Il lettore desidera molto probabilmente ch'io gli dica, che dopo
quelle prime tre lettere lanciate da una finestra all'altra,
ella non ne ricevette altre.
Ma pur troppo, siccome il mio racconto è storia vera, e la
storia ha per primo dovere quello di esser sincera, io devo
dirvi la pura verità, tutta la verità, null'altro che la verità;
come certi testimonii, spergiurando, in una causa da me perduta
perchè ero un galantuomo, dissero davanti al mio pretore.
E la verità è molto diversa da quella supposta o desiderata dal
benigno lettore.
Emma ricevette una quarta lettera, che non riportò subito alla
mamma, come aveva fatto delle prime tre, ma se la nascose in
seno; ben decisa a farle seguire più tardi lo stesso cammino che
avevano seguito le altre.
Ma la lettera lanciata alle dieci del mattino era ancora alle
dieci della sera allo stesso posto, e siccome vi stava bene,
calduccina e lieta di quel roseo nido, tessuto con qualcosa di
meglio che non sieno le paglie e i fuscellini; non aveva voglia
di escirne.
Se non che Emma alle dieci andava a letto e il foglio criminoso
passava dal roseo nido in un altro bianco niveo, ornato di trine
e profumato di giovinezza, ch'era il letto di lei.
Fu messo sotto il cuscino, ma dopo poco passò nelle mani di
Emma, e le mani lacerarono la busta con uno strappo, che pareva
una convulsione.
Tra lo strappo e la lettura passarono molti minuti, dolorosi e
agitati come un'agonia; lunghi come secoli; ma il foglio fu
letto e riletto alla luce tremula della candela con un tremito
degli occhi, delle mani; e soprattutto del cuore della innocente
fanciulla, che aveva così commesso il suo primo peccato.
Quale sarà l'ultimo?
L'ultimo non lo so, perchè in amore conosco il peccato secondo e
il terzo e il quarto e il centesimo; ignoro l'ultimo.
A pochi giorni di intervallo furono lanciate una lettera N.° 5,
una lettera N.° 6. Furono nascoste nello stesso nido roseo della
N.° 4 e lette nello stesso nido bianco; ma non ebbero risposta
per parte di Emma.
Ma la N.° 7 ebbe una risposta e da quel momento le linea
telegrafica, che riuniva due cuori, due ingenuità, due amori,
non fu più interrotta.
I peccati però non seguivano la stessa numerazione delle
lettere, avendo sempre una cifra molto minore. Quelle erano al
N.° 20, i peccati erano sempre al N.° 2.
Il primo: ricevere le lettere di un giovane e leggerle senza
portarle alla mamma.
Il secondo: rispondervi.--Veniale il primo, quasi mortale il
secondo. E chi sa fino a quando il terzo si sarebbe fatto
aspettare, navigando i due colpevoli sempre nelle acque azzurre
dell'Oceano senza mai toccar terra!
*
* *
Intanto fra i molti visitatori della casa erano comparsi due
nuovi uomini, che si erano quasi nello stesso tempo innamorati
di Emma.
Essa però non se n'era accorta, perchè malgrado le lettere
ricevute e risposte, serbava sempre una grande innocenza, e
perchè i due pretendenti al suo cuore erano timidissimi, il
primo essendo molto giovane e molto scienziato, il secondo
essendo molto brutto e molto vecchio. Il primo aveva 26 anni ed
era l'ingegnere Rinaldini, più uomo di scienza che ingegnere; il
secondo era il marchese di Acquafredda, di 60 anni e tre o
quattro volte milionario.
L'ingegnere Rinaldini era destinato a grandi cose, ma nessuno se
n'accorgeva, perchè era troppo timido e troppo modesto.
Timido per temperamento e perchè della società umana non
conosceva che la casa della mamma e la scuola; modesto, perchè
aveva studiato molto e sapeva moltissimo; ma il suo ideale era
così lontano e così in alto da parergli impossibile raggiungerlo
anche con una vita di ottant'anni.
Appena laureato con grandissimo onore aveva subito ottenuto un
posto di ingegnere tecnico nella R. Marina, ed era incaricato
dello studio delle materie esplosive.
Aveva l'ingegno inventivo e fin dai primi mesi aveva scoperto
cose nuove e intraveduto tutta una rivoluzione nel congegno
delle torpedini e dei siluri. Non si era affrettato però a
vantarsi, nè a pubblicare i suoi risultati.
Era timido, era modesto; ma soprattutto non era impaziente.
L'impazienza è dei deboli.
Ora in congedo da Spezia, dove aveva il suo ufficio, si trovava
in vacanza a Firenze, dove la mamma lo aveva spinto a entrare in
società.
"Tu hai bisogno di riposarti (gli aveva detto) dei tuoi studii e
devi conoscere il mondo, in cui devi vivere e che tu ignori
affatto. Non sei solamente un ingegnere, ma un uomo."
E il Rinaldini aveva ubbidito, non direi a malincuore, perchè
sentiva anch'egli il bisogno di vedere e conversare in un mondo
per lui nuovissimo e sentiva una grande curiosità di trovarsi
con persone d'altro sesso.
Vide Emma e se ne innamorò lì per lì, come colpito da quel
famoso _coup de foudre_, per il quale psicologi e romanzieri non
hanno trovato una parola migliore.
Per lui, con un'ingenuità indegna del suo tempo, amare e sposare
erano sinonimi: ma come aspirare alla mano di una fanciulla
bella, colta e anche ricca? Egli, che non aveva che la sua
professione e una modestissima agiatezza da parte della sua
famiglia?
Ma d'altra parte, come rinunziare a quell'amore, che aveva
occupato tutto il suo cuore e subito, dilagando senza ostacoli
in quell'anima così vergine?
Dopo averla veduta la scienza non gli bastava più e parevagli
che la scienza con Emma sarebbe il paradiso in terra, senza di
lei una landa sterile, arida, un deserto senza oasi.
Sembrandogli il suo amore un'utopia aveva provato a tenersi lontano
dalla casa di Emma, preparandosi poco a poco a ritirarsene del tutto.
E con sforzi dolorosi riuscì a non visitarla per tre giorni di
seguito, ma non potè giungere al quarto e quell'assenza non servì che
a una cosa sola: a persuaderlo che ormai l'amore per Emma e la vita
erano per lui una cosa sola. E per ricompensare quasi i dolori di
quella sua lunghissima assenza ora egli andava ogni giorno da lei, e i
genitori lo festeggiavano e parevano felici della sua assiduità.
Soprattutto il padre, che, come uomo di scienza anche lui, aveva
subito pesato il valore di quel giovane.
Emma era sempre cortese con lui, sempre alla stessa maniera e
null'altro che cortese.
Invece nel Rinaldini l'amore cresceva ogni giorno, e ormai a
furia di dilagare, aveva innondato ogni fibra di lui, penetrando
nei più sottili meandri della sua vita. Non aveva più nulla da
occupare al di dentro. L'alveo del fiume era pieno; e la piena
doveva condurre all'innondazione.
Pareva che in questo caso straripando l'amore avesse dovuto
manifestarsi al di fuori. Nel linguaggio volgare ciò si chiama
dichiarazione d'amore.
Ma la dichiarazione non veniva mai; e tutta la corte, che
l'ingegnere faceva alla sua Emma, si risolveva in sguardi
continui, ardenti, penetranti come lama di Toledo; terribili
come fulmini o teneri come tepori del sole di maggio.
Tutti quelli sguardi non penetravano nulla, non bruciavano
nulla, non intenerivano nulla. Si perdevano nello spazio,
confondendosi insieme a tutte quelle energie planetarie, per le
quali nè fisici nè chimici, hanno ancora trovato l'equazione di
equilibrio.
Non andavano però perduti per l'occhio vigile e affettuoso della
mamma di Emma, che dopo pochi giorni s'era convinta, che
l'ingegnere era innamorato della sua figliuola. E di ciò era,
come il babbo, felicissima. Non le pareva possibile trovare per
la figliola un giovane più prezioso, che le fosse compagno per
tutta la vita.
D'una cosa sola si stupiva assai ed era che Emma non si
accorgesse di quell'adorazione silenziosa del Rinaldini e che
non glie ne avesse parlato.
Un giorno però ella non potè più tacere e a bruciapelo le
domandò:
---Che ti pare dell'ingegnere?
--Del Rinaldini?
--Sì, proprio di lui. Nessun altro ingegnere viene in casa
nostra.
--Uhm.... mi pare che sia un bravo giovane.... molto studioso,
molto timido.
--No, voglio dire se ti piace, se ti è simpatico.... se lo trovi
bello.
--Non ci ho mai pensato, cara mamma.... Lo trovo un bel giovane,
sì; piacente come tanti altri....
Essa aveva detto tutto questo senza arrossire, con un'aria di tanta
indifferenza da lasciare addolorata la mamma, che avrebbe desiderato
in vece una tutt'altra risposta, magari una confessione di cose quasi
gravi... tanto da aver bisogno dell'assoluzione materna.
Rimase parecchi minuti senza parlare. Era piena di stupore e
amareggiata da un grande disinganno....
Dopo tutto quel silenzio, per quel giorno la conversazione
terminò con un gran sospirone della mamma e con un:
--Quanto sarà felice la donna che diverrà la moglie
dell'ingegnere Rinaldini!
Nè il sospirone nè le parole materne commossero il cuore di
Emma.
Essa pensava che aveva in quel momento nel nido di rose una
lettera di Enrico e che quella sera passando nel nido bianco,
essa avrebbe goduto un'ora di ineffabile voluttà, leggendola a
centellini, divorandola d'un fiato....
*
* *
Il marchese di Acquafredda era l'altro innamorato di Emma.
Un uomo su cui nessuna lingua, fosse la più maledica di questo
mondo, avrebbe potuto sfogare la sua malignità. Non era
libertino, non era bevitore, non era giuocatore.
Ma nello stesso tempo nessuno avrebbe saputo dirne bene. Era
l'uomo più incoloro, più inodoro, più _insaporo_, come diceva il
mio Professore di storia naturale, parlando del diamante. Era
buono, perchè non aveva mai rubato nè assassinato, perchè faceva
delle opere di carità....
Del resto un vero zero umano. Erede di una gran fortuna, non
l'aveva nè accresciuta nè diminuita d'una lira. Badava alle sue
terre, alle sue case; leggeva i libri alla moda, andava
nell'estate ai bagni o alla montagna, frequentava i teatri e le
conversazioni; viveva.
Dei suoi amori giovanili nessuno sapeva nulla. Non era galante,
ma neppur scortese colle signore. Aveva da molti anni in casa
una bella cameriera, che faceva anche un po' da maggiordomo e
che forse aveva risolto per lui il gran problema dell'amore, che
tormenta tante migliaia di uomini, che semina per le strade
della vita tanti feriti e tanti morti.
Insomma il marchese di Acquafredda era, per dirla col linguaggio
di moda, un _uomo perbene_.
Giunto però ai sessant'anni, molto ben conservato, con tutti i
suoi capelli che non tingeva, con tutti i suoi denti, che eran
proprio suoi; aveva pensato che, non avendo nè nipoti, nè
cugini, nè altri parenti lontani che portassero il suo nome,
avrebbe dovuto prender moglie e avere un erede, che non
lasciasse morire il nome e il blasone dei marchesi di
Acquafredda.
Era vecchiotto, ma era sano e arzillo, e scegliendosi una sposa
povera o appena agiata, avrebbe potuto coi suoi milioni gettati
sulla bilancia del matrimonio far equilibrio alla giovinezza e
alla bellezza di una fanciulla, che gli fosse piaciuta.
Ed egli si era innamorato di Emma. Dico innamorato, perchè egli
stesso adoperava questa parola, parlando a sè stesso nei
soliloqui della notte; quando nel silenzio della solitudine
correggeva le bozze della vita quotidiana.
Non avendo pensato a prender moglie prima d'allora, non aveva
badato mai alle signorine, e quella era la prima a cui dirigeva
gli occhi amorosi con intenzioni oneste sì, ma alla sua età
alquanto temerarie.
Quegli occhi erano sempre coperti da due grandi occhiali d'oro e
attraverso a quelli passavano sguardi di diversa natura; ora
teneri, ora appassionati; qualche volta anche concupiscenti.
Fossero però quegli occhialoni d'oro o i capelli bianchi, che
erano tanto vicini ad essi, gli sguardi del marchese nè ferivano
nè incendiavano, e neppure vellicavano la pelle di Emma.
Agli sguardi tenevano compagnia dei fiori, dei dolci, dei libri,
omaggio dell'adoratore all'adorata. Questa accettava tutte
quelle cortesie e galanterie come da un babbo, e diceva spesso:
--Che buon uomo è quel marchese di Acquafredda!
I due amori dell'Ingegnere e del Marchese camminavano, con
diversa velocità, ma paralleli l'uno all'altro.
Quello del Marchese correva assai più lesto, perchè i vecchi son
sempre impazienti e perchè la timidezza eccessiva rallentava il
passo all'Ingegnere.
I giovani però, anche i più timidi, sanno saltare, ciò che i
vecchi non sanno, e possono in un giorno riacquistare il terreno
perduto in un mese.
Non so se il Rinaldini spiccasse il salto o altro avvenisse di
nuovo.
So però che un giorno essi si incontrarono allo stesso punto.
Il marchese di Acquafredda con una lettera modestissima chiedeva
al padre di Emma la di lei mano.
E proprio nello stesso giorno l'ingegnere Rinaldini, trovandosi
alla sera solo con lei nel salotto nel vano d'una finestra,
chiese con voce tremante ad Emma, se vorrebbe dividere la vita
con lui.
Emma rispose con tutta calma:
--Per ora non voglio maritarmi.
Quanto al padre di Emma, devo dirvi, che lesse la lettera del
Marchese con grande stupore e la passò subito alla moglie.
Non so cosa dicessero tra di loro e come commentassero quella
strana domanda. So però che un tragico avvenimento piombò su
quella casa fin allora così serena e felice.
Il dottore, partito da Firenze per un consulto a Modena, era
morto in vagone fulminato da un'apoplessia.
Vi risparmio la storia del dolore di quella famiglia.
I due pretendenti, che avevano fatto in diverso modo la loro
domanda, presero parte a quel dolore, per nulla stupiti di non
avere risposta.
Quanto ad Enrico, seguitava a scrivere dalla sua finestra
prendendo la sua terza parte nel dolore di una famiglia, che
considerava come sua.