_Libri e fantasmi.--Sogni e realtà._
Quella notte era passata e dopo quella molte e molte altre, ma
Emma non era più la fanciulla lieta, spensierata, vagabonda di
prima.
Non giuocava più al cerchio in giardino, non saltava più per le
camere, non cantava, nè canterellava più.
Il pianoforte non era più aperto che all'ora della lezione, e
rarissime volte l'apriva di tarda sera, quando era sola e per
suonare le cose più tristi del Chopin.
Compariva a un tratto davanti alla mamma dopo essersi rinchiusa
per ore nella sua camera e aveva gli occhi rossi....
E la mamma:
--Ma che hai, figliuccia mia? Tu hai pianto.
--No, mamma, ma perchè piangere? Io son felice...--e poi, quasi
spaventata di queste parole, rideva piangendo e si asciugava gli
occhi, girando sopra sè stessa e agitandosi:
--Sono i nervi, sono i nervi.... Ho sempre canzonato le mie
amiche maggiori di me di qualche anno, quando mi dicevano di
averli, ed ora, ora li ho anch'io.... Mamma, perdonami....
--Ma non ho nulla, mia cara, mio tesoro, da perdonarti,--e
l'attirava a sè collo sguardo, colle braccia e se la stringeva
al cuore.
E allora piangevano ridendo tutte e due e la burrasca era
finita; ma la mamma confidava al babbo (che era uno dei medici
più sapienti e più celebri della città) le ansie che le davano i
nuovi turbamenti di Emma.
Il medico babbo alzava le spalle e crollava il capo ridendo:
--Sono gli _isterismi della pubertà_.
Due brutte parole, che sanno di clinica e di anatomia in una
volta sola, con cui noi altri medici giudichiamo brutalmente
tutta una rivoluzione fisica, morale, intellettuale, che
trasforma una fanciulla in una donna; tutto un poema di virtù
nuove e di nuovi vizi; di impeti passionati e di languori
ineffabili, di desiderii senza forma, e di amori senza amanti;
tutto un caos incomposto, titanico, che domanda al cielo un
creatore, agli angeli una voce che dica: tu sarai una madre; o
all'inferno un grido, che esclami; tu sarai un demonio.
*
* *
Emma leggeva molto, leggeva sempre, ma dal giorno in cui aveva
veduto baciarsi quei due alla stazione, i libri prediletti non
eran più quelli di prima o in questi cercava altre pagine.
Leggeva e rileggeva il Petrarca, e di questi soprattutto i
sonetti d'amore. Nel Tasso gustava gli amori di Tancredi e di
Clorinda. Adorava Paolo e Virginia, ma avrebbe voluto un Paolo
ancor più innamorato e una Virginia più eroica.
Del Dante non leggeva più che il Canto V. L'aveva tanto letto,
che lo sapeva tutto a memoria, ma preferiva rileggerlo,
parendole allora di assistere alla scena del grande peccato.
Ed essa stessa credeva di peccare, leggendo quelle pagine
immortali; e al verso