_Il primo amore._
Emma da qualche tempo, e soprattutto dopo aver saputo dalla mamma il
nuovo Verbo, era sempre triste o dirò meglio malinconica.
La primavera della vita è come quella dell'anno.
Non si giunge ai tiepidi soli dell'aprile, nè alle inebbrianti
rose di maggio, che attraverso le nebbie e i venti rabbiosi del
marzo.
E non si entra nel tempio d'amore, nel paradiso terrestre dei
caldi desiderii che attraverso le lagrime e gli isterismi della
pubertà.
Può sembrare crudeltà della natura, ma non ne è che una
ingegnosa leccornia, un'ingegnosità di alto epicureismo.
Sulla soglia, che separa l'inverno dalla primavera, nasce la
mammola, e là dove la bambina, muovendo il passo, diventa donna,
nasce e fiorisce la malinconia, la mammola del sentimento.
Emma era appunto su quella soglia.
Quando essa non studiava o non era al piano, era sempre alla
finestra.
Tutte le fanciulle adorano le finestre.... aperte o chiuse, non
importa; purchè possano guardare fuori, nel mondo di sopra, nel
mondo infinito che è il cielo; nel mondo di sotto, in quello
piccino dove formicolano gli uomini.
Tutti credono di sapere il perchè di questo gusto particolare di
tutte le fanciulle e darebbero dell'imbecille a chi dicesse di
ignorarlo. Ma molte di queste certezze non sono che ignoranze
foderate di superbia.
Io, per conto mio, ci ho pensato sempre a quel perchè, e non
sono ancora sicuro di saperlo.
D'una cosa sola sono sicuro ed è che il perchè non è uno solo,
ma sono molti; molti come i sogni che attraversano il cielo
notturno delle fanciulle.
Esse guardano in basso per curiosità, per distrarre l'occhio col
viavai della gente, che per le vie cerca il pane o l'amore, la
vendetta o il contravveleno della noia.
Esse guardano a mezz'aria per spiare la vita delle cose vicine.
Esse soprattutto e più spesso guardano le nuvole, perchè esse
van navigando nel gran mare dell'ignoto e dell'infinito e i loro
pensieri mutan forma con esse, e i volti umani si trasformano in
mostri marini e le pecorelle si fanno draghi e i fiori diventan
serpenti; proprio come quaggiù nei viottoli del mondo, dove le
speranze si trasformano in disperazioni e dal seme della gioia
nascono l'assenzio e l'aloe.
In basso, a mezz'aria o in alto poi, le fanciulle cercan sempre
una stessa cosa, una cosa sola: l'_uomo_.
*
* *
E anche Emma guardava dalla finestra della sua cameretta, che dava
sulla via. E le ore filavano filavano senza noia e senza gioia, in una
fantasticheria piena di ombre e di poesia. Quanti poemi scriveva fra
le nuvole, quante commedie e drammi immaginava sulla terra!
La via dove abitava era larga, ma non tanto da non poter
distinguere chi abitasse la casa di faccia.
Ma questa era da un pezzo muta d'ogni voce. Il primo piano era
abitato da una ricca famiglia, che stava quasi sempre in
campagna. E il secondo era sfittato da un pezzo.
Un giorno però si videro spalancarsi tutte le finestre di quel
piano e comparvero figure di uomini, di donne, di bambini; tutta
la colonia d'una famiglia numerosa.
Emma però non vide che un giovanetto, che non doveva aver ancora
vent'anni, dacchè il primo onor del mento non poteva esser
veduto che molto da vicino o con forti cannocchiali. Del resto
una faccia come ve ne son cento. Nè brutto nè bello, ma con quel
pallore, quella magrezza, quell'andar dinoccolato e incerto che
ti mostrano lo sforzo grande, che fa la natura per trasformare
un fanciullo in un uomo.
Non eran passati che pochi giorni e anche il giovinetto vide
Emma, e da quel giorno, bench'egli fosse un Enrico e non una
Enrichetta, passò anch'egli lunghe ore alla finestra. Se non
che, se per caso egli affacciandosi, vedeva Emma, questa si
allontanava subito dal suo posto d'osservazione.
Passarono parecchie settimane senza che fra quei due accadesse
altro, che un guardarsi, un arrossire di entrambi, ma più di lei
che di lui; un cercarsi e un fuggirsi.
Emma non aveva mai osato domandare alla cameriera chi fosse
quella famiglia venuta a star di faccia; ma a tavola senza
volerlo aveva saputo che era gente onesta e agiata. Un avvocato
carico di famiglia, che mandava innanzi la casa coi travagli
quotidiani della toga e che tra gli altri molti figliuoli aveva
un giovanetto, che studiava medicina all'Università. Quel
giovanetto era Enrico.
E su Enrico si appoggiarono tutti gli incerti desiri, tutti i
sogni di Emma; e in lui, senza avergli mai parlato, senza averne
neppure di lontano udito la voce, cercò l'uomo.
E l'uomo Enrico cercò la donna Emma e l'amò, poeticamente,
ingenuamente; con tutte le sublimi puerilità d'un primo amore.
Chi dei due fosse più timido, non saprei dire; perchè lo erano
entrambi fino all'impossibile.
Egli scriveva dei versi, che voleva gettarle nella finestra
aperta; ma i versi si accumulavano e rimanevano nel cassetto.
Essa voleva fermarsi, quando egli fosse apparso, e voleva
rispondere con un sorriso al suo sguardo; ma continuava invece a
fuggire e il sorriso rimaneva sempre inedito.
S'erano incontrati più d'una volta anche per via e una volta
anche in teatro in due palchi vicini. E allora si erano guardati
più a lungo del solito, cercando di arrossire il meno possibile.
*
* *
Passarono sei mesi e le cose erano in questo stato:
Lui sapeva di essere amato, lei era sicura di essere adorata, e
naturalmente ognuno di loro sapeva di amare. Dove però dovesse
finire questo amore nessuno dei due sapeva, e non facevano un
passo innanzi per avvicinarsi l'uno all'altra.
L'unica corrispondenza consisteva in ciò, che quando Emma
vestiva per più giorni di un dato colore, Enrico compariva alla
finestra con una cravatta della stessa tinta.
Un giorno però Enrico si alzò pieno di coraggio. Si sentiva un
eroe e voleva approfittare subito di quell'eroismo, che poteva
esser fuggitivo.
Escì di casa, comperò un mazzolino di mammole doppie, e dopo
averlo circondato di una foglia di stagnuola vi chiuse una
pietruzza e un bigliettino con queste sole parole: _Enrico alla
sua adorata Emma_.
Poi, dopo aver veduto che la finestra di lei era aperta, e che
nessuno guardava da altre finestre, slanciò con quanta forza
aveva il mazzolino nella camera di lei.
Se non che egli tremava tanto e le forze eran tanto pochine, che
il mazzetto cadde sul marciapiedi e un monello che passava di là
in quel momento, lo raccolse e lo portò via.
*
* *
Fu tale lo spavento del povero Enrico di aver compromesso la sua
Emma con quell'atto temerario, che per più giorni non si
affacciò più alla finestra, con grande sorpresa e grande dolore
di lei, che ignorava i motivi di quell'assenza insolita.
Intanto lei si innamorava ogni giorno più.
Non solo amava lui, perchè lo trovava più bello, più simpatico,
più intelligente di tutti gli altri uomini; ma amava gli
studenti di medicina e i medici, perche avevan dei rapporti con
lui.
A tavola, nelle conversazioni della sera, trovava sempre modo di
condurre il discorso su argomenti di medicina e voleva sapere
quanti anni durassero gli studii universitarii per conseguire il
diploma di dottore e si informava dei medici, più celebri della
città e voleva sapere i nomi di tutti i professori della Facoltà
medica.
Questa sua insistenza dava negli occhi alla famiglia, e nessuno
poteva darsene ragione, non avendo il menomo sospetto sulla
presenza dello studentino di faccia. Un giorno a tavola il babbo
ridendo ebbe a dirle:
--Ma vorresti forse studiar medicina? Bada che sei troppo
vecchia per incominciare gli studii universitarii.
Quando Emma esciva a passeggio colla mamma o con qualche amica
si fermava sempre davanti alle botteghe di strumenti chirurgici
e li guardava con affettuosa curiosità, pensando che Enrico li
avrebbe maneggiati e chi sa con quale perizia, salvando la vita
a chi sa quanti infelici.
Nella vetrina dei librai cercava i volumi che trattavano di
medicina, e benchè non ne capisse neppure il titolo, li guardava
e li riguardava con affetto.
Erano anche quelli cose del suo Enrico e già sognava di vederli
sul suo tavolo, quando sarebbero vissuti insieme e lei si
sarebbe messa accanto a lui col lavoro fra le mani, mentre egli
allo scrittoio stava studiando.
Sì, egli studiava, ma ad ogni tratto levava gli occhi dal suo
libro e la guardava teneramente negli occhi e le sorrideva e poi
e poi le dava un bacio; un bacio come quello famoso, che aveva
veduto dare dal cugino alla cugina, là sullo sportello del
vagone.
*
* *
Oh perchè mai non si possono conservare per l'autunno dell'età
adulta, per l'inverno della vecchiaia, tutti quei fiori, che ci
sorridono sul capo, fra i piedi, che ci accarezzano il volto da
ogni parte, quando attraversiamo la primavera della giovinezza?
Almeno di quelli che fioriscono nei giardini e nei campi i
profumieri sanno distillarci essenze, che si chiudono in
barattoli, e che di lontano ci richiamano il prato e il
giardino; ma di quelli altri fiori, che si chiamano l'innocenza,
l'amore, la spensieratezza, che sorridono e imbalsamano l'aria,
chi ci serba l'essenza? Di quei pianti senza dolore, di quelle
lagrime senza amarezza, che brillan nell'alba della vita, come
gocciole adamantine di rugiada e che così facilmente si
alternano colle sonore e squillanti risate, qual fonografo ci
serba le delizie e gli incanti?
Non rimpiangiamo l'impotenza del profumiere e del
fonografo!--Nulla muore di ciò che nasce, e solo gli atomi
nell'eterna ridda d'una vita che non posa mai, mutano forme e
armonie. I fiori della primavera si dissolvono nella terra, che
alimenta gli uomini, e nuove giovinezze succhiano gli umori dei
nostri petali avvizziti; mentre lentamente matura il frutto sul
nostro ramo invecchiato.
*
* *
Quanti di quei fiori s'aprivano e s'avvizzivano l'un dopo l'altro,
alternandosi in una continua festa nell'anima giovinetta di Emma!
Essa non li numerava, perchè eran troppi, e mentre ne coglieva
uno, cento e cento altri sbocciavano e se ne empiva le mani e il
grembo e se ne incoronava il capo e vi cacciava dentro la
testolina innamorata, nascondendo nel seno i più preziosi e i
più cari.
Non aveva mai parlato a Enrico, non ne aveva neppur udito la
voce,--e l'amava. Enrico era giovane ed era un uomo!
Non ne conosceva il carattere nè il pensiero. Avrebbe potuto
essere un farabutto o un imbecille; e l'amava; ma Enrico era
giovane ed era un uomo!
Sapeva lei, se Enrico avrebbe compreso le astruserie isteriche
del suo cuore, sapeva lei se egli intendeva i palpiti della
gloria, le tenerezze della pietà, le sante fratellanze del
dolore?
No, davvero; ma Enrico era un giovane ed era un uomo.
Come non poteva, come non doveva essere buono e intelligente e
caldo dì tutti gli entusiasmi, se essa lo amava? Se essa
sentiva, che quell'uomo era cosa sua, era carne della sua carne?
Se essa lo indorava tutto quanto, irradiandolo con un'aureola di
tutti i suoi sogni, di tutti i suoi desiderii, che per tanto
tempo avevano sognato e desiderato invano!
Anche la rondine, dopo i lunghi suoi voli, dopo aver saettato
l'aria per ore ed ore, posa un istante sopra un filo, dove
adagia voluttuosamente la sua lunga stanchezza.
E così Emma posava i suoi voli affaticati lungamente nel vuoto
del desiderio sopra un filo. Quel filo era Enrico.
Pensa forse la rondine, se il filo su cui posa è sicuro o sarà
travolto? bada forse se è di canape o di ferro, d'oro o di
stoppa?
E così è il primo amante, su cui la fanciulla posa la stanchezza
dei suoi lunghi desiderii.
*
* *
Emma soprattutto avrebbe voluto soffrire per lui.
L'uomo, nella donna che ama, vede e sogna e cerca sempre la
voluttà.
La donna vede e sogna e cerca il sagrifizio, la dedizione tutta
e intera di sè a lui.
Quante volte sognava di vederlo cadere per la via travolto da un
cavallo o da una carrozza! O lo vedeva assalito da un assassino,
sull'orlo di un precipizio....
Ed ella allora, rotto ogni rispetto umano, avrebbe avuto il
diritto di correre a lui, di sollevarlo caduto o ferito, di
asciugargli il sangue, di posare la sua testa adorata nel
proprio grembo, dì curarlo e di guarirlo.
Ma anche il fargli da infermiera gli pareva troppo poco e
avrebbe desiderato un accidente impossibile, in cui ella potesse
col proprio pericolo, anche col sagrifizio di sè stessa salvar
lui; e morendo per lui, sentirsi ringraziare e potergli dire:
--Vedi, anima mia, io muoio per te. Dammi un bacio, il primo e
l'ultimo....
E morire sotto quel bacio, esalando la vita per lui e
disciogliersi nell'infinito colla certezza di rivedersi in
cielo.
*
* *
Invece di tutti questi sogni, un mattino dalla finestra aperta
entrò un involtino pesante, che cadde sul tappeto.
Prima di raccoglierlo, Emma corse alla finestra, sperando di
vedere di faccia chi, aveva gettato quel proiettile innocente.
Invece egli era già scomparso.
Allora essa si gettò sull'involtino, ma tardò assai ad aprirlo.
Aveva forti palpitazioni di cuore; aveva paura e curiosità;
impazienza di sapere e paura di commettere un peccato.
Quell'involtino era per lei una cosa viva e nello stesso tempo
un corpo di delitto. Non dubitava un sol momento chi lo avesse
lanciato e perciò appunto credeva, che fosse un peccato
l'aprirlo; perchè essa sapeva un'altra cosa, cioè che in
quell'involto c'era una lettera.
Infatti, quando ebbe raccolto tutto il suo coraggio e l'ebbe
aperto, vi trovò una pietra e una lettera chiusa, colle stesse
parole che erano state scritte invano sul mazzolino: _Enrico
alla sua adorata Emma_.
Ma quella lettera non fu aperta. Fu nascosta convulsivamente
nella tasca. E là rimase per tutto quel giorno e la notte
appresso, presa, ripresa, guardata e riguardata contro il sole
per vedere se si potesse leggere qualche parola, senza bisogno
di aprirla.
Quella lettera dormì sotto il cuscino di Emma, ma non dormì lei,
che con quel foglio sotto il capo vegliava in un letargo
convulso pieno di dolci torture e di sogni fantastici.
Quante volte accese il lume, decisa a rompere il suggello per
deliziarsi nel mare delizioso delle cose ignote e per tanto
tempo sognate.
E quante volte spense la candela per resistere alla tentazione
del peccato.
Ma quando alla mattina si alzò stanca, quasi esausta dalla lunga
lotta, corse subito in camera dalla mamma, che era sempre a
letto e gettandole le braccia al collo e piangendo le disse:
--Vedi, mamma, quel giovanotto che abita di faccia a noi, mi ha
gettato dalla finestra nella mia stanza questa lettera.... ma io
la dò a te....
Le mamme, che pure hanno attraversato tutte lo stesso Orto di
Getsemani, e dovrebbero essere esperte del mondo d'amore, quando
si tratta delle loro figliuole, hanno tutte una triplice benda
sugli occhi e non vedono nulla e nulla indovinano.
E anche la mamma di Emma non sapeva nulla di nulla; per cui
cascò dalle nuvole, e afferrando la lettera con impaziente
curiosità, quasi avesse paura che le sfuggisse, la nascose,
ringraziando la buona figliuola della prova di confidenza che le
dava in quel momento:
--Brava, la mia Emma, brava! Grazie.... fa sempre così.
Confidami tutto, senza paura e senza scrupoli. Nessuno ti ama
più di me, nessuno più di me desidera la tua felicità....
*
* *
Emma non rivide più quella lettera, e la mamma non ne parlò mai
alla figliuola.
Era una lettera d'amore, come se ne scrivono a vent'anni. Pura e
ardente; ingenua come l'ignoranza, calda come la giovinezza.
Nei dieci giorni successivi due altre lettere furono lanciate nella
camera di Emma e anch'esse non furono lette che dalla mamma. E
anch'esse erano come la prima; ingenue come l'ignoranza, calde come la
giovinezza.