobile de’ cavalieri chiamati per professione a quanto v’ha

di generoso e disinteressato: come in imprese sante, molte paci si

facevano in occasione di esse, molte colpe si riparavano: v’andavano

anime straziate dai rimorsi a rigenerarsi, o spossate dai disinganni a

ripigliar coraggio.

Amedeo VI, nell’atto di salpare da Venezia per Terrasanta, esaminò la

propria vita, e si risovvenne d’un Ansermeto Barberi che lungo tempo

avea tenuto prigione per furto e che poi fu scoperto innocente, e

gli fece dare ducento fiorini d’oro[424]. Veleggiò poi in una galea

vagamente dipinta, colla poppa a foglie d’oro e argento; sull’azzurra

bandiera di Savoja sventolava l’effigie della Madonna, e su altre

la croce d’argento in campo rosso, coi nodi d’amore, emblema d’esso

principe, e il teschio del leone, e il cimiero.

Lucia, monaca in Santa Caterina di Bologna, s’avvide che un giovane

veniva ogni giorno a mirarla alla tribuna ove sentiva messa, onde non

si presentò più che dietro la gelosia. L’innamorato giurò consacrarsi

a Dio come la sua cara, e passato in Palestina, s’avventò nelle

battaglie. Fatto prigione, e messo ai tormenti perchè rinnegasse la

fede, esclamò: — Santa vergine, casta Lucia, se vivi ancora, sorreggi

colle tue preghiere chi tanto ti amò; se in cielo ti bei, propiziami il

Signore». Appena detto, fu preso da sonno profondo, e allo svegliarsi

trovossi catenato, ma in patria e vicino al monastero della sua donna,

la quale gli stava allato sfolgorante di bellezza. — Sei tu viva

ancora, Lucia?» domandò egli; e quella — Viva sì, ma della vita vera;

va e deponi i tuoi ferri sul mio sepolcro, ringraziando Iddio». La

casta era morta il giorno ch’egli abbandonò l’Europa[425].

Federico Barbarossa, giovinetto ancora, innamorò di Gela figlia d’un

suo vassallo; ed ella rispose di verecondo amore, e non si tenendo

degna d’averlo sposo, l’indusse a crociarsi. Sull’addio egli esclamò:

— L’amor nostro è eterno. — Eterno», rispose ella, lasciando cascar la

testa su quella dell’amante. Egli va, vince e ritorna, e per la morte

del padre trovatosi duca, vola alla casa di Gela; ma non vi trova che

un viglietto, iscritto: — Tu sei duca, e devi scegliere una sposa da

par tuo. Della memoria di essere stata tua un anno, mi godrà l’animo

tutta la vita. L’amor nostro è eterno». Erasi resa monaca; e Federico,

nel boschetto ove si era congedato da lei, pose la prima pietra della

città di Gelnhausen.

A Torre San Donato in val d’Arno fu predicata la croce, e consegnato

lo stendardo del popolo a Pazzino de’ Pazzi, il quale raccontano

montasse primo sulle mura di Gerusalemme, e da Goffredo avesse in dono

tre scaglie del santo sepolcro, colle quali in patria accese il fuoco

benedetto, e si conservarono poi ne’ Santi Apostoli, e ne derivò a

Firenze la festa dello scoppio del carro (vol. V, pag. 554). Anche nel

1220, «quando fu presa Damiata, l’insegna del Comune di Firenze, il

campo rosso e il giglio bianco, fu la prima che si vide in sulle mura

per virtù de’ pellegrini toscani, che furono de’ primi combattendo

a vincere la terra; e ancora per ricordanza il detto gonfalone si

mostra in Firenze per le feste nella chiesa di San Giovanni al Duomo»

(VILLANI). A Verona si vuole che i reduci Crociati applicassero i nomi

alla montuosa vicinanza verso nordovest, che diconsi Calvaria (_Monte

San Rocco_) e Valdomia (_Val Domini_); e dentro Nazaret, Betlem, Monte

Oliveto[426]. Alberto vescovo di Brescia portava da Terrasanta un

grosso pezzo della santa croce, che chiuso in teca ornata di lamine

argentee istoriate, conservasi nel duomo di quella città, dove anche la

_croce del campo_, che credesi fosse portata in cima a un vessillo dai

crociati in quella spedizione. A San Geminiano in Toscana pretendono

che i Baccinelli andassero con altri alla prima crociata, e ritornando,

colle spoglie de’ nemici, ergessero una magione di Templari sotto

l’invocazione di San Jacobo.

Della credulità si abusò per moltiplicare reliquie, e non fu paese

che non volesse averne di Terrasanta; e ciascuna fu autenticata da

miracoli, certo non meno credibili delle mille baje che la critica

moderna raccoglie ogni dì dalle gazzette, e dalle storie che sulle

gazzette si compilano.

Alcuni monaci portarono da Gerusalemme a Montecassino un pezzo del

tovagliuolo con cui Cristo asciugò i piedi agli apostoli; e vedendosi

poco creduti, il posero in un turibolo, e all’istante divenne color

di fuoco, e ne fu tolto intatto, e riposto fra oro, argento e gemme.

Altri pellegrini navigando con uno de’ santi chiodi, giunti davanti

a Torno sul lago di Como, non poterono più progredire, e dovettero

lasciarlo colà, dove si venera ancora. Allorchè Saladino spediva in

dono all’imperatore di Costantinopoli la vera croce, un Pisano trovò

modo d’involarla, e traversando i mari a piede asciutto, la recò alla

sua patria: ma un Dondadio Bo Fornaro genovese diceasi aver trovato

in una nave di Veneziani essa croce, e toltala per arricchirne la

sua città; e questi doppj sono vulgare soggetto d’epigrammi. L’anno

che Acri fu presa, parve che la santa casa dove Cristo era cresciuto

sdegnasse rimanere in una terra contaminata da Infedeli, e da Nazaret

fu dagli Angeli trasportata a Tersacto di Dalmazia: statavi tre anni,

eccola trasferita di qua dall’Adriatico, e deposta in una macchia sui

poderi di una Lauretta di Recanati: i pastori la mattina trovarono

quest’edifizio dove mai non n’aveano veduto, e tosto cominciò affluenza

di forestieri e di doni, tanto che là presso si fondò una città detta

Loreto.

Roma fu piena di devoti cimelj, ed oggi ancora i sacristani vi

riportano continuamente coi loro racconti ai tempi delle crociate e

ai portenti compilati nel libro de’ _Sette Viaggi_. Padova tiene le

spoglie di tre degli Innocenti, di Levante portate dal beato Giuliano

in Santa Giustina. L’altare di santo Stefano a Cremona fu consacrato

il 1141 col porvi alcun che de’ vestiti di Maria Vergine, della

porpora onde fu beffeggiato Cristo, del legno della croce, del santo

sepolcro. A Bologna fra Vitale Avanzi depose una delle idrie in cui

Cristo mutò in vino l’acqua, e ogn’anno esponevasi nella chiesa de’

Servi la prima domenica dopo l’Epifania: un altro di quei vasi era

nella certosa di Firenze. Genova nella crociata dalla Licia portò il

corpo del Battista, e da Cesarea il sacro catino in cui fu operata la

consacrazione nell’ultima cena; dal prode Montaldo, che l’avea ottenuta

dall’imperatore Giovanni Paleologo, ebbe in dono l’effigie di Cristo,

fatta fare da Abgaro re di Edessa, veneratissima in San Bartolomeo,

benchè anche Roma si vanti tenerla. A un Lucchese ito a Gerusalemme

vien rivelato in estasi che il volto santo ed altre reliquie del

Salvatore giaciono ignorate nella cattedrale di Lucca, dove rinvenute,

furono poste in devota venerazione. Non taciamo il santo latte a

Montevarchi, donato a Guido Guerra da Carlo d’Angiò; sul quale diceva

un valente scrittore che «la fede è buona, e salva ciascuno che l’ha;

e chi archimia sì fatte cose, ne porta pena in questo e nell’altro

mondo».

I Pisani vollero dormire dopo morti entro terra della Palestina, e ne

trasportarono di che empire il loro cimitero. I Veneziani recarono da

Scio il corpo di sant’Isidoro, collocandolo in San Marco, dove anche

la pietra dell’altare della cappella del battistero; da Cefalonia san

Donato, ch’è in Santa Maria di Murano; da Costantinopoli santo Stefano,

san Pantalèone, san Giacomo, e l’altre reliquie onde sono ricchissimi

San Giorgio e San Marco. Il cardinale Ugolino, che poi fu papa Gregorio

IX, persuase il doge a fabbricare nelle lagune Santa Maria Nuova di

Gerusalemme, a memoria d’altra del titolo stesso, allora occupata dai

Musulmani.

D’altro genere reliquie piacquero agl’italiani, i capi d’arte della

Grecia e dell’Asia. Già era costume a Veneziani, Pisani e Genovesi

trasportarne; e le loro cattedrali, cominciando fin dalla vetustissima

di Torcello, furono, si può dire, fabbricate con avanzi antichi. Si

estese quest’usanza nelle crociate, e massime da Costantinopoli i

Veneziani trassero insigni lavori, fra i tanti che andarono perduti

in quel fatto; e i cavalli della facciata di San Marco, e i leoni

dell’arsenale, le colonne di San Marco e Teodoro sono trofei di buon

gusto e di violenza.

Alle crociate si riferiscono pure molte fondazioni di spedali per

lebbrosi e pellegrini; e buon numero ne alloggiava in Genova la

commenda di San Giovanni in Pre, del pari che l’ospedale di San

Lazzaro, cui arrivavasi per l’unica via che allora sboccasse in

Polcevera, e un altro in Savona.

Le genealogie vollero tutte innestarsi sopra le crociate, e fu vanto

l’ostentare nel proprio blasone la croce. Anzi il blasone ci venne

dalle crociate e dalla cavalleria, con tutta la raffinatezza degli

stemmi e delle divise. Finchè il cavaliero combatteva attorno al suo

castello, qual mestieri avea di distintivo? uscendo lontano, ciascuno

assumeva una divisa, cioè esprimeva l’affetto o l’intento particolare,

mediante il colore della sopraveste e del cimiero, o qualche disegno

fatto sul pezzo più insigne dell’armadura, qual era lo scudo. Quegli

scudi poi si sospendeano nelle sale avite, testimonianza ai fasti e

vanto ai figli che si piacquero di adottare l’insegna paterna, e così

gli stemmi diventarono ereditarj, e distintivo non più dell’individuo

ma delle famiglie. Nella presente uguaglianza più non è di verun conto

l’araldica: ma lungamente fu arte di arguto studio il disporre gli

stemmi, combinarne gli elementi, cioè i colori e le figure, e leggerli,

e assicurarli come titoli domestici. Se ne moltiplicarono poi gli

elementi e la disposizione, ma sempre i più vantati furono quelli che

mostravano la croce, come indizio che un avo era stato a combattere in

Palestina. I Michieli di Venezia portavano sopra una fascia d’argento i

bisanti d’oro, perchè il doge Domenico Michiel alla crociata, venutogli

meno il denaro, pagò con pezzi di cuojo, che poi al ritorno cambiò in

sonanti. I Visconti di Milano vantavano che Ottone di loro famiglia

avesse, alla prima crociata, ucciso un gigante che portava per cimiero

un serpe con un fanciullo in gola; figura ch’essi adottarono. Il

cardinale Giovanni, legato in Terrasanta, ne riportò la colonna della

flagellazione, che la famiglia Colonna assunse per stemma, d’argento

in campo azzurro; aggiungendovi la corona quando Stefano ebbe coronato

l’imperatore Lodovico il Bavaro, e le quattordici bandiere turche che

Marcantonio acquistò alla battaglia di Lépanto.

Ed altre famiglie dallo stemma dedussero il nome; mentre d’alcune

dietro al nome fu inventato lo stemma, con quelle che si dissero armi

parlanti, come un orso per gli Orsini di Roma e gli Orseoli di Venezia,

un gelso pe’ Moroni, un majale pe’ Porcelletti, un gambaro pei Gambara,

un bove pei Vitelleschi, i Bossi, i Boselli, i Cavalcabò, le coste pei

Costanzo, la carretta pei Del Carretto, pei Canossi un cane coll’osso

in bocca, per gli Scaligeri la scala portante un’aquila. Il vulgo pure

volle avere i suoi stemmi, e il tesserandolo e il merciajo adottava

un’insegna che di padre in figlio trasmetteasi con sollecita cura di

conservarla incontaminata.

I nostri videro il lusso orientale, e si proposero imitarlo; la seta si

propagò, e i tessuti serici di Damasco e quelli di pelo di camello ne

eccitarono l’emulazione; a Venezia s’imitarono i Vetri di Tiro, e ben

presto si fabbricarono specchi di cristallo e conterie; si conobbero

i lavori a cesello e all’agiamina, l’applicazione dello smalto; e

l’oreficeria ebbe grande esercizio nello incastonare le tante gemme e

ornare le tante reliquie tolte all’Oriente.

Esteso il viaggiare non a soli negozianti ma a moltitudini innumere,

vennero sotto gli occhi altri costumi, la qual cosa chi non sa quanto

serva a digrossare i proprj? I Settentrionali in Italia trovavano

civiltà ben più raffinata; a Bologna udivano leggere le Pandette,

in Salerno e a Montecassino scuole mediche, in Sicilia e a Venezia

regolati governi, e i cittadini congregati dar l’assenso alle

deliberazioni del doge; e Giacomo di Vitry, storico di quelle imprese,

ammirava questi Italiani, segreti ne’ consigli, diligenti, studiosi nel

procurare le pubbliche cose, provvidi del futuro, repugnanti da ogni

giogo, di loro libertà acerrimi difensori. Anche i nostri avevano di

che imparare sia dalla civiltà greca ancora in piedi, sia dall’araba

allora fiorente, sia anche dal regolare governo istituito dalle Assise

di Gerusalemme.

I metodi allora introdotti dalla Chiesa per raccorre la decima e le

limosine servirono di scuola per esigere le tasse meno arbitrariamente.

E poichè a queste aveano dovuto sottoporsi anche gli ecclesiastici,

s’imparò a farli coadjuvare alle pubbliche gravezze.

Romanzi e novelle a josa passarono dall’Asia in Europa, eccitando e

pascendo le giovani immaginazioni. La filosofia si valse di quanto le

aveano aggiunto le scuole arabe; la medicina, se non metodi, adottò

farmachi orientali, droghe nuove, nuovi composti; razze di cavalli

arabi, cani da caccia vennero portati; e se Federico II ebbe elefanti

a sola pompa, i Pisani si valsero dei camelli per coltivare la

fattoria di San Rossore, dove ancora non sono dismessi. La cannamele

avea ristorato la sete de’ Crociati, che la trapiantarono in Sicilia,

donde passò in Ispagna, e di quivi a Madera e all’America, per

procacciarci uno de’ condimenti oggi più usitati, lo zuccaro. Certe

cipolle di Ascalona, certe prugne di Damasco allora arricchirono i

nostri giardini; e se a torto si crede venuto di là il granoturco[427],

v’imparammo l’uso dell’allume, dello zafferano, dell’indaco. Vorrebbe

credersi che la vista degli aerei edifizj orientali e degli emisferici

greci producesse l’ordine gotico, certo esteso in quel tempo; e i

furti fatti da Pisa, Genova, Sicilia, Venezia ridestarono l’amore delle

arti belle, che, compostesi a quegli esemplari, s’accostarono ai segni

dell’eleganza.

Tanto movimento di popolo aumentò la marineria, del che principale

vantaggio trassero gl’italiani, i quali lautamente guadagnarono dal

trasportare i Crociati, poi stabilirono banchi su tutte le coste della

Siria, del mar Jonio e del Nero, e convennero di vantaggiosi privilegi

nelle terre sottomesse. Le navi si migliorarono[428], e a’ lenti

tragitti per terra si surrogarono i viaggi per acqua. A vantaggio de’

pellegrini si stesero itinerarj, che, se erano dettati dall’entusiasmo,

valsero però tanto quanto a migliorare la geografia[429].

Continue relazioni mantenne l’Italia coll’Oriente, e ne sono piene

le cronache piemontesi di Benvenuto da San Giorgio; le famiglie più

insigni legarono parentadi coi principi levantini, e sei ne avvennero

tra i marchesi di Monferrato e gli imperiali di Costantinopoli; il

titolo di re di Gerusalemme e di Cipro ornava i duchi di Savoja prima

che altro regio acquistassero. Gli stabilimenti italiani colà durarono

più che quelli d’altra qualsiasi gente, e in modo si diffusero, che

l’italiano era lingua comune de’ traffici sulle coste.

Lasciam dunque ad altri deridere ciò che eccitò l’entusiasmo di due

secoli; e non crediamo inutili queste imprese, che diedero tanto

stimolo al sentimento, alla curiosità, all’immaginazione.

Storia degli Italiani, vol. 06 (di 15) · 第 16 / 23 题