Credo, mia cara amica, che ella abbia ragione. Quantunque tutte le forme
di morte dell'amore siano dolorose e strazianti, se esso muore
soffocato, strozzato violentemente dalla persona che noi amiamo e che
non ci ama più, il dolore e lo strazio sono massimi e veramente
insopportabili. Ciò accade perchè allora non solamente l'amor nostro è
disdegnato e respinto, ma tutto il nostro amor proprio è ferito e
calpestato. Se ella dunque vuol sapere da me in qual modo questa pena
estrema dei traditi e degli abbandonati guarisce, già è in grado di
indovinare la mia risposta.
Reprimere la nostra passione dicendo a noi stessi e dimostrando che
l'oggetto nel quale la riponemmo ne è indegno, non vale a niente: già in
una precedente mia lettera io le parlai della contraddizione per la
quale proprio l'indegna persona sembra meritevole sopra ogni altra,
unicamente.
Alcuni credono che il riso sia un buon revulsivo, e non è infatti da
disprezzare. Conosco un abbandonato il quale, struggendosi nel suo
dolore, cominciò a sorridere e a sentirsi molto meglio quando vide la
antica sua amante a braccio di un altro uomo, in un luogo oscuro,
pendere dalle sue labbra e stringersi tutta a lui...
Ha ella notato come lo spettacolo di due amanti e anche di due sposi
ecciti spesso il sorriso beffardo? E perchè mai la vista dell'amore,
dell'amore felice, invece di disporre alla gioia dispone alle beffe?...
Io credo che si possano assegnare due cause di questo fatto, cioè una
sola causa che agisce in due modi differenti. Essa risiede in quelle
leggi che dell'amore, d'una cosa cioè molto e fin troppo naturale, hanno
fatto una cosa misteriosa, difficile e quasi vietata. Di questa
prepotente passione non si deve quasi parlare nel civile consorzio;
mentre di tutti gli altri bisogni noi vediamo quotidianamente lo
sfoggio, questo qui dobbiamo piuttosto indovinarlo attraverso le
ipocrite convenienze. Tutte le volte adunque che esso si rivela o
traspare, come quando un corteggio nuziale attraversa le vie d'una città
o quando una coppia di amanti erra nelle ombre propizie di qualche
deserto bastione, allora l'improvvisa rivelazione d'una troppo celata e
contrastata realtà dispone al sorriso. Aggiunga ancora che lo spettatore
dell'amore vorrebbe anch'egli, ma non può, per le medesime leggi severe,
prendersi sotto il braccio una persona con la quale poter fare ciò che
fanno i due attori; e l'invidia umanamente le spiegherà il suo scherno.
Chiudiamo questa parentesi e torniamo alla persona di mia conoscenza:
costui, vedendo tubare le due tortorelle, una delle quali era il rivale,
l'altra la donna che fino a pochi giorni innanzi giurava d'amar lui,
sentì tanto più acutamente l'umorismo dello spettacolo e, ridendo, si
sollevò.
Un altro amante abbandonato guarì in un modo che è alla portata
d'ognuno; perchè non sempre il caso ci è tanto propizio da farci
spettatori dei nuovi idillii delle nostre antiche fiamme. Ecco il modo:
l'abbandonato, spasimando alle memorie del perduto amore, tremava di
paura al pensiero di vederne i materiali ricordi. Come contemplare senza
entrare in agonia i ritratti dell'amata, i fiori, i nastri, le cose che
ella gli aveva donate? Come rileggere senza morire le lettere sue?... Ed
un giorno vide i ritratti ed i fiori, e il suo dolore crebbe veramente
oltre misura: ma quando egli cominciò a leggere le lettere, le lettere
piene di queste espressioni: «L'amor mio per te sarà senza fine... tu
solo m'hai rivelato l'amore... fuori di te non c'è, non potrà esserci
mai piacere e felicità... non solo l'amor mio è eterno, ma più eterna
sarà la mia gratitudine... io voglio morire per provarti che non posso
amare nessun altro fuori di te... tu potrai lasciarmi, tradirmi,
scacciarmi, io ti sarò fedele da lontano, eternamente...» leggendo
queste lettere delle quali aveva avuto paura perchè prevedeva che il
dolore di non poterne ricevere più mai di simiglianti lo avrebbe
soffocato, egli sentì improvvisamente il suo petto sollevarsi e il riso
fiorirgli sulle labbra, perchè la donna che aveva scritto queste cose,
ella stessa in carne ed ossa, le scriveva in quel punto ad un altro...
Tuttavia questi rimedii, quantunque giovino spesso, spesso anche restano
inefficaci. Se è vero -- e come negarlo? -- che l'amor proprio è
massimamente offeso nel tradimento e nell'abbandono, bisogna, per
guarire radicalmente, che l'amor proprio ottenga la sua rivincita.
Chiodo scaccia chiodo, dice il proverbio; e se a noi parve finito tutto
il nostro merito perchè la persona che prima ci amava ora non ci ama
più, basterà che, perduto quell'amore, noi ne otteniamo un altro perchè
il merito nostro torni a rifulgere.
Eppure neanche questo rimedio è infallibile! Noi abbiamo ottenuto un
altro amore e non ce ne contentiamo, perchè non ne volevamo un altro,
uno qualunque, ma precisamente quello che non potevamo avere: tale il
bambino bizzoso grida e strepita e non si cheta se, offrendogli voi le
cose più belle o le chicche più dolci, gli negate quel balocco o quella
confettura che per l'appunto egli si è fitto in capo di avere!
La guarigione infallibile e radicale non avviene pertanto se non quando
il nostro amor proprio, offeso perchè ci fu sottratto un amore, è
soddisfatto all'idea di poterlo riottenere. C'è anche allora un'ironia,
ed è la più sottile di tutte, perchè noi ridiamo -- di noi stessi...
Eccole a questo proposito un curioso documenta che mi fu mandato una
volta: sopprimo l'esordio e le comunico la parte più degna della sua
attenzione.
«Questo amore era stato tutto ciò che di meglio avevo ottenuto al mondo,
il sogno della mia giovinezza, la felicità della mia vita, e nulla era
valso a compensarne la perdita. Avevo, sì, tentato di affezionarmi ad
altre creature; ma l'imagine di quella donna mi restava sempre dinanzi,
impediva quasi materialmente che io scorgessi le altre, e se pure le
scorgevo, toglieva loro ogni incanto e sembrava quasi ammonire: «No, mai
più troverai dolcezze così grandi come quelle che io ti diedi!»
«E dalle sterili prove uscivo sempre più assetato di lei. Sentivo dire,
a proposito di grandi dolori, di perdite irreparabili, che il tempo è un
sovrano rimedio, che nulla resiste alla sua azione lenta e continua;
quest'azione pacificatrice, questo rimedio infallibile io l'avevo
provato altre volte; ora ogni giorno che passava accresceva la pena mia.
Il lavoro paziente ed assiduo non era anch'esso un diversivo sicuro? Ma
non potevo più lavorare, nessun'idea ormai spuntava più nella mia mente
tutta invasa dai ricordi, oppressa dai rimpianti; e quando pure avessi
potuto ridarmi all'arte mia, l'avrei ora sdegnata. Tutto ciò che avevo
fatto non lo avevo fatto per lei, affinchè ella fosse contenta di me,
affinchè le apparissi meno indegno di quel che mi sentivo? Le sole lodi
ambite ed apprezzate non erano state le sue? Come tutto mi pareva ora
inutile, vuoto ed oscuro! Nulla m'interessava più, nulla riusciva a
strapparmi dal letargo nel quale ero caduto: contavo i giorni, contavo
le ore. Esse scorrevano con lentezza mortale: come affrettarne la
caduta? Pensavo: «Se potessi chiudere gli occhi e riaprirli di qui a due
anni, a tre anni?...» E poi? Perchè? Che cosa aspettavo? Che cosa avrei
ottenuto? Sì, forse tra qualche anno quel cocente ricordo sarebbesi
spento; ma, a quest'idea, al pensiero di perdere la stessa memoria di un
amore che era stato tutto il mio bene, il cuore mi si stringeva talmente
ch'io trovavo nelle torture presenti una specie di felicità e come
l'illusione che tutto non fosse ancor morto... Così, invece d'insistere
nei miei tentativi di stordimento e d'oblio, cominciai ad attizzare il
mio dolore rappresentandomi tutte le gioie conseguite in quel dolce
legame, dando un valore perfino alle cose futili, perfino alle cose
delle quali mi ero stancato. Perchè, infatti, mi ero stancato di certe
sue esigenze che avevo giudicate irragionevoli, di certe sue
superstizioni che avevo giudicate puerili. Ora vedevo in esse
altrettante inestimabili prove d'amore, altrettante fortune impagabili:
per ottenerne ancora una sola che cosa non avrei dato?... Ella aveva
sempre voluto che io le scrivessi ogni giorno, anche un rigo soltanto;
ed io che negli ultimi tempi non l'avevo più obbedita, pensavo adesso,
ahimè troppo tardi, che scriverle continuamente, che aprirle ogni ora
l'animo mio era ciò che avrei dovuto far sempre. Anch'ella mi aveva
scritto tante volte; e rivedere le sue lettere, aspirare soltanto il
profumo del quale erano impregnate, mi turbava fino alle lacrime. Altre
volte io avevo restituite le lettere d'amore quando l'amore era finito;
ma come paragonare questa passione alle antiche? Ed io non mi separavo
da quelle carte, che non osavo rileggere per pietà di me stesso, ma dove
era pure la prova che non avevo sognato la svanita gioia... Com'ero
dunque stato folle nel lasciarmi sfuggire quel bene! Come incolpavo me
stesso della morte d'un amore che invece ella stessa aveva ucciso!...
Allora, ripensando alla premeditata freddezza di quella creatura che
senza darsi la pena neppure di mendicare un pretesto m'aveva scacciato;
ripensando alla crudeltà della quale aveva dato prova nel restar sorda
alle mie preghiere, al mio pianto, alla mia disperazione; per un poco il
mio dolore si mutava in un sordo rancore, in un odio secreto; ma io
riconoscevo ben tosto, nel finale abbattimento di tutto l'essere mio,
che questa sua freddezza, che questa sua crudeltà, che l'inflessibile
rifiuto opposto a tutte le mie insistenze, erano l'origine della mia
disperazione. L'idea di non averla potuta piegare, il sentimento della
mia incapacità a ridestare una passione della quale ero andato superbo,
mi prostravano, mi umiliavano, mi attaccavano a lei sempre più. E come
se tanta miseria non bastasse, la gelosia, una gelosia terribile che non
poteva fermarsi sopra una determinata persona, ma che comprendeva tutti
gli uomini, mordeva il mio cuore. Perchè dunque m'aveva lasciato, colei,
se non per darsi ad un altro? Perchè era stata così dura verso di me se
non per riacquistare la libertà, per correre a nuove avventure? Un altro
aveva preso il mio posto; e quest'altro poteva essere uno dei miei più
intimi amici come il primo sconosciuto che mi passava accanto per via!
La credevo capace di tutto; e la disistima, invece di guarirmi,
accresceva il mio male!
«Avevo pensato di partire, riserbandomi di porre ad effetto questo
proposito quando null'altro mi sarebbe rimasto da tentare, come i medici
riserbano per i casi disperati certi pericolosi rimedii che, se non
affrettano la morte, riescono ad eccitare una crisi salutare nelle fibre
vicine a distruggersi. I viaggi m'avevano sempre procurato la più
gradita delle distrazioni. Dentro un treno che corre con la velocità di
sessanta chilometri all'ora lasciandosi dietro monti, valli, fiumi e
città; sopra un piroscafo che fende maestosamente il mare mobile e
largo, avevo sempre respirato a pieni polmoni, m'ero sempre liberato da
ogni oppressione. Ora non mi decidevo ad andar via. Quantunque la
ragione mi dimostrasse fino all'evidenza che non c'era più nulla da
fare, io aspettavo non sapevo bene che cosa. L'orgoglio mio era stato
crudelmente ferito, nondimeno l'idea di tornar da lei a pregarla, ad
umiliarmi, mi tentava certe volte ancora. Io mi ribellavo contro me
stesso, m'accusavo di viltà, non facevo nulla -- ma restavo. La
divorante e mortale curiosità di sapere che cosa sarebbe accaduto di
lei, se veramente un altro avrebbe ottenuto i suoi favori, mi
tratteneva. E mi umiliavo altrimenti, spiandola da lontano, studiando il
modo di far parlare di lei la gente che la conosceva. Alle volte mi
sentivo sollevare da tale sdegno contro me stesso per l'incapacità di
strapparmi quella donna dal cuore, che la risoluzione di partire era
presa, irrevocabilmente. Ma il terrore di portar meco quel ricordo come
un vampiro attaccato alla mia carne, intento a succhiare il mio vivo
sangue, fiaccava il mio coraggio. E speravo ancora, accoglievo ancora
qualche lusinga! Pensavo che ella avrebbe potuto pentirsi del male che
m'aveva fatto e cercare un giorno o l'altro di me. E con l'istinto della
salute che fa aggrappare anche ad un filo d'erba chi precipita in un
abisso, m'afferravo a queste lusinghe, lavoravo a dar loro qualche
apparenza di fondata speranza...
Fu un giorno del settembre che ricorreva l'indimenticabile anniversario.
Lo avevo aspettato con un'ansia ineffabile: i miei ricordi, i miei
pentimenti, i miei rimpianti, le mie speranze, tutti i moti dell'animo
mio s'erano esasperati talmente che non credevo possibile resistere di
più a simile travaglio. Tanti disegni m'erano passati per il cervello,
uno più pazzo dell'altro, che non sapevo veramente che cosa imaginare.
Spuntò quel giorno, ed io non feci nulla di nulla. Ma se le fossi stato
vicino, se l'avessi sentita tutta stretta a me, non sarei stato così
pieno di lei come in quelle ore di agonia, occupate a ricordare le
altre, le antiche, le divine, le prime e le sole che contassero nella
mia vita. Che cosa faceva ella in quei momenti? Era possibile che non
ricordasse anch'ella? Nonostante la lunga separazione, nonostante la
lontananza, in quel momento le nostre anime non dovevano confondersi
come s'eran confuse altra volta? E se così pensava anch'ella, se era
pentita, se era libera, non toccava a lei di scrivermi una riga, una
parola, perchè tutto fosse detto?... Quando arrivò la posta cercai con
mano tremante in mezzo al fascio dei giornali e delle lettere. Non c'era
nulla. Ebbi veramente un sorriso di profonda commiserazione per la mia
sciocchezza. Calò la sera, e mai tenebre più paurose chiusero il mio
cuore. Improvvisamente udii squillare il campanello. Il servo mi venne
incontro con un dispaccio in mano. Poichè il cuore non mi si ruppe in
quel punto, la fibra dev'esserne molto resistente. Apersi quel foglio:
era un mio creditore che mi mandava un vaglia telegrafico. Il giorno
dopo partii.
«In verità l'esistenza più salda, più tenace, non è già quella delle
cose o degli esseri, ma quella delle idee e dei sentimenti. Voi potete
spezzare un oggetto materiale, calpestarlo, incenerirlo, darne al vento
le ceneri; voi potete uccidere una persona, distruggere quel prodigio
che è un corpo vivente: ma dinanzi a questa cosa semplicissima che si
chiama un pensiero, così tenue, così alato, fuggevole tanto che un
soffio parrebbe doverlo abolire, voi siete inermi. La volontà è l'unico
mezzo del quale potreste disporre; ma tutti gli sforzi della vostra
volontà per sradicarlo servono invece a configgerlo più profondamente
nel vostro cervello. Non voler pensare a una cosa importa rammentarsela
continuamente; contro l'invasamento spirituale non vi sono esorcismi...
Sì, io partii, con l'anima abbeverata di fiele, con le labbra contorte
da un sardonico riso; ma il fischio del treno che si metteva in moto mi
parve l'urlo della mia disperazione, e quasi tentai rompermi la fronte
contro la gabbia che mi serrava, tentai precipitarmi dallo sportello per
finirla una buona volta... E quando fui lontano, quando mi vidi in un
paese straniero, fra gente sconosciuta, quando udii risonarmi d'intorno
una lingua ignorata, un immenso stupore mi vinse e sedò per un istante
il mio cordoglio. Io domandai a me stesso: «Perchè sono qui? Che cosa
sono venuto a fare? E potrò respirare soltanto?...» Mi mancava l'aria,
mi sentivo morire. In mezzo al vasto tumulto di quella metropoli,
dinanzi allo spettacolo di migliaia e migliaia d'uomini correnti dietro
agli affari, ai piaceri, agli amori, io sentivo di me stesso la pietà
che certi poveri fanciulli smarriti tra la calca in un giorno di festa
m'avevano talvolta ispirata. Provai d'annegare il mio dolore negli
stordimenti dell'orgia; ma come un legno che noi spingiamo sott'acqua
risale rapido a galla appena abbandonato a sè stesso, così il mio dolore
risorgeva ogni volta, più acuto. E senza più ritegno, senza più
vergogna, m'abbandonai ad esso, interamente.
«Avevo portato con me le sue lettere, i suoi ritratti. Una sera mi
chiusi in camera e li rividi. Terribile! Terribile! Era dunque lei? la
sua fronte? le sue guance? le sue labbra che avevo tanto baciate? Era il
suo sguardo che si fissava ancora su me, pieno della mia visione? Tutte
quelle lettere, quelle parole d'amore, quei giuramenti, quelle promesse
erano stati ispirati da me? Ed io non avrei più riveduto quella figura
reale come ora ne rivedevo la mera effigie? Non avrei più ricevuto
nessuna di quelle lettere, mai? Era dunque come morta?... Allora, nella
nuova e più dura crisi d'ambascia scatenata nell'anima mia, io pensai di
fare ciò che prima non avevo voluto: restituirle quelle carte per
poterle scrivere ancora. Rapidamente quest'idea mi soggiogò. Io le avrei
scritto per mostrarle l'esulcerata mia piaga, per farle intendere che
l'amavo ancora tanto da perdonarla, da accusare anzi me stesso, da
implorare il suo perdono per me. Fra giorni ricorreva il suo natalizio:
ella non aveva parenti, nessuno dei suoi conoscenti sapeva la data che
io solo avevo festeggiata, altre volte. Volevo anche ora mandarle una
buona parola per questa festa che è sempre un po' triste...
«Nella notte alta, nel silenzio profondo, alla luce d'una candela che si
struggeva con fiamma tremula e lunga, io mi misi a scriverle. Scrivevo
tre righe e ne cancellavo due. Volevo mettere sopra un foglio di carta
tutto ciò che avevo in cuore; ma le parole mancavano, ed anche temevo di
contenermi troppo o di troppo lasciarmi trascinare. Ma ero deciso a non
levarmi dalla scrivania se non dopo aver finito. Quando finii rilessi la
lettera; ne rammento ogni parola, diceva così: «Lasciata l'Italia per un
tempo non breve, compio il dovere di rimandarvi alcune carte che non
posso esporre al rischio di cadere in mani indiscrete e che per altro mi
dorrebbe troppo distruggere. Già io ho sempre pensato che le carte di
questa natura si debbano restituire quando restano a testimoniare
qualcosa che più non esiste, un passato perduto: serbarle è permesso
soltanto quando sono le prove d'una realtà che ricomincia continuamente.
Eccole adunque: distruggetele voi stessa, o voi stessa serbatele,
secondo stimerete opportuno. Come passa rapido il tempo! Ecco tornare il
vostro giorno natalizio che lo scorso anno noi passammo insieme. Mi
permettete di presentarvi ancora i miei augurii, fervidi come quelli
d'un tempo? Ora e sempre, possiate voi ottenere tutto quel bene che il
vostro cuore desidera...» Mi parve di non aver detto niente e d'aver
detto fin troppo. Niente, perchè quelle poche righe non mostravano la
mia lunga passione; troppo, perchè il rammarico e l'implorazione vi si
leggevano, nonostante, in mezzo. Esausto della lunga veglia, andai a
letto. Quando mi destai erano le undici; mancavano due ore alla partenza
del corriere d'Italia. Senza più pensare a nulla, ricopiai la lettera,
feci un pacco di quelle carte, lo suggellai e andai alla posta. Mi
movevo come in sogno; non avevo coscienza dei miei atti. Consegnai
dapprima il pacco all'ufficio di raccomandazione, poi mi avviai alla
buca delle lettere. Quando vi fui vicino, quando cercai in tasca la
lettera mia, parvemi che qualcuno m'afferrasse per tirarmi indietro. Il
pacco non poteva partir solo? La restituzione di quelle carte aveva
forse bisogno di commenti? Nella mia lettera io mi davo vinto, dicevo a
quella donna che l'amavo ancora, imploravo ancora da lei il ricambio
dell'amor mio -- ed ella forse l'avrebbe letta fra le braccia d'un
altro. Ella avrebbe riso di me, m'avrebbe risposto due righe di ricevuta
-- forse non m'avrebbe risposto neppure! Era stata così malvagia,
m'aveva fatto tanto soffrire; ed io le davo ancora quest'altra
soddisfazione!... Tutto ciò fu pensato nel tempo che la mia mano andò
dalla tasca alla buca -- perchè vi andò, e vi lasciò scorrer dentro la
lettera.
«Prima che potessi avere risposta dovevano passare cinque giorni.
Impiegai questo tempo a imaginare la risposta. Poteva essere arida e
fredda come avevo temuto; ma il pentimento era inutile, ormai. Se
invece... se invece... Ed io dicevo a me stesso che, infatti, nel
rivedersi dinanzi le sue lettere, le prove dell'amore che m'aveva
portato, nel ritrovarmi supplice ancora dopo i torti che m'aveva fatti,
nel sapermi tanto lontano, ma nel sentirmi pure così vicino a lei, il
suo cuore avrebbe dovuto palpitare più forte e, se non l'amore, almeno
la pietà, la simpatia, la compiacenza dettarle una buona parola, indurla
a consolarmi... Allora, sostenuto ed infiammato dalla divina speranza,
io pensavo all'altra lettera che le avrei subito scritta: «Ebbene, non
occorre più ch'io ve lo dica, voi già lo sapete: nonostante tutto, voi
siete ancora l'amor mio, l'amor mio forte e grande, il mio unico amore,
l'amore che non posso più scordare, che porterò eternamente con me... Se
mi volete ancora, dite una parola e sarò ai vostri piedi. Se volete che
aspetti, aspetterò quanto vorrete. Sempre, in tutto, la vostra volontà
sarà la mia...» Ma una lettera avrebbe messo troppo tempo a dirle queste
cose: io mi sarei piuttosto servito del telegrafo, le avrei mandato il
mio pensiero con la velocità del lampo. E cercavo le parole del
telegramma!...
«Al quinto giorno ebbi la sua risposta. L'ebbi alla posta, la lessi per
via, tra le spinte della gente, lo strepito delle vetture, gli squilli
delle cornette dei _tram_. Diceva così: «Grazie! Nessuna attenzione
commuove tanto quanto quella che meno si prevede perchè meno si sente di
meritare. I vostri augurii d'oggi sono graditi come quelli d'un tempo,
anche perchè come quelli d'un tempo sono stati i soli che ho ricevuti in
questa ricorrenza. Mi sono pervenute e non ho distrutto le carte che con
rara delicatezza avete creduto di dovermi restituire: c'è un passato che
si custodisce gelosamente, come il più reale dei beni; disperderne le
tracce sarebbe delitto. Se voi vorrete ancora ricordarvi di questa
vostra povera amica, sarà sempre una festa per lei.»
Orbene; quando io ebbi finito di leggere questa lettera me ne andai al
caffè, perchè avevo fame. Fu la prima volta, dopo tanto tempo, che
mangiai con gusto. Tutto il giorno fui in giro al Museo, che non avevo
ancora visto. Prima di desinare visitai una bella signora che avevo
conosciuto di fresco. La sera andai al teatro con amici, dopo cenammo
allegramente. Tornai a casa alle tre della notte e dormii d'un fiato
sino alle due del domani. Svegliandomi, mi rammentai della lettera
ricevuta la vigilia, e la rilessi. Non c'era bisogno di molta
penetrazione psicologica per comprenderne l'intimo significato:
«Un'attenzione _che si sa di non meritare_... i _soli_ augurii, graditi
_come quelli d'un tempo_... _non ho distrutto_ le carte che _avete
creduto_ di dovermi restituire... un passato custodito _gelosamente_,
come _il più reale dei beni_... _se vorrete_ ricordarvi ancora di questa
vostra _povera amica_...» Il suo rammarico, il suo pentimento, la sua
solitudine: ella diceva apertamente tutto ciò; non diceva: «Tornate!» ma
questa parola era come scritta su tutte le altre, io quasi la leggevo
attraverso la grana della carta. Nel mio farneticamento dei giorni
scorsi avevo mai sperato tanto? Non dovevo fremere di gioia, risponderle
subito, aprirle il mio cuore?... Per una settimana non trovai il tempo
di scriverle. Quando finalmente mi posi a tavolino le scrissi così: «Ho
ricevuto la vostra lettera e vi ringrazio della buona memoria che
serbate di me. Siate certa della devozione che vi porto, e lasciatemi
sperare di potervene dare qualche giorno la prova. Io sono qui per fare
qualche studio e per vedere un po' di mondo. Se potessi giovarvi in
qualche cosa, disponete pure liberamente di me: mi farete sempre un
regalo...»