CAPITOLO TERZO.

_Il primo amore._

Emma da qualche tempo, e soprattutto dopo aver saputo dalla mamma il

nuovo Verbo, era sempre triste o dirò meglio malinconica.

La primavera della vita è come quella dell'anno.

Non si giunge ai tiepidi soli dell'aprile, nè alle inebbrianti

rose di maggio, che attraverso le nebbie e i venti rabbiosi del

marzo.

E non si entra nel tempio d'amore, nel paradiso terrestre dei

caldi desiderii che attraverso le lagrime e gli isterismi della

pubertà.

Può sembrare crudeltà della natura, ma non ne è che una

ingegnosa leccornia, un'ingegnosità di alto epicureismo.

Sulla soglia, che separa l'inverno dalla primavera, nasce la

mammola, e là dove la bambina, muovendo il passo, diventa donna,

nasce e fiorisce la malinconia, la mammola del sentimento.

Emma era appunto su quella soglia.

Quando essa non studiava o non era al piano, era sempre alla

finestra.

Tutte le fanciulle adorano le finestre.... aperte o chiuse, non

importa; purchè possano guardare fuori, nel mondo di sopra, nel

mondo infinito che è il cielo; nel mondo di sotto, in quello

piccino dove formicolano gli uomini.

Tutti credono di sapere il perchè di questo gusto particolare di

tutte le fanciulle e darebbero dell'imbecille a chi dicesse di

ignorarlo. Ma molte di queste certezze non sono che ignoranze

foderate di superbia.

Io, per conto mio, ci ho pensato sempre a quel perchè, e non

sono ancora sicuro di saperlo.

D'una cosa sola sono sicuro ed è che il perchè non è uno solo,

ma sono molti; molti come i sogni che attraversano il cielo

notturno delle fanciulle.

Esse guardano in basso per curiosità, per distrarre l'occhio col

viavai della gente, che per le vie cerca il pane o l'amore, la

vendetta o il contravveleno della noia.

Esse guardano a mezz'aria per spiare la vita delle cose vicine.

Esse soprattutto e più spesso guardano le nuvole, perchè esse

van navigando nel gran mare dell'ignoto e dell'infinito e i loro

pensieri mutan forma con esse, e i volti umani si trasformano in

mostri marini e le pecorelle si fanno draghi e i fiori diventan

serpenti; proprio come quaggiù nei viottoli del mondo, dove le

speranze si trasformano in disperazioni e dal seme della gioia

nascono l'assenzio e l'aloe.

In basso, a mezz'aria o in alto poi, le fanciulle cercan sempre

una stessa cosa, una cosa sola: l'_uomo_.

*

* *

E anche Emma guardava dalla finestra della sua cameretta, che dava

sulla via. E le ore filavano filavano senza noia e senza gioia, in una

fantasticheria piena di ombre e di poesia. Quanti poemi scriveva fra

le nuvole, quante commedie e drammi immaginava sulla terra!

La via dove abitava era larga, ma non tanto da non poter

distinguere chi abitasse la casa di faccia.

Ma questa era da un pezzo muta d'ogni voce. Il primo piano era

abitato da una ricca famiglia, che stava quasi sempre in

campagna. E il secondo era sfittato da un pezzo.

Un giorno però si videro spalancarsi tutte le finestre di quel

piano e comparvero figure di uomini, di donne, di bambini; tutta

la colonia d'una famiglia numerosa.

Emma però non vide che un giovanetto, che non doveva aver ancora

vent'anni, dacchè il primo onor del mento non poteva esser

veduto che molto da vicino o con forti cannocchiali. Del resto

una faccia come ve ne son cento. Nè brutto nè bello, ma con quel

pallore, quella magrezza, quell'andar dinoccolato e incerto che

ti mostrano lo sforzo grande, che fa la natura per trasformare

un fanciullo in un uomo.

Non eran passati che pochi giorni e anche il giovinetto vide

Emma, e da quel giorno, bench'egli fosse un Enrico e non una

Enrichetta, passò anch'egli lunghe ore alla finestra. Se non

che, se per caso egli affacciandosi, vedeva Emma, questa si

allontanava subito dal suo posto d'osservazione.

Passarono parecchie settimane senza che fra quei due accadesse

altro, che un guardarsi, un arrossire di entrambi, ma più di lei

che di lui; un cercarsi e un fuggirsi.

Emma non aveva mai osato domandare alla cameriera chi fosse

quella famiglia venuta a star di faccia; ma a tavola senza

volerlo aveva saputo che era gente onesta e agiata. Un avvocato

carico di famiglia, che mandava innanzi la casa coi travagli

quotidiani della toga e che tra gli altri molti figliuoli aveva

un giovanetto, che studiava medicina all'Università. Quel

giovanetto era Enrico.

E su Enrico si appoggiarono tutti gli incerti desiri, tutti i

sogni di Emma; e in lui, senza avergli mai parlato, senza averne

neppure di lontano udito la voce, cercò l'uomo.

E l'uomo Enrico cercò la donna Emma e l'amò, poeticamente,

ingenuamente; con tutte le sublimi puerilità d'un primo amore.

Chi dei due fosse più timido, non saprei dire; perchè lo erano

entrambi fino all'impossibile.

Egli scriveva dei versi, che voleva gettarle nella finestra

aperta; ma i versi si accumulavano e rimanevano nel cassetto.

Essa voleva fermarsi, quando egli fosse apparso, e voleva

rispondere con un sorriso al suo sguardo; ma continuava invece a

fuggire e il sorriso rimaneva sempre inedito.

S'erano incontrati più d'una volta anche per via e una volta

anche in teatro in due palchi vicini. E allora si erano guardati

più a lungo del solito, cercando di arrossire il meno possibile.

*

* *

Passarono sei mesi e le cose erano in questo stato:

Lui sapeva di essere amato, lei era sicura di essere adorata, e

naturalmente ognuno di loro sapeva di amare. Dove però dovesse

finire questo amore nessuno dei due sapeva, e non facevano un

passo innanzi per avvicinarsi l'uno all'altra.

L'unica corrispondenza consisteva in ciò, che quando Emma

vestiva per più giorni di un dato colore, Enrico compariva alla

finestra con una cravatta della stessa tinta.

Un giorno però Enrico si alzò pieno di coraggio. Si sentiva un

eroe e voleva approfittare subito di quell'eroismo, che poteva

esser fuggitivo.

Escì di casa, comperò un mazzolino di mammole doppie, e dopo

averlo circondato di una foglia di stagnuola vi chiuse una

pietruzza e un bigliettino con queste sole parole: _Enrico alla

sua adorata Emma_.

Poi, dopo aver veduto che la finestra di lei era aperta, e che

nessuno guardava da altre finestre, slanciò con quanta forza

aveva il mazzolino nella camera di lei.

Se non che egli tremava tanto e le forze eran tanto pochine, che

il mazzetto cadde sul marciapiedi e un monello che passava di là

in quel momento, lo raccolse e lo portò via.

*

* *

Fu tale lo spavento del povero Enrico di aver compromesso la sua

Emma con quell'atto temerario, che per più giorni non si

affacciò più alla finestra, con grande sorpresa e grande dolore

di lei, che ignorava i motivi di quell'assenza insolita.

Intanto lei si innamorava ogni giorno più.

Non solo amava lui, perchè lo trovava più bello, più simpatico,

più intelligente di tutti gli altri uomini; ma amava gli

studenti di medicina e i medici, perche avevan dei rapporti con

lui.

A tavola, nelle conversazioni della sera, trovava sempre modo di

condurre il discorso su argomenti di medicina e voleva sapere

quanti anni durassero gli studii universitarii per conseguire il

diploma di dottore e si informava dei medici, più celebri della

città e voleva sapere i nomi di tutti i professori della Facoltà

medica.

Questa sua insistenza dava negli occhi alla famiglia, e nessuno

poteva darsene ragione, non avendo il menomo sospetto sulla

presenza dello studentino di faccia. Un giorno a tavola il babbo

ridendo ebbe a dirle:

--Ma vorresti forse studiar medicina? Bada che sei troppo

vecchia per incominciare gli studii universitarii.

Quando Emma esciva a passeggio colla mamma o con qualche amica

si fermava sempre davanti alle botteghe di strumenti chirurgici

e li guardava con affettuosa curiosità, pensando che Enrico li

avrebbe maneggiati e chi sa con quale perizia, salvando la vita

a chi sa quanti infelici.

Nella vetrina dei librai cercava i volumi che trattavano di

medicina, e benchè non ne capisse neppure il titolo, li guardava

e li riguardava con affetto.

Erano anche quelli cose del suo Enrico e già sognava di vederli

sul suo tavolo, quando sarebbero vissuti insieme e lei si

sarebbe messa accanto a lui col lavoro fra le mani, mentre egli

allo scrittoio stava studiando.

Sì, egli studiava, ma ad ogni tratto levava gli occhi dal suo

libro e la guardava teneramente negli occhi e le sorrideva e poi

e poi le dava un bacio; un bacio come quello famoso, che aveva

veduto dare dal cugino alla cugina, là sullo sportello del

vagone.

*

* *

Oh perchè mai non si possono conservare per l'autunno dell'età

adulta, per l'inverno della vecchiaia, tutti quei fiori, che ci

sorridono sul capo, fra i piedi, che ci accarezzano il volto da

ogni parte, quando attraversiamo la primavera della giovinezza?

Almeno di quelli che fioriscono nei giardini e nei campi i

profumieri sanno distillarci essenze, che si chiudono in

barattoli, e che di lontano ci richiamano il prato e il

giardino; ma di quelli altri fiori, che si chiamano l'innocenza,

l'amore, la spensieratezza, che sorridono e imbalsamano l'aria,

chi ci serba l'essenza? Di quei pianti senza dolore, di quelle

lagrime senza amarezza, che brillan nell'alba della vita, come

gocciole adamantine di rugiada e che così facilmente si

alternano colle sonore e squillanti risate, qual fonografo ci

serba le delizie e gli incanti?

Non rimpiangiamo l'impotenza del profumiere e del

fonografo!--Nulla muore di ciò che nasce, e solo gli atomi

nell'eterna ridda d'una vita che non posa mai, mutano forme e

armonie. I fiori della primavera si dissolvono nella terra, che

alimenta gli uomini, e nuove giovinezze succhiano gli umori dei

nostri petali avvizziti; mentre lentamente matura il frutto sul

nostro ramo invecchiato.

*

* *

Quanti di quei fiori s'aprivano e s'avvizzivano l'un dopo l'altro,

alternandosi in una continua festa nell'anima giovinetta di Emma!

Essa non li numerava, perchè eran troppi, e mentre ne coglieva

uno, cento e cento altri sbocciavano e se ne empiva le mani e il

grembo e se ne incoronava il capo e vi cacciava dentro la

testolina innamorata, nascondendo nel seno i più preziosi e i

più cari.

Non aveva mai parlato a Enrico, non ne aveva neppur udito la

voce,--e l'amava. Enrico era giovane ed era un uomo!

Non ne conosceva il carattere nè il pensiero. Avrebbe potuto

essere un farabutto o un imbecille; e l'amava; ma Enrico era

giovane ed era un uomo!

Sapeva lei, se Enrico avrebbe compreso le astruserie isteriche

del suo cuore, sapeva lei se egli intendeva i palpiti della

gloria, le tenerezze della pietà, le sante fratellanze del

dolore?

No, davvero; ma Enrico era un giovane ed era un uomo.

Come non poteva, come non doveva essere buono e intelligente e

caldo dì tutti gli entusiasmi, se essa lo amava? Se essa

sentiva, che quell'uomo era cosa sua, era carne della sua carne?

Se essa lo indorava tutto quanto, irradiandolo con un'aureola di

tutti i suoi sogni, di tutti i suoi desiderii, che per tanto

tempo avevano sognato e desiderato invano!

Anche la rondine, dopo i lunghi suoi voli, dopo aver saettato

l'aria per ore ed ore, posa un istante sopra un filo, dove

adagia voluttuosamente la sua lunga stanchezza.

E così Emma posava i suoi voli affaticati lungamente nel vuoto

del desiderio sopra un filo. Quel filo era Enrico.

Pensa forse la rondine, se il filo su cui posa è sicuro o sarà

travolto? bada forse se è di canape o di ferro, d'oro o di

stoppa?

E così è il primo amante, su cui la fanciulla posa la stanchezza

dei suoi lunghi desiderii.

*

* *

Emma soprattutto avrebbe voluto soffrire per lui.

L'uomo, nella donna che ama, vede e sogna e cerca sempre la

voluttà.

La donna vede e sogna e cerca il sagrifizio, la dedizione tutta

e intera di sè a lui.

Quante volte sognava di vederlo cadere per la via travolto da un

cavallo o da una carrozza! O lo vedeva assalito da un assassino,

sull'orlo di un precipizio....

Ed ella allora, rotto ogni rispetto umano, avrebbe avuto il

diritto di correre a lui, di sollevarlo caduto o ferito, di

asciugargli il sangue, di posare la sua testa adorata nel

proprio grembo, dì curarlo e di guarirlo.

Ma anche il fargli da infermiera gli pareva troppo poco e

avrebbe desiderato un accidente impossibile, in cui ella potesse

col proprio pericolo, anche col sagrifizio di sè stessa salvar

lui; e morendo per lui, sentirsi ringraziare e potergli dire:

--Vedi, anima mia, io muoio per te. Dammi un bacio, il primo e

l'ultimo....

E morire sotto quel bacio, esalando la vita per lui e

disciogliersi nell'infinito colla certezza di rivedersi in

cielo.

*

* *

Invece di tutti questi sogni, un mattino dalla finestra aperta

entrò un involtino pesante, che cadde sul tappeto.

Prima di raccoglierlo, Emma corse alla finestra, sperando di

vedere di faccia chi, aveva gettato quel proiettile innocente.

Invece egli era già scomparso.

Allora essa si gettò sull'involtino, ma tardò assai ad aprirlo.

Aveva forti palpitazioni di cuore; aveva paura e curiosità;

impazienza di sapere e paura di commettere un peccato.

Quell'involtino era per lei una cosa viva e nello stesso tempo

un corpo di delitto. Non dubitava un sol momento chi lo avesse

lanciato e perciò appunto credeva, che fosse un peccato

l'aprirlo; perchè essa sapeva un'altra cosa, cioè che in

quell'involto c'era una lettera.

Infatti, quando ebbe raccolto tutto il suo coraggio e l'ebbe

aperto, vi trovò una pietra e una lettera chiusa, colle stesse

parole che erano state scritte invano sul mazzolino: _Enrico

alla sua adorata Emma_.

Ma quella lettera non fu aperta. Fu nascosta convulsivamente

nella tasca. E là rimase per tutto quel giorno e la notte

appresso, presa, ripresa, guardata e riguardata contro il sole

per vedere se si potesse leggere qualche parola, senza bisogno

di aprirla.

Quella lettera dormì sotto il cuscino di Emma, ma non dormì lei,

che con quel foglio sotto il capo vegliava in un letargo

convulso pieno di dolci torture e di sogni fantastici.

Quante volte accese il lume, decisa a rompere il suggello per

deliziarsi nel mare delizioso delle cose ignote e per tanto

tempo sognate.

E quante volte spense la candela per resistere alla tentazione

del peccato.

Ma quando alla mattina si alzò stanca, quasi esausta dalla lunga

lotta, corse subito in camera dalla mamma, che era sempre a

letto e gettandole le braccia al collo e piangendo le disse:

--Vedi, mamma, quel giovanotto che abita di faccia a noi, mi ha

gettato dalla finestra nella mia stanza questa lettera.... ma io

la dò a te....

Le mamme, che pure hanno attraversato tutte lo stesso Orto di

Getsemani, e dovrebbero essere esperte del mondo d'amore, quando

si tratta delle loro figliuole, hanno tutte una triplice benda

sugli occhi e non vedono nulla e nulla indovinano.

E anche la mamma di Emma non sapeva nulla di nulla; per cui

cascò dalle nuvole, e afferrando la lettera con impaziente

curiosità, quasi avesse paura che le sfuggisse, la nascose,

ringraziando la buona figliuola della prova di confidenza che le

dava in quel momento:

--Brava, la mia Emma, brava! Grazie.... fa sempre così.

Confidami tutto, senza paura e senza scrupoli. Nessuno ti ama

più di me, nessuno più di me desidera la tua felicità....

*

* *

Emma non rivide più quella lettera, e la mamma non ne parlò mai

alla figliuola.

Era una lettera d'amore, come se ne scrivono a vent'anni. Pura e

ardente; ingenua come l'ignoranza, calda come la giovinezza.

Nei dieci giorni successivi due altre lettere furono lanciate nella

camera di Emma e anch'esse non furono lette che dalla mamma. E

anch'esse erano come la prima; ingenue come l'ignoranza, calde come la

giovinezza.

L'arte di prender marito · 第 12 / 60 题