UN GIGLIO

Non ho avuto più sue nuove, mia buona amica. L'ha con me? Non credo! Se

ella m'ha lasciato dire, senza offendersene, le cose piuttosto vivaci

delle quali erano piene certe mie lettere, non avrà potuto sdegnarsi

delle ultime anodine narrazioncelle. Starebbe piuttosto preparando una

lunga e poderosa confutazione delle mie dottrine? Non credo neppure.

Ella ha di meglio da fare! Il silenzio significherebbe invece che

s'annoia delle mie lettere, alla lunga? Dovrei dire: «Temo di sì!» Ma

ella mi risponderebbe che, così dicendo, darei prova d'una falsa

modestia e dimostrerei che false non sono soltanto le donne... Sarebbe

ella semplicemente partita per le bagnature, e questa lettera le correrà

dietro un pezzo prima di trovarla? Ne saprò presto qualcosa dal mio buon

amico Dastri, che torna posdomani.

Senza dubbio è venuto a trovarla. Dica la verità: non è simpaticissimo?

Sono certo che l'avrà fatta arrabbiare, ma che ella gli avrà perdonato

grazie allo spirito del quale è pieno. Ella avrà anche visto come io non

sia solo a sostenere quelle che a lei sembrano eresie. Dastri, anzi, va

più innanzi di me, ed è molto più rigido nelle sue affermazioni. L'altra

volta io le dicevo, per esempio, che gli uomini, obbedendo a un istinto

unico e costante, essendo sempre avidi d'amore, amano in un modo più

logico e mettono nell'amor loro maggiore sincerità. Da questo teorema

Vico Dastri cava un corollario e sentenzia: «Quando un uomo si trova in

presenza d'una donna, comunque ella sia, -- purchè non abbia

sessant'anni o la gobba, -- deve rammentarsi che è uomo e dimostrarlo.»

Fino a ieri io credevo che il giudizio fosse esagerato. Certo, se agli

uomini è toccato il dovere dell'iniziativa, essi non dovrebbero

guardare, come infatti non guardano, troppo per il sottile; si potrebbe

anche ammettere e dimostrare, con l'esperienza alla mano che, alle

volte, essi si rammentano dell'esser loro perfino dinanzi a donne di

sessant'anni o con la gobba; ma, ripeto, Dastri mi pareva, fino a ieri,

troppo assoluto. Da ieri mi sono ricreduto. Quando meno me l'aspettavo,

ebbi la prova delle cose dispiacevoli che possono capitare a chi

dimentica il precetto dell'amico mio. La vuol sentire anch'ella? Eccole

calda calda la storiellina.

Bisognerebbe conoscere il mio amico Bernazzi, la correttezza inglese del

suo portamento, il sussiego diplomatico delle sue maniere, quella specie

d'innocente ostentazione di freddezza ch'egli non lascia neppure in

mezzo alle liete brigate degli antichi compagni di studii e di piaceri,

per comprendere il mio stupore quando me lo vidi dinanzi, ieri sera, per

via, così rabbuffato in viso, così nervoso nei gesti, così scucito nei

discorsi come nessuno deve averlo mai visto.

Era stato fuori qualche mese, ma dov'era stato, che cosa aveva fatto,

quando era tornato, non mi fu possibile comprendere in mezzo alle

risposte ingarbugliate, frammentarie ed anche un poco contraddittorie

che mi veniva dando. Se io non lo interrogavo, non diceva più nulla;

soffiava, guardava per aria, e a un tratto usciva in qualche

esclamazione bislacca, a proposito del tempo, o dei passanti, o delle

mostre dei magazzini. Quando fummo all'angolo di via Monte Napoleone

qualcuno, scantonando, l'urtò un poco: Bernazzi si voltò di scatto

dicendo, con un tono di voce irriconoscibile: «Malaccorto!...» Quel

povero diavolo biascicò uno «Scusi!» sommesso e tirò via rapidamente. Io

proposi:

-- Torniamo indietro?

-- A patto che non si vada a finire in Galleria.

Bernazzi, l'uomo senza volontà, mettere un patto! Bernazzi, la

compitezza in persona, apostrofare a quel modo uno sconosciuto colpevole

di non averlo potuto cansare a tempo! Io ci perdevo il mio latino.

Arrivati che fummo sotto i Portici, egli volle rifare il Corso; ma ero

stanco e proposi di andarcene a sedere al Savini.

-- Il Savini mi secca. Andiamo all'Accademia.

-- Ma tu stasera hai qualche cosa! -- non potei trattenermi

dall'osservare. -- Ti senti poco bene?

-- Io? Benissimo.

M'obbligò a fare il giro da Santa Radegonda, e durante la via non

pronunziò più di due parole.

-- Puoi negare quanto ti piace, -- insistetti; -- ma tu sei di malumore.

Eravamo dinanzi al Caffè. Bernazzi mi prese per il braccio, mi condusse

a un tavolino appartato e disse:

-- Senti un poco quel che m'accade!

Il tavoleggiante si presentò a chiedere le nostre ordinazioni. Bernazzi

lo guardò come avrebbe guardato una bestia rara, ed anch'io l'avrei

volentieri mandato via, curiosissimo com'ero di sentire quella

confidenza che il mio amico, per l'irritazione che lo dominava, poteva

pentirsi da un momento all'altro di farmi. Ma appena ebbi chiesto il

primo liquore che mi venne a mente, Bernazzi chinò il capo in atto di

assenso alla mia scelta e riprese:

-- Senti un poco che cos'ho. T'ho detto che son partito da Bologna

l'altr'ieri, col diretto delle 11 e 55? Non fa nulla, te lo dico adesso.

Arrivo tardi alla stazione, appena in tempo per prendere il biglietto;

entro sotto la tettoia che il capo-treno sta gridando: «Partenza!» e che

il conduttore gli risponde: «Pronti!» Non so dove ficcarmi, quando a un

tratto mi sento chiamare: «Bernazzi! Bernazzi!...» Mi volto a destra e a

sinistra senza capire di chi è quella voce, ma scorgo finalmente un

braccio guantato fino al gomito che fa un gesto...

Arrivò il cameriere con i liquori. Bernazzi fece scoppiettare il pollice

contro il medio, poi ripetè:

-- ... che fa un gesto. Quel braccio era attaccato a un busto il quale

sporgeva da un finestrino; il busto era vestito d'azzurro e il capo era

avvolto in un gran velo grigio. Non ho il tempo di stare a guardare,

accorro cavandomi il cappello, apro e salgo. Sai chi era? Ti rammenti la

Hundington?

-- Donna Clara?

-- Donna Clara. Allora, se la rammenti, non ho bisogno di spiegarti

tante cose. Sai quanti anni ha?

-- Non ho visto la sua fede di nascita; ma, così a occhio e croce, credo

che i cinquant'anni debba ancora compirli.

-- I quarantacinque però li ha bell'e compiti, eh? Va bene. Da quanto

tempo non la vedi?

-- Ma, da un bel pezzo... da qualche anno.

-- Allora, non sai una cosa: è ingrassata.

-- Davvero?

-- Non pare impossibile? Quel manico di granata? Ebbene, adesso ha

qualche rotondità. Ma il viso sempre affilato come un coltello, le mani

nocchiute come quelle d'un uomo, i denti sporgenti e lunghi come quelli

di un cavallo; e la stessa sciatteria nelle vesti, la stess'aria di

governante a spasso. Appena salgo e mi sento dire: «Bravo!...,» io la

riconosco. «Donna Clara!... Scusi, con quel velo!...» Risponde: «Avete

ragione!... Dove andate?» Le rispondo che vado a Milano, e chiedo dove

va ella stessa. Dice che va a Parigi, ma che si ferma a Milano una

giornata. Il treno parte ed io metto a posto la mia valigia. Un momento:

Donna Clara non era sola; aveva con sè...

-- La solita Betsy.

-- Precisamente! Che cosa le fa?

-- Le tiene compagnia, suppongo.

-- Sarà benissimo. Ma io ti dirò una cosa. Hai visto che Betsy porta

sempre, di giorno e di notte, d'estate e d'inverno, a piedi e in

carrozza, un sacco in mano? Or bene, costei m'ha sempre fatto l'effetto

di quella vecchia che dipingono dietro a Giuditta, col sacco destinato

alla testa d'Oloferne...

-- Oh! Oh!...

-- E' un'idea stravagante; ma è più stravagante quella figura! Lasciamo

andare. Dunque s'incomincia a discorrere, di tutto un po'. Da principio

la va bene. Poi Donna Clara, al solito, mi fa centomila domande, una

sopra l'altra, intorno a tutte le cose dell'universo. Io rispondo del

mio meglio. Nota che dopo quarantacinque anni di studio, ella parla

sempre quell'orribile francese che sai; aggiungi che io, da mia parte,

mastico maluccio l'inglese: tira la somma, e capirai che il divertimento

era abbastanza magro. Modena, Reggio, Parma: le stazioni sfilano una

dopo l'altra, e sfilano contemporaneamente le domande di Donna Clara.

Mio caro, io ho sempre sospettato che quella donna faccia la spia.

-- Oh! Oh! Oh!

-- Allora, di' tu; che cosa fa? Sentiamo!...

-- Ma non lo so!... Quel che fanno le altre, probabilmente nulla!

-- Ma le altre non seccano la gente con quell'aria inquisitoria, con

quella curiosità importuna, con quegli sguardi indiscreti che vi si

ficcano in tasca e vi frugano sotto i panni! Poi, perchè diamine va

sempre attorno, da Bologna a Parigi, da Roma a Dublino, da Ginevra a

Vienna? Spia, forse ho detto male; ma, tu stesso lo supponesti una

volta, dev'essere l'emissaria di qualche partito, di quelli che lavorano

sott'acqua: dei nihilisti o dei gesuiti...

-- Il diavolo o l'acqua santa!

-- Che vuoi ch'io sappia! Ma torniamo al nostro viaggio. Continuano le

interrogazioni: vuol sapere quanto starò a Milano, che cosa vado a

farci, perchè lascio Bologna, che cosa ci ho fatto, se ci tornerò,

quando ci tornerò, che gente ho visto, perchè sono arrivato tardi alla

stazione!... A un certo punto, cava da una sua borsa uno scatolino di

pastiglie Panerai: ma viceversa è pieno di sigarette. Me ne offre una, e

si mette a fumare...

-- Fuma, adesso?

-- Dammi ascolto! Sigarette pestifere, caro mio, che quelle delle Regia

sono un balsamo. Il treno va sempre a rotta di collo. Ora le sue domande

sono d'un altro genere: vuol sapere dove scendo, a Milano: se vi ho

casa, se scendo all'albergo, quale albergo le consiglio. Dico: «Vada da

Spatz». Un'altra filza di quesiti; finalmente si decide per Spatz. Siamo

di là dal Po. Si dichiara contentissima d'aver fatto il viaggio con me.

Anzi, osservo, la fortuna è mia. «Venite a trovarmi, domani; ripartirò

doman l'altro, con l'espresso delle 6 e 20.» Rispondo che temo di

disturbarla; insiste: «Venite dopo colezione; mi troverete in casa; non

ho da fare nella seconda mezza giornata, la passeremo insieme». Si

arriva a Milano; ripete: «Venite; vi aspetto». Io l'aiuto a scendere,

l'accompagno fino al carrozzone dell'albergo; nel salutarmi insiste:

«Dunque, non mancate.»

«Il domani, che fu ieri, io sto un bel pezzo in forse: l'idea d'essere

sottoposto a un altro interrogatorio mi spaventa; ma poi penso che ogni

soggetto di domande è stato esaurito durante quelle cinque ore di

viaggio. Inoltre mi spinge la curiosità di vedere Donna Clara a casa

sua, quantunque questa casa sia un albergo. Sei mai stato a farle

visita? E neppur io, come nessuno di tutti quelli che conosco. Che cosa

fa? Perchè gira il mondo? Perchè non resta due settimane di seguito in

un posto?... Ma la curiosità di guardare un poco dentro a

quell'esistenza misteriosa non è tanto forte da impedirmi di ricorrere a

un piccolo espediente per evitare il pericolo di un'ora di noia mortale;

così, invece che alle due, vado al _Milano_ alle quattro, nella

previsione che Donna Clara non ci sarà e che me la caverò con un

biglietto di visita. Arrivo all'albergo, e Donna Clara c'è. Salgo su, ed

entro in un salottino mezzo scuro, dove odo una voce che in tono di

discreto rimprovero mi dice: «Disperavo di vedervi arrivare. Sono due

ore che v'aspetto!». Balbetto qualche scusa, stringendole una mano che

stende verso la mia. Seggo, ed abituati gli occhi alla penombra, vedo a

poco a poco disegnarsi la figura di Donna Clara. E' distesa sopra

un'ampia poltrona; porta una veste da camera gialla, a lungo strascico,

guarnita di merletti neri: una cosa incredibile! I capelli non le si

arruffano come di consueto sulla fronte e sulle tempie; ma sono

elegantemente acconciati. Trasformazione totale! Per l'aria c'è un odore

composito ed acutissimo. E niente Betsy!... Io rinnovo le mie scuse per

il ritardo, invento una serie di brighe impreviste. Donna Clara mi parla

dell'albergo, della sua corsa mattutina per la città; e niente domande!

Guardando un poco per il salotto, io scopro la scaturigine dell'odore:

sopra il pianoforte c'è un vaso con un magnifico mazzo di fiori: una

quantità enorme di rose che fanno corona ai calici purissimi di tre o

quattro gigli. Di che cosa mi parla Donna Clara? Di un libro di versi

che sta leggendo e che le piace molto: a un certo punto cerca sul

_guéridon_ il volume e me lo porge.

«Avvicinatomi per prenderlo io scopro che l'odore non viene soltanto dai

fiori: da tutta la persona di Donna Clara esala un profumo di non so che

cosa. Mentre sfoglio il libro ella s'accomoda meglio sulla poltrona,

rovesciando il capo sullo schienale e stendendo le gambe che si

delineano sotto le pieghe della veste. Allora, non so come, non so

donde, non so perchè, un'idea mi passa per il capo: un'idea

inverisimile, assurda, bislacca: che Donna Clara sia... donna! T'è mai

venuta, quest'idea? Hai creduto mai possibile che costei susciti un

desiderio?... Ma è un lampo, e passa subito. Ella m'invita a leggere

qualcuno di quei versi -- versi inglesi, s'intende -- ed io eseguisco.

«Come vi piacciono?» Dichiaro che sono bellissimi; in verità ci ho

capito poco o niente. «Leggete,» mi dice, «_La spalliera dei lilla_.»

Cerco nell'indice questa spalliera, e leggo. Mi accorgo di leggere

malissimo, d'amputare qualche piede a certi versi e di crescerne

parecchi a certi altri; ma Donna Clara non mi corregge: riprende il

volume, rilegge il componimento, lo traduce in francese, e si passa la

lingua sulle labbra.

«Secondo lampo. Io penso, e mi stupisco di pensare, che se Donna Clara

si tagliasse la mani e la testa, tutto ciò che si vede, quel corpo,

sotto quella veste, forse potrebbe indurre in tentazione. Passa anche

questo lampo; ma Donna Clara, seguitando a discorrere tranquillamente

del più e del meno, accavalca una gamba sull'altra, si rovescia di più

sulla poltrona e di tratto in tratto mi guarda... E' dunque possibile? I

miei sensi sono pervertiti fino a questo punto? Mi lascio sedurre da un

profumo, dal taglio di un abito, fino a rimaner lì, imbarazzato, col

cappello in mano, senza trovar nulla da dire?... Sostiene ella stessa la

conversazione; io rispondo qualche monosillabo; a un certo punto faccio

per congedarmi. «Così presto?» dice; «fermatevi un altro poco!» E suona,

per il the. Prendendo il the si parla di viaggi; Donna Clara s'alza e va

a cercare una cartella di fotografie. Me le mostra ad una per volta, e

siamo così vicini che il suo profumo mi dà alla testa. Per fortuna le

fotografie finiscono, e torniamo a sedere. Vedo che imbruna e ritento di

andarmene: nuovo invito a restare «... se non avete meglio da fare...»

Seggo a un altro posto e Donna Clara racconta una storia. Non ascolto

neppur una delle sue parole, tutto occupato dalla stranezza di quel che

avviene in me. Ma io debbo essere ammalato! Pensare: Donna Clara!...

Quarantotto anni!... Forse anche quarantanove!... E quelle mani! E quel

naso! E quei denti!... E se i miei amici sapessero?... Che cosa diranno

se sapranno una cosa simile? Dove andrò a nascondermi?... E se Donna

Clara si offende e non lascia che?... Via! via! Non facciamo

sciocchezze!... Torno in me, afferro a volo il soggetto del suo discorso

e mi rimetto in carreggiata, rispondendole, interrogandola. La sua

storia finisce ed ella chiama, per il lume. Alla luce della lampada che

il cameriere ha acceso io mi stupisco della rapidità con la quale il

tempo è passato: che cosa sono stato a fare due ore lì dentro? A un

tratto s'ode la prima campana del pranzo. Questa volta m'alzo per

battermela. Donna Clara mi fa: «Aspettate un altro momento: verrà adesso

Betsy.» Insisto per lasciarla in libertà: mi risponde: «E Aspettate che

venga Betsy!» e scotendo lentamente un piede riprende a discorrere.

Allora un'altra idea mi balena per il capo: che quegli inviti reiterati,

quell'eleganza, quei fiori, quei profumi, tutte quelle spese siano state

fatte per sedurmi.... Ma è una cosa tanto balorda che rinsavisco del

tutto. Chi ha mai imaginato Donna Clara nei panni d'una seduttrice? Chi

ha mai pensato che sotto quelle gonne si possa trovare un corpo di

donna? Non deve ella possedere ancora intatto il tesoro della sua

verginità? Ed io?... Sia lodato il Signore: una specie di doccia gelata

mi seda. Mentre ella vuol sapere quando ci rivedremo e se capiterò

quest'inverno a Parigi, mentre mi dice di andarla a trovare a Roma, io

torno a pensare ciò che ho sempre pensato: che Donna Clara è una di

quelle povere creature senza bellezza, senza grazia, senza sesso, le

quali cercano un compenso alle mancate gioie dell'amore col dedicarsi

tutte ad una causa, col lavorare al conseguimento d'un ideale religioso

o sociale. Come ho potuto dimenticare queste cose?... Ed ecco sonare la

seconda campana, ed ecco Betsy che s'affaccia dall'uscio. Ci alziamo

nello stesso tempo. Donna Clara mi stende la mano nodosa, stringe la mia

cordialmente, mi ringrazia della compagnia. Io ringrazio Iddio che mi ha

tenuto le sue sante mani sul capo. Avrei fatto un bel marrone, eh? E se

mi metteva alla porta? O, peggio, se mi dava del matto? Avrei avuto quel

che meritavo, è vero?.... Allora Donna Clara, lasciata la mia mano, va

al pianoforte, spicca un giglio dal mazzo e viene ad offrirmelo dicendo,

molto tranquillamente:

-- _E questo per la vostra virtù._

Gli amori · 第 18 / 38 题